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sabato 3 marzo 2012

Monssù Cerutti («Ch'a lu fica 'n cül a tüti») o il Duce

La visita di Mussolini, il Duce, a Torino nel maggio del 1938 può essere letta in due ottiche diverse. 
Quella della relazione puntigliosa, prolissa,  del giornalista de La Stampa oppure quella di Alessandro 
Barbero che ha il vantaggio di godere della prospettiva storica ormai ben definita e lontana e quindi 
più vicina alla realtà
Tratto da: https://www.museoarteurbana.it/litalia-fascista-e-torino-monarchica/
La Stampa 16.5.1939

A Borgo San Paolo, la Cittadella del lavoro 
Dal «Maramotti» al Dopolavoro della «Lancia» e della «Snia Viscosa» fra moltitudini osannanti 

Era chiamata «la rossa», la borgata rossa, quella di San Paolo negli anni tristi, ormai, dopo tanta onda di storia, già lontani nel tempo e nel ricordo [….]… i nostri occhi, attraverso un settennio, hanno conservato indistruttibile la visione del Duce a un certo momento asserragliato in mezzo alla folla dei lavoratori, stretto, accarezzato dai più vicini, quasi soffocato da un abbraccio che partiva da migliaia e migliaia di cuori in tumulto. Ieri l'abbraccio ideale del popolo di San Paolo al Condottiero che del popolo è la più genuina vivente espressione, ha superato l'episodio del 1932. Incontenibile ardore come allora, non c'è stato bisogno di alcuna preparazione per indurre la gente ad abbandonare le case e correre incontro a Lui: le case del Borgo che attualmente, tra uno svettare di alte, fumose ciminiere, conta più di centomila abitanti, nel chiaro meriggio di ieri si sono vuotate come per incanto. Per la seconda volta ci è toccata la lieta ventura di assistere a San Paolo al gigantesco esplodere dell'entusiasmo che dilagava di via in via e cresceva come un mare in tempesta, non avendo che un nome e una voce: Duce. Dopo l'adunata di domenica e la dimostrazione della Fiat, nessuna manifestazione ha assunto il calore e il colore di questa. E' perchè ancora una volta ha parlato, con squilli di incudine e colpi di maglio, l'anima delle officine: hanno vibrato i nervi nei lavoratori, che hanno amato prima e dopo Mussolini, e sentono fremere tutta la loro ardente passione ogni qualvolta Egli appare davanti ad essi. Un operaio, mentre la calca si faceva sempre più serrata, guardando al nostro taccuino che si riempiva di rapide note, è uscito in questa pittoresca definizione: — Che volete? Il Duce è come una centrale elettrica: l'energia che si irraggia da Lui prende tutti. Nessuno se ne può sottrarre. E con i compagni di lavoro, tornava a cadenzare il gran uomo.
Al Maramotti 
[…] La vivida fiamma ha cominciato ad avvolgere i cuori davanti al Sacrario del Gruppo rionale «Maramotti», che è al centro
del borgo. Qui le Camicie Nere che hanno fatto ala. in dense e profonde formazioni, al Condottiero, erano per i nove decimi costituite da operai: dietro di esse si assiepava la folla delle donne non inquadrate nelle file,, dei vecchi, dei bimbi: il popolo. E da tutti, nell'istante in cui il Duce, preannunciato dalle lontane acclamazioni di altra folla, è apparso, si è innalzato l'urlo senza eguale ad attestargli un affetto che è pure privo di qualsiasi possibilità di paragone. Dopo aver assistito in pio raccoglimento al rito della benedizione impartita dall'arciprete della parrocchia in cui il Gruppo è compreso, il Duce, sorridente, con il Suo consueto passo bersaglieresco ha percorso tutti i locali, elogiandone con il Federale l'ordine e la disposizione; poi, come le Camicie nere e la folla, fuori, non si stancavano di invocarlo, si è affacciato sul terrazzo. Subito dopo, lungo corso Peschiera sfavillante di tutta la gamma pittorica che possa essere offerta da una immensa moltitudine in festa, la Figura leggendaria, ritta sulla macchina, con il volto abbronzato e illuminato da una trasumanata bontà, è riafferrata dal tributo trionfale. Scorta d'onore di ciclisti. Ma ecco lo sguardo magnetico del Condottiero che, calmo sereno, tutto vede e tutto osserva, affissarsi giulivo a destra e a sinistra della macchina, su una miriade di giovani ciclisti, i quali, eludendo ogni disposizione d'ordine, pedalano ai lati del corteggio delle automobili ne delineano con agili virate i movimenti, e si distendono dietro di esse in una coorte che sembra non più finire. E' la scorta d'onore degli operai al loro Duce. Vedremo di volta in volta la folla travolgere i ripari collocati ai lati delle vie e irrompere di corsa dietro le macchine con l'illusione di poterlo seguire, il Duce, di vederlo ancora, di acclamarlo ancora; ma questi lavoratori in bicicletta, hanno trovato il modo di superare l'illusione, di trasformarla in realtà. Ecco gli agenti che montano la guardia alla vettura in corsa del Condottiero: eccoli, o signori che ansimate al di là delle Alpi per il povero popolo italiano soggetto alla schiavitù fascista; eccoli: sono gli operai della Lancia, sono gli operai della Fiat. Avanti con i pedali, o camerali! Il Duce vi guarda e i Suoi occhi ridenti vi dicono che mai Egli è cosi felice come quando si trova in mezzo a voi. Sui gradini d'ingresso del Dopolavoro Lancia, il Duce è stato ricevuto dalla consorte del defunto fondatore dello stabilimento, la signora Adele Lancia, che Gli ha porto con devote parole il saluto suo, dei suoi collaboratori che la attorniavano e dell'intera maestranza. Mussolini, che già la conosceva, si è avviato con lei nell'interno, in affabile conversare. Improvvisamente un coro femminile disposto sul palcoscenico del teatro, ha fatto vibrare l'aria con le note di un nostalgico canto. Il Duce lo ha ascoltato, applaudendo. Presso il palcoscenico la signora Lancia aveva fatto disporre il nuovo modello di automobile, una elegante berlina a quattro posti, cui sarà dato il nome di Ardea e che migliora di assai, anche nella forma della carrozzeria, il tipo precedente. Con 903cc di cilindrata, e con un consumo di sette litri e mezzo per cento chilometri, svilupperà una velocità di 108 chilometri. Il Duce, al quale la macchina è stata presentata, l'ha sottoposta a un minuto esame da conoscitore, quindi ha espresso il Suo compiacimento per la nuova realizzazione uscita dalle officine torinesi. Dai giardini del Dopolavoro, frattanto giungeva il fragore dell'invocazione affannosa dei lavoratori, ed il Duce, poco dopo, salito sulla tribuna eretta al centro, rispondeva ancora col saluto pieno di profonda e intensa solidarietà. Il tempo stringendo, Egli è immediatamente ridisceso per la visita ai locali, che ha pure elogiato. Ricevuto quindi ancora l'omaggio della signora Lancia, dei dirigenti del Dopolavoro e delle officine, dopo aver apposto la Sua firma sul registro presentatogli, è riapparso nel cortile esterno. La Sua vettura si è avviata tra un tumulto di grida osannanti, di applausi frenetici, impossibile a rendersi con semplici tratti di penna. Come fuscelli, i ripari di legno sono caduti, e il torrente in piena si è precipitato dietro la macchina, sempre circondata dai ciclisti fedelissimi. In quali vie è passata per arrivare al Dopolavoro della Snia Viscosa non è possibile dirlo. Dalla nostra 1100 non abbiamo potuto veder che la fiumana in marcia maestosa e il Condottiero, in piedi sulla vettura, nel mezzo di essa. Alla Snia, il Duce è stato ricevuto dal cavalier di gran croce Marinoni, presidente della Società, col quale si è trattenuto affabilmente. Visita rapida, come altrove. Compiacimento con i dirigenti per la magnifica sede dopolavoristica. Poi, partenza. Tutto il Borgo era ora lì. E se la macchina, in presenza del fantastico, prodigioso spettacolo, non avesse forzato la marcia, il Duce sarebbe rimasto prigioniero della immensa massa accalcata. Prigioniero dei lavoratori che avrebbero voluto non se ne andasse più.


2 marzo 2011

E Mirafiori lasciò il Duce da solo sotto la pioggia

di Alessandro Barbero


Il 15 maggio 1939, davanti a un'immensa folla operaia, Mussolini inaugurava a Torino il nuovo stabilimento della Fiat Mirafiori. Era la seconda grande fabbrica che Giovanni Agnelli creava nel capoluogo piemontese, dopo l'avveniristico stabilimento del Lingotto, aperto nel 1922. In quell'occasione, a celebrare i fasti della Fiat e sancire la sua alleanza con lo Stato era venuto il re, ma stavolta fu deciso che a inaugurare Mirafiori sarebbe venuto il Duce in persona: quello che a Torino, quando non c'erano troppe orecchie in ascolto, chiamavano in dialetto Monssù Cerutti («Ch'a lu fica 'n cül a tüti», e forse non c'è bisogno di traduzione). Non era ovvio che Mussolini quel giorno venisse a Torino, anzi non era ovvio per niente che nell'Italia fascista fosse sorta una fabbrica come Mirafiori, capace di impiegare su due turni 22mila operai. Una retorica oggi dominante pretende che nell'Italia degli anni Trenta il consenso al regime fosse pressoché universale; basta leggere le informative di polizia che ogni giorno arrivavano sul tavolo di Mussolini per sapere che non era così, e che fra le concentrazioni operaie delle grandi città del Nord l'ostilità al fascismo e l'adesione a ideali socialisti e comunisti erano largamente diffuse. Perciò il Duce non amava le grandi fabbriche, così vulnerabili, oltretutto, ai bombardamenti aerei, di cui già allora si prevedeva la spaventosa efficacia. Mussolini avrebbe preferito che l'industria italiana decentrasse la produzione; ma Agnelli voleva Mirafiori e dopo una serrata trattativa strappò il consenso alla costruzione del nuovo, colossale stabilimento, in cambio dell'impegno a costruire diverse altre fabbriche fra Marche e Toscana. Così quel 15 maggio 1939 Mussolini era a Torino, o meglio fuori Torino, perché l'area dove Mirafiori era venuta su dal nulla non era ancora urbanizzata, e si stendeva fra prati e gerbidi, non lontano dalla palazzina sabauda di Stupinigi. In omaggio alla politica sociale del regime, c'era accanto alle officine un grandioso dopolavoro, con piscina, campi da pallavolo e cento campi da bocce; c'era la mensa aziendale da 11mila posti, anch'essa una novità imposta dal Duce, perché «l'operaio che mangia in fretta e furia vicino alla macchina non è di questo tempo fascista»; c'era la rimessa per le 10mila biciclette con cui si prevedeva che gli operai sarebbero venuti al lavoro, e c'era, inevitabile, il rifugio antiaereo per l'intera manodopera, giacché Mussolini sapeva bene che la guerra sarebbe venuta, ed era deciso a non restarne fuori. Era insomma, come dichiarò lo stesso Duce, «la fabbrica perfetta del tempo fascista»; eppure Mussolini non era sicuro dell'accoglienza che avrebbe ricevuto. Era stato in visita ufficiale in Piemonte per la prima volta sedici anni prima, nel 1923, e prevedibilmente aveva esaltato tanto la tradizione militare piemontese (i «magnifici battaglioni») quanto «le mille ciminiere dei vostri stabilimenti», «questa vostra splendida città del lavoro» da cui si diceva frastornato e abbagliato. Il silenzio con cui lo avevano accolto gli operai non l'aveva smontato più di tanto: «Se in dodici mesi sono riuscito a farmi ascoltare, l'anno prossimo mi applaudiranno», dichiarò andando via. Però in occasione della sua seconda visita, nel 1925, aveva sentito il bisogno di dichiarare: «Si dice che il Piemonte è freddo. Non è vero. Il Piemonte è serio. La differenza è sostanziale!», e, in tono ancor più rivelatore di una malcelata insicurezza, «Si è detto che il Piemonte non è fascista. Altro errore!». Dopodiché non si era più fatto vedere per ben sette anni: tornò soltanto in quelli che altrove in Italia erano davvero gli anni del consenso, nel '32, nel '34, e per la quinta volta appunto nel '39. Tornava; ma i rapporti di polizia non erano incoraggianti. «Nella massa lavoratrice si riscontra sempre un ambiente decisamente avverso alle istituzioni del regime», scrivevano gli informatori nel dicembre 1937. La crisi economica e i provvedimenti per l'autarchia «hanno creato una ostilità latente per il regime, ostilità che pubblicamente non si manifesta per paura ma che può essere provata e sentita da tutti», si rincarava nel dicembre 1938. Le leggi razziali erano state accolte gelidamente, in particolare dagli ambienti cattolici, che a Torino e in Piemonte non erano - e non sono - così protagonisti della vita collettiva come avviene ad esempio a Milano e in Lombardia, ma avevano una loro discreta influenza: «Perdura l'incertezza o il malcontento di tutti», confessava la polizia, e precisava: «Negli ambienti cattolici si biasima apertamente la politica antiebraica».  Quanto all'ipotesi della guerra, e di una guerra contro la Francia e al fianco dei tedeschi, che in quella primavera del 1939 aleggiava già oscuramente nell'aria, il giudizio era ancora più netto: «Lo stato d'animo della popolazione torinese nel presente momento è chiaramente avvertito da chiunque: esso è nettamente contro ogni guerra e contro la Germania». «Udendo discorsi che qui si fanno ovunque, si ha la sensazione di trovarsi in una città che non è fascista», concludeva sgomenta la Questura torinese.
Perciò la visita del Duce fu preparata con misure eccezionali. Come si faceva sempre in questi casi, si provvide a mettere in guardina un certo numero di oppositori e sovversivi. Ma fu soprattutto la Fiat, che non voleva incidenti, a pianificare con cura la partecipazione delle masse. Tutti i dipendenti ricevettero l'ordine di presentarsi a Mirafiori la mattina del 15 maggio, con un cartellino che bisognava timbrare prima delle otto. Perciò, fin dalle prime ore del mattino decine di migliaia di persone si accalcavano davanti al palco costruito accanto all'officina principale, mentre gli operatori dell'Istituto Luce armeggiavano per riprendere le sequenze del documentario che avrebbe testimoniato l'abbraccio tra il Duce dell'Italia fascista e le masse dei lavoratori. Mussolini non ebbe fortuna: quel mattino diluviava. Chi ebbe fortuna furono le autorità locali, cui non parve vero di poter attribuire alle ore di attesa sotto la pioggia l'esito catastrofico della giornata. Quando Mussolini arrivò a Mirafiori, fra le cinquantamila persone (tante, almeno, secondo la Questura) assiepate ad attenderlo gli applausi furono radi e svogliati. La direzione Fiat aveva dato istruzioni precise, di battere le mani al suo arrivo e ad ogni pausa del discorso, «invece nessuno ha fatto niente di tutto questo», ricorda, forse con un po' di ottimismo, un'operaia. Gli applausi e le grida di Duce! Duce! vennero soprattutto dalle prime file, dov'erano gli impiegati e i membri del partito in uniforme. E in camicia nera era anche il settantatreenne Giovanni Agnelli, ex ufficiale di cavalleria e senatore del Regno, che quarant'anni prima aveva fondato la Fiat e che ora saliva sul palco accanto al Duce. «Camerati operai!» cominciò Mussolini, rivolgendosi ai cinquantamila zuppi di pioggia. Procedette poi, con qualche fatica, a spiegare quant'era importante che lui fosse lì, e che loro fossero venuti ad ascoltarlo, per disperdere le voci malevole secondo cui in Piemonte, e soprattutto fra gli operai, allignava la mala pianta dell'antifascismo. «Il Piemonte è fascista al cento per cento. E questo sia detto una volta per sempre, onde fare tramontare certe ridicole illusioni» dichiarò, da quel grande attore che era, benché non ci credesse nemmeno un po'. Esaltò, e non aveva neanche tutti i torti, le provvidenze che il Regime aveva introdotto per i lavoratori, e di cui le meraviglie del nuovo stabilimento erano la prova tangibile. Poi, sconcertato perché gli applausi erano sempre pochi, sbagliò, come gli capitava di rado di sbagliare dal palco: si vede che trovarsi lì non lo ispirava. In un discorso di cinque anni prima, a Milano, dove era abituato a trovare folle ben più entusiaste, aveva promesso agli operai salari equi, case e lavoro, e addirittura una partecipazione alla gestione delle fabbriche, non si sa con quanta soddisfazione di Agnelli e degli altri industriali. Ma invece di ripetere queste promesse, si limitò a dichiarare agli operai che erano sempre valide, proprio come le aveva formulate nel discorso di Milano. Nessuno sapeva di cosa stesse parlando, e gli applausi, tanto per cambiare, furono tiepidi. Irritato, Mussolini sbagliò ancora: chiese alla folla se non ricordava il discorso di Milano. I più zelanti, per non sbagliare, gridarono di sì; ma erano pochi. Allora al Duce saltarono i nervi. Strillò: «Se non lo ricordate, leggetelo!», e si voltò per andarsene. Agnelli, costernato, gli corse dietro, lo prese per le spalle e lo costrinse letteralmente a tornare indietro per salutare la folla; Mussolini tornò ad affacciarsi, fece il saluto romano, poi se ne andò davvero senza aggiungere altro. A Torino non sarebbe più venuto; ma si ricordava certamente di questa spiacevole esperienza, e nel ricordo accomunava, forse non a torto, il monarchico Agnelli e i suoi operai comunisti, quando tuonava da Salò, nel giugno 1944, alla notizia degli scioperi che paralizzavano Mirafiori: «Il centro della Vandea monarchica, reazionaria, bolscevica è il Piemonte».

 




venerdì 10 febbraio 2012

L'ospedale Martini di Corso Ferrucci a Torino: 1911-1942

Il problema delle urgenze mediche e chirurgiche a Torino costituiva ad inizio 900 un serio problema. L'aumento della popolazione e il graduale svilupparsi di aree urbane sempre più periferiche rendeva via via più drammatica la carenza di adeguate strutture di soccorso. L'unico ospedale in grado di effettuare prestazioni d'urgenza era il San Giovanni vecchio che però per la posizione centrale mal si prestava ad una rapida assistenza di persone giunte da aree più lontane. Si deve all'iniziativa di un privato il prof Enrico Martini l'edificazione dell'omonimo ospedale situato in Borgo San Paolo in corso Ferrucci allora Corso Circonvallazione all'altezza degli attuali numeri  48/50. Il Martini, assistente di chirurgia all'ospedale San Giovanni, aveva constatato che parecchi malati del Borgo S. Paolo, in particolare gli infortunati, mal sopportavano il lungo trasporto in vetture, lettighe o barelle fino al San Giovanni con conseguente peggioramento delle loro condizioni. Furono queste osservazioni ad indurre il prof. Martini a costruire un ospedale in quella zona periferica. Come era prevedibile il Municipio diede al chirurgo la più ampia approvazione e nel 1910 sorse l'Ospedale Martini dotato di 50 letti e di tutti i laboratori e servizi inerenti. Il Comune aveva fissati 25 letti nel reparto di chirurgia per il ricovero di malati poveri, che necessitassero di prestazioni d'urgenza. La prima costruzione era ad un solo piano che ben presto si dimostrò inadeguata ai bisogni per cui ne venne elevato un secondo nel 1914-15.  I letti in forza al Comune salirono così da 25 a 50. La scelta del borgo San Paolo fu dovuta al grande incremento di popolazione riscontrato in quegli anni nell'area col conseguente forte impulso edilizio. La struttura dell'ospedale era a padiglioni con ampi giardini intorno e poteva vantare eccellenze d'avanguardia per l'epoca come il Dispensario per lattanti, un laboratorio per la preparazione dei vaccini oltre che vari ambulatori: da segnalare quello dedicato agli infortuni sul lavoro, gratuito.
 




foto tratte da MuseoTorino 
http://www.museotorino.it/view/s/57bf34ba3f9441ecb828b11c0acd3fd1

L'ospedale sopravisse di poco alla morte del suo fondatore avvenuta il 17 gennaio del 1942. Nel novembre di quell'anno in seguito ai massicci bombardamenti degli alleati sulla città, subì gravi danni per cui fu decisa la sua demolizione. Gli era stata fatale la vicinanza con le caserme e le officine ferroviarie.

Note di cronaca......


Il trafiletto comparso sull'edizione de La Stampa del 18 gennaio 1942 ricorda in breve tutte le benemerenze del prof. Martini, "uomo semplice e buono, fascista di vecchia data...". Tra le note di cronaca aveva fatto molto scalpore il processo intentato a fine anni 20 al Professore, con l'accusa di procurato aborto ad una sedicenne, tale Rosy Cavallaro, mannequin presso la casa mode Gori. La giovane in seguito a complicazioni settiche era deceduta all'ospedale Martini nel novembre del '25. Il Prof Martini era stato condannato a 4 anni e 8 mesi per la vicenda, che vedeva coinvolti oltre all'amante della Cavallaro anche un conoscente della ragazza che, pare, avesse indirizzato la malcapitata al Professore stesso. 
Il 10 gennaio 1931 il Prof Martini si costituiva e veniva incarcerato. A fine gennaio però la Cassazione su ricorso degli imputati ordinava la scarcerazione del Martini rinviando gli atti alla Corte d'appello di Milano per un riesame.







giovedì 9 febbraio 2012

La Torino del nuovo millennio immaginata nel 1964

Nel 1962 il Comune bandisce un concorso per la progettazione del nuovo centro direzionale della città, a cui partecipano numerosi gruppi di architetti torinesi e nazionali. Previsto nell’area occidentale, non verrà realizzato, ma sollecita il dibattito intorno allo sviluppo verticale dell’edilizia torinese.
Il Centro direzionale di Torino nella collocazione tra i corsi Francesco Ferrucci e Inghilterra, mai realizzato ma oggetto di un concorso nazionale nel 1962 cui partecipano alcuni dei maggiori progettisti non soltanto torinesi, è per la prima volta ipotizzato dal Piano regolatore generale del 1956, approvato tre anni più tardi. Il concorso è il simbolo evidente, nel dibattito dei primi anni Sessanta, della terziarizzazione di Torino nel pieno del boom economico, e nello specifico dell’area occidentale della città che – al centro di imponenti piani di trasformazione e sviluppo a partire dal piano Astengo (1947), grazie al previsto asse di attraverso nord-sud – sarà poi la sede del grattacielo Sip di Ottorino Aloisio (1964). Il concorso è anche luogo significativo di elaborazione progettuale nel campo dell’edilizia pluripiano con funzioni terziarie direzionali.
Il concorso bandito dall’Amministrazione comunale nel 1962 vede protagonisti architetti e urbanisti tra i più significativi del panorama nazionale. Ludovico Quaroni è il capogruppo del progetto vincitore (motto «Akropolis 9», con Mario Bianco, Sergio Nicola, Nello Renacco, Aldo Rizzotti e Augusto Romano), che propone la novità, pressoché assoluta per la città, del grappolo di torri riunite in un contesto organico e coerente di blocchi pluripiano. Sono 14 gli edifici da 120 metri che emergono da una grande piastra, poste al centro dell’intervento e destinate a funzioni direzionali essenzialmente private. Gli altri gruppi partecipanti, per quanto in molti casi propongano soluzioni dalle dimensioni molto cospicue anche in altezza, tali da costituire un segno spesso evidentissimo nello skyline cittadino – sono in particolare i casi dei progetti di Giovanni Astengo con Gianfranco Fasana e Giuseppe Abbate («Operazione 70», terzo premio), di Carlo Aymonino e Franco Berlanda («Badeba», quarto premio), di Gianugo Polesello, Aldo Rossi e Luca Meda («Locomotiva 2», un blocco a corte di 140 metri d’altezza) e del gruppo guidato da Guido Canella («Incentivo 1970») – soltanto eccezionalmente prevedono edifici emergenti nel nuovo tessuto e dallo spiccato carattere di “segno urbano”. Lo fa Nicola Mosso («Torino 11») che progetta, all’interno di un sistema di edifici alti, due blocchi speculari di 100 metri e una lama a ponte su corso Ferrucci: Claudio Dall’Olio («Nuova Augusta 999», progetto segnalato), con l’infilata di 5 torri distanziate lungo corso Inghilterra e un blocco isolato a doppio corpo; e Glauco Gresleri con Giorgio Trebbi («Toro seduto 12», segnalato), con la loro selva di torri attorno a un anello viario soprelevato. I gruppi di Cesare e Augusto Perelli e Giorgio Ponti («Pitré 78»), così come quello di Aymonino, destinano una torre isolata a nuova sede della Regione Piemonte: il possibile confronto con i progetti recenti di Massimiliano Fuksas è suggestivo,
 (tratto da Museo Torino)

All'inizio del 1964 comparve sulla Stampa la notizia dei risultati del concorso. Ecco il testo integrale dell'articolo


Mercoledì 8 Gennaio 1964
UNA CRONACA ANTICIPATA (CHE CI AUGURIAMO VERITIERA) 
Così allo scadere dell'anno 2000 apparirà la fantastica City di Torino
Progetti presentali alla popolazione nella Galleria Civica d'Arie moderna da giovedì prossimo al 19 gennaio.
Una vasta area non lontana dal vecchio centro storico trasformata in centro direzionale
L'Acropoli
Una grande collina artificiale irta di grattacieli che digrada dolcemente verso un parco in cui sorge la zona residenziale Uffici pubblici e privati, banche, locali di divertimento: la vita continua notte e giorno. La stazione per gli aerorazzi a decollo verticale e la base subalpina interplanetaria  A due anni dalla fine del secondo millennio dell'era volgare, potranno leggere tra qualche decennio i nostri posteri sulle eliogazzette del 1998, l'Acropoli torinese appare certo meno avveniristica di quanto fosse sembrato nel 1963, il suo progetto proclamato vincitore nel concorso bandito dall'Amministrazione comunale per la sistemazione della grande area a ponente della ferrovia Torino-Milano sino a corso Ferrucci, via S. Paolo e via Osasco, tra le vie Braccini (a sud) e Cavalli (a nord).
Prime polemiche
Ventiquattro erano stati i progetti concorrenti. Più d'uno, forse, ricorderà ancora la mostra che dal 9 al 19 gennaio del 1961 ne presentò ventuno alla cittadinanza con i nove ritenuti migliori. L'esposizione, allestita nelle sale della civica galleria d'arte moderna, era stata inaugurata dal sindaco Anselmetti, simpatica figura d'ingegnere che esordendo come sindaco quasi con civetteria aveva dichiarato di essere soltanto un rude meccanico, mentre si rivelò poi come uno degli amministratori più sensibili alle presenze culturali della città. La mostra, com'era naturale, suscitò discussioni e le solite polemiche tra fautori e oppositori; ma interessò molto anche per la varietà delle soluzioni offerte dagli altri progetti premiati: quelli redatti dal gruppo di architetti veneti capeggiati da G. Samnnà (Biancaneve e i 7 nani 8), dai torinesi Astengo, Fasana e Abbate (Operazione 70) e da un'équipe di professionisti romani comprendente anche l'arch. Berlanda di Torino (Badeba 33). Agli altri cinque progetti era stato assegnato un rimborso spese. In quei giorni, Bruno Zevi, eminente studioso d'architettura, notava in una delle sue note settimanali: «Con il concorso per il nuovo centro direzionale Torino ha scritto una pagina nuova nell'urbanistica italiana. Sono stati premiati quattro progetti che rappresentano altrettante tesi sulla "terziarizzazione" della città moderna; quattro interpretazioni sul modo di affrontare il crescente sviluppo degli edifici e degli spazi necessari all'amministrazione pubblica e privata, al commercio, allo svago e ai servizi, cioè a quell'insieme di funzioni che si definiscono appunto "direzionali" e che caratterizzano insieme all'aumento delle popolazioni ed all'automazione degli impianti produttivi, l'assetto territoriale della nostra epoca».
Eccellente alternativa
Diciamolo pure: è alla creazione di questo centro che si deve se Torino non è morta di asfissia. Merito dunque delle amministrazioni civiche che l'hanno voluto, me. anche  e forse più di quelle che hanno reso possibile la sua creazione praticamente conservando per secoli, come un bene intangibile sottoposto al Demanio quella zona ideale, ad appena 1500 metri da Porta Nuova, a 1800 metri in linea di aria da piazza Castello, e ad un solo chilometro da piazza Statuto: centralissima, e pure in grado di costituire una eccellente alternativa rispetto all'antico centro storico che delegando in certo qual modo al centro direzionale le sue funzioni essenzialmente economiche, si è salvato, conservando per sé il tradizionale ruolo di rappresentanza, cui ben si confà il suo aulico carattere e la ricchezza di monumenti architettonici specialmente barocchi che qui sono stati valorizzati in una lunga e dispendiosa, ma preziosa politica di risanamento ambientale. L'Acropoli, come continuò a chiamarsi col nome del progetto elaborato da una equipe formata dagli architetti e ingegneri torinesi Renacco, Nicola, Rizzotti, Romano e Bianco e dai loro colleghi romani, L. Quaroni, Esposito, Maestri e Quistelli, con la consulenza del Centro ricerche industriali e sociali di Torino divenne, com'è noto, subito un quartiere alla moda, riunendo veramente secondo le previsioni dei suoi autori, la caratteristica eleganza di certe zone residenziali romane, come i Parioli e la via Appia Antica ai loro bei tempi, la solennità dell'Acropoli ateniese, ricordata anche nel nome, e l'importanza economica della City di Londra. Sullo sfondo immutato della cerchia alpina, Torino è cambiata al punto da non essere riconosciuta da chi dopo una quarantina d'anni tornasse ad affacciarsi sul piazzale dell'antico Monte dei Cappuccini. Può dirsi infatti sparita la bassa scacchiera sulla quale sin verso gli anni Sessanta si notavano in ordine sparso le strutture più alte della Mole, della guariniana cupola della Santa Sindone, i campanili e i primi grattacieli sorti in piazza Castello e in piazza Solferino, in via Santa Teresa e in via XX Settembre. L'occhio oggi corre istintivamente al grappolo di grattacieli, nuovi di zecca, alti 120 metri; che dominano non soltanto il nucleo centrale del centro destinato alle funzioni direzionali essenzialmente private e agli esercizi pubblici e ai locali per divertimento, ma sull'intero sistema edilizio che si articola nel suoi tre nuclei a quote variabili; sino a 35 metri in quello a Nord di corso Vittorio dove si sono trasferiti gli uffici dell'Ente regione, della Provincia e del Comune, oltre agli uffici periferici dell'amministrazione centrale: tra i20 e i 25 metri nella parte più alta della zona dei grattacieli, mentre più dolcemente la collina così creata doveva venir declinando sino a perdersi nel parco, con i più larghi ripiani delle terrazze, tra ricche cascate di Mori e d'arbusti, sino al piano del grande tappeto erboso, che circonda quasi le  costruzioni di questo terzo nucleo prevalentemente destinato all'ospitalità e alla residenza.
Annosi problemi
Qualcuno ricorderà ancora ! come all'epoca in cui venne adottato il progetto «Akropolis», su queste aree esistevano l'antico mattatoio, alcune caserme e gli impianti di un gruppo di stabilimenti industriali come le Officine ferroviarie, la Westinghouse e la Nebiolo. Ancor oggi i sembra un miracolo che a Torino, dove ancor pochi lustri prima una piccola operazione di permuta col demanio militare aveva fatto ritardare di anni la ricostruzione del Regio, si fosse riusciti in poco tempo a superare ogni difficoltà del genere. Non bisogna dimenticare che, fortunatamente, s'era entrati già allora nella seconda fase del «decentramento amministrativo» quando i poteri locali, forti della conquistata autonomia, avevano pensato all'utilità di creare appunto dei loro uffici decentrati presso quelli ministeriali. L'indirizzo era venuto da Milano che istituì i propri nel 1962. Torino si decise a farlo ci volle naturalmente la risolutezza e lo spirito pratico d'un sindaco come l'ing. Anselmetti al principio del 1964: proprio in vista delle accresciute esigenze della città, che potè finalmente instaurare con Roma un più proficuo dialogo. Gli antichi «bògia nen» incominciarono così a muoversi. Per la realizzazione del centro direzionale venne creato un Ufficio permanente con l'incarico di analizzare, organizzare, programmare, coordinare, controllare; in una parola per garantire un'organica edificazione dei tre nuclei previsti fin dal progetto, favorendo la formazione di consorzi tra gli enti Interessati destinati a curare la costruzione ed oggi la gestione dei condomini d'uso privato, lasciando al Comune le parti di uso pubblico. In pochi lustri annosi problemi sono stati affrontati e risolti, dall'edilizia alla circolazione, ma l'orditura cartesiana continua ad unire tutto, la città e il suo centro « acropoli della vita, moderna».
Chi vi giunge da corso Vittorio vede le cime dei grattacieli spuntare tra le chiome degli alberi, finché affacciandosi sul corso Inghilterra coglie in tutta la sua ampiezza il profilo frastagliato della vasta collina artificiale, quasi un paesaggio nel paesaggio animato dai riflessi delle grandi superfici verticali dei grattacieli e dalle ombre loro che a seconda dell'ora e del punto in cui ci si trova sembrano venirci incontro o inseguirci. Chi non ha gustato quel senso dell'inattesa scoperta offerto da una passeggiata in questa zona? Si attraversano ampi porticati, interrotti da piccole piazze e da giardini, ci si sofferma davanti alle numerose vetrine si entra nel vari uffici destinati ai contatto col pubblico, si trovano gli accessi al numerosi ascensori uscendo sulle terrazze fiorite, si ha lo sgomentante spettacolo dei grattacieli visti dal basso, trovandosi d'altra parte in posizione dominante rispetto al parco che si stende a terrazze verso le zone più basse, interrotto dalla vegetazione e dalle vasche di acqua. Sole e luce artificiale si alternano lungo i percorsi pedonali che corrono tra zone aperte ed altre coperte, serviti a tratti da tapis roulants e scale mobili con diverse velocità, dotati alcuni anche di posti a sedersi mezzi moderni e confortevoli per spostarsi con minor fatica, da un luogo all'altro; dai negozi alla chiesa, dalle sale di riunione ai bar. Alla notte tutto è illuminato come dal di dentro. Quasi nascosti nelle membrature delle costruzioni i tubi al neon illuminano le facciate e le finestre buie dei grattacieli, altri fasci di luce escono dal locali di ritrovo teatri, cinema, ristoranti, caffè e clubs che assicurano anche di notte la vita del centro direzionale, a differenza di quel che accadeva nella «City» di Londra dove alla chiusura degli uffici è il deserto. Certo in pochi anni nel centro s'è affermata una città nuova. Quattro grandi istituti bancari hanno trasferito qui la loro sede: i due maggiori, con gli uffici centrali, si fronteggiano sul corso Vittorio, nei pressi di piazza Adriano su una superficie di oltre duemila metri quadrati ciascuno. Una nuova centrale telefonica è subito sorta. A decine si contano le grandi aziende che hanno ottenuto aree su cui costruire. Una aveva chiesto per esempio 4 mila metri quadrati: nell'edificio ha ricavato un'autorimessa pubblica nell'interrato, saloni da esposizione per l'azienda stessa e negozi per terzi al piano terreno, uffici direzionali e di rappresentanza dell'azienda e per altre ditte al primo piano, alloggi per il proprio personale e per terzi ai piani superiori. Si sono così impiantati uffici commerciali e dì rappresentanza, sedi di banca e agenzie, servizi direzionali e di gestione di istituti di assicurazione, alberghi, scuole, opere parrocchiali, sedici industrie e società elettriche, il palazzo dell'Automobile club, un grande ufficio postale e telegrafico che da solo occupa un'area di 4 mila metri quadrati e 30 mila metri cubi. Basti dire che fin dall'epoca in cui venne elaborato il progetto le richieste di enti e privati raggiungevano già 1450 mila metri cubi. Se si pensa che nelle previsioni si è calcolato la necessità d'un parcheggio di 30 mila posti-vettura, suddivisi in vari piani (25 mila nei sotterranei e 1500 al piano di campagna e 3500 nel quattro «silos», ai piani superiori) ci si spiega anche la complessità della rete stradale che è stata studiata per risolvere ardui problemi dì collegamento esterno ed interno, nella forma più razionale.
Parcheggi sotterranei
La via di attraversamento veloce Nord-Sud, già prevista dal piano regolatore (naturale complemento delle autostrade Torino-Milano e Torino-Savona o Torlno-Piacenza-Genova) discende in trincea, a livello con la ferrovia nel tratto immediatamente a nord del Centro direzionale; ma risale subito dopo per soprapassare con un viadotto la grande arteria di corso Peschiera, asse di attraversamento veloce Est-Ovest, a quindi naturale via di accesso per chi giunge dalla Valle di Susa. Il collegamento Nord-Sud con i corsi Vittorio Emanuele e Stati Uniti è formato con un anello a tre corsie, che si svolge a profondità variabile tra i 12 e i 6 metri sotto il primitivo piano stradale del 1963. Analoghi nodi hanno risolto gli incroci di corso Vittorio con i corsi Castelfidardo, Inghilterra e Bolzano e di piazza Adriano. A 18 metri sotto il piano stradale corre la metropolitana. I parcheggi sotterranei sono stati costruiti sino ad una profondità di 22 metri raggiungibile sia con apposite rampe di accesso sia a mezzo di elevatori meccanici. Tutto questo è stato naturalmente realizzato per gradi, e non senza modifiche rispetto all'idea primitiva; talora non senza aver dovuto superare delle incertezze come per la posizione e l'attrezzatura della stazione di Porta Susa quando già in un secondo tempo s'è vista la necessità di trasformare superiormente in stazione per aerorazzi a decollo verticale, destinata ad alleggerire il traffico dell'antico campo dell'Aeronautica dove — come potranno leggere i torinesi del 1998, secondo il progetto contrassegnato dal motto «Interplan 1» vincitore del concorso di recente bandito dal Comune, di cui è risultato autore l'arch. Renacco jr., verrà quanto prima costruita la base Interplanetaria subalpina n. 1 destinata ad entrare in esercizio subito dopo l'istituzione di regolari collegamenti transiderali con i vicini pianeti abitati ».



sabato 24 dicembre 2011

Cronaca cittadina de La Stampa. Le Savojarde

LA STAMPA 7 APRILE 1925 (numero 63 pagina 6)
CRONACA CITTADINA
Le Savojarde
Savoiarda si dice, per scherzo, nel nostro dialetto di una donna grassa, polputa e tarchiata, meglio se zitellona,
ma serve altresì per indicare la lavandaia che netta col sapone le calzette di seta, le stoffe di colore, i tessuti delicati, che nel bucato soffrirebbero. Savoiarda? Perché vi è chi pensa che la denominazione sia in stretto rapporto col mestiere e col particolare modo di lavare i panni e le sostanze usato per la lavatura, e cioè una derivazione della parola sapone, ma tutto fa credere che questo tipo di lavandaia di casa (lavandaia urbana specializzata, più delicata e scrupolosa dell'altra, che per fare la biancheria pulita si serve di tutto, anche dell'acqua e del sapone), sia stata distinta col titolo di «savoiarda» perchè dalla Savoia è venuto a Torino il tipo esemplare. Su per giù come per gli spazzacamino che provenendo in gran pare dalle Valli di Aosta e della Savoia, per molto tempo si chiamarono tra noi i «piccoli savoiardi». Qualunque sia la derivazione dell'appellativo di fatto non ha importanza nel caso che rende il motivo di attualità. Se delle Savoiarde oggi si parla e la loro esistenza affiora sulla cronaca cittadina, è perchè un gruppo di esse, che aveva la sua sede in una delle piazze centrali della città, è stato sloggiato. Deliberata dal Comune la creazione di un nuovo locale per il Liceo Musicale, prescelta come sede l'area del Mercato coperto di piazza Bodoni, iniziate le demolizioni, le «savoiarde» che frequentavano 11 lavatoio ivi esistente si sono trovate d'improvviso senza sapere dove trovare quel tanto di acqua calda e fredda che occorre per il disbrigo del loro mestiere, li si sono fatte vive. Hanno compilato dei memoriali, presentate delle petizioni, avanzate delle richieste, come qualsiasi altra classe organizzata. Nelle loro argomentazioni però sono state così persuasive che il Comune sta già pensando a sistemarle. Cacciate da piazza Bodoni per necessità edilizia troveranno in Vanchiglia un locale migliore. Non sarà la soluzione ideale per le interessate, perchè le savoiarde per prendere e riconsegnare i panni della strada ne devono già fare parecchia, e farne dell'altra con la biancheria bagnata non è comodo, ma il Municipio non poteva rinunciare al progetto di costruire in piazza Bodoni il suo nuovo Liceo solo perchè sotto il mercato, ormai abbandonato, si trovava il lavatoio, ancora in attività. Avrebbe questo si, risparmiato la deviazione del canale, che invece si è resa necessaria per poter gettare le fondamenta del nuovo palazzo ma non avrebbe avuto il nuovo Liceo! Le Savoiarde? Quante saranno? Fisicamente si distinguono da ogni altra specie di lavandaia. Il carico che di abitudine portano sulle spalle dà ad esse delle linee facilmente riconoscibili. Poverette! Vivono nelle soffitte, lavorano nel chiuso e nell'umidità e non hanno le spalle forti, le braccia robuste, le facce prosperose delle lavandaie del contado. Guadagnare guadagnano, ma la loro vita è così tormentata che sembrano tutte vivere di stenti. Quante sono? Un calcolo approssimativo lo si può fare guardando al numero dei lavatoi pubblici e ai pesti che in essi sono disponibili (un tempo le « savoiarde » si vedevano anche sulle rive del Po, ma, presentemente, se non sono scomparse del tutto, se ne trovano pochissime: costrette a stare nel bagnato badano ad evitare il freddo) ma è un calcolo molto approssimativo perchè è mestiere che può tarsi benissimo anche in casa, nella zona periferica. I lavatoi sono una diecina, e poichè ogni lavatoio ha circa quaranta posti disponibili, e non 6ono sempre occupati dalle stesse persone, si può ritenere che le « savoiarde » devono essere nella nostra città poco meno di un migliaio. Il nostro Comune ha due tipi di lavatoi: uno a posti individuali, l'altro a vasche collettiva Rappresentano il vecchio e il nuovo sistema, ma poiché le « savoiarde » sono persone che amano restare nella tradizione, al nuovo preferiscono il vecchio tipo. E ciò a motivo che col vecchio sistema le lavandaie mettono, tutto in società, mentre col nuovo ognuna è costretta a pensare ai casi suoi. L'igiene consiglia il sistema nuovo. Anche se si tratta di panni sudici e che stanno per essere lavati, meglio evitare la confusione. L'acqua, anche se a getto continuo, com'è nelle vasche comuni, non giunge in tutti i punti nello stesso tempo e ugualmente pulita. Dove vi è lo scarico, si aduna l'untume, la sporcizia e la schiuma del sapone I panni lavati presso lo scarico non possono uscire puliti. Nei lavatoi a posti individuali questo inconveniente è evitato, e quando la biancheria è pulita, è pulita veramente. Tutti i lavatoi municipali, che si trovano presso i bagni pubblici, sono a posti individuali. Gli altri, (compresi i due liberi della Barriera di Nizza, che non sono altro che specie di tettoie), sono a vasca comune. A posti individuali sono quelli di Borgo San Secondo, Crocetta, piazza Donatello, via Bologna, Cavoretto San Donato; a vasca comune quelli di via Nizza, via Fiocchetto, Borgata Monto Rosa e quello ora demolito di piazza Bodoni. Per avere diritto ad occupare un posto nei lavatoi, tenerlo occupato per una mezza giornata, le «savoiarde» pagano, sia nel vecchio come nel nuovo tipo, quaranta centesimi. Ogni secchio di acqua calda, di cui possono avere bisogno, costa loro venti centesimi. La spesa non è molto con i tempi che corrono e le comodità non sono poche. Acqua calda ce n'è sempre, l'acqua fredda è continua ed è potabile, il personale è a disposizione da quando fa giorno sino a quando viene la sera, il Municipio spende ogni anno per i lavatoi pubblici più di 200 mila lire e poiché non ne incassa, tra posteggi e acqua calda, che centomila, ogni anno per questo servizio segna a bilancio una passività che è pari all'entrata. A soddisfare la curiosità degli amanti delle statistiche, aggiungiamo che delle centomila lire che vengono percepite, sessantamila rappresentano il provento dell'acqua calda distribuita, le altre quarantamila il posteggio. Dobbiamo queste indicazioni al solerte capo dell'Economato Municipale, cav. Mottura. E da lui abbiamo anche altre notizie curiose. I lavatoi municipali sono aperti alle «savoiarde» tutti i giorni esclusi i festivi. Tutti i posti sono invariabilmente occupati, la ressa però è più forte il mercoledì e ciò non a motivo che tale giorno sia prediletto dalle «savoiarde», ma perchè il mercoledì non si pagano tasse di posteggio: i lavatoi sono a disposizione «gratis» di chi prima occupa i posti. E’ una concessione che viene fatta alle famiglie povere, alle madri di famiglia che non hanno paura della fatica. E a onor del vero il numero delle donne che si presentano, è sempre superiore alla capacita dei lavatoi. E vi è la ressa e si fa la coda, come nei teatri nelle sere di grande richiamo. Il posto è gratis ma l’acqua calda si paga. Anche per evitare lo spreco. Un tempo prima della guerra, anziché un solo giorno gratuito, ce ne erano tre. Per far dell’economia fu fatta una riduzione. Inutile dire che il Municipio farebbe ben volentieri il sacrificio e sopporterebbe il maggior onere, la necessità se ne appalesasse. Ma la tassa di quaranta centesimi, che devono pagare per veder la casa pulita e indossare la biancheria pulita, tutti la pagano volentieri.

venerdì 23 dicembre 2011

Cronaca cittadina de La Stampa. Torino. Morte nella fogna

La Stampa 11.7.1951

UN GIOVANE DI 18 ANNI SCOMPARSO NELLE FOGNE DI VIA CRISTOFORO COLOMBO
Una angosciosa, allucinante sciagura è accaduta ieri pomeriggio nella nostra città.

Un giovane operaio, un ragazzo di 18 anni, è scomparso in una fogna, dopo aver perso i sensi in seguito ad intossicazione. Per quante ricerche siano state affannosamente compiute dai vigili del fuoco, ancora non è stato possibile ritrovarlo. Ma ecco i fatti nella loro cruda realtà. Ieri pomeriggio verso le 15 tre giovani, Aldo Rosano di 19 anni abitante a San Biagio di Centallo, Giovanni Peracchione di 18 abitante a Lanzo in via delle Tettoie 7, e Carlo Bertolina di 16 anni, da Borgo Revel, stavano lavorando in via Cristoforo Colombo. Essi erano occupati presso un'impresa che per un appalto ottenuto dal Municipio, ha il compito di ripulire il fondo dei canali bianchi. Questi canali sono corridoi sotterranei dell'altezza di un metro e venti, larghi 60-70 centimetri, nei quali confluiscono tutte le acque piovane. Sul loro fondo perciò, a seconda delle condizioni meteorologiche, può scorrere un semplice rivolo o addirittura un torrentello della profondità massima di mezzo metro. I tre giovani di cui sopra, calandosi alternativamente sottoterra, avevano il compito di rimuovere con picconi i detriti e il terriccio fermi sul fondo. Verso le ore 15, come si è detto, essi avevano iniziato la loro attività sotto la guida diretta del geometra Bozzone del Municipio. Mentre il sedicenne Carlo Bertolina restava alla superficie, i suoi compagni Peracchione e Rosano scendevano nella fogna attraverso il chiusino posto dinanzi al numero 43 di via Cristoforo Colombo. Poco prima, per facilitare il deflusso del terriccio, con lo spostamento di apposite paratole era stata immessa dell'acqua sino ad un livello di 30-40 centimetri. Nel momento in cui il geom. Bozzone mandava il ragazzo rimasto con lui in superficie a chiudere queste paratoie, improvvisamente giungeva di sottoterra una vampata di acutissimo odore. — Mi è parsa benzina — ci ha dichiarato il geom. Bozzone — probabilmente sì trattava dello scarico di qualche stabilimento della zona. Resomi subito conto del pericolo, accorsi al chiusino successivo a quello per il quale si erano calati i due operai e li chiamai per nome. Non ebbi risposta. Il geometra, sapendo che essi erano avviati in direzione di corso Galileo Ferraris si precipitava più avanti ancora ed apriva altre due o tre botole. Ma nessuna voce giungeva in risposta ai suoi richiami. Si telefonava perciò ai vigili del fuoco. Erano le 15,50. Sotto il comando del capitano Giulia, pochi minuti dopo giungevano sul posto due distaccamenti di vigili i quali iniziavano le operazioni di salvataggio calandosi nel canale bianco attraverso le due estremità di via Cristoforo Colombo. Questo tentativo dava subito un risultato positivo: uno dei giovani, il diciannovenne Aldo Rosano, veniva ritrovato semisvenuto all'altezza del chiusino posto all'incrocio con via Cassini. Egli dunque aveva percorso un duecento metri dal punto dov'era disceso. Il ragazzo, sebbene fosse afflosciato sulle ginocchia con l'acqua che gli arrivava a metà petto, rispondeva al richiamo dei soccorritori — E' terribile — egli diceva — è terribile ciò che è successo. All'ospedale Mauriziano, dove giungeva con un'autolettiga, il dott. Vottenani gli riscontrava sintomi d'intossicazione, probabilmente causati da metano, guaribili in una decina di giorni. Il Rosano però era in preda ad un forte choc nervoso. Per ore ed ore non ha fatto altro che chiedere notizie di Gianni, del suo compagno scomparso. Siamo riusciti tuttavia ad avere da lui un racconto del tragico accaduto. Ci eravamo da poco calati, quando fummo investiti da un gas acre, irrespirabile. Gianni, che era davanti a me, per primo ha invocato soccorso, ma non siamo stati uditi. Io mi sono chinato su me stesso dopo aver corso in avanti per un po'. Non vedevo, perchè la lampada ad acetilene era caduta nell'acqua. Non posso dire di più, ma «sento» che Gianni è morto. L'acqua che scrosciava impetuosa sino al ginocchio era sufficiente per trascinarne via il corpo. Nel frattempo, per tutta la lunghezza di via Cristoforo Colombo i vigili del fuoco intensificavano lo ricerche dell'altro operaio: il 18enne Giovanni Peracchione. Non ostante il canale sia parzialmente chiuso da un griglia all'altezza di corso Galileo Ferraris, i sondaggi venivano compiuti anche oltre questo sbarramento che non è tale da impedire il passaggio di un corpo esanime. Tutto invano. Sul posto si portavano il prefetto dott. Carcaterra ed il questore dott. Ferrante, mentre centinaia di persone sostavano in muta e trepida attesa. Servendosi di una mappa del canali sotterranei, l'ing. Previti, comandante dei vigili del fuoco, dirigeva le operazioni di soccorso anche lungo i cunicoli trasversali. Nessuna traccia; solo alle 21,30 veniva ritrovata la lampada ad acetilene sfuggita dalle mani dello sventurato ragazzo nel momento in cui era stato colto dalla venefica esalazione. Sorgevano molte congetture legate ad un filo di speranza: forse il giovane si era ripreso e, in preda a terrore, era fuggito per i canali secondari. Ma come spiegare il fatto ch'egli non veniva scorto nonostante il rastrellamento minuzioso? A poco a poco prendeva consistenza un'ultima congettura, la più drammatica. Quasi sicuramente il corpo inanimato del Peracchione era rimasto travolto dal corso d'acqua e trascinato sin verso i cunicoli collettori che riversano, dopo chilometri di percorso sotterraneo, l'acqua nel Po. Un gruppo di vigili si recava perciò in attesa presso lo sbocco delle fogne nel fiume. Apprendiamo intanto da Lanzo che Giovanni Peracchione è figlio di una poverissima donna che, proprio da lui, traeva sostentamento. Mille lire al giorno, guadagnava questo ragazzo e con esse manteneva, oltre alla madre, una sorella ammalata. Tutte le sere giungeva a casa con il treno in arrivo alle 19 circa. Quando un nostro cronista ha portato ai familiari la tremenda notizia — erano le 21 circa — essi già erano in preda ad una angoscia piena di presagio. Indicibile è stato il loro dolore. Madre e sorella sono partite subito alla volta di Torino.
12 Luglio 1951 NUOVA STAMPA SERA 

RICUPERATO STAMANE IL CADAVERE DEL GIOVANE OPERAIO

Alle ore 9 di stamane il corpo dello sventurato operaio scomparso nella rete di canali della fognatura bianca (quella per lo spurgo delle acque piovane) di via Cristoforo Colombo, è stato finalmente trovato in un collettore sotterraneo di via San Secondo angolo corso Sommeiller. Il poveretto era disteso sull'acqua, irigidito nella morte. L'avevano trovato gli operai Delfino Mariotti, Celestino Baruffalo, Pierino Ferrero e Angelo Mariotti della Impresa Serra e Bioletto addetta alla ispezione delle fognature. I quattro operai erano rimasti svegli tutta la notte alla ricerca affannosa nella rete di canali sotterranei del loro compagno scomparso. Quando la salma del poveretto veniva portata, attraverso il chiusino del collettore, alla luce del giorno e distesa sul controviale di corso Sommeiller, una folla di passanti si raccoglieva sul posto. Poco dopo giungevano alcune jeep della Celere, agenti del Commissariato San Secondo e il medico municipale. Più tardi la salma veniva trasportata all'obitorio per l'autopsia. E' di ieri la notizia della scomparsa del Peracchlone, un giovane di Lanzo che, con il suo modesto lavoro alle dipendenze della Impresa Serra e Bioletto, manteneva la madre ed una sorella ammalata. Ieri pomeriggio lavorava con due compagni Aldo Rosano di 19 anni e Carlo Bertollna di 16 anni alla ripulitura delle fogne bianche di via Cristoforo Colombo. Il Bertolina, rimasto alla superficie, avvertiva una zaffata di gas sprigionarsi dal chiusino. Temendo per i suoi compagni, si rivolgeva al geometra Bozzone del Municipio, che dirigeva i lavori. Questi, chino sull'apertura, chiamava a gran voce gli operai. Nessuna risposta. Evidente che i due erano rimasti vittime della venefica esalazione. Il geometra Buzzone telefonava ai vigili del fuoco, i quali giungevano sul posto pochi minuti dopo. Fu possibile rintracciare quasi subito il Rosano; era svenuto afflosciato sulle ginocchia con l'acqua alla cintola, ma salvo. Le ricerche ripresero per il Peracchlone. Purtroppo durante tutta la notte esse non diedero risultati.

Giovedì 12 Luglio 1951 LA NUOVA STAMPA Anno VII - Num. 163 
La tragedia del giovane operaio scomparso nei cunicoli della fogna.
Il misero corpo è stato ritrovato ieri in un canale di via Cristoforo Colombo
Morto per intossicazione o annegamento? Il dramma dell'operaio diciottenne Giovanni Peracchione, scomparso martedì pomeriggio nella fogna di via Cristoforo Colombo, è giunto ieri mattina all'epilogo. Dopo ore ed ore di vane ricerche il cadavere è stato ritrovato, contratto e sfigurato sulla melma di un canale collettore ad un chilometro e mezzo circa dal luogo dove il giovane era stato colto da intossicazione. Ora che le operazioni, tese prima ad un disperato tentativo di salvataggio e poi al recupero della salma, sono concluse, le autorità competenti hanno iniziato una severa inchiesta sia per ricostruire tutti i particolari, sia per accertare eventuali responsabilità. Tuttavia l'inchiesta, proprio perchè severamente condotta, deve procedere con estrema cautela. Sinora il commissariato San Secondo ha accertato che tanto il Peracchione, quanto i suoi giovanissimi compagni, Aldo Rosano, tratto a salvamento, e Carlo Bertolina, che al momento dell'incidente si trovava in superficie, già avevano acquistato buona pratica nel duro lavoro. Non era prevedibile che all'improvviso nel condotto sotterraneo si sprigionasse una venefica esalazione la cui origine, molto probabilmente, è destinata a rimanere ignota. Si era parlato in un primo tempo dello scarico di qualche sostanza chimica da parte di uno stabilimento industriale, ma è ben difficile stabilire da che punto il tossico sia penetrato nel canale bianco dove il Peracchione stava lavorando. Sopra di lui e sopra il Rosano erano aperti due chiusini; il destino avverso ha voluto però che i ragazzi, forse messisi a correre perchè presi dal panico o forse trascinati dal piccolo corso di acqua mentre erano semisvenuti, andassero subito a finire 150 metri oltre il punto dove si erano calati nella fogna. Secondo un'ipotesi, già affiorata mentre si svolgevano le operazioni di soccorso, il ragazzo forse non ha resistito all'intossicazione ed è crollato esanime nel fondo del canale. In tal caso l'acqua, sebbene fosse profonda soltanto una trentina di centimetri avrebbe potuto trascinare il corpo per la diramazione che lungo via Cassini va a sfociare nella vasta galleria di collegamento posta nel sottosuolo di corso Peschiera. Secondo un'altra ipotesi (in un certo senso più spaventosa) il ragazzo dopo un primo momento di collasso si sarebbe ripreso e con i suoi mezzi, avendo però la mente ottenebrata dal terrore, sarebbe corso in cerca di scampo lungo il cunicolo di via Cassini. Privo però di orientamento e senza l'ausilio della lampada ad acetilene cadutagli nell'acqua, avrebbe raggiunto senza accorgersene, il canale di corso Peschiera. In questo sbocco vi è un salto di 2 metri circa: sufficiente per determinare una caduta rovinosa nel corso d'acqua che qui supera i 60 centimetri ed è alquanto impetuosa. Il recupero della salma è stato compiuto ieri mattina alle 9 circa da sei valorosi operai che spontaneamente avevano voluto cooperare con i vigili e i dipendenti municipali prodigatisi nelle pietose ricerche. I poveri resti di Giovanni Peracchione ancora non sono stati restituiti alla desolatissima madre che è giunta martedì sera a Torino da Lanzo. Il cadavere si trova all'Istituto di medicina legale, dove oggi il prof. Toso compierà l'esame necroscopico per accertare se la morte è stata causata dal l'intossicazione e da annegamento. Anche questi elementi saranno utilissimi per l'inchiesta in corso, alla quale già hanno dato la loro cooperazione tecnica funzionari dell'Istituto di Previdenza. Naturalmente, dopo le indagini della polizia, anche la magistratura dovrà pronunziarsi in merito a questo luttuoso episodio.



martedì 29 novembre 2011

Edilizia anni 30 in Piazza Bodoni

Nel corso del 1935 si assiste ad un rinnovato fervore nella costruzione di nuovi edifici in ogni parte della città. Oltre a costruzioni di utilità pubblica anche l'iniziativa privata trova nuovo impulso. Nella fotografia riprodotta da La Stampa del luglio 1935 una casa bassa e di poco reddito, sta per essere demolita, lasciando il posto a un grande edificio moderno. Di fianco sorge il palazzo del Liceo Musicale, da poco trasformato in Regio Conservatorio. Titola il giornale: "Sarà così un elemento di più che accrescerà l'eleganza di piazza Bodoni presso la quale il nuovo stabile viene eretto e sulla quale il Conservatorio ha il suo ingresso"



Nella foto appare il sito di via Mazzini 19 dove sorgerà la sede della banca del Monte dei Paschi di Siena opera di Domenico Morelli. Nato nel 1900 a Napoli, ma stabilitosi a Torino sin dal 1906, Morelli che nel 1932 aprì uno studio in collaborazione con Felice Bardelli, come pochi altri, ha saputo dare una originale
interpretazione del pensiero razionalista, con una linda rilettura della forma urbana in cui ha portato con
insistenza le sue ideazioni. Prima, la casa di via Vico 8 dell'inizio degli Anni 30 (dove per lunghi anni ha abitato con la simmetria di finestre e balconi, poi casa Tabusso (corso Galileo Ferraris 95) colla caratterizzante presenza di logge e loggiato. Ma via via, da solo o in collaborazione, da allora in poi ha ideato oltre un centinaio di edifici, in un autentico «dialogo con la città». Tutte architetture che ne recano l'evidente
 impronta urbanistica come nella scelta accurata dei materiali: marmi, e più spesso pietra e intonaco, ma anche l'acciaio come nel grattacielo della Rai realizzato con Aldo Morbelli

Il mercato di Piazza Bodoni a Torino

  IL MERCATO DI PIAZZA BODONI A TORINO


Il Mercato in Piazza Bodoni del 1866 è uno degli edifici maggiormente rappresentativi dell’architettura in ferro del Regno d’Italia. Progettato dagli ingegneri E. Pecco e C. Velasco su commissione del Comune torinese, occupava una superficie di 1932 mq e fu demolito nel 1924. Tra il 1864 e il 1866 fu costruita la tettoia da adibire allo smercio di latticini, pollame, frutta ed erbaggi, la cui struttura portante originariamente in ferro e legno fu debitamente mascherata all’esterno da una facciata in muratura secondo l’usanza del tempo. La pianta dell’edificio era quasi quadrata delle dimensioni di 42,30m per 45,60m con una parte centrale ottagonale coperta da una tettoia a cupola




Il problema dell’inadeguatezza del mercato di piazza Bodoni non tardò a farsi vivo. La mancanza di spazi favoriva il commercio abusivo. Un ordine municipale nel 1867 vietò la rivendita nelle vie e nelle piazze di frutta e verdura da parte degli ambulanti. Il provvedimento rispondeva a due ragioni, una di natura igienica (poter controllare più efficacemente la qualità della merce venduta), la seconda di tutela commerciale (non permettere una concorrenza dannosa nei confronti di chi pagava regolarmente la licenza per la vendita nel mercato coperto). L’abusivismo trovava però motivo nella scomodità che molti avevano, con l’estendersi della città, di recarsi in luoghi di vendita sempre più lontani. Era naturale quindi che gli abusivi, soprattutto donne, percorressero tutti i dintorni abitati per offrire la merce a domicilio o per strada. Le guardie municipali poi, nel loro lavoro di repressione, dovevano fare i conti con i cittadini che spesso venivano urtati e travolti dalle ceste delle urlanti rivenditrici in fuga, spettacolo assai poco decoroso


Da: La Stampa (5.8.1867) numero 177 pagina 2



Rivenditrici ambulanti 
In forza d'un ordine municipale, che non è che la riproduzione di cento altri ordini identici,
la cui più o meno esatta esecuzione dipende dal maggior o minor zelo in proposito spiegato dalle Guardie municipali, s'inibivano le rivenditrici ambulanti di frutta, verdura, ecc., di esercitare il loro commercio nelle piazze e nelle vie, e ciò per due ragioni: la prima per misura igienica, affine di poter esercitare una efficace sorveglianza sulle derrate che si vendono; la seconda per togliere una dannosa concorrenza, alle venditrici stabili che pagano l'affitto al Municipio. L'ordinanza municipale sarebbe stata opportunissima qualora fossero sufficienti allo smercio di quei generi i locali a ciò assegnati: ma se prendiamo a cagion d'esempio la sezione di Borgonuovo, noi troviamo che il mercato di Piazza Bodoni non è sufficiente alle esigenze della popolazione, e vi si deve quindi supplire con altri locali per lo meno provvisori, finché non si sia autorizzato un altro luogo stabile di vendita a comodo della gente che da lontanissimi luoghi è costretta di andarvisi a provvedere. Quindi è naturale il sorgere e il perdurare di questo commercio abusivo, esercitato da donne che percorrono tutti i dintorni abitati, per recarsi a domicilio di coloro cui manca il tempo di far quelle lontanissime gite, o per offrire le loro mercanzie a chi percorre lo strade, e trova suo vantaggio di avere a tiro di mano ciò che gli bisogna per la provvista giornaliera. È poi ridicola, per non dire ributtante, quella lotta a mano armata — di cesti d'ogni dimensione — che ne consegue fra le guardie e le rivendugliole, — quella corsa au clocher per le strade, per le scale e pei vicoli, di cui sono sovente testimoni i passeggieri, con che gusto di chi ne viene urtato dai gomiti e dai cavagni di quelle irate fuggitive — Dio vel dica! So dunque si trovasse modo di conciliare queste quattro cose: la sorveglianza igienica; il diritto delle venditrici che pagano; il comodo dei cittadini che patirebbero disturbo dall'esclusione dalla piazza di quelle commercianti così ferocemente perseguitate; e per ultimo anche la decenza che non deve separarsi dall'esercizio, per parte di agenti del Municipio, delle loro funzioni, noi ne saremmo a quest'ultimo immensamente obbligati, e con noi il colto pubblico.

martedì 22 novembre 2011

Lo Stadium a Torino. Le vicende di un grande edificio attraverso le pagine de La Stampa. (Parte II)

Demoliamo lo Stadium?  (19.01.1926) La Stampa - numero 16 pagina 5 

L’interessante questione da noi posta circa lo Stadium ci ha già procurato numerose lettere di cittadini. I pareri manifestati sono, alla quasi unanimità, per la demolizione di quella mastodontica costruzione, ma le proposte in merito alla utilizzazione del terreno o della somma da ricavare dalla eventuale vendita variano di molto. Prima di riferire il contenuto delle lettere che abbiamo ricevuto, riteniamo opportuno, per la migliore impostazione della discussione e per maggiore chiarezza, accennare allo condizioni sotto le quali il Municipio accordò la concessione del terreno per l'erezione dello Stadium. Il commissario aggiunto, commendator Pellicciotti ci aveva infatti dichiarato, e noi abbiamo riferito, che la Società esercente lo Stadium è inadempiente e di conseguenza il Municipio può ritirare la concessione e fare le demolizioni.. Ecco ora esattamente come stanno le cose. I rapporti intercedenti tra la Società dello Stadium ed il Comune sono stati definiti mediante la convenzione del 29 aprile 1910, con la quale la Società ha ottenuto la concessione dell'esercizio fino all'anno 1936. Nel gennaio di tale anno il Comune prenderà possesso dello Stadium, con tulle le costruzioni esistenti. La remissione dovrà garantire il buono stato di conservazione degli stabili. L'articolo 6 della convenzione contempla i vari casi di rescissione. Era stabilito che la Società aveva l'obbligo di completare la costruzione nell'anno 1911, in modo che essa possa a degnamente figurare all'Esposizione internazionale. Il Comune potrà, dice la convenzione, chiedere la restituzione dell'area fabbricata se nel periodo della concessione lo Stadium rimarrà inoperoso per la durata dì un anno, in modo da fallire  lo scopo per cui fu costruito, e malgrado una diffida comunale, non venisse riattivato in sei mesi. Potrà essere revocata la concessione nel caso giudicato inappellabilmente dal Comune o da una Commissione cui il Comune possa deferire i suoi poteri di vigilanza sullo Stadium, se questo fosse fatto servire a spettacoli indecorosi e, malgrado una prima rimostranza, si fosse nello stesso anno ricaduto nell'inconveniente. In nessun altro caso il Comune potrà chiedere la rescissione. Trascorsi dodici anni dalla firma della convenzione il Municipio può, per ragioni speciali, chiedere la revoca dell'accordo prima della sua scadenza. Ma. in tal caso la Società, sempre che non sia incorsa in qualche decadenza, dovrà fare riconsegna dello Stadium previo rimborso del valore delle costruzioni, mediante una stima che terrà conto del tempo trascorso e dello stato di conservazione del materiale. Ottenuta la concessione e stipulata la convenzione col Municipio la Società Stadium con 1300 azionisti entrò in piena attività. La partecipazione degli azionisti all'impresa ha avuto un carattere o meglio uno spirito particolare: poiché i soci non hanno inteso di fare una speculazione e il loro impiego di capitale (impiego senza pretese e per cosi dire a fondo perduto) è stato fatto per consenso alla iniziativa audace dell'on. Compans di Brichanteau. A fianco dell'On. Compans, e non meno entusiasti di lui, erano Porcheddu che con molto favore appoggiò il progetto di creare un'opera edilizia colossale. Questo va detto perchè, in fondo, esprime lo spirito dei soci che in  Piazza d'Armi hanno sempre visto e vedono ancora molti oggetti di decoro, di originalità e di ardito ornamento della nostra città, tanto da dare un carattere di questione morale, di problema ideale alla conservazione dello Stadium. Per i soci, lo Stadium appartiene ormai alle tradizioni torinesi: è legato a grandi ricordi degli ultimi quindici anni di vita cittadina, è un elemento della conoscenza di Torino all'estero, rappresenta insomma qualcosa di proprio, come una creatura schiettamente torinese che desterebbe un'eco clamorosa se crollasse e si polverizzasse sotto l'azione del piccone e delle mine. La società fu eretta in Ente morale ed ottenne il sovrano patronato del Re. E' tuttora amministrata da un Consiglio, eletto dall'assemblea, il quale esprime dal suo seno una Giunta esecutiva, assistita nelle deliberazioni dal Consiglio stesso. La Giunta è presieduta attualmente dall'avv. Comm Roccarino succeduto all’onorevole Montù. Vicepresidente è il comm Gorretta. Siccome la Società Stadium, formata da signori che per questa impresa hanno uno spirito di gentlemen e non di industriali, non intendeva continuare in proprio la gestione dell'edificio, l'esercizio dello Stadium venne ceduto ad un gruppo di impresari costituitosi appositamente sotto il nome di «Società Anonima Esercizi Stadium». Questa seconda Società, però, non ha soltanto una figura commerciale e neppure essa ha carattere esclusivamente speculativo. Tant’è che assumendo la gestione dello Stadium ha accettato una condizione dalla Società proprietaria: impegnandosi a non promuovere manifestazioni di nessun genere le quali non abbiano prima l'approvazione completa della Giunta esecutiva della Società proprietaria. La  Società Anonima Esercizi paga un contributo annuo all'Ente proprietario e promuove le manifestazioni a tutto suo rischio o vantaggio. Le iniziative più recenti sono state le esposizioni dell'arredamento della casa, della moda, dell'edilizia, della chimica, qualche manifestazione di carattere sportivo e coreografico e i fuochi artificiali. Il Consiglio di amministrazione della Società esercente è presieduto dal commendatore colonnello Luigi Tappi. Naturalmente questo gruppo di impresari ha un attaccamento meno profondo e meno sentimentale alle sorti dello Stadium. Esso non si sente legato da ragioni di creazione e di paternità, ma soltanto in forza di una lunga convenzione con la Società proprietaria. Come ben sì comprende, l'idea demolitrice lanciata dall'ing. Pellicciotti ha scosso le quiete acque della Società Stadium, che a quanto pare, proprio in questi giorni stava ventilando altri progetti por di completamento dell'immane edificio rimasto per tanti anni incompleto. Non è forse eccessivo dire che la minaccia appena accennata ha prodotto un senso di sorpresa. Ma trascorsi pochi giorni, il tempo necessario per le consultazioni, la Giunta esecutiva e il Consiglio non mancheranno certamente di dichiarare apertamente il loro pensiero. Si può prevedere che la dichiarazione sarà una difesa della tesi che propugna la conservazione dello Stadium. "Conservarlo o perfezionarlo „ Ed eccoci alle lettere dei lettori. Quanto al quesito centrale, se si deve, cioè, demolire o conservare lo Stadium, finora una sola proposta ci è pervenuta, ma in senso favorevole alla conservazione, quella del prof. Carli, direttore dell'educazione fisica nello scuola della nostra città il quale, dopo aver dichiarato che Torino, dove visse e studiò Emilio autore di un magnifico sistema di ginnastica superiore, deve mettersi alla testa del risorgimento dell'educazione fisica, cosi precisa le sue idee: «Non v'è dubbio che alle grandi tradizioni si ispirarono i geniali e arditi autori del grandioso stadio torinese superbamente degno della  regal Torino. Ed è perciò ch'io vorrei proporre che lo Stadio torinese venisse, non solo conservato, ma destinato stabilmente, al suo vero ufficio, cioè alla educazione fisica della nostra gioventù, la quale dovrebbe ritrovarvi, il Gymnasium, le Terme, la Palestra, lo Sferisterio, l'Efebeo, l’Odeon. Ciò premesso, mi permetterei fare le seguenti proposte: 1) che in via di esperimento siano allestite alcune palestre nelle sottoscale, con relativo campo per i giuochi nell'arena, da servire a tutti i reparti maschili delle scuole medie 2) che s'invitino gli Istituti privati di scuola media della città, per i quali è obbligatoria l'educazione fisica o che non dispongono di palestre proprie, ad approfittare, dietro compenso, di quello dello Stadio 3) che si provveda, a fornire di palestre e campi sportivi, sempre nello Stadio, tutti gli Istituti cittadini di istruzione media, commerciale, industriale, professionale e di avviamento al lavoro, per i quali vige pure l'obbligo delle esercitazioni ginnastiche 4) che si destini una parte sufficiente di locali, coperti e scoperti, alle scuole superiori, per le esercitazioni sportive degli studenti universitari e che vi sia la palestra, e il campo sportivo adibito allo libere esercitazioni dei docenti, degli educatori (maestri o professori, ecc.) cui incombe il dovere di dare l'esempio ai loro alunni anche in questo ramo della educazione. «Lo Stadio diventerebbe cosi la vera casa, non soltanto dello studente, ma anche dei maestri, dei professori e di tutti i convinti dell'educazione corporale. Gli studenti del Piemonte, venendo a Torino, individualmente o collettivamente, nelle solenni circostanze, troverebbero nello Stadio un luogo adatto alle loro riunioni e alle loro esercitazioni. Lo Stadio come già il Gymnasium dovrebbe avere anche la sua ricca biblioteca, sale di convegno, di studio, di pubbliche conferenze, dovrebbe diventare cioè un vero centro di educazione, di cultura, di vita feconda per la nostra gioventù, sarebbe così facile anche il rinnovare lo feste ginnastiche e sportive cittadine, regionali e nazionali, con straordinario concorso di forestieri e con vantaggio morale e materiale della città di Torino, che è stata la culla della ginnastica e che deve ritrovare le nuove vie della educazione fisica, tanto più oggi che, essendo fortemente inteso il bisogno dello e sport in ogni classe sociale, è opera veramente umanitaria il favorirlo e dargli sempre maggior impulso, ricordando che la nostra gioventù finché fa dello sport, non solo, non pecca, ma forma  uomini seri, animosi e pronti in qualsiasi momento all'appello della Patria. E concludo: credo che lo Stadio debba essere conservato e trasformato, cosi da diventare il centro dei ludi ginnici della gioventù torinese. Che se superiori ragioni amministrative, in cui io non sono competente, ne imponessero la demolizione, bisognerebbe almeno che col denaro ricavato dalla vendita dell'area, si provvedesse a costruire, in altro posto, ugualmente centrale della città, un altro Stadio o, comunque, un edificio che raggiunga gli scopi sopra delineati». Per la demolizione o trasformazione sentiamo adesso l'altra campana, che dà ben più numerosi rintocchi. Con tacitiana brevità «un inquilino» risponde cosi al nostro invito: «Preparare tanti alloggi per affittarli agli sfrattati». E' un ottima idea, ma vi ostano, a nostro parere, le condizioni antigieniche, non facilmente eliminabili, della costruzione ideata per tutt'altro scopo. Tuttavia, in periodo di gravissimi e urgenti bisogni, ma solo in periodo estivo crediamo meglio, una utilizzazione immediata e soprattutto temporanea in questo senso dello Stadium, sarebbe cosa da prendersi in considerazione. Questa stessa idea è ripetuta da altri. «Fissare la data irrevocabile- ci scrive un distinto professionista- della sua distruzione e nel frattempo affittarlo a prezzo di rimborso delle spese occorrenti per un adattamento sommario, molto sommario, ad uso di abitazione provvisorio, per un massimo di tre o quattro anni, per dar tempo a costruzioni definitive». Un reduce di guerra scrive che non avendo potuto trovar alloggio a Torino ha dovuto trasferirsi a Novara, ma vorrebbe tornare nella città natia con la famigliola ed è del parere di impiegare la somma che si potrebbe ricavare dalla vendita del terreno dello Stadium in case popolari perchè non si ripeta il fatto che cittadini torinesi debbano emigrare anche per la ragione delle grandi difficoltà di trovar alloggi per quelli che non dispongono alcuna somma per pagare buone uscite ed altre spese di simil genere. Altra proposta è questa che ci viene fatta da un lettore che viceversa comprende tre proposte distinte: l) Demolizione dello Stadium e restituzione dell'importo delle azioni ai singoli proprietari 2) Vendita del terreno a lotti per costruzioni case signorili 3) Dall'utile che si ricava dalla vendita di detto terreno farei la proposta di studiare un sistema per indennizzare i proprietari di via Roma onde poter risolvere la questione dei portici. Ecco un elemento nuovo, nel dibattito che un altro lettore amante delle soluzioni radicali, ci risponde in questi termini: La Stampa pone al pubblico alcuni quesiti sullo Stadium. Senza presentare lunghe argomentazioni, rispondo in modo generale. A qualunque costo lo Stadium deve essere demolito: le necessità demografiche di Torino, derivanti dallo sviluppo dell’industria, sviluppo che tende, sempre più a legarsi alle grandi città, l'area dello Stadium deve essere impiegata per la creazione di un nuovo centro di abitazioni civili, che assumerà maggiore importanza col tempo».

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Fotografia dell'inaugurazione dello Stadium (1911) visto da corso Castelfidardo
Tratta da:
http://www.torinoinfoto.it/f413cb35e8bfbe11875d50296f1a4a0f.htm



le due foto di qui sopra sono tratte da: Icopix
http://www.skyscrapercity.com/showthread.php?t=364547&page=675


da Archivio Storico Luce

da Archivio Storico  Luce

da Archivio Storico Luce