martedì 2 giugno 2020

Il Parco della Rimembranza (o della Maddalena) di Torino

La bellezza di Torino non si rivela al viaggiatore frettoloso. La città  sa come catturare l'attenzione del turista curioso. Un fiume, una collina, un centro storico raccolto che fa si che le distanze tra i luoghi di interesse non siano troppo disperse. E poi ci sono tante piccole curiosità, non sempre facili da scoprire, che richiedono pazienza, ingegno e un pizzico di fortuna. Il Parco della Rimembranza non ha un appeal in grado di trasmettere soavi riflessioni al turista curioso. Per tanti motivi non lo consiglio a chi non ha tempo nè desiderio di riflettere su certi sgradevoli aspetti della  nostra storia patria. 
Rimembranza. Di cosa? Semplice. Di più di 4000 soldati vissuti in città, morti nella Grande Guerra. I loro nomi sono scritti con accanto la data di morte, su dei paletti di legno posti lungo i numerosi sentieri che salgono verso la sommità del Colle. La data di nascita non è riportata, ma è facile immaginare non tanto precedente gli anni 1916, 1917, 1918 che a volte con fatica riusciamo ancora a leggere sui piccoli bronzetti delle steli. Nomi che si ripetono, ordinati alfabeticamente: Mario, Bruno, Remo, Giovanni, Giuseppe.... Di sicuro tutti poco più che adolescenti. 
Saliamo dunque lungo viali i cui nomi, chi più chi meno, sui banchi di scuola ha imparato a conoscere, anche solo per sentito dire: Monte Sei Busi, Podgora, Castelgomberto, Castagnevizza. E' un'ascesa, la nostra, che racchiude un simbolo di grande potenza. Raggiungere in alto sul piazzale della Vittoria la grandissima statua-faro alata di Rubino significa assaporare l'inebriante gusto della  Vittoria ma per farlo dobbiamo soffrire, arrivare anche a morire, lasciando solo una effimera traccia della nostra esistenza racchiusa in piccole targhette metalliche. Ed eccoci in cima, con tutt'attorno il silenzio del pomeriggio estivo, possiamo sederci all'ombra delle poderose membra della dea luciferina (portatrice di luce)  e abbandonare al contempo la disgustosa ipocrita celebrazione di tante morti inutili. I morti sono morti. Accompagnati al macello da generali carnefici con addosso i panni della più bieca retorica della guerra giusta. Ci vuole un po' di fantasia per scorgere in quei nomi che ci hanno accompagnato fin lì, delle persone che sono state straziate nella carne e forse prima ancora, nello spirito. Ancor più difficile è questo pensiero se guardiamo la gente intorno a noi ridere, scherzare o chiacchierare senza nessun ricordo nè consapevolezza di quell'istante ormai lontano più di cento anni in cui  si spegneva una giovane vita. Di sicuro siamo stati bravi nel mascherare queste orribili morti con tutto il corredo ipocrita dell'eroismo, delle fanfare, dei nastrini e delle medaglie, delle celebrazioni rituali. C'è persino un generale tra le migliaia di soldati semplici morti qui ricordati. Il chè è singolare perchè quasi tutti i valorosi generali della nostra Grande Guerra sono deceduti placidi nei loro letti, tra il tintinnio triste delle medaglie e delle decorazioni al merito. 
Non è più così piacevole la scampagnata nel verde pubblico cittadino tra i maestosi carpini bianchi, le querce, i noccioli e le centinaia di specie arboricole messe qui a dimora fin dalla fine degli anni '20. Scendendo verso il fiume, non riusciamo più a pensare a questa immagine diffusa di retorica bellica che parla di eroi immolatisi per una causa suprema. Solo tristezza e rabbia, sentimenti che non si addicono ad una vacanza spensierata in una bella città.


venerdì 24 aprile 2020

Il Maciste di Porta Pila a Torino



Foto postata su Facebook dal signor Mario Anesi.

Correvano gli anni '60 e Torino viveva la prima grande ondata immigratoria. Molti erano partiti dal Sud con la precisa intenzione di trovar posto nella grande industria dell'automobile che in quel decennio si stava configuarando come forza trainante dell'economia cittadina. Non tutti però... Qualcuno non voleva piegarsi alle monotone regole di una vita tradizionale, scandita da immutabili orari e doveri quotidiani. Tra questi Gioacchino Marletta da Catania. Fisico possente, sguardo penetrante, grande capacità circense. Sulla piazza storica dei commerci torinesi, Porta Pila, Gioacchino ogni domenica presentava al pubblico la sua personale rivisitazione dell'arte mimica. Armato di vecchi copertoni d'automobile e di un macigno di granito, intratteneva i suoi habituées con gesti di sfida, inframmezzando piccole e concise affermazioni a farfugliamenti inintellegibili, sempre però accompagnati da sguardi minacciosi di truculenta furia provocatoria. Il raggiungimento del climax era lento, in ascesa graduale, l'acme era costituito dall'innalzamento del macigno in un rituale simbolico di offerta a sconosciute figure soprannaturali... In pochi secondi si passava poi ad una più terrena richiesta di contributi, cappello in mano proteso senza malizia ai partecipanti dell'happening. Gioacchino fu una meteora, che attraversò un intero decennio. Di ciò che fu di lui nei restanti 30 anni che ebbe a vivere, poco o nulla si sa. La piazza era il suo mondo e lì trasse di che sostentarsi con piccoli commerci. Nel 2001 morì in ospedale in solitudine. Ma non fu dimenticato il Maciste di Porta Pila. Il Comune gli riconobbe il merito di avere contribuito a rendere la tetra città del lavoro degli anni del boom, un po' meno triste. Una targa commemorativa nel settore più importante del cimitero monumentale di Torino ricorda la sua figura e la sua lieve traccia umana.  

venerdì 21 febbraio 2020

La Biblioteca Nazionale di Torino: un travaglio di quasi 50 anni.....


Prime attenzioni 
LA STAMPA - Giovedì 11 Agosto 1936
Chi è l'autore del palazzotto di piazza Carlo Alberto? Dopo le animate discussioni, a cui La Stampa non si è tenuta estranea, sopra l'importanza e i pregi artistici (inesistenti) del palazzotto destinato a cedere il posto alla nuova Biblioteca Nazionale in piazza Carlo Alberto, nulla sembra cambiato e tutto si direbbe ancora allo statu quo. Ma a quanto ci si assicura, non sembra lontano il giorno in cui un piccone si abbatterà su quei muri già caratterizzati dai segni premonitori, di giorno in giorno più evidenti, dell'abbandono assoluto. Il palazzo della Biblioteca in progetto si protenderà di ben cinque metri oltre la fronte del fabbricato attuale. La cadente e non bella scenografia pertanto è condannata in ogni caso a sparire. I suoi lodatori, a quanto si dice, avranno tuttavia la soddisfazione di rivedere quella stessa scenografia, vera fenice della favola, ricostruita più o meno fedelmente sulla facciata stessa della Biblioteca prospiciente la piazza. Queste le voci correnti. Ma senza mancare di riguardo a nessuno, c'è poco da plaudire a quella parte almeno del programma che si riferisce alla ricostruzione. Poiché non si vede chi ne potrà rimanere soddisfatto. Chi ama la storia non si lascerà illudere o sedurre da una piatta imitazione: chi ama l'arte trova difficile che quell'edificio possa essere ravvivato ed essere reso appena più sopportabile dall'opera di un architetto più o meno novecentista. Senza prevenzioni, il nostro discorso non vorrebbe essere che l'epicedio o elogio funebre, di un'opera architettonica della quale presto non rimarrà che il ricordo.
Discussa paternità.
Quando si entra come quando si esce dalla scena del mondo è di prammatica un regolare stato civile. Ora parrà strano che la data stessa approssimativa di nascita, nonché la paternità del fabbricato in questione, risultino ancora tutt'altro che chiaramente definite. Per alcuni quella costruzione risale infatti alla prima metà del secolo scorso, per altri alla fine del Settecento. A seconda dei giudizi cambiano, naturalmente, la paternità artistica e le circostanze determinanti. Trattandosi però di storia moderna, la questione non dovrebbe essere poi troppo difficile da risolvere. Vediamo che cosa dicono in proposito gli specialisti di storia edilizia torinese. In un recente e dotto lavoro su "L'architettura in Torino durante la prima metà dell'Ottocento" l'ing. Eugenio Olivero attribuisce senz'altro la «bassa facciata, in stile neo-classico e quasi impero», a Filippo Castelli: un architetto forse piemontese, il quale svolgeva la sua attività professionale in Torino negli ultimi decenni del secolo XVIII. Però si tratta di una semplice ipotesi e non di un dato di fatto positivamente accertato. Anche un'ipotesi, tuttavia, quando emani da un profondo conoscitore, anzi da uno specialista, merita tutta l'attenzione. Perciò appunto se ne fa cenno. In un lavoro alquanto meno recente, pur esso interessante e ricco di notizie, su Lo sviluppo edilizio di Torino dalla Rivoluzione francese {Torino, 1918), l'ing. Camillo Boggio riporta alcune notizie di un'importanza forse decisiva nei riguardi detta controversa attribuzione. Secondo il Boggio la formazione dell'attuale piazza Carlo Alberto risale a circa un secolo fa, ed esattamente al 1833, in rapporto al piano e alla relazione dell'architetto Ignazio Michela, del due febbraio di quell'anno. Sino a tale data l'area compresa tra il palazzo Carignano e il fabbricato antistante a est, era notoriamente occupata dal giardino dello stesso palazzo Carignano e chiusa a nord e a sud da due muri di allacciamento tra i due fabbricati: il palazzo e le scuderie. Da caserma a Scuola dì guerra Il re Carlo Alberto (come riferisce il Boggio) «alienò alla città di Torino quel terreno, che fu ridotto a piazza » con la demolizione dei muri di cinta. Non sappiamo come si presentasse la fronte dette antiche scuderie verso il palazzo Carignano, mancando di ciò ogni testimonianza. Sappiamo che per un certo tempo, sino oltre il 1851, il fabbricato già delle scuderie fu adibito, con gli opportuni adattamenti, a «quartiere» o caserma dei Granatieri. 
Già nel 1856 però, quando ancora si discuteva alla Camera intorno alla migliore collocazione del progettato monumento a Carlo Alberto (inaugurato nel 1861) il fabbricato ospitava l'Istituto Tecnico. Nel 1880 esso era già divenuto sede detta R. Scuola di Guerra. Tutte queste diverse e sempre più importanti destinazioni (caserma, scuola media, scuola superiore) ci costringono a ritenere che la costruzione venisse rinnovata di sana pianta, esternamente come internamente, sin dalla prima trasformazione dell'area da giardino privato a pubblica piazza. Conclusione questa, la quale trova la sua piena conferma nello stile e nella decorazione della facciata, che, a considerarla attentamente, assai poco ha di neoclassico e molto invece, per così dire, di basso impero. L'abbondanza dei trofei e dei motivi militari in genere, lo spreco di aquile e di festoni, di elmi e di bandiere, lo stemma sabaudo centrale, fanno effettivamente ritenere che l'architetto avesse in mente una destinazione dell'edificio a carattere militare. Fu Ignazio Michela autore di quella facciata? La cosa è più che probabile, poiché se è vero che il Michela ebbe a lavorare alla Curia Maxima o Corte d'Appello, che è di uno stile severo, rigorosamente neoclassico, è anche vero che per la Curia Maxima egli non ebbe che a completare quanto era stato fatto o progettato da altri (Filippo Juvara, Benedetto Alfieri), mentre per la piazza Carlo Alberto egli potè scapricciare il suo genio classico barocco. Se altri vorrà riprendere e integrare la storia, qui appena accennata, del morente palazzotto, con la omissione della sua ultima metamorfosi in ufficio telegrafico, renderà senza dubbio un utile contributo atta storia edilizia torinese. Fino a quel giorno, però, crediamo che intorno ai modesto e presuntuoso fabbricato del Michela non si siano mai spese tante fatiche quante ne riassume in breve questo non commosso epicedio.

Il problema del "muro" torna di attualità

Giovedì 12 Luglio 1951 LA NUOVA STAMPA 

URGENTI PROBLEMI DI EDILIZIA CITTADINA
Un ingombrante muro impedisce la sistemazione di una piazza
Restano parecchie aree vuote da colmare nel centro della città. Necessità di varare al più presto il nuovo piano regolatore.
Tra i numerosi problemi di carattere urbanistico che la nuova amministrazione dovrà sollecitamente affrontare, non ultimo è quello di una definitiva sistemazione di Piazza Carlo Alberto. Tale piazza è a tutt’oggi delimitata nel lato di fronte al Palazzo Carignano, dalle antiche scuderie, edificio in stile neoclassico eretto sulla fine del sec. XVIII su disegno dell'architetto Filippo Castelli. Di esso però non esiste più che la facciata, ancora in piedi tra la piazza e l'area retrostante distrutta. E' venuto quindi a crearsi in pieno centro cittadino un altro vuoto che non contribuisce certo al decoro della città. In questi ultimi sei anni l'interesse dei costruttori non ha mancato di rivolgersi anche alla zona delle antiche scuderie dei Carignano, ma l'esistenza della facciata ha scoraggiato tutti i progettisti. Essa infatti è stata dichiarata sotto il vincolo della legge 1° giugno 1939 n. 1089 per la tutela delle cose di interesse storico-artistico; in altri termini, nessuno può abbatterla per costruire un edificio completamente nuovo.Veglia infatti sulla sua conservazione la Sovrintendenza ai monumenti, la quale al massimo sembra disposta a lasciar sorgere un nuovo edificio a patto che esso incorpori nella sua integrità il vecchio muraglione. Sul valore, storico-artistico della facciata, non tutti sono d'accordo con la Sovrintendenza nel giudicarlo tale da giustificare la protezione della legge citata. Senza entrare nel merito di tale valutazione, non si può non osservare come la conservazione della più o meno pregevole facciata, abbia fino ad oggi impedito qualsiasi soluzione del problema e qualsiasi sistemazione di una piazza così caratteristica di Torino come questa dedicata a Carlo Alberto. Sembra quindi giusta la richiesta di coloro che domandano alla nuova amministrazione cittadina di riaffrontare nuovamente la questione agli organismi preposti alla tutela del nostro patrimonio artistico, sia a quelli che rappresentano gli interessi materiali della popolazione. Non è, questo di piazza Carlo Alberto, il solo «vuoto» che si può scoprire nelle vie del centro. In un periodo come il nostro, in cui tanto forte si sente la necessità di nuovi alloggi, appare quasi incredibile che non si riescano a risolvere le questioni  burocratiche che tuttora impediscono di colmare quei vuoti […….] E' giunto il momento di provvedere, ormai. Molte colpe si attribuiscono all'attuale piano regolatore e alla enorme lentezza con cui procedono gli studi per il nuovo piano, mille volte preannunciato. Almeno di questo, il Comune dovrebbe preoccuparsi immediatamente ed escogitare tutti i mezzi che consentano di porre al più presto termine alle incertezze ed alle dannose improvvisazioni 

Che sia la volta buona?

 Venerdì 31 Dicembre 1954 LA NUOVA STAMPA
Si costruirà il palazzo della Biblioteca nazionale Radicale sistemazione di piazza Carlo Alberto. Un'ispezione di tecnici disposta dal ministro Ermini - Saranno risolti i due problemi: conservare la facciata delle "scuderie,, e spostare il monumento equestre.
Da quanti anni si attende una decisione che risolva il problema estetico-edilizio-urbanistico di piazza Carlo Alberto, compreso quello del famoso muro superstite dell'edificio ch'era in fondo all'antico giardino di Palazzo Carignano?
Recentemente, riferendo la lettera di un indignato cittadino si parlò qui di sconcio: e non a torto; ma del suo perdurare non tutta la colpa va ascritta alle autorità locali, in quanto una definitiva e radicale sistemazione della piazza era connessa con un'altra decisione: quella dell'uso, o no dell'area di là del muro, sul filo di via Bogino, per la costruzione del nuovo indispensabile palazzo della Biblioteca Nazionale, soffocata nei locali di via Po. È il Ministero della Pubblica Istruzione, attraverso la Soprintendenza alle Biblioteche, da decenni tardava a pronunziarsi. Ora s'è pronunziato e lieti, diamo la buona notizia. Lieti anche di sapere che la decisione fu sollecitata da un diretto altissimo interessamento, il più alto immaginabile oggi in Italia, che per tenace affetto mai s'allontana dagli interessi culturali e artistici di Torino, e che in questo caso sortirà duplice felice risultato: la Biblioteca adatta ai nostri studi e la restituzione a dignità della centralissima piazza. In questi giorni, infatti, per disposizione del ministro Ermini, hanno esaminato, in loco, il problema il prof. Giorgio Rosi, ispettore centrale della Direzione Antichità e Belle Arti, il prof. Mazzaracchio della Soprintendenza alle Biblioteche, la prof.ssa Bersano e il prof. Chierici, soprintendenti alle Biblioteche e ai Monumenti del Piemonte e vari altri autorevoli competenti; e riconosciuta l'area suaccennata idonea alla costruzione della Biblioteca anche la questione del muro è stata risolta. Ce ne dispiace per i cittadini indifferenti al caratteristico volto della loro città ansiosi anzi di farla somigliante ad un neonato sobborgo di Chicago o San Paolo, in nome del progresso e del dinamismo moderno; ce ne dispiace per il bellicoso nostro lettore che vorrebbe demolirlo « nottetempo ma il tanto vituperato muro rimarrà. L'ha difeso il soprintendente Chierici e a lui s'è unita con un pressante voto la Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, presieduta dal dott. Viale, osservando che, destinata la retrostante area a un pubblico edificio, questo «potrebbe assorbire la facciata esistente e conservare quindi un monumento che... manterrebbe in questo ambiente il volto della vecchia Torino, purtroppo già cancellato o alterato in altre parti della città». E poiché da torinesi e da giornali torinesi si son dette e scritte varie sciocchezze sul povero muro» definendolo anche «napoleonico», ricorderemo ch'esso è la facciata della distrutta grande scuderia e rimessa per carrozze dei principi di Carignano, costruita dal valente architetto torinese Filippo Castelli (c. 1740-c. 1820) intorno al penultimo decennio del Settecento, in un gusto cioè fra il declinante Barocco ed il sorgente Neoclassicismo: opera, quindi, di notevole pregio storico ed artistico. Sorgerà dunque in piazza Carlo Alberto la Biblioteca Nazionale di Torino; verso la piazza, imponente dignitosissimo prospetto, potrà esserne la fronte la stessa facciata del Castelli. E' un punto su cui insistiamo, attendendo che si pronunzi in merito — speriamo favorevolmente — il Consiglio Superiore di Antichità e Belle Arti: perchè, per la costruzione della Biblioteca e il definitivo assetto della piazza s'è riconosciuta l'opportunità di bandire un concorso nazionale, e non vorremmo che fra le maglie del bando scappasse fuori il pesciolino della possibilità di far a meno della facciata del Castelli, qualora il nuovo progetto riuscisse così bello da renderla superflua. Del resto, l'inserzione di un pregevole elemento antico in un edificio moderno, può suggerire come ci suggerisce un uomo che se ne intende, l’architetto Midana, ad un artista geniale una soluzione di gran gusto. Altro punti importante: il trasporto del Monumento a Carlo Alberto oggi sacrificato e fuori centro e a ridosso dell’ampliamento (1863) di Palazzo Carignano nella Piazzetta Reale anche per agevolare la circolazione. Chi bandirà il concorso ? La Direzione delle Belle Arti, o quella delle Biblioteche, o il Genio Civile? Chiunque sia, facciamo presto e il Ministero del Tesoro provveda allo stanziamento straordinario dei necessari 600 milioni: generoso una buona volta con Torino.

I lavori iniziano nel 1959. E infine molti anni dopo.....

La Stampa 16/10/1973 
Un gioiello la nuova biblioteca ma il personale è insufficiente. Ha riaperto dopo 16 anni la Nazionale. Un gioiello la nuova biblioteca ma il personale è insufficiente E' costata 3 miliardi - Cervello elettronico, posta pneumatica, tv a circuito chiuso, nastri trasportatori: è modernissima - Funzionerà soltanto per mezza giornata, perché l'organico è scarso.
Ha aperto ieri i battenti, dopo 16 anni, la nuova Biblioteca Nazionale di piazza Carlo Alberto. Alle 8,30 11 primo gruppo di «lettori» ha superato la superba facciata neoclassica di Filippo Castelli ed è entrato nelle modernissime sale in vetro, linoleum ed acciaio. Uno sviluppo complessivo di tremila e trecento metri quadrati, 56 sezioni fra sale di lettura e consultazione, saloni per congressi, auditorium, magazzini; una capacità di 1 milione e mezzo di volumi, facilmente portabile a 2; 17 stazioni di posta pneumatica, un cervello elettronico, telecamere a circuito chiuso in tutti i locali. Il costo complessivo è stato di 3 miliardi. «E pensare, commenta il direttore professor Stello Bassi, che nel '59, all'inizio dei lavori, erano stati concessi in tutto 2OO milioni». Da allora gli stanziamenti hanno consentito di dotare l'edificio di quanto di più moderno sia stato mal fatto in Italia in campo di biblioteche. La «storia» della biblioteca è rimasta legata per 250 anni a quella del Palazzo dell'Università di via Po. In quelle sale un po' polverose, su quel tavoli consunti, sono passate intere generazioni di intellettuali, ricercatori e studenti. «Era un ambiente direi quasi familiare, prosegue il professor Bassi, ma anche se carico di storia e ricordi, ha dovuto lasciare il passo ad uno stile più moderno». Che significa essenzialmente più efficienza, maggiore possibilità di consultazione, una funzionalità superiore in grado di garantire al «lettore» la possibilità di lavorare meglio, più in fretta e con strumenti all'altezza del tempi. Degli 850 mila volumi che costituiscono il patrimonio della Biblioteca Nazionale solo 30 mila sono rimasti nella vecchia sede di via Po. «Nelle prossime settimane, aggiunge il professor Bassi, anche questi saranno portati nel nuovo palazzo». L'edificio di piazza Carlo Alberto è costruito in un unico corpo che raggruppa i locali adibiti al deposito del libri, gli uffici degli impiegati, le sale riservate al pubblico. Questa compattezza architettonica consente, a differenza di quanto succede in altre biblioteche, di compiere agevolmente l'operazione di «trasporto» libri dal magazzino alle sale di lettura e consultazione. Dice il professor Bassi: «Nei prossimi mesi entrerà in funzione un ascensore a catena continua, un "paternoster", dotato di aperture in corrispondenza degli otto plani dell'edificio. Preleverà i libri e li depositerà in corrispondenza di nastri trasportatori. Dagli scaffali, quindi, al tavolo di lettura». Il patrimonio librarlo è custodito come in una banca. Oltre alle telecamere che aiutano il personale nel lavoro di controllo, esistono speciali avvisatori antifumo: basta accendere una sigaretta e squillano le sirene, mentre, nel quadro luminoso della sala controlli, s'accende una luce corrispondente alla sala dove è avvenuto il principio di incendio. Unico neo, la scarsezza di personale. Dice 11 professor Bassi: «L'organico dovrebbe essere composto da 92 persone, non arriviamo a 50». Per questa ragione a Torino non è possibile attuare l'orario continuato dalle 8,30 alle 19,30: «E' già un miracolo garantire l'apertura sino alle 14». Piazza Carlo Alberto: la nuova sede della dietro la facciata del 700.


venerdì 25 ottobre 2019

L'eterna tragica ripetizione dell storia umana... Omosessualità nella Ginevra del '500



(Targa apposta sul luogo dell'esecuzione di Tecia lungo le rive del Rodano)

Questa è la storia di Bartholomé Tecia, nato nel 1550, studente piemontese che muore nel 1566, in tragiche circostanze,  nella Ginevra della Riforma.
A 15 anni, accusato di sodomia, dopo un regolare processo viene condannato alla pena capitale dopo essere stato sottoposto a tortura. Nello stesso periodo, la seconda metà del ‘500, altre  persone subirono la stessa sorte per lo stesso reato: nei casi peggiori la pena prevista era l'annegamento. La stessa pena era applicata per chi si era reso colpevole di infanticidio, di adulterio, di violenza su minori o incesto. Il clima che si respira a Ginevra in quel tempo era permeato da un rigido controllo morale e sociale che sfociava spesso in una grande severità verso crimini riconosciuti come originati da comportamenti devianti. L'indipendenza del cantone ottenuta nel 1525 e l'adesione alla Riforma del 1536 aveva favorito l'arrivo in città di rifugiati dalle persecuzioni religiose italiane e francesi. I fragili equilibri sociali dovevano essere mantenuti con ogni mezzo. Ginevra, città modello, attira molti giovani inviati dalle loro famiglie per studiare teologia presso l'Accademia e il Collegio, istituzioni create nel 1559. Si tratta di famiglie valdesi cui in patria era vietato la frequenza a scuola per via della loro conversione al protestantesimo. Queste due istituzioni riunivano più di 2000 studenti, numero non indifferente tenuto conto del numero di abitanti di Ginevra, circa 15mila. Provenienti dall'Italia, dalla Germania, da altre città svizzere e da varie regioni della Francia, questi studenti a volte hanno solo il latino come lingua comune. Non tutti sono ricchi e alcuni sostengono i loro bisogni attraverso borse di studio concesse e gestite da istituzioni della città. In generale, sono ospitati da residenti in città o in famiglie di insegnanti.



Bartolomeo Tecia, originario del villaggio di Villar Pellice, situato nella valle che vide svilupparsi una florida comunità valdese, nel 1566, è un giovane scolaro presso il Collegio di Ginevra. Alloggia con Théodore Agrippa d'Aubigné. Il 28 maggio, Théodore Agrippa ed Emery Garnier, entrambi di 15 anni provenienti dalla Guascogna, presentano una denuncia contro Bartolomeo. Per questo motivo tutti e 3vengono imprigionati e interrogati per chiarire i fatti. Nella denuncia è riportato che tre mesi prima, Bartolomeo sdraiato nello stesso letto, una promiscuità non insolita nel sedicesimo secolo per gli studenti che condividevano la stessa casa, aveva ripetutamente proposto a Teodoro Aggripa Aubigné di fare sesso con lui. Il caso avrebbe potuto non avere nessun seguito. Ma sette giorni prima, Emery Garnier riferisce ai suoi compagni di classe che durante una sessione di studio congiunta, mentre erano parzialmente spogliati, Bartolomeo lo avrebbe incoraggiato con gesti e discorsi a fare sesso con lui. Ci si può chiedere quanto rispondano a verità queste accuse. Non c'è modo di saperlo. Tuttavia, queste accuse portano all'apertura di un'indagine contro Bartolomeo accusato di voler commettere un "crimine di sodomia" contro i suoi compagni.
Il revisore interroga più volte Bartolomeo. La ripetizione ossessionante delle stesse domande è singolare. Tuttavia fa parte della procedura cercare di ottenere la confessione più completa e dettagliata possibile. Come la stregoneria o l'eresia, il "crimine di sodomia" viola la "legge divina" dettata dall'Antico Testamento: la punizione divina che è caduta sulle città di Sodoma e Gomorra viene ricordata più volte. Il fatto che Bartolomeo Tecia sia stato informato di questi divieti e dei rischi della rabbia divina sostenuta dalla città aggrava il suo caso.

Alla fine, il 31 maggio, i documenti della procedura vengono consegnati ai giudici affinché pronuncino la loro sentenza. I giudici sono magistrati e hanno una conoscenza limitata della legge. Anche in caso di un crimine che "merita" la pena di morte, chiedono la consulenza legale di un avvocato. Nel caso di Bartolomeo Tecia, il giurista Germain Colladon propone di sottoporre gli accusati a tortura ritenendo che l '"abominevole crimine di sodomia" meriti una punizione esemplare.

Il 4 giugno, i magistrati scelgono di interrogare Bartolomeo un'ultima volta sottoponendolo alla tortura. Durante questo interrogatorio finale, Bartolomeo confessa tutto ciò che gli viene suggerito: ha cercato di fare sesso con Agrippa d'Aubigné e Garnier, e se questi compagni avessero accettato avrebbe persistito nel suo vizio e fatto sesso con uomini e ragazzi della sua età. E’ la fine per il ragazzo. Il 10 giugno 1566, in possesso della confessione del giovane rafforzata dalla testimonianza dei suoi compagni, i giudici lo condannarono a morte. La sentenza viene pronunciata a nome dei dodici membri attuali del Piccolo Consiglio, composto da 25 consiglieri  nominati a vita dal Consiglio Generale dell’insieme dei cittadini della città.  

Condanniamo Barthélemy Tecia ad essere legato, portato in via della Corraterie, sul fiume Rodano, e lì annegato. E così finiranno i tuoi giorni, un esempio per chi volesse commettere simili azioni.
Esistono poche testimonianze dell’esecuzione: il detenuto era raggomitolato, legato ai polsi e alle caviglie, poi gettato da una barca e tenuto sott'acqua fino alla morte. Il pubblico, radunato sulla riva e su altre barche,  assisteva allo spettacolo. Il corpo veniva quindi riportato a terra e trascinato al luogo di sepoltura.

Periodo storico.

Il sedicesimo secolo in Europa è un'era di violenza e grandi conflitti. Le guerre di religione (1562-1598) e le divergenze politiche tra i diversi stati hanno ripercussioni sul commercio. Povertà ed epidemie di peste causano un clima di insicurezza nelle città e sulle strade. In una società soggetta a tensioni religiose, politiche o economiche, i rapporti umani diventano più difficili e lo stato, sia esso una monarchia o una repubblica, consolida la sua autorità punendo i criminali più duramente. Bruciare, spingere, decapitare, annegare, la diversità delle torture testimonia una pratica giudiziaria che si affida allo spettacolo del dolore per cercare di arginare il crimine. Gli omicidi, le rapine, la violenza e in particolare gli attacchi alla morale familiare e sessuale sono perseguiti molto severamente. D'altra parte, in un paese cattolico o riformato, la società è profondamente legata al cristianesimo e la comunità dei cittadini è una comunità di credenti. Pertanto, nonostante la distribuzione della giustizia e del controllo sociale tra giurisdizioni secolari ed ecclesiastiche, a volte sembra difficile separare laici e religiosi come mostrano le circostanze e gli argomenti di giudici e giuristi nel caso di Bartolomeo Tecia.
A Ginevra, dalla stesura delle ordinanze ecclesiastiche di John Calvin, i membri del Concistoro esercitano la "disciplina" ecclesiastica che rappresenta una forma di controllo morale sulla popolazione. Il Concistoro è particolarmente attivo dal 1550. Sorveglia, rimprovera e sanziona ogni comportamento che considera riformabile.
Tuttavia, l'autorità del Concistoro ha i suoi limiti istituiti dallo stesso Calvino. Alcuni crimini vanno oltre la redenzione offerta dalla Chiesa. Qualsiasi atto che danneggi Dio o la comunità degli abitanti (crimine di lesa maestà, omicidio, furto, violenza, adulterio, sodomia ecc.) è soggetto alla pena capitale. Gli accusati vengono quindi restituiti all'autorità civile detenuta dai magistrati del Petit Conseil.

Il crimine di sodomia

Di fronte a un simile caso giudiziario, l'uomo del 21° secolo può solo chiedersi le ragioni della severità verso il crimine di sodomia per il quale i giudici perseguono Bartolomeo Tecia.

Giuristi e magistrati usano il nome sodomia derivato dal latino medievale mentre la popolazione usa più spesso la parola "bougrerie". Il termine "bugger", la distorsione della parola "bulgaro" o "Bogomil" si riferisce ai membri di un movimento eretico del Medioevo i cui credenti erano spesso accusati di omosessualità. "Sodomia" o "bougrerie" si riferisce alle relazioni sessuali tra due persone dello stesso sesso, maschio o femmina ma anche qualsiasi atto sessuale non procreativo, considerato "innaturale", come la masturbazione, il sesso orale e in alcuni casi di esseri umani con animali.
Se si tratta di sesso tra due persone dello stesso sesso, a seconda dell'età dei protagonisti, valutare la gravità del crimine è un grosso problema per i magistrati. In effetti, se l’atto sessuale di uomini o donne adulti con bambini è severamente punito, così come il rapporto tra due adulti consenzienti, non esiste un'età legale per fare sesso. I giuristi e i teologi del tempo definirono tre fasi dello sviluppo sessuale. Per loro, l'infanzia rappresenta un'età di immaturità psicologica e fisica, durante la quale non vi è né attività sessuale né comprensione dell'atto sessuale. Da adolescente, la persona è fisicamente matura per fare sesso, ma non ha necessariamente la capacità di giudicare e comprendere la gravità delle sue azioni. D'altra parte, l'adulto è considerato fisicamente e psicologicamente idoneo a fare sesso. Alla luce di questi principi, per gli avvocati e i teologi, se i bambini sono vittime e gli adulti colpevoli di rapporti sessuali tra due individui dello stesso sesso, quando si tratta di adolescenti, le circostanze devono essere prese in considerazione caso per caso e incidere sul grado di colpa dell'accusato.
Nel caso di Bartolomeo Tecia, la sua giovinezza avrebbe potuto essere una circostanza attenuante agli occhi dei giudici, ma durante gli interrogatori, commette l’”errore” di conoscere la gravità e la portata criminale dei suoi atti. 

(liberamente tratto da
 Sonia Vernhes  Rappaz LA NOYADE JUDICIAIRE DANS LA RÉPUBLIQUE DE GENÈVE (1558-1619) Crime, Histoire et Sociétés Vol. 13 n°1 2009 

Conclusioni

Non è facile a distanza di secoli, entrare nel merito della vicenda. Ci sono molti punti oscuri che impediscono allo storico che pure si impegni con serietà nello studio delle carte processuali, di giungere a conclusioni inoppugnabili. I due accusatori vengono arrestati prima che il reo sia formalmente imputato. Le loro deposizioni, di certo, sono rese  sotto pressioni psicologiche notevoli: ne va della loro stessa libertà e integrità fisica.  Secondo le leggi del tempo chi subisce l’atto contro natura viene risparmiato, contrariamente a chi lo esegue materialmente. E’ chiaro che riferendo di essere stati molestati da Bartolomeo i due salvano la propria vita.




mercoledì 31 luglio 2019

La storia di Riccardo Gualino. I suoi figli. Aspetti minori di una legittima curiosità.


Una mostra per raccontare un grande collezionista e la sua storia straordinaria: I mondi di Riccardo Gualino collezionista e imprenditore nelle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino.
Mostra molto bella, esaustiva... una sola visita è insufficiente per capire la complessità del personaggio e il periodo storico in cui muove i suoi passi di imprenditore illuminato...
Spinto dalla curiosità, mi son procurato anche il recente testo di Caponetti che, in forma romanzata, basandosi però su una puntigliosa ricerca su documenti reali, traccia un compendio della vita di Gualino: Il Grande Gualino Ed. UTET, 2018 pag.448  (https://www.utetlibri.it/libri/il-grande-gualino/)

Però... C'è un semplice "però" che mi lascia insoddisfatto. Sia nella mostra di Palazzo Chiablese che nel libro di Caponetti, nulla o quasi viene detto della famiglia del grande biellese. C'è abbondantemente riportata la dimensione sociale e mondana in cui i due (Riccardo e Cesarina) si muovevano. Ci sono le corpose amicizie, le relazioni infinite col mondo della cultura, dell'industria e della politica, che attraversano buona parte del secolo. Ma della dimensione intima familiare della coppia non c'è nulla. I Gualino hanno due figli. Di loro non sappiamo pressochè nulla. Qua e là si legge che ambedue avevano problemi di salute, per il resto è quasi impossibile sapere la data di morte e le vicende che costituiscono la loro esistenza. Nella lettera testamento redatta da Riccardo per la moglie Cesarina, negli ultimisssimi tempi della sua vita, si accenna a Lili (la secondogenita) e della signorina che l'assiste. Sono riportati in maniera puntigliosa i costi relativi alle spese di sostentamento di Lili come  pure i consigli per ottenere un risparmio sulle spese stesse. Tenendo conto dell'altissimo tenore di vita cui era abituata la consorte del nostro personaggio e della evidente leggerezzza con cui la stessa diede fondo a tutti i suoi averi, non stupisce il tenore notarle con cui questo interessante documento venne redatto. Un altro accenno si trova nella testimonianza di una serata a teatro di Sion Segre Aimar ne le Sette storie del Numero 1 (1979): “Nel primo ordine, quasi in centro, il palco dei Gualino.... Sul davanti, appoggiata al davanzale la figlia cieca. Non mancava mai, neppure ai balletti dei Salharoff, o all’Abima, dove tutto era mimica”. A pagina 203 del libro di Caponetti si legge un altro stralcio illuminante di quella che era il ménage della famiglia: "...mai un attimo di tregua, di vita normale; non c'era spazio, non c'era tempo non c'era modo di vivere un sereno rapporto famigliare e coniugale. Forse non ce n'era neanche voglia" Dopo varie ricerche trovo il pregevole sito http://www.teatroestoria.it/materiali/Il_caso_GUALINO.pdf in cui si possono desumere le date di nascita di Lili (1908) e del secondogenito Renato nel 1912. Viene confermata la cecità della primogenita già alla nascita. 
Dicevo della piacevole scorrevolezza che si avverte nelle lettura del libro di Caponetti. Infastidisce d'altro canto il taglio agiografico dato al personaggio, che in quella perfezione di carattere, nella mancanza apparente di debolezze appare a tratti molto poco credibile avvolto com'è in quella realtà romanzata su cui l'Autore ha costruito tutto il progetto biografico.

martedì 4 settembre 2018

Volete andare in Albania? Consigli solo pratici. Il resto lo trovate su qualsiasi Guida......

Una vacanza in Albania può essere concepita anche con il proprio mezzo di locomozione, unica avvertenza stipulare una assicurazione RCA in entrata dato che la nostra carta verde non copre il territorio albanese: costo 49 euro (estate 2018). Le formalità sono minime, si può chiedere al doganiere di confine. La registrazione alla frontiera in entrata e in uscita è a volte lunghetta. Abituati ormai alla scomparsa delle frontiere europee che i nostri politici attuali con le loro dissennate velleità autarchiche vorrebbero reintrodurre con l'uscita dall'Euro, ci sembrerà noiosa lungaggine tutto il battere dati sul computer e la scannerizzazione della carta di identità. L'assicurazione è comunque consigliabile tenuto conto di come si guida in Albania, tra biciclette che zigzaggano in ogni senso spesso contromano, pedoni che attraversano al di fuori di strisce pedonali, il tutto comunque con tranquillità senza strombettii di clacson o proteste. C'è da dire che in una settimana non ho mai visto un incidente neanche minimo. La benzina costa come il diesel in genere 174 lek ovvero circa 1,40 euro. Una cosa che salta all'occhio è il numero impressionante di distributori lungo le strade, impossibile restare a secco qui. Le strade. Sulla questione fondo stradale la qualità complessiva non è male, molte eccezioni inaspettate e imprevedibili sono rappresentate da statali con buche spaventose e banchine impercorribili con medie sui 20/30 km ora. Per esempio la statale  che collega Berat ad Argirocastro prima di Fier è una di queste… Le distanze in Albania vanno calcolate usando costantemente Google Maps. Buona norma è a casa col Wifi scaricare le mappe dell'area che si potranno utilizzare offline comodamente. Scopriremo così spesso che 150 Km, qui, si percorrono in due ore e mezza   se non di più….. Le superstrade sono comunque rare:  anche su queste è bene guidare con prudenza perché non sarà raro vedere pedoni che con masserizie le percorrono ai lati o motociclisti (rigorosamente senza casco) in contromano, anche se ai bordi…. Come si legge sulle guide e sul web, a stupire è la gentilezza delle persone che si fanno in quattro per darvi una mano o un consiglio, disinteressato, in caso di bisogno. Pochissimi i questuanti per strada, moltissimi i rivenditori di piccole cose dagli alimentari, ai vestiti usati o alle piccole e povere cose.
Mangiare in Albania non è un problema: cucina a base di carne e spesso anche pesce, con influenza di vario genere dal greco al medio orientale. Cucina saporita proposta a prezzi per noi italiani molto conveniente. Vi capiterà spesso di cenare con meno di 20 euro in due. Viaggiare in Albania è rilassante anche perché ci si può concedere una pausa di relax (birra, cappuccino, un semplice espresso tra l'altro ottimo) con pochissima spesa tranquillamente seduti al bar. In Albania i bar, caffè, a volte strutturati in modo semplicissimo, sono numerosissimi e sempre hanno qualche avventore seduto. I negozietti di frutta e verdure sono molto economici, vale la pena di acquistare con poco delle ottime pesche, uva, pere sempre molto saporite.
Un'altra fonte di stupore, questa un po' meno positiva è l'alto tasso di randagismo canino nelle città e nelle campagne. Raramente in branchi, queste povere bestie (a volte non è raro trovarle morte ai lati delle strade, investiti da auto) si aggirano o riposano all'ombra sempre con una penosa aria di rassegnata consapevolezza. Non sono comunque pericolosi, mai. Quasi tutte le notti dalle camere d'albergo dove dormivo, il sonno era preceduto dall'abbaiare lontano di qualche cane, anche nella capitale
La mia prima impressione, entrando nel paese dal Nord non è stata entusiastica. Case senza intonaco, spesso ad un solo piano con i pilastri di cemento armato in bella vista, di progetti mai portati a termine. Spesso si incontrano in campagna come in città case in rovina con tetti crollati e muri pericolanti. Il concetto di sicurezza qui nel paese non è quello in vigore (talora persino eccesivo, va detto….) da noi. In aree museali storiche (castelli, cittadelle ecc) è facile vedere baratri non protetti e mura su precipizi privi di qualsiasi protezione. Il buon senso (virtù talora poco conosciuta nei cosiddetti paesi civili) qui è indispensabile. Passati i primi momenti, però poi ci si abitua gradualmente al diffuso degrado, alle macerie in bella vista, all'immondizia sparsa ovunque, alla polvere e ad altre cose non piacevoli per il turista. Nella capitale, a Tirana si vedono grandi sforzi per dare dignità al paesaggio. Il lavoro del sindaco socialista Edi Rama è stato negli anni notevole e la sua lotta alla corruzione, alla sfacciata inettitudine di molti suoi feroci oppositori politici è encomiabile.
Una delle cose che più mi hanno colpito lungo le strade è il numero impressionante (non decine ma centinaia) di cippi funerari che ricordano persone decedute in incidenti: tempietti, lapidi in marmo con o senza fiori, spesso di gusto pessimo, molte in curva o nei tratti montani dove l'assenza di validi parapetti rende un incidente quasi di sicuro mortale. Pare che la mancanza di una vera educazione stradale sia alla base di comportamenti scriteriati: la patente viene rilasciata, mi si diceva, con estrema facilità per di più da persone non competenti né abilitate.


 Dormire costa poco, se si vogliono standard europei bisogna però preventivare una doppia a non meno di 60/70 euro. Per chi non ha grandi esigenze (personalmente per esempio non ho grandi pretese culinarie ma devo soggiornare in hotel sempre confortevoli e puliti) abbondano le sistemazioni super economiche a poche decine di euro a notte. Bookimg com è da anni il mio punto di riferimento nella scelta.
Mi sembra di avere detto tutto. Gli euro sono quasi sempre graditi ma conviene di certo prelevare dai diffusi ATM col Bancomat. I sistemi VISA e MASTERCARD sono presenti su tutto il territorio. Ricordate però che spesso non è possibile usare la carta di credito. In alcuni hotel una percentuale aggiuntiva al conto sui 3-4% viene addebitata per la copertura delle spese. Rassegniamoci, fino a che il sistema assurdo delle banche di far pagare l'uso della carta non sarà calmierato, è legittimo non rimetterci da parte dei commercianti.
La lingua. L'italiano è diffuso ma non come si legge sul web. L'inglese comunque toglie ogni problema.
Quindi buon viaggio. Non partite aspettandovi meraviglie ad ogni angolo. L'Albania è bella, non meravigliosa come si vuol, far credere! E' un paese che si sforza di crescere in modo onesto, con ancora molti problemi da risolvere, il tenore di vita non è dei migliori, si vive con una media di 250 euro pro capite e le spese quotidiane per i servizi non sono bassissime. Corruzione e malavita sono ancora un aspetto critico della società albanese...

venerdì 15 giugno 2018

Marcel Proust, una passione.

La mia passione per Proust nacque al liceo quando il professore di italiano istituì una piccola biblioteca di classe. Era il 1965. Non era la prima volta che accadeva, già alle elementari una iniziativa simile mi aveva avvicinato a 20 mila leghe sotto i mari e agli altri piccoli capolavori per l'infanzia... La sostanza era identica, a cambiare solo i titoli... Tra i vari libri mi colpì una copertina che raffigurava una teiera con dei biscotti disposti in bella mostra su un vassoio. Non sapevo ancora che l'immagine non era propriamente fedele al testo... al posto della famosa madeleine c'erano infatti dei petit fours alla mandorla...
Folgorato da quel primo volume mi procurai i restanti nell'edizione classica Einaudi del 1946. Se la Strada di Swann aveva come traduttrice la Ginzburg, la successiva traduzione di Raboni del 1983 mi sembrò molto più simile nella musicalità al periodare proustiano. Il difetto dei volumi Einaudi risiedeva nella molteplicità dei traduttori (ogni volume un traduttore diverso) e nel fatto che risentiva degli anni trascorsi (ormai 60!): la lingua e le parole mutano.


Il mio amore profondo per il testo proustiano mi ha portato poi a comperare l'edizione Gallimard della  Recherche, che confesso di non avere letta per intero, ma a spizzichi, un po' come penso si può leggere un test biblico o come, più modestamente, un livre de chevet. Non ho mai avuto difficoltà ad affrontare il periodare di Proust e questo mi ha permesso di assaporare pagine memorabili che in italiano perdono fatalmente (e incolpevolmente) l'essenza intima della loro musicalità. Negli anni, soprattutto nel decennio 1980/90, ho arricchito costantemente la mia biblioteca proustiana con saggi e biografie che spaziano dagli anni '20 agli anni recenti. A volte con temi particolari (Proust e la musica, Proust e la pittura, Proust e l'architettura), a volte testi squisitamente linguistici, a volte rivisitazioni di biografie. Anche qui la lettura non è stata condotta razionalmente e in profondità: a parte il piacere feticistico del rinvenimento di una edizione ghiotta (come quella autografa di Robert de Billy del 1930) a volte mi è stato sufficiente lo sfogliare qua e là un testo cogliendo un particolare interessante e cedendo magari le armi di fronte alle difficoltà di analisi troppo specialistiche. Alcuni testi poi mi son risultati ostici al punto che a fine volume non avrei saputo dire cosa l'Autore avesse voluto dire. Non ho coltivato questa passione in maniera costante, per anni i volumi (una settantina circa) sono stati lì, confinati in un settore dedicato della libreria, spolverati, osservati ma non più aperti. Ultimamente, ho per caso preso in consultazione in biblioteca il Proust in love di Carter che tratta l'aspetto della sessualità dell'autore. Di sicuro per omogeneità e trattazione è il saggio sull'argomento più esaustivo. Ad ogni buon conto ho acquistato su Amazon il Marcel Proust: Du coté de la médecine di Soupault del '67... che leggerò per avere un confronto, anche se penso che quest'ultimo sia più circoscritto agli aspetti della malattia che afflisse per tutta la vita Marcel, l'asma. Di sicuro il nostro sguardo disincantato, unito all'evoluzione della medicina, ci consente oggi di sorridere ai tentativi ingenui di classificare l'asma che affliggeva Proust. A fine '800 essa era considerata una "nevrosi consistente in crisi di dispnea spasmodica, spesso accompagnata da turbe vaso-secretorie delle mucose delle vie aeree"
A Proust non sarebbe piaciuto ma in fondo Saint Beuve aveva ragione: la creazione letteraria di un artista affonda nel suo quotidiano ed ha nella "biografia" la sua ragion di essere. E' noto che Proust, calato in un contesto familiare (e sociale) molto tradizionale, ha cercato in ogni modo di celare la sua omosessualità. In un gioco di buone maniere e di profonda ipocrisia, ha sempre difeso con massima convinzione (anche con un duello portato a compimento ed altri minacciati) la sua ostentata normalità, salvo poi trasfondere nella Recherche tutto quanto la sua vera natura reclamava a gran voce. E' certo che sia la madre che il padre, e quindi anche il fratello Robert, fossero al corrente di questa inaccettabile anomalia, ma di ciò, scavando nella biografia di Marcel, è dato molto poco di cogliere, al più sussurri per le preoccupate e rassegnate confidenze che Adrien a volte, sia pur molto parsimoniosamente, lasciava trapelare ad amici intimi (Foschini, Il cappotto di Proust, 2010, pag.27). Tutta Parigi sapeva, eccetto lui, verrebbe da dire....La cognata di Marcel ha la responsabilità di aver bruciato e distrutto alla morte del fratello di Proust, Robert molti documenti che potevano compromettere l'onorabilità della famiglia. Molto presto Proust si adeguò alla sua natura, senza drammi se non quelli della rispettabilità di fronte alla società. Con sensibilità e intelligenza aveva velocemente capito che nessuno era disposto ad ammettere il desiderio omofilo una naturale variante della sessualità umana. Nelle lettere, come quella del maggio 1888 a Halévy, poteva però scrivere: "Et je ne sais pas pourquoi leur amour est plus malpropre que l'amour habituel". L'ambiguità della sua posizione non sfugge però nella cerchia delle sue amicizie più periferiche agli occhi attenti e bacchettoni di Jeanne Caillavet, moglie dell'amico Gaston: "E' un peccato - scrive lei nel suo diario del 1896 - che frequenti degli amici dalla fama così esecrabile. C'è del vero in quel che si mormora...". Proust comunque non si asterrà dal fingere una infatuazione per l'algida Jeanne, sostenendo di non poter accettare gli inviti di lei e marito per via del sentimento che prova.....Come sostiene Tadié, "bella non è" ma ha un carattere allegro. I rapporti tra Jeanne e Marcel si deteriorano col tempo, perfino la prematura morte del marito Gaston piuttosto geloso, non migliora i loro rapporti. Jeanne si nega, i ripetuti tentativi di Marcel di riannodare l'amicizia sono vani. Solo dopo la morte dello scrittore Jeanne con un intento unicamente commerciale, idealizzerà il loro rapporto.
Ritornando a Sainte Beuve possiamo concludere che se da una parte l'elemento esistenziale biografico non può spiegare da solo la complessità e l'essenza profonda di una opera d'arte letteraria, dall'altra essa permette di spiegare moltissime cose.
La bibliografia su Proust in poco meno di 100 anni è diventata sterminata. Si è grattato il fondo del barile resuscitando scritti come quello di René Peter, esili e di lettura non agevole, si sono scritte eccellenti biografie ogni volta "definitive" (G. Painter, G. de Diesbach), si è addirittura preso a prestito il nome di Proust per imbastire romanzi polizieschi o comunque di fantasia con risultati quasi sempre deludenti (Cortesi 2014, Leprince 2016)

Proust non fu mai una persona semplice. Il vasto epistolario con il suo consulente finanziario Hauser, offre una interessante prospettiva di giudizio sulla persona al di fuori del ruolo di letterato. Esistono molte lettere che Lionel Hauser, nel primo dopoguerra indirizza al nostro autore che svelano quelli che sono i difetti di Marcel e la loro ricaduta sul suo patrimonio. Si tratta di un robusto carteggio sulla testardaggine di Marcel nel voler fare investimenti di testa sua. Una lettera in articolare è molto significativa perchè confeziona, in una sintesi geniale, un ritratto umano di cruda realtà che nessuno degli intimi dello scrittore,  ebbe mai a scrivere.
"Sei circondato da persone dolci e comprensive che ti trattano come tu vuoi essere trattato. Il tuo mondo irreale viene confuso con quello reale in cui vivono persone reali. Sei rimasto il bambino che non ammette di essere sgridato quando è stato disobbediente. Hai quindi eliminato dalle tue amicizie tutti quelli che insensibili alle tue tenerezze avevano il coraggio di redarguirti. Sono ben contento di lasciarti sprofondare anima e corpo nell'Assoluto ma non prima di aver risanato i tuoi disavanzi economici." 
La sostanza è giusta ma il tono "brutale e diretto" che Hauser usa non può non ferire Proust che in effetti si chiude a riccio di fronte a queste contestazioni e risponde con ulteriori lamentele. Il saggio Hauser conclude "Mi hai fatto capire che preferisci le carezze ai pugni, ma ci sono circostanze nella vita in cui la dolcezza porta a conseguenze nefaste". Ma Proust è un essere complesso, Lionel Hauser tra l'altro non sarà mai messo al corrente della reale consistenza del patrimonio complessivo dello scrittore (terreni, diritti d'autore degli scritti del padre ecc ecc) riuscirà comunque a mettere ordine nelle finanze e a lasciare, alla morte dello scrittore nel '22 più di 4 milioni di franchi di valori. Per la gioia degli eredi.
Un altro interlocutore privilegiato di Proust fu il suo editore Gaston Gallimard subentrato, a cavallo della guerra. a Grasset che per primo aveva pubblicato Du coté de chez Swann. Gallimard diventa in breve il capro espiatorio di ritardi, di errori tipografici, di una distribuzione non perfetta dei libri  insomma di tutto ciò che poteva rendere Proust scontento o addirittura furioso. Il metodo di lavoro del nostro non era un modello di efficienza: la continua rielaborazione dei testi, con correzioni, cancellature, ripensamenti il tutto complicato dall'ostinazione dello scrivere a mano su foglietti volanti, non aiutava certamente i tipografi a svolgere correttamente il loro lavoro. Di qui contestazioni, lamentele, recriminazioni se non a volte aperte minacce da parte di Marcel. Gallimard, da buon imprenditore, sopportò sempre con fermezza le conseguenza di questo imbarazzante rapporto perché capiva l'importanza della materia che aveva tra le mani.
La corrispondenza di Proust, racchiusa in varie decine di tomi (e si noti che essa è solo una parte dell'immenso epistolario in parte andato disperso in parte sepolto e inviolabile) rappresenta un ideale contraltare della sua meravigliosa opera, con un importante distinguo. Se la Recherche rappresenta un capolavoro della letteratura mondiale, le lettere sono al contrario un mostruoso coacervo di banalità, di lodi sperticate a personaggi indegni della più elementare considerazione, di falsità ripetute volte a ingraziarsi mediocri figure della mondanità parigina a cavallo dei due secoli... Se da una parte l'epistolario è servito ai critici ed esegeti proustiani per approfondire la comprensione e la genesi di alcune parti della Recherche, dall'altra (cosa che a Proust avrebbe fatto orrore) ha rivelato la meschinità che può celarsi nelle menti del genio. Cose risapute ma che fanno sempre un certo effetto a chi ha amato incondizionatamente un libro e il suo autore.
La testardaggine di Proust nel voler gestire la sua salute accelerò di sicuro la sua morte prematura, poco dopo il 51esimo anno di vita. E' in parte vero che la medicina di inizio '900 non offriva grandi risorse nella cura di patologie complesse come lo stato asmatico. Oltre al classico salasso e le iniezioni di canfora, per non parlare di fumigazioni varie, peraltro molto abusate da  parte di Proust, la terapia era praticamente  inesistente. Al di là di una comprensibile diffidenza verso la scienza medica, Proust ad accelerare la morte, ci mise del suo in maniera quasi consapevole e rassegnata. La morte fu in sostanza determinata da una progressiva denutrizione, dall'eccessivo utilizzo di sostanze stimolanti e sedative (adrenalina, veronal, morfina e soprattutto caffeina) che predisposero il suo organismo a soccombere ad una banale bronchite evoluta in polmonite. Ma la malattia (scoppiata in tutta la sua drammaticità fin dai nove anni di età) costituì anche per Proust un'arma formidabile per piegare alla sua volontà tutti i familiari e gli amici, attraverso una rigida imposizione di orari, riti, capricci e fobie. Fu attraverso la ostentazione continua del suo stato di "malato" e della conseguente sofferenza, che a Proust fu permesso di porsi al di fuori di ogni condizionamento sociale. Sono note a tutti le sue visite notturne, non annunciate ad amici e conoscenti, i suoi abbigliamenti eccentrici (sovrapposizione maniacale di abiti e sciarpe con lo scopo di ripararsi dal freddo, suo nemico mortale). 
Cinquant'anni di frequentazioni intermittenti, in sostanza più colpevolmente rivolte alla umana figura dell'autore che non alla sua opera, mi hanno rivelato una persona complessa, insopportabilmente nevrotica. La scena che viene riportata in una lettera (Kolb, corrispondenza , Tomo II, pag 96) a Laure Hayman in occasione della morte dello zio Louis Weil, non può non impressionare il lettore odierno. "Quando il ciclista ebbe raggiunto con la vostra corona, la sepoltura senza fiori come dalle volontà del defunto,, quando ho saputo che erano da parte vostra, sono scoppiato in singhiozzi, meno per il dolore che per l'ammirazione. Avrei sperato tanto voi foste al cimitero per cadere nelle vostre braccia...". Già. Che la bella Laure fosse la demi-mondaine (la mantenuta) del caro defunto è un particolare secondario: l'ipocrisia proustiana va considerata nel periodo storico in cui si espresse. Si potrebbero citare tante altre debolezze del buon Marcel, come la gelosia corrosiva, patologica che riuscì a sviluppare per Reynaldo Hahn fino alla fine del loro rapporto, quando all'orizzonte si profilava già il più malleabile Lucien Daudet. Con questi Marcel condivideva  l'esasperata sensibilità che poteva sfociare in pianti isterici come in ridondanti esternazioni di amorevole partecipazione.  Insomma umanamente Proust era, secondo i nostri odierni giudizi, persona di insopportabile umanità. Considerazione e giudizio purtroppo inevitabile per chi come me, in modo talora eccessivo (e morboso) ha voluto scavare nell'immenso materiale biografico che nei decenni, è stato pubblicato, analizzato e commentato su di un autore che voleva invece essere solo giudicato per ciò che aveva scritto.
Nel 1902 Proust ha 30 anni eppure il suo comportamento in amore è ancora quello di un adolescente in preda a sconcertanti atteggiamenti. Lo dimostra nella sua relazione con Bertrand de Fenelon che gli viene presentato dall'amico Antoine Bibesco. Tutte le sue energie per mesi e mesi vengono convogliate nel tentativo di circuire il bel Fenelon (magro, distinto dai bellissimi yeux bleu) che però non sembra dimostrare un pari interesse. la corrispondenza con Bibesco diventa quotidiana, le lettere vertono instancabilmente sulla richiesta di consigli sulla strategia amorosa da seguire, sulla segretezza assoluta che esse devono avere (in ciò Bibesco si dimostrerà piuttosto infido e le lamentele di Marcel saranno ripetute). Le infatuazioni di Proust, per quanto profonde, hanno la caratteristica di finire bruscamente e così è dopo anni per Bertrand. Lui morirà sul fronte nel 1914 nella Grande Guerra. 
Una citazione a parte merita un libricino di un autore polacco Jòzef Czapski, che raccolse una serie di conferenze tenute in un campo di concentramento sovietico ad altri ufficiali dell'armata polacca rinchiusi  a Grjazovec nell'inverno 1940-41. Senza nessun riferimento cartaceo l'autore basandosi sul filo della memoria delle sue letture traccia un interessante analisi della Recherche con numerose digressioni sulla personalità e vicenda umana di Marcel Proust. Son poco meno di 100 pagine ma intense e di grande chiarezza. Un piccolo tesoro davvero.
La singolarità di questo autore risiede nel fatto che se da un canto ha scritto un'opera non certo facilmente fruibile nella sua monumentale complessità, dall'altro in un tempo relativamente breve essa è diventata una dei testi più importanti della letteratura mondiale. Se l'Italia ha un Dante, la Germania un Goethe, l'Inghilterra uno Shakespeare allora la Francia può annoverare un Proust senza tema di smentite. Basterebbe per suffragare l'affermazione andare a spulciare la sterminata bibliografia su Proust che supera di gran lunga quella per esempio su Napoleone.
Ma ciò che più colpisce l'osservatore attento è come Proust abbia in sostanza cambiato il nostro modo di percepire la realtà e di vedere il mondo sensibile che ci circonda. Impossibile ormai dissociare da questo autore i concetti di Tempo, Ricordo, Gelosia o Amore in generale. Pochi altri titani della letteratura mondiale sono riusciti ad entrare così profondamente nelle nostre sensazioni da mutare nelle fibre più intime il nostro sentire.
Proust non è uno scrittore facile. Il 90% di chi si accosta, magari diffidente, alla sua opera non va oltre il primo volume della Recherche, Un amore di Swann,  che per il tema trattato e per lo stile è uno di quelli più accattivanti. Ma si tratta comunque di una lettura "faticosa" per la lunghezza dei periodi, che spesso portano il lettore a perdersi letteralmente tra le decine di coordinate/subordinate che il nostro utilizza per sviscerare il suo pensiero, con la minuzia e cura che sono propri solo di un anatomo patologo intento ad eseguire una autopsia.
E' ora di spendere qualche parola sulla sconfinata corrispondenza di Proust. Negli ultimi mesi di vita, Marcel si rende conto di aver scritto troppo. Con grande preveggenza sa che poco dopo la sua morte, che sente imminente, qualcuno comincerà a pubblicare le sue lettere. Il suo giudizio sulla corrispondenza di Flaubert di cui analizza acutamente lo stile in un articolo del gennaio 1922 su NRF non dei più lusinghieri: mediocre lo definisce, nulla, sostiene, fa pensare che quelle lettere siano state scritte da un cervello di prim'ordine. E in questo giudizio Proust adombra forse la consapevolezza di avere nella sua sterminata corrispondenza ricreato le basi per un analogo giudizio di mediocrità. In effetti non pochi critici hanno visto nelle lettere di Proust ben poco dello splendore delle pagine del suo romanzo.
(aggiornato 8 settembre 2024)