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martedì 6 marzo 2012

Gli autoscontri a Ferragosto in valle

Gli autoscontri ovvero le automobiline


Per molti anni gli autoscontri montarono la loro pista metallica per la festa dell'Assunta al Dopolavoro ferroviario di Bussoleno. Ogni anno a cavallo del 15 agosto il paese era percorso dal brivido della grande festa d'estate. Verso sera l'animazione raggiungeva il culmine. Celentano cantava "Ora sei rimasta solaaaa..." e Rita Pavone "Alla mia età....", di tanto in tanto la musica spariva per lasciar posto all'altoparlante che richiamava gli indisciplinati o annunciava una nuova corsa. Così per molte stagioni, finchè durarono i miei soggiorni estivi in campagna. Era interessante, ai bordi della pista, seguire le varie strategie dei partecipanti. C'era chi guidava con sussiego e prudenza, girando alla larga, col viso serio di chi sta eseguendo un lavoro e che tiene a dimostrare di non essere li per divertimento. C'erano i maschi allupati che col viso paonazzo e la smorfia di chi non ha nulla da perdere incollata sulle labbra, puntavano gridando sulle coppie di ragazze chioccianti alla ricerca di cozzi plateali... In mezzo stavano tutti gli altri, adulti con bambini piccoli che cercavano di star fuori dalle mischie lanciando sguardi velenosi a chi si accostava, coppiette assorte ed incuranti degli agguati... Ma su tutti e tutto dominavano gli addetti al controllo della pista. Si trattava di giovani agili e spavaldi che saltavano qua e là sui bordi in gomma delle vetturette per indirizzare, redarguire o più semplicemente staccare i biglietti. Il loro concentrato impegno nello svolgimento della mansione avrebbe meritato ben più alte responsabilità ma ciò che incantava me bambino era la loro ostentata sicurezza e consapevolezza di essere, nella calda serata d'estate, i veri protagonisti della scena.


mercoledì 4 gennaio 2012

Anni 60. I gelati Chiavacci a Torino....

La Ditta Chiavacci nacque a Torino nel 1963 ed ebbe una vita breve ma intensa. Ricordo il biscotto Novellino, lo Scozzese e lo Scozzesino con la coppetta bigusto da 50 e 100 lire che recavano l'immagine del tartan e anche l'innovativo stick giallo, lievemente ricurvo, alla Banana. La crisi inizio' nei primi anni '80 dopo il boom del decennio precedente e terminò nel 1989 con la chiusura dell'azienda.




La fine

StampaSera 21/07/1964 - numero 162 pagina 2

Stroncato da un infarto l'industriale Chiavacci 
L'improvvisa morte di Angelo Chiavacci, a soli 47 anni, ha destato viva emozione nell'ambiente Industriale dell'Italia settentrionale. Angelo Chiavacci, in molti anni di duro lavoro, era riuscito a creare una potente organizzazione nel campo dei gelati. Aveva cominciato a lavorare giovanissimo alutando il padre, Augusto, proprietario di un modesto chiosco in corso Re Umberto angolo via Cristoforo Colombo. Si era nel 1930; Angelo Chiavacci andava anche a casa dei clienti a portare caldarroste. Durante il conflitto un bombardamento aveva distrutto la piccola impresa che i due avevano iniziato in via Cibrario. L'attività era ancora sotto forma artigianale in un bar con laboratorio di corso Sommeiller quando Augusto Chiavacci a 63 anni mori per infarto. Un anno dopo il figlio fondava la società, in accomandita semplice dando inizio alla produzione dei gelati su scala industriale. In questi ultimi anni, avendo ormai raggiunto il successo. Angelo Chiavacci aveva rallentato il ritmo di lavoro concedendosi un po' di riposo. Giocava a tennis, era appassionato di fotografia, godeva di un'ottima salute. Domenica era solo in casa con la maggiore delle sue quattro figlie, Silvia di 10 anni che sta sostenendo gli esami di maturità classica, con lei avrebbe raggiunto poi la famiglia al mare. Si è sentito male al mattino. E' accorso il medico di famiglia che gli ha somministrato qualche cardiotonico. Alle 19 una seconda crisi lo ha fulminato. Oggi alle 16 si svolgeranno i funerali. 

mercoledì 7 dicembre 2011

In viaggio verso Ginevra alla vigilia di Natale del 62. Culoz

La lunga attesa

Era il 1962. Qualche giorno prima di Natale. Il treno ci aveva lasciato al cadere della notte su di una pensilina deserta nella stazioncina di Culoz. La piccola motrice diesel per Ginevra era partita da un pezzo senza aspettare gli incolpevoli ritardatari.



Ci eravamo accomodati nella sala d'aspetto  dove sulle poche panche di legno scuro pioveva dall'alto la luce fioca di due lampadine nude. In un angolo ardeva una scoppiettante stufa a legna che gettava sulle pareti ombre in continuo movimento. Davanti a noi sedevano pochi altri viaggiatori, chiusi in un impenetrabile e silenzioso riserbo. La stazione oltre i vetri della stanza era deserta, con rari lampioni lungo l’unico corpo centrale. Brevi tunnel collegavano i due tronchi ferroviari, il Quai 1 e il Quai 2. Mio padre sembrava assorto e preoccupato, mia madre chiedeva senza aspettare risposta, cosa fosse meglio fare. I cugini di Ginevra avrebbero aspettato. Di telefonare neanche parlarne, troppo complicato. Le ore passarono lente una due poi tre e infine  quattro. La notte era fonda quando arrivò da chissà dove il nostro treno. Seduto finalmente nello scomodo posto vicino al finestrino pensavo che di Culoz mi rimaneva il ricordo di 2 binari, di una tettoia in legno e di qualche basso caseggiato in lontananza. Del paese che di sicuro aveva una piazza, una via principale e dei negozi, nulla. Il ruggito del motore in accelerazione precedette di poco lo scossone della partenza finché la notte buia popolata qua e la di fioche luci ci inghiottì lasciando dietro a noi la pensilina di nuovo deserta.  

Recentemente ho trovato un interessante estratto dal libro di  Jean-Christophe Bailly | Culoz («Le dépaysement »), 2011 che cito testualmente:


Culoz, dans le département de l’Ain, pour la plupart des voyageurs ce n’est qu’une gare : lieu entraperçu (mais surtout pas non-lieu – la fortune de ce concept vide, même s’il désignait tout autre chose (les aires neutres des aéroports) a été catastrophique à sans presque rien autour – un village (ou une ville ?) que l’on ne voit pas, des contreforts rocheux, des bois, des voies qui semblent abandonnées, sur une aire assez grande, peut-être des hangars. Un noeud ferroviaire, comme nous on disait, où se rencontrent les lignes qui conduisent de Paris ou de Lyon à Genève et celles qui viennent d’Aix-les-Bains et de Chambéry, mais qui semble être resté de côté et n’avoir pas été pris en compte dans la modernisation des transports : les amis de Genève m’évoquent le souvenir, datant des années soixante, de nocturnes et quelque peu mystérieux changements de train et, aux heures creuses de l’après-midi, on peut même sans peine remonter plus loin dans le passé : il y a en effet dans cette gare comme une vibration d’anciens convois, avec des malles, des troufions et de la vapeur – c’est là aussi qu’un jour, en passant, je vis rouler lentement, seul, détaché, un wagon à ridelles sur la plate-forme duquel, étrangement, quelque chose brûlait. En tout cas l’idée m’est venue d’aller voir de plus près ce qui pouvait bien se cacher derrière ce nom, Culoz, et j’avais l’espoir, soit d’un charme désuet, soit d’une tendresse encastrée, comme le Bugey en ménage la surprise (mais un peu plus à l’ouest, vers Saint-Rambert ou Virieu).
Or rien comme cela n’advint, et c’est ce que je dois raconter, non parce que simplement je me le serais dit, mais parce qu’il m’a semblé tomber là-bas sur une sorte de siphon – non seulement ce que l’n appelle un trou, mais quelque chose de très difficile à décrire, soit l’un de ces lieux, et sans doute y en a-t-il beaucoup, où ni le passé, ni le présent, ni l’avenir n’ont de consistance et où tout semble devoir se diluer dans une sorte de survie qui n’a même pas pour elle l’indolence. Peut-être est-ce là, aujourd’hui, que se cache, loin des centres et comme en exil au sein même du monde rural, la vraie banlieue ? Je ne sais pas, et je sais pas non plus s’il faut nommer, rassembler sous la houlette d’un nom générique ce qui malgré tout se déclare dans une complète solitude.
À proximité immédiate de la gare, tout ce qui pourrait faire penser que l’on est arrivé en un point du monde qui aurait le bonheur ou peut-être même la présomption de se déclarer comme tel n’existe plus. Le Derby Bar, au pied d’une maison grise, et un hôtel surmonté d’un fronton en bois genre Far West où se lisent encore vaguement les lettres IMPERA sont fermés l’un comme l’autre. À travers les rideaux déchirés de l’hôtel, on aperçoit une grande salle vide avec quelques gravats et une cheminée en briques. On pense à de lointains banquets, à ces photos de groupe en noir et blanc ou aux couleurs passées où tout le monde autour de la table encombrée de bouteilles prend la pose, l’un des convives, un peu en retrait, faisant le mariolle. Une route s’en va vers le centre sous la roche grise dont il est inutile de s’approcher (chutes de pierres). Le centre, quelques rues qui se croisent, sans même qu’il y ait une place, de jeunes Beurs qui errent, un bar qui s’appelle le Rif, un autre le Fidji. Les maisons sont petites, laides, tout est gris ou ocre sale, des bacs à plante vides ornent le pont qui franchit une rivière mince et incertaine, juste à côté de la toute petite maison où, une plaque le signale, HENRI ET LÉON SERPOLLET, PRÉCURSEURS DE L’AUTOMOBILE, INVENTÈRENT EN 1875 LA CHAUDIÈRE À VAPORISATION INSTANTANÉE, il y a donc des gloires locales. Sans même que l’on s’en rende compte, on sort déjà du bourg, il y a une usine sans identité déclarée, un stade, un arrêt de bus en tôle sous des pins. Dans une côte, des garçons qui font du raffut sur de petites motos (un bruit ancien, rural). Retour vers le centre en fermant la boucle, je note les noms, la tristesse des noms : Salon Coiff’Lyre, O’Thentik prêt-à-porter (dans la vitrine, des blouses aux motifs d’épouvante, ceux qui les dessinent – qui est-ce ? – sont en phase avec ceux qui trouvent de tels noms). Là où peut-être existe un carrefour principal, les commerces en vue sont une boulangerie, une pharmacie et un distributeur de vidéos, je pourrais même ajouter le crocodile en peluche dans la vitrine d’un salon d’esthétique et des lupins poussant dans un puits comblé, des pavillons délaissés, une odeur d’eau de Javel, à quoi bon ? On l’aura compris, Culoz n’est pas un lieu de villégiature que je recommanderais, je peux même dire qu’assez vite je m’en suis enfui. Pour Lyon, où étrangement aucun de mes amis n’était là et où je me suis précipité à la brasserie Georges, pour corriger par la vision de l’immense salle Arts Déco, où cinq cents couverts peuvent être servis en même temps, les effets déprimants de ma halte culozienne. La brasserie Georges comme un rêve de paysan, les lumières de la ville et de solides nourritures sous de très hauts plafonds évoquant des retours de comices, des congrès, des fiançailles.
Donc attendant en gare de Culoz le train pour Lyon, je me suis occupé à détailler ce que l’on peut y voir et qui relève là aussi du délaissement, mais avec quelques appels nostalgiques d’un temps où le « chemin de fer » était roi : l’abri en forme de chalet aux motifs de bois festonnés, la passerelle métallique peinte en bleu clair, des rosiers chétifs et de lourds bancs de bois ou de béton sous quelques platanes, une salle d’attente avec papier peint à mouchetures, des chaises d’école dépareillées et une table de cuisine en Formica sur laquelle on trouvait Le Pèlerin et Valeurs actuelles. Qui dira la violence et l’efficacité avec lesquels de tels lieux – salle d’attente proprement dite ou quais déserts – installent une idée de la vie qui se prive presque automatiquement de toute dimension d’espoir ? C’est comme un forme de raffinement, mais à l’envers, et peut-être aussi comme une culture : il y a en tout cas une chaîne de sens unanime qui se transmet d’une gare à une autre, d’un bac à plantes à un autre et qui transite par toutes les herbes folles poussant le long des voies. À la fin, non seulement on s’habitue (l’attente se coule en elle-même, s’éprouve jusqu’à figurer une forme indolore du temps) mais on en redemande, non par un quelconque et snob appétit pour ce qui serait kitsch mais pour des effets de vérité, de véridicité, déposés à même les quais – une idéologie naïve qui vaut ce qu’elle vaut, fondée sur le principe que les fleurs, quelles qu’elles soient, égaient et que les trains, somme toute, finissent par arriver à l’heure, même s’ils sont en retard : idéologie, on le voit, à l’opposé celle, dominante, de l’efficacité lisse qui, elle aussi, a ses ornements, par exemple des palmiers ou des oliviers exilés dans de grands pots stupides comme on en voit gare de Lyon.
Mais la seule image qui peut-être a la force de se poster avant toutes ces autres, et peut-être aussi banale qu’elles, est celle de ce couple croisé alors que j’étais monté sur la passerelle et qui passait devant la gare, sur la route – lui, en survêtement et barbu, poussant un landau, elle, marchant à son côté, intégralement voilée. Un couple de mulsulmans intégristes, donc, comme on en voit désormais si souvent, mais qu’on ne se serait pas attendu à trouver à Culoz, alors même qu’en ce genre de lieux – villes ou villages égarés ou misérables, zones de péri-industrie, grande, voire très grande banlieue - c’est la règle. Ils étaient là, donc, dans la banlieue de rien, dans ce rien épars de la rurbanité nouvelle, et se parlant et riant, en promenade. Me voyant les regarder, l’homme me jeta un regard sans insistance, vaguement hostile, et c’est tout – ma pensée les accompagna ensuite, vaguement hostile elle aussi, puis s’interrogeant. Ce que je voudrais, c’est dire absolument et simplement de quoi elle était faite – de le dire, donc, à distance de toute déclaration comme de toute posture (lesquelles, de façon pénible, obsédante, sont l’une et l’autre d’usage courant aussitôt qu’il est question d’immigration et, plus encore, d’islam).
Donc au début, je l’ai dit, une vague hostilité : pas un mouvement de haine, mais un retrait, quasi un réflexe – pourquoi le nier ? Rien, dans ce qui nous fabrique et nous lance en avant dans le monde (et ce serait d’abord un fond républicain remontant à l’école publique des années cinquante – oh, il faudrait tout détailler, suivre toutes les ramifications de ce sentiment laïque spontané), ne peut préparer à cet effacement volontaire du visage féminin dont le voile est la marque. Rien non plus, si l’on pense aux gestes que la pratique rigoureuse de l’islam requiert – ces prières, ces interdits, cette absence de doute et d’ironie –, qui s’avance vers nous d’une façon compréhensible, directement admissible : les « limites de la simple raison » sont dépassées d’emblée et c’est ce qui nous crispe, mais voilà, en même temps, je dois le dire, de ce couple qui n’était pas silencieux – ils se parlaient, ils riaient – se dégageait une sorte d’harmonie, la sensation d’un partage, aussi bien, par le costume ou la panoplie, une intimité et peut-être une résistance à l’absorption pure et simple dans une nation en laquelle ils ne se reconnaissent pas. Comme c’est difficile ! Puisque je ne cherche à rien justifier, et surtout pas l’intégrisme et sa revendication haineuse, absolument tendue. Mais il y avait cette passegiata (y a-t-il un mot arabe pour désigner cela ?) et ce que je pouvais, à travers elle, imaginer de la vie de ces gens venus d’ailleurs et échoués là, à Culoz, dans un plu caché du monde sur lequel il tentaient une sortie : par conséquent leur cuisine et leur chambre, le tapis de prière roulé dans un coin, un calendrier, un biberon aussi, et des oranges, une bouilloire électrique, un sac de pain de mie à demi entamé... la nature morte que chacun improvise, la communauté facile des objets, comme un repli ou un refuge et ce que je sais, ce que je peux dire, c’est que « la France » est faite maintenant de cela, de cela aussi : de ces exils, de ces replis, de ces autels secrets et qu’il y a là comme un effet boomerang de l’époque coloniale, quand des hommes et des femmes, peut-être catholiques, venus d’Alsace ou de Normandie, poussaient eux aussi leurs landaus sur des chemins, à Tlemcen ou dans telle petite ville d’Algérie, un peu plus gaies peut-être que ne l’est Culoz.

 ©  Jean-Christophe Bailly & éditions du Seuil, Le Dépaysement, avril 2011.

giovedì 24 novembre 2011

Brani di memoria

Sono frammenti di ricordi, resuscitati dall'oblio dopo tantissimi anni. Si sono conservati nella mia memoria in virtù di chissà quale motivo profondo. Hanno la potenza evocativa propria degli odori che abitano le regioni più antiche del nostro cervello e che possono, in una frazione di secondo, riportarci ad un vissuto che credevamo perduto. 
INVERNO ANNI ‘50
Luogo: cucina di corso F......, Torino
Persone: io
Ora: domeniche pomeriggio
La radio era l’unico contatto con il mondo in quegli anni. La televisione entrò in casa mia molto più tardi, negli anni ’60. Ricordo le trasmissioni di Classe Unica introdotta da una bella sinfonia di Mozart. Al sabato pomeriggio c'era Sorella Radio per gli infermi e gli anziani delle case di riposo, noioso ma rassicurante cicaleccio a base di saluti e auguri di guarigione. La voce era quella della Buoncompagni, simbolo per eccellenza di quegli anni. Poi altri titoli come “Voci dal mondo”, il “Convegno dei cinque”. Per anni,  prima che arrivasse la piccola Gretz in legno chiaro dal design moderno, in cucina aveva campeggiato una Telefunken dall’occhio verdastro che all'accensione taceva per un minuto buono prima di ronzare e trovare il canale scelto. La domenica pomeriggio introdotta da una trasmissione di musica leggera (spesso con le orchestre di Perez Prado, Mantovani e Angelini) c'era la radiocronaca del secondo tempo di una partita di calcio con la voce dell'indimenticabile Carosio 

TARDA PRIMAVERA ANNI 50
Luogo: cucina di corso F......, Torino
Persone: mamma
Ora: Primo  pomeriggio


La scuola è finita. E' uno dei primi anni delle elementari alla Santorre di Santarosa. La porta della cucina verso il cortile, a piano terreno è aperta. Abbiamo già appeso, come tutti gli anni, la tenda verde che ripara dai raggi infocati del sole. Le piastrelle del balcone sono marroni tendenti al bordeaux, lucide, lievemente scheggiate. Il balcone è un luogo protetto, circoscritto e rassicurante, non si vede nè si è visti dal cortile. Mi posso stendere per terra e giocare con le figurine o i soldatini. Dal giornalaio ho acquistato uno dei miei primi libri Avorio nero, romanzetto d’avventura con sulla copertina un tipo avvolto in un mantello arabo che lascia vedere solo gli occhi seduto su di un cammello.

ESTATE  ANNI ‘60
Luogo: sala di corso F......, Torino

Persone: io
Ora: mattina

Verso le 10 di mattina accendevo la televisione un modello in bianco e nero senza telecomando posta in sala di lato alla finestra sul corso. Per la prima volta venivano trasmessi dei film fuori dall’orario serale solito. I film terminavano verso mezzogiorno in tempo per il pranzo. In genere erano film di guerra o trattavano vicende drammatiche che mi lasciavano per una manciata di ore uno sgradvole senso di abbattimento.

ESTATE ANNI ‘60

Luogo: Ginevra, Rue du Pre-Naville
Persone: io, mia sorella, Nina e Louis
Ora: pomeriggio

E’ una scena che si è ripetuta fedelmente una mezza dozzina di volte attraverso gli anni. Nina e Louis, cugini del ramo paterno, lei sorella dell'altra mia cugina svizzera, Caterina, lui originario del Canton Ticino, abitavano in una parallela al lago, vicino ad un grande parco. Il caseggiato era di un massiccio fine ottocento con grandi bugnati a piano terra e robuste inferriate dipintedi vernice nera. L’alloggio era al primo piano, con palchetti di legno e stanze perennemente in penombra, affollate di tappeti e mobili colonizzati da oggetti di un gusto molto personale. Nel bagno il mio sguardo era attratto invariabilmente dalla vasca  in ferro con zampe di felino e rubinetteria in ottone giallo bruno. La cucina dava su di una corte interna, la sala, attraverso un balconcino, nella tranquilla via che portava al lungolago. Le visite erano sempre noiosette e sempre con un rituale fisso: arrivo, scambio fitto di impressioni punteggiate da esclamazioni di stupore, accomodamento in sala ed esaurito un tempo minimo di cortesia, richiesta da parte mia di andare a fare un giro fino al molo dello "Jet d'eau" il poderoso getto d'acqua che, assieme all'orologio fiorito, caratterizza la città. Nina era grassottella, piccoletta, con un discreto sottomento. Gli occhi globosi erano atteggiati a perenne stupore, sorrideva affabilmente e parlava italiano con scioltezza. Louis aveva una gamba di legno per cui si appoggiava ad un bastone e spesso tra i denti sfoggiava un sigarone spento. Non avevano avuto figli, forse per via di lei ma su questo punto non c'era certezza nelle chiacchiere di famiglia. Nina è morta prima del marito, che fin a tarda età ha continuato a vivere in rue du Pre-Naville per trasferirsi infine in un ricovero per anziani dove è morto di li a qualche anno.

ESTATE ANNI ’60

Luogo: B......, in campagna 

Persone: io, gli zii paterni, i miei genitori
Ora: sera

Nella casa di campagna in via ......... non avevamo la televisione. La sera dopo cena percorrevamo il breve tratto del viale alberato di gaggie che costeggia la ferrovia ed entravamo nel piccolo alloggio a piano terra di  Guerino, il fratello minore di mio padre. La televisione era nella seconda delle due stanzette in cui lo zio abitava, quella occupata dal letto e da un armadio. Le trasmissioni dell’unico canale erano di varietà, Studio Uno oppure le Avventure di Gian Burrasca con Rita Pavone. A tratti lo sferragliare dei treni di passaggio, diretti in Francia, coprivano il suono della televisione e allora cercavo di seguire le parole attraverso il movimento delle labbra, il più delle volte senza successo.


INVERNO DOPO il 1960
Luogo: in città  corso F......

Persone: io, mia madre, mia sorella
Ora: sera

Alla tele trasmettevano La Pisana. Nel castello di Fratta Carlino amoreggiava con la bella e maliziosa cugina (una strepitosa Lydia Alfonsi). Dovevo studiare a memoria una noiosa poesia di Manzoni che parlava di sconosciuti Re Longobardi e di biondi capelli... Mia sorella in visita dalla lontana Svizzera dove risiedeva ormai da mesi dopo il recente matrimonio, contribuiva a rendere l'atmosfera di casa piacevolmente animata. Leggevo i versi di quell' incomprensibile melassa di roride morti e affannosi petti chiedendomi che aspetto avesse la persona che anni prima aveva destinato al programma di studi una simile mostruosità....     

INVERNO 1962
Luogo: Torino
Persone: io, mamma
Ora pomeriggio

Il cinema Eliseo è il "Cinema" per antonomasia della mia infanzia. In quella sala, unica ed enorme allora, non ancora suddivisa in vari piccoli ambienti, ho visto film come Lord Jim, 55 giorni a Pechino, Tre contro tutti, 007 dalla Russia con amore e tanti altri. Al cinema andavo accompagnato da mio padre, in genere la domenica pomeriggio nella stagione invernale. L'ambiente era spesso velato da una cortina di fumo, qualche incosciente faceva volare il mozzicone acceso giù dalla galleria. Ricordo in particolare un film che mi fu negato, si trattava de L'ira di Achille, di cui ricordo ancora la locandina raffigurante un guerriero digrignante armato di spadone, il viso coperto per buona parte da un elmo metallico piumato. Non ricordo il motivo della proibizione ma mia madre fu inflessibile nonostante le mie insistite rimostranze e continuò a stirare severamente mentre il giorno moriva sulle pareti della cucina sul cortile.


ESTATE 1963
Luogo: Sion (Svizzera)
Persone e cose: io, Wagner e la Panhard
Ora: pomeriggio


Il mio primo disco mi fu regalato all'età di 12 anni a Sion nel cantone del Vallese dove mia sorella si era trasferita appena sposata. Ascoltai per giorni e giorni quelle maestose sinfonie che mi ispiravano grandi sogni e contenute emozioni. La realtà era più ordinaria. Mi divertivo a guardare dal terzo piano il flusso dei veicoli sulla strada che portava al centro della cittadina cercando di riconoscere i vari modelli: Ford Taunus, Renault Dauphine, Panhard. Su tutte mi piaceva quest'ultima, con le sue sinuose forme tondeggianti e il rumoroso ronzare del motore.  Catalogavo, scrivevo su fogli a quadretti i passaggi delle vetturette.... e intanto sentivo le valchirie cavalcare e Sigfrido compiere l'ultimo viaggio. Gotterdamerung,  Waldweben, der Ring, nomi affascinanti e incomprensibili al di là dell'immediatezza del suono. La realtà si univa alla leggenda quando riposta la penna, mi coricavo e sognavo, ormai dimenticati i giochi, lontani amori ancora sconosciuti



ESTATE ANNI 70
Luogo: Casa di mia sorella a C...... (Ginevra)

Persone: io
Ora: pomeriggio, solo in casa

La casa di C..... era una grande villa con ampia vista sulla piana che digrada verso il Monte Salève. Quel pomeriggio ero solo in casa senza programmi nè idee, assediato da una persistente e leggera noia. Finito di esplorare la biblioteca dove facevan bella mostra le edizioni d'arte di Skira, una sgualcita grammatica della lingua tedesca, le avventure a fumetti di Tintin e qualche numero, un poco discosto alla vista, di Playboy) avevo cominciato a guardare i dischi di musica Classica. Conoscevo già la copertina lucida dell'anello del Nibelungo dove spiccava un elmo cornuto e altri simboli di guerra mentre il nome di Dvorak non mi diceva granchè. Fu dunque per caso che misi sul piatto la Sinfonia del Nuovo Mondo. La musica mi avvolse con una profonda malinconia. Guardavo la pianura oltre le grandi vetrate all'inglese, immensa distesa di case ed esistenze. Avvertivo acutamente una solitudine mai provata prima tuttavia non ero triste.


ESTATE DEL 72
Luogo: cucina di corso F..... Torino

Persone: io
Ora: le 22 circa

Ho nelle gambe la stanchezza della camminata per le strade della collina fino a P..... Come l'anno passato buona parte della nostra classe F del Liceo Galileo Ferraris ha compiuto questa scampagnata fino alla casa dei nonni di L. Lei non è ancora la mia fidanzata, ha lo sguardo assorto nelle foto di quel giorno sotto l'ombrello nero che la ripara dalle gocce di pioggia cadute dopo pranzo. Tornato a casa mi sono messo a letto a riflettere sulla giornata. Fra qualche giorno tutti partiranno per le vacanze d'estate, Il vento soffia e muove a tratti le saracinesche dei garage in cortile, un suono che ho nella mente fin dai miei primi ricordi. Non so dire se sono triste, sento tutti amici,  

ESTATE DEL 73
Luogo: Finlandia del Nord


Persone: Io, M....., E...... 
Ora  l’alba ovvero le tre di notte

Dopo aver chiacchierato nella capanna monocamera di legno, aver scritto in silenzio alle fidanzate (quelli di noi che l’avevano), aver visto imbrunire verso mezzanotte e sorgere l'alba dopo un ora, usciamo a passeggiare lungo la strada deserta che si snoda diritta senza fine tra gli altissimi e radi abeti. Siamo stanchi, dopo un mese di viaggio cominciamo a sentire la fatica di condividere tanti giorni sempre insieme. Nonostante tutto rimane la voglia di scherzare. Sembra un mondo quello intorno a noi ormai disabitato per l'eternità. Nelle pause dei dialoghi avvertiamo solo il rumore lento e  continuo del vento. Torniamo nell'isba per riposare dormire un oretta prima di riprendere il viaggio di ritorno verso Sud.

martedì 22 novembre 2011

Anni '60. Gli sceneggiati della mia infanzia

L'isola del tesoro (1959) di Robert Louis Stevenson
Adattamento: Paolo Levi
Regia: Anton Giulio Majano
Cast: Alvaro Piccardi - Corrado Pani - Ivo Garrani - Roldano Lupi - Ubaldo Lay - Leonardo Cortese - Arnoldo Foa'
Puntate: 5
Rete: Nazionale
Data: 07/02/1959 - 07/03/1959

Anton Giulio Majano ci regala con questo poderoso sceneggiato le atmosfere esotiche del libro di Stevenson ricorrendo per le fosche scene tropicali alle boscaglie laziali con tutto l'apparato sonoro di onde e vento. Colonna sonora indimenticabile il "Quindici uomini sulla bara del morto.  

La Pisana (1960) di Ippolito Nievo
Adattamento: Aldo Nicolaj - Marcello SaltarelliRegia: Giacomo Vaccari
Cast: Giulio Bosetti - Lydia Alfonsi - Laura Adani
Puntate: 6
Rete: Nazionale
Data: 23/10/1960 - 27/11/1960

Tratto dalle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo la Pisana propone le vicende sentimentali e patriottiche di Carlino, Carlo Altoviti e la bella volubile cugina. Amore e storia si intrecciano fino al tragico finale. A distanza di anni ricordo ancora le atmosfere del castello di Fratta, gli occhi ammalianti di Lydia Alfonsi quando in camicia da notte invita Carlino nella sua stanza da letto, il bianco e nero degli interni e le musiche dei titoli di testa...

Il mulino del Po (1963/63) di Riccardo Bacchelli
Adattamento: Riccardo Bacchelli - Sandro Bolchi
Regia: Sandro Bolchi
Cast: Raf Vallone - Gastone Moschin - Tino Carraro - Giulia Lazzarini - Elsa Merlini
Puntate: 5
Rete: Nazionale
Data: 13/01/1963 10/02/1963

Teleromanzo dell'anno, in molte scene girato in esterni sulle rive del Po. La cittadina di Crespino, in provincia di Rovigo, è servita come location per molte sequenze dello sceneggiato.
  
La Cittadella (1964) di Archibald J. Cronin
Adattamento: Anton Giulio Majano
Regia: Anton Giulio Majano
Cast: Anna Maria Guarnieri - Alberto Lupo - Laura Efrikian - Eleonora Rossi Drago - Loretta Goggi - Nando Gazzolo
Puntate: 7
Rete: Nazionale
Data: 09/02/1964 - 22/03/196


Per due lunghi mesi assisto alle vicende sentimental-chirurgiche del Dottor Manson (l'impareggiabile Alberto Lupo). Anche qui la splendida musica fa da cornice a situazioni che il nostro gusto attuale potrebbe considerare leggermente datate ma che allora erano credibili e commoventi. Una scena in particolare è scolpita nella memoria di ogni spettatore. Muore un paziente operato da un chirurgo di fiducia di Manson: notte, pioggia torrenziale, tempesta di violini, Manson in lacrime sotto casa del defunto (" a Dio non la si fa") è consolato paternamente dal bobby di quartiere....