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martedì 21 maggio 2013

Torino nera: via Mazzini, anno 1912

Un gravissimo delitto scoperto dopo quattro mesi. Costringe con minaccia di morte l'amante ad avvelenarsi. L’arresto del colpevole.
La Stampa 16.3.1912 
In un letto della sezione Carle al S. Giovanni, giace da tre mesi una povera donna ancora in
giovane età. I medici, le suore, le infermiere che l'assistono, e le poche persone che si recano
a visitarla, si avvicinano al suo capezzale coll'animo velato e commosso da un senso di infinita
pietà. Poiché la disgraziata è votata inesorabilmente alla morte. Giorno per giorno il suo
organismo si consuma in una lotta atroce contro un nemico implacabile che la corrode
lentamente, martellandola, pungendola, attanagliandola minuto per minuto con la raffinata
crudeltà, di un tiranno chiuso ad ogni senso di umiltà. Il nemico è l'acido muriatico, che la
sventurata ha ingoiato in una fatale notte dello scorso novembre. Vedremo in quali drammatiche
circostanze. Eppure questo fragile corpo di donna, tanto barbaramente martoriato, ha saputo
conservare per quattro mesi, fra le pieghe dell'anima che ancora lo vivifica, un segreto terribile,
per non recare danno o pregiudizio al suo carnefice, a colui che con atto di inaudita barbarie le
aveva dato la morte attraverso allo sofferenze indescrivibili di una lunghissima e straziante agonia!
E indubbiamente la misera creatura avrebbe portato il segreto nella tomba se per un caso
fortuito la polizia non fosse venuta a conoscenza di una parte della verità terribile. Misteri
dell'anima umana! 
Il suo ingresso all'Ospedale 
Fu nella notte del 6 novembre verso le ore 4 che la povera donna fece il suo primo ingresso al
San Giovanni. Era accompagnata dall'amante, certo Bonino Giuseppe d'anni 38, meccanico da
Ivrea e da certa Cario Angela maritata Migliotti, una vicina di casa. Introdotta nella sala delle
medicazioni, fu subito attorniata dai sanitari ai quali narrò, fra singhiozzi strazianti, che poco
prima aveva ingoiato un liquido venefico di cui ignorava il nome. Mentre i sanitari si prestavano
a prodigarle i soccorsi del caso, la guardia di servizio procedette alla prescritta identificazione.
Alle domande rivoltele rispose: Sono Novaresio Clelia di anni 27, sarta, ed abito in via Mazzini
n. 44. Chiestole poscia perchè aveva ingoiato il veleno, rispose semplicemente: Perchè ero stanca
di vivere. La risposta, conforme a quella che danno il novanta per cento delle parsone che si
votano volontariamente alla morte, fu creduta veritiera. Nessuno pensò in quel momento di
scrutare il contegno dell'amante presente. Compiuta la lavatura dello stomaco, la misera fu
ricoverata nel Nosocomio e vi rimase per una quindicina di giorni, durante i quali il suo stato
parve migliorare alquanto. Era però un miglioramento fittizio, apparente. Il terribile veleno le
aveva concesso una breve tregua, ma le era rimasto nelle viscere, pronto a riprendere con
maggiore implacabilità la triste opera sua. Più disfatta, più sofferente, dovette richiedere
ospitalità, al Nosocomio; e lì rientrò il 18 dicembre. Questa volta fu ricoverata nella sezione Carle.
Dai sintomi, che ora erano più chiari ed evidenti, i medici dubitarono assai che il veleno che
la martoriava fosse il sublimato corrosivo, come prima si era creduto; ma ancora una volta la
donna interrogata su tale riguardo, rispose di ignorare di quale natura fosse il liquido ingoiato.
Giorno per giorno intanto le sue condizioni si andavano aggravando in causa della crescente
debolezza dovuta all'impossibilità di ricevere qualsiasi nutrimento. I sanitari pensarono allora
di nutrirla artificialmente, e provvidero alla bisogna mediante l'immissione di una sonda
attraverso ad un'incisione nell'addome. E così ancora oggi è nutrita la disgraziata creatura!
Durante le molte settimane della degenza, alcuni conoscenti si recarono al suo letto a recarle
la parola del conforto; ma non comparse mai l'amante, il Bonino. Egli — come si seppe di poi —
aveva lasciato Torino e si trovava a Nicastro in qualità di «chauffeur» presso il comm. Mauro.
Alla polizia nel frattempo era pervenuto fortuitamente, come abbiamo detto, un barlume della
verità che la donna aveva saputo, con tanto spirito di generosità, tacere. Impressionato dalla
notizia pervenutagli, per quanto frammentaria, il cav. Massera commissario della sezione di via
Giannone, volle subito approfondire le indagini, e insieme al delegato Olivazzi si recò senz'indugio
al S. Giovanni per interrogare la Novaresio. 
La vittima narra di essere stata costretta ad avvelenarsi!  
Alle prime domande rivoltele, la povera donna fissò i due funzionari come stupita che una parte
del s6uo segreto fosse conosciuto — Come l'hanno saputo? — interrogò a sua volta. Eh!la polizia
ha svariate fonti che la mettono, non sempre ma sovente, a conoscenza di quanto la gente vuol
nasconderle — rispose il commissario. Invitata poscia a dire tutta la verità, la donna si raccolse
per qualche istante in un affannoso silenzio, poscia incominciò, il suo terribile racconto dall'inizio,
incominciando delle sue tribolazioni. Circa, nova anni fa, quando era ancora giovanissima ed
inesperta della vita, essa conobbe un uomo che l'amò e nelle cui braccia essa si gettò
completamente fiduciosa. Frutto di tale relazione fu una bambina che ha ora otto anni e
convive con la mamma, o almeno è vissuta fino al giorno in cui la mamma dovette essere
ricoverata all'Ospedale. Passarono gli anni e giunse purtroppo anche un giorno triste, e
fu quello in cui l’amante volle riprendere intera la sua libertà ed abbandonò ai loto destini
madre e figlia pur restando a Torino ove fa il cameriere. Questa parte della narrazione forma
il preludio soltanto dell'odissea di guai della poveretta. La fase più burrascosa della sua
martoriata vita è venuta in seguito. La Novaresio continuò il suo triste racconto: — L'anno
scorso la cattiva sorte mi fece incontrare nel Bonino Giuseppe. Egli era vedovo, io ero libera
e ci unimmo maritalmente, nella mia abitazione in via Mazzini N. 44. Restammo insieme quattro
mesi e non furono, purtroppo, mesi di pace per me. Il Bonino era gelosissimo e lo dimostrava
con scene di inaudita violenza che mi terrorizzavano. Quanti giorni e quante notte di spasimo
abbiamo passato io e la bambina. Poi venne la notte fatale (quella del 6 novembre), il cui ricordo
mi fa tuttora rabbrividire. E la misera rabbrividì infatti: poi continuò: — Il Bonino è venuto a
casa quella sera col viso spaventosamente oscurato dall'ira; ed iniziò una delle solite scenate,
ma con un impeto di ferocia che ancora non conoscevo. Mi difesi come meglio seppi, ma lo
sciagurato non voleva udire ragioni, e non trovando nelle contumelie sufficiente sfogo all'ira,
mi percosse spietatamente. Ma nemmeno ciò valse a soddisfarlo. Ad un tratto egli afferrò un
rasoio e mi si gettò addosso terribile. Col coraggio della disperazione mi difesi come meglio
seppi: e sia per le mie grida, o sia per un baleno di pentimento che egli ebbe, si lasciò finalmente
disarmare; e poscia si calmò alquanto. Io approfittai di quel momento per nascondere l'arma nel
materasso, temendo che l'ira lo riprendesse. E non mi ero su questo punto ingannata. Lo
sciagurato dopo brevi istanti di semi-pace, risorse più terribile e minaccioso, e ghermitami di
nuovo pel collo gridò furente: «Voglio, voglio ucciderti!» Ebbi in quel momento l’impressione
che la mia ultima ora era giunta. Invece lo sciagurato improvvisamente mi lasciò ed avvicinatosi
ad un armadio prese una piccola bottiglia e me la porse. Io, a tutta prima non compresi. — Bevi!
— mi gridò imperiosamente il furfante- altrimenti ti uccido. Ma cosa c’è li dentro- domandai
timidamente. Non fare domande: bevi! — ripetè lui. — In quel momento non seppi comprendere
la gravità dall'atto che mi si chiedeva e sotto il dominio della minaccia mi appressai alle labbra
la bottiglia e ingoiai 11 liquido che conteneva. 
Le terribili sofferenze 
Il Bonino assistè all'atto, impassibile. Parve finalmente soddisfatto del sacrificio supremo che mi
aveva imposto. Io rimasi alcuni istanti come istupidita. Ancora non comprendevo la terribile
realtà della mia posizione. Me ne accorsi però poco dopo quando il veleno incominciò la sua
terribile opera, strappandomi grida e singulti di spasimo. Il Bonino parve allora misurare le
conseguenze che in suo danno avrebbero potuto venire, e assumendo un tono supplichevole
mi scongiurò di nascondere la verità dicendo che mi ero avvelenata di mia volontà. Glie lo
promisi, e mantenni la parola! Nulla avrei mai detto se ella non fosse venuto qui. I dolori intanto
aumentavano — continuò — e allora ti Bonino svegliò la vicina di casa. Corto Angela, che
premurosamente accorse e mi preparò una tazza di camomilla, il che non valse, certo, a togliermi
le sofferenze. Fu allora deciso di accompagnarmi al vicino Ospedale di San Giovanni; il che fu
fatto. 
Lettere compromettenti  
Abbiamo detto più sopra che il Bonino si allontanò da Torino per assumere un impiego di
chauffeur a Nicastro in Calabria. La lontananza però non aveva dato la tranquillità all’animo suo.
Era tuttora in lui il timore che la donna rivelasse la verità terribile e questo stato dell'animo suo
svelò in una lettera che fu trovata dalla polizia. La verità poi del racconto fatto dalla donna fu
confermata dalla minuta di una lettera che essa aveva scritta al Bonino in risposta a quella di lui.
La denunzia e l'arresto 
Il commissario Massera, dopo avere raccolto la gravissima deposizione, fece una visita
nell’abitazione della Novaresio e nell’armadio trovò e sequestrò un’altra bottiglietta contenente
del liquido che fu poscia riconosciuto per acido muriatico, che il Bonino teneva presso di sè per
le saldatura. Proseguendo poscia per altre vie le indagini, il funzionario potè raccogliere
deposizioni varie che lo misero in grado di stendere una particolareggiata denunzia all'autorità,
giudiziaria. Presa conoscenza dei fatti, il Procuratore del Re spiccò subito mandato di cattura
contro il Bonino; mandato che fu immediatamente inviato all'Autorità di Nicastro per
l'esecuzione. In tal modo, dopo quattro mesi dal delitto, il Bonino è caduto nello mani
della giustizia. Egli verrà presto tradotto a Torino per essere messo a confronto, se già la, morte
non avrà compiuto il suo triste ufficio, con la sventurata vittima. La bimba della disgraziata è
stata provvisoriamente ritirata da una vecchia e pietosa donna.  
.. e poi continua....
Conseguenze del gravissimo delitto scoperto dopo quattro mesi 
Un cameriere che si suicida perché citato dal giudice istruttore 
La Stampa 22.3. 1912 
Ieri mattina l’Autorità venne avvisata che in una camera ammobiliata sita un caseggiato interno
dello stabile n. 37 di via San Francesco da Paola si era ucciso un uomo. Sul posto si recò
immediatamente il delegato Azzati con agenti. Salito nella camera, che è attigua ad altre pure
date in affitto ammobiliate. Il funzionario rilevò che il suicida si era sparato un colpo di rivoltella
alla tempia destra, stando seduto sul letto. Il colpo era riuscito mortalmente fulmineo. Nella camera
fu trovata una lettera chiusa, indirizzata all’ ufficio di istruzione presso il Tribunale. Il funzionario
ne prese possesso per consegnarla all’ufficio. Dalle informazioni attinte da alcuni dei presenti
egli potè stabilire che il suicida è certo Tos Gioacchino di anni 42 da Santhià cameriere al Molinari.
Potè inoltre accertare che il movente del suicidio risale al fatto da noi narrato nella cronaca del
16 corrente. In quella triste narrazione abbiamo esposte le tragiche vicissitudini toccate ad una
disgraziatissima donna, certa Novaresio Clelia, d'anni 27, che, sotto il dominio di gravi minacce
per parte del suo amante Bonino Giuseppe, aveva bevuto quattro mesi prima, e precisamente
nella notte del 6 novembre, una pozione di acido muriatico. Risalendo nel triste passato della
sventuratissima creatura, abbiamo pure narrato che in età giovanissima essa si era completamente
abbandonata nelle braccia di un cameriere, che l’aveva resa madre di una bambina, che ora ha
8 anni e che la madre aveva voluto tenere con sé invece di abbandonarla alla carità pubblica come
fanno, purtroppo, la maggior parte delle donne nubili. Orbene l’autorità giudiziaria la quale sta
costruendo l’inchiesta contro il Bonino che com’è noto fu arrestato a Nicastro volle naturalmente
precisare anche tutte le circostanza dei precedenti della tragedia: e in conseguenza il giudice
istruttore incaricato dell’inchiesta fece pervenire un invito a interrogatorio anche a Gioacchino
Tos che era appunto il cameriere ex-amante della Novaresio. Appena il Tos fu in possesso del
documento si dimostrò conturbatissimo, e questo suo stato d'animo confidò ad un collega col
quale era in maggiore intimità. Nè valse a tranquillizzarlo il pensiero che a lui, legalmente, non
venivano fatti addebiti riguardo al veneficio. Nelle sue successive confidenze al collega, questi
comprese che il turbamento andava aumentando nell’animo suo. Infatti l’altro ieri egli gli chiese
fra l’altro con quale mezzo avrebbe potuto darsi la morte senza soffrire. Impressionato da tali
discorsi ieri mattina il collega il quale affitta pure una camera nello stesso stabile entrò nella
camera del Tos per svegliarlo ma il disgraziato dormiva già di un sonno che non ha risveglio!
Fu allora dato l’allarme al vicinato e poscia all’Autorità. Dopo le incombenze di legge il cadavere
venne trasportato negli istituti universitari del Valentino
Non è dato di sapere quali furono gli sviluppi della tragica vicenda. Nella Stampa del 29
gennaio 1916, quindi di 4 anni dopo, un trafiletto reca l'annuncio del matrimonio di tal Arato Felice con Novaresio Clelia...
Ci auguriamo a distanza di quasi cent'anni che non si tratti di una mera omonimia

mercoledì 17 aprile 2013

Bussoleno nera: nell'estate del 1874......

Bussoleno, Valle di Susa. 9 agosto 1874. A fine giornata, con le prime ombre,  il termometro, è ancora sopra i 20 gradi. Alla periferia del paese sulla strada che porta a Torino, nei pressi della chiesuola di Sant'Antonio un uomo in terra sta morendo ferito da due tagli profondi al collo. Si tratta di Giovanni Annone operaio quarantenne in servizio alla stazione ferroviaria. Portato a casa muore nella notte per la gravità delle ferite riportate, si pensa da arma tagliente, un falcetto. I sospetti si appuntano rapidamente su  un compaesano,  Domenico Henry, 33 anni, contadino ed ex carabiniere. Ma non ci sono prove solo tenui indizi. L'Henry viene comunque arrestato. Una perquisizione condotta in casa sua non svela nulla: non vengono ritrovati neanche gli strumenti che comunemente ogni contadino utilizza nel suo lavoro quotidiano come falcetti, coltelli o scuri. I motivi alla base dei sospetti però sono riconosciuti validi. Serafina, la sorella dell'Henry intratteneva da tempo una relazione con l'Annone, relazione fortemente avversata dal fratello. Più volte in paese si era manifestato il rancore dell'Henry verso l'Annone. Alla base di questo sentimento, pare che ci fosse un sentimento di gelosia morbosa sconfinante in un turpe amore incestuoso. Tempo addietro un altro corteggiatore della Serafina era stato allontanato con frasi minacciose che non facevano presagire nulla di buono.... L'Annone invece non si era spaventato ed aveva continuato la sua tresca. Il fatto che Serafina fosse in procinto di divenir madre non lo aveva turbato. L'accusa mise in evidenza alcune incongruenze come l'affermazione, smentita da testimoni, che la sera del delitto l'Henry si fosse ritirato in casa senza più uscirne e avesse cenato con la sorella. Pare invece che Serafina si fosse recata come d'abitudine all'appuntamento serale con l'Annone e che l'Henry fosse stato visto rientrare a casa "con passo concitato" in concomitanza dell'ora del delitto. Il processo si svolse in Corte d'Assise nel mese di marzo del 1876: l'imputato apparve calmo e indifferente. Malato di tubercolosi, sembrò però in discreta salute. Furono esaminate tutte le circostanza a carico dell'imputato ma non emerse mai chiaramente una prova che dimostrasse la sua colpevolezza. Alla fine l'imputato fu dichiarato colpevole e condannato ai lavori forzati a vita.

sabato 7 gennaio 2012

I misteri di Torino. Agosto 1951. La scomparsa di un giovane francese

La notizia compare in taglio basso, poche righe, nell'edizione pomeridiana di Stampa Sera di giovedì 
2 agosto 1951

Giovedì 2 - Venerdì 3 Agosto 1951 NUOVA STAMPA SERA Anno V – N°182

CRONACA CITTADINA: Un turista francese scomparso in città. 
Da ormai cinque giorni un giovane trista francese sta ricercando il fratello scomparso misteriosamente in città. I due, Jean Antoine e Daniele [........], rispettivamente di 20 e 16 anni, venivano da Besanson in bicicletta ed assieme avevano valicato il Piccolo San Bernardo. La sera del giorno 29 scorso erano alle porte di Torino, qui Jean Antoine, che si era recato in un negozio per un acquisto, perse di vista il fratello. Lo attese dapprima, sperando che ritornasse poi lo cercò tutta la sera negli ospedali e nei commissariati ma senza riuscire ad avere alcuna notizia. Anche al Consolato francese, dove era presumibile si fosse recato non avendo altro punto di riferimento, il giovane Daniel non era stato visto. Disperato, il fratello dello scomparso si è rivolto all’Ufficio stranieri, presso la questura. Da ormai cinque giorni un giovane francese, giunto in gita nella nostra città, sta ricercando il fratello

La notizia viene ripresa il giorno successivo con piccole variazioni nella descrizione dell'evento. Non si parla più dell'acquisto fatto dal fratello ma di di una sosta motivata dal bisogno di dissetarsi ad una fontanella da parte dello scomparso. Viene precisato il quartiere di Torino, Madonna di Campagna dove avviene la sparizione del giovane. Si danno notizie sulla provenienza dei due, Besançon e il motivo del loro viaggio.

Venerdì 3 Agosto 1951 LA NUOVA STAMPA Anno VII N°182

CRONACA CITTADINA: Un giovane francese misteriosamente scomparso
Un ragazzo francese di 16 anni che insieme al fratello maggiore, stava compiendo un giro turistico in bicicletta
nell'Alta Italia, è scomparso misteriosamente sei giorni or sono alla periferia della nostra città. Il giovane Daniel [........] era partito insieme al fratello Jean Antoine una quindicina di giorni or sono da Besancon dove abitano in rue [........]. I due giovani avevano dapprima fatto un lungo giro in Svizzera e poi, passando per il valico del Gran San Bernardo, erano giunti in Italia. Prima tappa a Torino, borgata Madonna di Campagna.. Qui avvenne la misteriosa sparizione. Daniel si fermò per bere ad una fontanella e disse al fratello di continuare ad andare avanti, lo avrebbe subito raggiunto. Jean Antoine continuò a pedalare per qualche centinaio di metri e poi si fermò ad attendere il fratello. Ma questi non compariva. Allora cominciò a cercarlo nella zona supponendo che trovatosi di fronte ad un bivio avesse imbroccato la strada sbagliata, Le ricerche furono inutili.

La casa dove vivevano i due fratelli a Besançon

La storia e il relativo mistero finiscono qui. Non c'è nulla d'altro sulla Stampa dei giorni e mesi seguenti. Una cosa però si chiarisce pochi mesi orsono, agli inizi del 2013, dopo alcune ricerche sul web: Daniel è vivo e vive in un piccolo paese della Francia orientale! Dopo alcuni scambi di mail il nostro protagonista però non ha avuto piacere di rilasciarci alcuna notizia riguardo l'esatto svolgimento dei fatti di quel lontano episodio.....     

Et pour nos lecteurs....
Paru en "La Stampa" deVendredi 3 août 1951
Un jeune Français a mystérieusement disparu. 

Un jeune homme français de 16 ans qui avec son frère aîné, faisait une tour en Italie en bicyclette a mystérieusement disparu il ya six jours à la périphérie de notre ville. Le jeune Daniel [........] était parti avec son frère Jean Antoine  il y a une quinzaine de jours de Besançon où il vivait rue [........]. Les deux jeunes hommes avaient d'abord fait une longue tournée en Suisse et ensuite par le col du Grand Saint-Bernard, étaient arrivés en Italie. Première étape à Turin, Ici arriva la mystérieuse disparition. Daniel s'etait arrêté pour boire à une fontaine et avait dit à son frère de continuer à avancer, Il l'aurait atteint par la suite. Jean-Antoine continua à pédaler pour quelques centaines de mètres, puis s'arrêta pour attendre son frère. Mais ceux-ci ne parut plus. Ensuite il commença à le checher en supposant qu' il se fut trompé de direction mais toute recherche a étée inutile.

venerdì 23 dicembre 2011

Cronaca cittadina de La Stampa. Torino. Morte nella fogna

La Stampa 11.7.1951

UN GIOVANE DI 18 ANNI SCOMPARSO NELLE FOGNE DI VIA CRISTOFORO COLOMBO
Una angosciosa, allucinante sciagura è accaduta ieri pomeriggio nella nostra città.

Un giovane operaio, un ragazzo di 18 anni, è scomparso in una fogna, dopo aver perso i sensi in seguito ad intossicazione. Per quante ricerche siano state affannosamente compiute dai vigili del fuoco, ancora non è stato possibile ritrovarlo. Ma ecco i fatti nella loro cruda realtà. Ieri pomeriggio verso le 15 tre giovani, Aldo Rosano di 19 anni abitante a San Biagio di Centallo, Giovanni Peracchione di 18 abitante a Lanzo in via delle Tettoie 7, e Carlo Bertolina di 16 anni, da Borgo Revel, stavano lavorando in via Cristoforo Colombo. Essi erano occupati presso un'impresa che per un appalto ottenuto dal Municipio, ha il compito di ripulire il fondo dei canali bianchi. Questi canali sono corridoi sotterranei dell'altezza di un metro e venti, larghi 60-70 centimetri, nei quali confluiscono tutte le acque piovane. Sul loro fondo perciò, a seconda delle condizioni meteorologiche, può scorrere un semplice rivolo o addirittura un torrentello della profondità massima di mezzo metro. I tre giovani di cui sopra, calandosi alternativamente sottoterra, avevano il compito di rimuovere con picconi i detriti e il terriccio fermi sul fondo. Verso le ore 15, come si è detto, essi avevano iniziato la loro attività sotto la guida diretta del geometra Bozzone del Municipio. Mentre il sedicenne Carlo Bertolina restava alla superficie, i suoi compagni Peracchione e Rosano scendevano nella fogna attraverso il chiusino posto dinanzi al numero 43 di via Cristoforo Colombo. Poco prima, per facilitare il deflusso del terriccio, con lo spostamento di apposite paratole era stata immessa dell'acqua sino ad un livello di 30-40 centimetri. Nel momento in cui il geom. Bozzone mandava il ragazzo rimasto con lui in superficie a chiudere queste paratoie, improvvisamente giungeva di sottoterra una vampata di acutissimo odore. — Mi è parsa benzina — ci ha dichiarato il geom. Bozzone — probabilmente sì trattava dello scarico di qualche stabilimento della zona. Resomi subito conto del pericolo, accorsi al chiusino successivo a quello per il quale si erano calati i due operai e li chiamai per nome. Non ebbi risposta. Il geometra, sapendo che essi erano avviati in direzione di corso Galileo Ferraris si precipitava più avanti ancora ed apriva altre due o tre botole. Ma nessuna voce giungeva in risposta ai suoi richiami. Si telefonava perciò ai vigili del fuoco. Erano le 15,50. Sotto il comando del capitano Giulia, pochi minuti dopo giungevano sul posto due distaccamenti di vigili i quali iniziavano le operazioni di salvataggio calandosi nel canale bianco attraverso le due estremità di via Cristoforo Colombo. Questo tentativo dava subito un risultato positivo: uno dei giovani, il diciannovenne Aldo Rosano, veniva ritrovato semisvenuto all'altezza del chiusino posto all'incrocio con via Cassini. Egli dunque aveva percorso un duecento metri dal punto dov'era disceso. Il ragazzo, sebbene fosse afflosciato sulle ginocchia con l'acqua che gli arrivava a metà petto, rispondeva al richiamo dei soccorritori — E' terribile — egli diceva — è terribile ciò che è successo. All'ospedale Mauriziano, dove giungeva con un'autolettiga, il dott. Vottenani gli riscontrava sintomi d'intossicazione, probabilmente causati da metano, guaribili in una decina di giorni. Il Rosano però era in preda ad un forte choc nervoso. Per ore ed ore non ha fatto altro che chiedere notizie di Gianni, del suo compagno scomparso. Siamo riusciti tuttavia ad avere da lui un racconto del tragico accaduto. Ci eravamo da poco calati, quando fummo investiti da un gas acre, irrespirabile. Gianni, che era davanti a me, per primo ha invocato soccorso, ma non siamo stati uditi. Io mi sono chinato su me stesso dopo aver corso in avanti per un po'. Non vedevo, perchè la lampada ad acetilene era caduta nell'acqua. Non posso dire di più, ma «sento» che Gianni è morto. L'acqua che scrosciava impetuosa sino al ginocchio era sufficiente per trascinarne via il corpo. Nel frattempo, per tutta la lunghezza di via Cristoforo Colombo i vigili del fuoco intensificavano lo ricerche dell'altro operaio: il 18enne Giovanni Peracchione. Non ostante il canale sia parzialmente chiuso da un griglia all'altezza di corso Galileo Ferraris, i sondaggi venivano compiuti anche oltre questo sbarramento che non è tale da impedire il passaggio di un corpo esanime. Tutto invano. Sul posto si portavano il prefetto dott. Carcaterra ed il questore dott. Ferrante, mentre centinaia di persone sostavano in muta e trepida attesa. Servendosi di una mappa del canali sotterranei, l'ing. Previti, comandante dei vigili del fuoco, dirigeva le operazioni di soccorso anche lungo i cunicoli trasversali. Nessuna traccia; solo alle 21,30 veniva ritrovata la lampada ad acetilene sfuggita dalle mani dello sventurato ragazzo nel momento in cui era stato colto dalla venefica esalazione. Sorgevano molte congetture legate ad un filo di speranza: forse il giovane si era ripreso e, in preda a terrore, era fuggito per i canali secondari. Ma come spiegare il fatto ch'egli non veniva scorto nonostante il rastrellamento minuzioso? A poco a poco prendeva consistenza un'ultima congettura, la più drammatica. Quasi sicuramente il corpo inanimato del Peracchione era rimasto travolto dal corso d'acqua e trascinato sin verso i cunicoli collettori che riversano, dopo chilometri di percorso sotterraneo, l'acqua nel Po. Un gruppo di vigili si recava perciò in attesa presso lo sbocco delle fogne nel fiume. Apprendiamo intanto da Lanzo che Giovanni Peracchione è figlio di una poverissima donna che, proprio da lui, traeva sostentamento. Mille lire al giorno, guadagnava questo ragazzo e con esse manteneva, oltre alla madre, una sorella ammalata. Tutte le sere giungeva a casa con il treno in arrivo alle 19 circa. Quando un nostro cronista ha portato ai familiari la tremenda notizia — erano le 21 circa — essi già erano in preda ad una angoscia piena di presagio. Indicibile è stato il loro dolore. Madre e sorella sono partite subito alla volta di Torino.
12 Luglio 1951 NUOVA STAMPA SERA 

RICUPERATO STAMANE IL CADAVERE DEL GIOVANE OPERAIO

Alle ore 9 di stamane il corpo dello sventurato operaio scomparso nella rete di canali della fognatura bianca (quella per lo spurgo delle acque piovane) di via Cristoforo Colombo, è stato finalmente trovato in un collettore sotterraneo di via San Secondo angolo corso Sommeiller. Il poveretto era disteso sull'acqua, irigidito nella morte. L'avevano trovato gli operai Delfino Mariotti, Celestino Baruffalo, Pierino Ferrero e Angelo Mariotti della Impresa Serra e Bioletto addetta alla ispezione delle fognature. I quattro operai erano rimasti svegli tutta la notte alla ricerca affannosa nella rete di canali sotterranei del loro compagno scomparso. Quando la salma del poveretto veniva portata, attraverso il chiusino del collettore, alla luce del giorno e distesa sul controviale di corso Sommeiller, una folla di passanti si raccoglieva sul posto. Poco dopo giungevano alcune jeep della Celere, agenti del Commissariato San Secondo e il medico municipale. Più tardi la salma veniva trasportata all'obitorio per l'autopsia. E' di ieri la notizia della scomparsa del Peracchlone, un giovane di Lanzo che, con il suo modesto lavoro alle dipendenze della Impresa Serra e Bioletto, manteneva la madre ed una sorella ammalata. Ieri pomeriggio lavorava con due compagni Aldo Rosano di 19 anni e Carlo Bertollna di 16 anni alla ripulitura delle fogne bianche di via Cristoforo Colombo. Il Bertolina, rimasto alla superficie, avvertiva una zaffata di gas sprigionarsi dal chiusino. Temendo per i suoi compagni, si rivolgeva al geometra Bozzone del Municipio, che dirigeva i lavori. Questi, chino sull'apertura, chiamava a gran voce gli operai. Nessuna risposta. Evidente che i due erano rimasti vittime della venefica esalazione. Il geometra Buzzone telefonava ai vigili del fuoco, i quali giungevano sul posto pochi minuti dopo. Fu possibile rintracciare quasi subito il Rosano; era svenuto afflosciato sulle ginocchia con l'acqua alla cintola, ma salvo. Le ricerche ripresero per il Peracchlone. Purtroppo durante tutta la notte esse non diedero risultati.

Giovedì 12 Luglio 1951 LA NUOVA STAMPA Anno VII - Num. 163 
La tragedia del giovane operaio scomparso nei cunicoli della fogna.
Il misero corpo è stato ritrovato ieri in un canale di via Cristoforo Colombo
Morto per intossicazione o annegamento? Il dramma dell'operaio diciottenne Giovanni Peracchione, scomparso martedì pomeriggio nella fogna di via Cristoforo Colombo, è giunto ieri mattina all'epilogo. Dopo ore ed ore di vane ricerche il cadavere è stato ritrovato, contratto e sfigurato sulla melma di un canale collettore ad un chilometro e mezzo circa dal luogo dove il giovane era stato colto da intossicazione. Ora che le operazioni, tese prima ad un disperato tentativo di salvataggio e poi al recupero della salma, sono concluse, le autorità competenti hanno iniziato una severa inchiesta sia per ricostruire tutti i particolari, sia per accertare eventuali responsabilità. Tuttavia l'inchiesta, proprio perchè severamente condotta, deve procedere con estrema cautela. Sinora il commissariato San Secondo ha accertato che tanto il Peracchione, quanto i suoi giovanissimi compagni, Aldo Rosano, tratto a salvamento, e Carlo Bertolina, che al momento dell'incidente si trovava in superficie, già avevano acquistato buona pratica nel duro lavoro. Non era prevedibile che all'improvviso nel condotto sotterraneo si sprigionasse una venefica esalazione la cui origine, molto probabilmente, è destinata a rimanere ignota. Si era parlato in un primo tempo dello scarico di qualche sostanza chimica da parte di uno stabilimento industriale, ma è ben difficile stabilire da che punto il tossico sia penetrato nel canale bianco dove il Peracchione stava lavorando. Sopra di lui e sopra il Rosano erano aperti due chiusini; il destino avverso ha voluto però che i ragazzi, forse messisi a correre perchè presi dal panico o forse trascinati dal piccolo corso di acqua mentre erano semisvenuti, andassero subito a finire 150 metri oltre il punto dove si erano calati nella fogna. Secondo un'ipotesi, già affiorata mentre si svolgevano le operazioni di soccorso, il ragazzo forse non ha resistito all'intossicazione ed è crollato esanime nel fondo del canale. In tal caso l'acqua, sebbene fosse profonda soltanto una trentina di centimetri avrebbe potuto trascinare il corpo per la diramazione che lungo via Cassini va a sfociare nella vasta galleria di collegamento posta nel sottosuolo di corso Peschiera. Secondo un'altra ipotesi (in un certo senso più spaventosa) il ragazzo dopo un primo momento di collasso si sarebbe ripreso e con i suoi mezzi, avendo però la mente ottenebrata dal terrore, sarebbe corso in cerca di scampo lungo il cunicolo di via Cassini. Privo però di orientamento e senza l'ausilio della lampada ad acetilene cadutagli nell'acqua, avrebbe raggiunto senza accorgersene, il canale di corso Peschiera. In questo sbocco vi è un salto di 2 metri circa: sufficiente per determinare una caduta rovinosa nel corso d'acqua che qui supera i 60 centimetri ed è alquanto impetuosa. Il recupero della salma è stato compiuto ieri mattina alle 9 circa da sei valorosi operai che spontaneamente avevano voluto cooperare con i vigili e i dipendenti municipali prodigatisi nelle pietose ricerche. I poveri resti di Giovanni Peracchione ancora non sono stati restituiti alla desolatissima madre che è giunta martedì sera a Torino da Lanzo. Il cadavere si trova all'Istituto di medicina legale, dove oggi il prof. Toso compierà l'esame necroscopico per accertare se la morte è stata causata dal l'intossicazione e da annegamento. Anche questi elementi saranno utilissimi per l'inchiesta in corso, alla quale già hanno dato la loro cooperazione tecnica funzionari dell'Istituto di Previdenza. Naturalmente, dopo le indagini della polizia, anche la magistratura dovrà pronunziarsi in merito a questo luttuoso episodio.