La Stampa 16.3.1912In un letto della sezione Carle al S. Giovanni, giace da tre mesi una povera donna ancora ingiovane età. I medici, le suore, le infermiere che l'assistono, e le poche persone che si recanoa visitarla, si avvicinano al suo capezzale coll'animo velato e commosso da un senso di infinitapietà. Poiché la disgraziata è votata inesorabilmente alla morte. Giorno per giorno il suoorganismo si consuma in una lotta atroce contro un nemico implacabile che la corrodelentamente, martellandola, pungendola, attanagliandola minuto per minuto con la raffinatacrudeltà, di un tiranno chiuso ad ogni senso di umiltà. Il nemico è l'acido muriatico, che lasventurata ha ingoiato in una fatale notte dello scorso novembre. Vedremo in quali drammatichecircostanze. Eppure questo fragile corpo di donna, tanto barbaramente martoriato, ha saputoconservare per quattro mesi, fra le pieghe dell'anima che ancora lo vivifica, un segreto terribile,per non recare danno o pregiudizio al suo carnefice, a colui che con atto di inaudita barbarie leaveva dato la morte attraverso allo sofferenze indescrivibili di una lunghissima e straziante agonia!E indubbiamente la misera creatura avrebbe portato il segreto nella tomba se per un casofortuito la polizia non fosse venuta a conoscenza di una parte della verità terribile. Misteridell'anima umana!
Il suo ingresso all'Ospedale
Fu nella notte del 6 novembre verso le ore 4 che la povera donna fece il suo primo ingresso alSan Giovanni. Era accompagnata dall'amante, certo Bonino Giuseppe d'anni 38, meccanico daIvrea e da certa Cario Angela maritata Migliotti, una vicina di casa. Introdotta nella sala dellemedicazioni, fu subito attorniata dai sanitari ai quali narrò, fra singhiozzi strazianti, che pocoprima aveva ingoiato un liquido venefico di cui ignorava il nome. Mentre i sanitari si prestavanoa prodigarle i soccorsi del caso, la guardia di servizio procedette alla prescritta identificazione.Alle domande rivoltele rispose: Sono Novaresio Clelia di anni 27, sarta, ed abito in via Mazzinin. 44. Chiestole poscia perchè aveva ingoiato il veleno, rispose semplicemente: Perchè ero stancadi vivere. La risposta, conforme a quella che danno il novanta per cento delle parsone che sivotano volontariamente alla morte, fu creduta veritiera. Nessuno pensò in quel momento discrutare il contegno dell'amante presente. Compiuta la lavatura dello stomaco, la misera furicoverata nel Nosocomio e vi rimase per una quindicina di giorni, durante i quali il suo statoparve migliorare alquanto. Era però un miglioramento fittizio, apparente. Il terribile veleno leaveva concesso una breve tregua, ma le era rimasto nelle viscere, pronto a riprendere conmaggiore implacabilità la triste opera sua. Più disfatta, più sofferente, dovette richiedereospitalità, al Nosocomio; e lì rientrò il 18 dicembre. Questa volta fu ricoverata nella sezione Carle.Dai sintomi, che ora erano più chiari ed evidenti, i medici dubitarono assai che il veleno chela martoriava fosse il sublimato corrosivo, come prima si era creduto; ma ancora una volta ladonna interrogata su tale riguardo, rispose di ignorare di quale natura fosse il liquido ingoiato.Giorno per giorno intanto le sue condizioni si andavano aggravando in causa della crescentedebolezza dovuta all'impossibilità di ricevere qualsiasi nutrimento. I sanitari pensarono alloradi nutrirla artificialmente, e provvidero alla bisogna mediante l'immissione di una sondaattraverso ad un'incisione nell'addome. E così ancora oggi è nutrita la disgraziata creatura!Durante le molte settimane della degenza, alcuni conoscenti si recarono al suo letto a recarlela parola del conforto; ma non comparse mai l'amante, il Bonino. Egli — come si seppe di poi —aveva lasciato Torino e si trovava a Nicastro in qualità di «chauffeur» presso il comm. Mauro.Alla polizia nel frattempo era pervenuto fortuitamente, come abbiamo detto, un barlume dellaverità che la donna aveva saputo, con tanto spirito di generosità, tacere. Impressionato dallanotizia pervenutagli, per quanto frammentaria, il cav. Massera commissario della sezione di viaGiannone, volle subito approfondire le indagini, e insieme al delegato Olivazzi si recò senz'indugioal S. Giovanni per interrogare la Novaresio.
La vittima narra di essere stata costretta ad avvelenarsi!
Alle prime domande rivoltele, la povera donna fissò i due funzionari come stupita che una partedel s6uo segreto fosse conosciuto — Come l'hanno saputo? — interrogò a sua volta. Eh!la poliziaha svariate fonti che la mettono, non sempre ma sovente, a conoscenza di quanto la gente vuolnasconderle — rispose il commissario. Invitata poscia a dire tutta la verità, la donna si raccolseper qualche istante in un affannoso silenzio, poscia incominciò, il suo terribile racconto dall'inizio,incominciando delle sue tribolazioni. Circa, nova anni fa, quando era ancora giovanissima edinesperta della vita, essa conobbe un uomo che l'amò e nelle cui braccia essa si gettòcompletamente fiduciosa. Frutto di tale relazione fu una bambina che ha ora otto anni econvive con la mamma, o almeno è vissuta fino al giorno in cui la mamma dovette esserericoverata all'Ospedale. Passarono gli anni e giunse purtroppo anche un giorno triste, efu quello in cui l’amante volle riprendere intera la sua libertà ed abbandonò ai loto destinimadre e figlia pur restando a Torino ove fa il cameriere. Questa parte della narrazione formail preludio soltanto dell'odissea di guai della poveretta. La fase più burrascosa della suamartoriata vita è venuta in seguito. La Novaresio continuò il suo triste racconto: — L'annoscorso la cattiva sorte mi fece incontrare nel Bonino Giuseppe. Egli era vedovo, io ero liberae ci unimmo maritalmente, nella mia abitazione in via Mazzini N. 44. Restammo insieme quattromesi e non furono, purtroppo, mesi di pace per me. Il Bonino era gelosissimo e lo dimostravacon scene di inaudita violenza che mi terrorizzavano. Quanti giorni e quante notte di spasimoabbiamo passato io e la bambina. Poi venne la notte fatale (quella del 6 novembre), il cui ricordomi fa tuttora rabbrividire. E la misera rabbrividì infatti: poi continuò: — Il Bonino è venuto acasa quella sera col viso spaventosamente oscurato dall'ira; ed iniziò una delle solite scenate,ma con un impeto di ferocia che ancora non conoscevo. Mi difesi come meglio seppi, ma losciagurato non voleva udire ragioni, e non trovando nelle contumelie sufficiente sfogo all'ira,mi percosse spietatamente. Ma nemmeno ciò valse a soddisfarlo. Ad un tratto egli afferrò unrasoio e mi si gettò addosso terribile. Col coraggio della disperazione mi difesi come meglioseppi: e sia per le mie grida, o sia per un baleno di pentimento che egli ebbe, si lasciò finalmentedisarmare; e poscia si calmò alquanto. Io approfittai di quel momento per nascondere l'arma nelmaterasso, temendo che l'ira lo riprendesse. E non mi ero su questo punto ingannata. Losciagurato dopo brevi istanti di semi-pace, risorse più terribile e minaccioso, e ghermitami dinuovo pel collo gridò furente: «Voglio, voglio ucciderti!» Ebbi in quel momento l’impressioneche la mia ultima ora era giunta. Invece lo sciagurato improvvisamente mi lasciò ed avvicinatosiad un armadio prese una piccola bottiglia e me la porse. Io, a tutta prima non compresi. — Bevi!— mi gridò imperiosamente il furfante- altrimenti ti uccido. Ma cosa c’è li dentro- domandaitimidamente. Non fare domande: bevi! — ripetè lui. — In quel momento non seppi comprenderela gravità dall'atto che mi si chiedeva e sotto il dominio della minaccia mi appressai alle labbrala bottiglia e ingoiai 11 liquido che conteneva.
Le terribili sofferenze
Il Bonino assistè all'atto, impassibile. Parve finalmente soddisfatto del sacrificio supremo che miaveva imposto. Io rimasi alcuni istanti come istupidita. Ancora non comprendevo la terribilerealtà della mia posizione. Me ne accorsi però poco dopo quando il veleno incominciò la suaterribile opera, strappandomi grida e singulti di spasimo. Il Bonino parve allora misurare leconseguenze che in suo danno avrebbero potuto venire, e assumendo un tono supplichevolemi scongiurò di nascondere la verità dicendo che mi ero avvelenata di mia volontà. Glie lopromisi, e mantenni la parola! Nulla avrei mai detto se ella non fosse venuto qui. I dolori intantoaumentavano — continuò — e allora ti Bonino svegliò la vicina di casa. Corto Angela, chepremurosamente accorse e mi preparò una tazza di camomilla, il che non valse, certo, a togliermile sofferenze. Fu allora deciso di accompagnarmi al vicino Ospedale di San Giovanni; il che fufatto.
Lettere compromettenti
Abbiamo detto più sopra che il Bonino si allontanò da Torino per assumere un impiego dichauffeur a Nicastro in Calabria. La lontananza però non aveva dato la tranquillità all’animo suo.Era tuttora in lui il timore che la donna rivelasse la verità terribile e questo stato dell'animo suosvelò in una lettera che fu trovata dalla polizia. La verità poi del racconto fatto dalla donna fuconfermata dalla minuta di una lettera che essa aveva scritta al Bonino in risposta a quella di lui.La denunzia e l'arresto
Il commissario Massera, dopo avere raccolto la gravissima deposizione, fece una visitanell’abitazione della Novaresio e nell’armadio trovò e sequestrò un’altra bottiglietta contenentedel liquido che fu poscia riconosciuto per acido muriatico, che il Bonino teneva presso di sè perle saldatura. Proseguendo poscia per altre vie le indagini, il funzionario potè raccoglieredeposizioni varie che lo misero in grado di stendere una particolareggiata denunzia all'autorità,giudiziaria. Presa conoscenza dei fatti, il Procuratore del Re spiccò subito mandato di catturacontro il Bonino; mandato che fu immediatamente inviato all'Autorità di Nicastro perl'esecuzione. In tal modo, dopo quattro mesi dal delitto, il Bonino è caduto nello manidella giustizia. Egli verrà presto tradotto a Torino per essere messo a confronto, se già la, mortenon avrà compiuto il suo triste ufficio, con la sventurata vittima. La bimba della disgraziata èstata provvisoriamente ritirata da una vecchia e pietosa donna.
.. e poi continua....
Conseguenze del gravissimo delitto scoperto dopo quattro mesiUn cameriere che si suicida perché citato dal giudice istruttoreLa Stampa 22.3. 1912
Ieri mattina l’Autorità venne avvisata che in una camera ammobiliata sita un caseggiato internodello stabile n. 37 di via San Francesco da Paola si era ucciso un uomo. Sul posto si recòimmediatamente il delegato Azzati con agenti. Salito nella camera, che è attigua ad altre puredate in affitto ammobiliate. Il funzionario rilevò che il suicida si era sparato un colpo di rivoltellaalla tempia destra, stando seduto sul letto. Il colpo era riuscito mortalmente fulmineo. Nella camerafu trovata una lettera chiusa, indirizzata all’ ufficio di istruzione presso il Tribunale. Il funzionarione prese possesso per consegnarla all’ufficio. Dalle informazioni attinte da alcuni dei presentiegli potè stabilire che il suicida è certo Tos Gioacchino di anni 42 da Santhià cameriere al Molinari.Potè inoltre accertare che il movente del suicidio risale al fatto da noi narrato nella cronaca del16 corrente. In quella triste narrazione abbiamo esposte le tragiche vicissitudini toccate ad unadisgraziatissima donna, certa Novaresio Clelia, d'anni 27, che, sotto il dominio di gravi minacceper parte del suo amante Bonino Giuseppe, aveva bevuto quattro mesi prima, e precisamentenella notte del 6 novembre, una pozione di acido muriatico. Risalendo nel triste passato dellasventuratissima creatura, abbiamo pure narrato che in età giovanissima essa si era completamenteabbandonata nelle braccia di un cameriere, che l’aveva resa madre di una bambina, che ora ha8 anni e che la madre aveva voluto tenere con sé invece di abbandonarla alla carità pubblica comefanno, purtroppo, la maggior parte delle donne nubili. Orbene l’autorità giudiziaria la quale stacostruendo l’inchiesta contro il Bonino che com’è noto fu arrestato a Nicastro volle naturalmenteprecisare anche tutte le circostanza dei precedenti della tragedia: e in conseguenza il giudiceistruttore incaricato dell’inchiesta fece pervenire un invito a interrogatorio anche a GioacchinoTos che era appunto il cameriere ex-amante della Novaresio. Appena il Tos fu in possesso deldocumento si dimostrò conturbatissimo, e questo suo stato d'animo confidò ad un collega colquale era in maggiore intimità. Nè valse a tranquillizzarlo il pensiero che a lui, legalmente, nonvenivano fatti addebiti riguardo al veneficio. Nelle sue successive confidenze al collega, questicomprese che il turbamento andava aumentando nell’animo suo. Infatti l’altro ieri egli gli chiesefra l’altro con quale mezzo avrebbe potuto darsi la morte senza soffrire. Impressionato da talidiscorsi ieri mattina il collega il quale affitta pure una camera nello stesso stabile entrò nellacamera del Tos per svegliarlo ma il disgraziato dormiva già di un sonno che non ha risveglio!Fu allora dato l’allarme al vicinato e poscia all’Autorità. Dopo le incombenze di legge il cadaverevenne trasportato negli istituti universitari del ValentinoNon è dato di sapere quali furono gli sviluppi della tragica vicenda. Nella Stampa del 29gennaio 1916, quindi di 4 anni dopo, un trafiletto reca l'annuncio del matrimonio di tal Arato Felice con Novaresio Clelia...Ci auguriamo a distanza di quasi cent'anni che non si tratti di una mera omonimia
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martedì 21 maggio 2013
Torino nera: via Mazzini, anno 1912
Un gravissimo delitto scoperto dopo quattro mesi. Costringe con minaccia di morte l'amante ad avvelenarsi. L’arresto del colpevole.
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mercoledì 17 aprile 2013
Bussoleno nera: nell'estate del 1874......
Bussoleno, Valle di Susa. 9 agosto 1874. A fine giornata, con le prime ombre, il termometro, è ancora sopra i 20 gradi. Alla periferia del paese sulla strada che porta a Torino, nei pressi della chiesuola di Sant'Antonio un uomo in terra sta morendo ferito da due tagli profondi al collo. Si tratta di Giovanni Annone operaio quarantenne in servizio alla stazione ferroviaria. Portato a casa muore nella notte per la gravità delle ferite riportate, si pensa da arma tagliente, un falcetto. I sospetti si appuntano rapidamente su un compaesano, Domenico Henry, 33 anni, contadino ed ex carabiniere. Ma non ci sono prove solo tenui indizi. L'Henry viene comunque arrestato. Una perquisizione condotta in casa sua non svela nulla: non vengono ritrovati neanche gli strumenti che comunemente ogni contadino utilizza nel suo lavoro quotidiano come falcetti, coltelli o scuri. I motivi alla base dei sospetti però sono riconosciuti validi. Serafina, la sorella dell'Henry intratteneva da tempo una relazione con l'Annone, relazione fortemente avversata dal fratello. Più volte in paese si era manifestato il rancore dell'Henry verso l'Annone. Alla base di questo sentimento, pare che ci fosse un sentimento di gelosia morbosa sconfinante in un turpe amore incestuoso. Tempo addietro un altro corteggiatore della Serafina era stato allontanato con frasi minacciose che non facevano presagire nulla di buono.... L'Annone invece non si era spaventato ed aveva continuato la sua tresca. Il fatto che Serafina fosse in procinto di divenir madre non lo aveva turbato. L'accusa mise in evidenza alcune incongruenze come l'affermazione, smentita da testimoni, che la sera del delitto l'Henry si fosse ritirato in casa senza più uscirne e avesse cenato con la sorella. Pare invece che Serafina si fosse recata come d'abitudine all'appuntamento serale con l'Annone e che l'Henry fosse stato visto rientrare a casa "con passo concitato" in concomitanza dell'ora del delitto. Il processo si svolse in Corte d'Assise nel mese di marzo del 1876: l'imputato apparve calmo e indifferente. Malato di tubercolosi, sembrò però in discreta salute. Furono esaminate tutte le circostanza a carico dell'imputato ma non emerse mai chiaramente una prova che dimostrasse la sua colpevolezza. Alla fine l'imputato fu dichiarato colpevole e condannato ai lavori forzati a vita.
sabato 7 gennaio 2012
I misteri di Torino. Agosto 1951. La scomparsa di un giovane francese
La notizia compare in taglio basso, poche righe, nell'edizione pomeridiana di Stampa Sera di giovedì
2 agosto 1951Giovedì 2 - Venerdì 3 Agosto 1951 NUOVA STAMPA SERA Anno V – N°182
CRONACA CITTADINA: Un turista francese scomparso in città.
Da ormai cinque giorni un giovane trista francese sta ricercando il fratello scomparso misteriosamente in città. I due, Jean Antoine e Daniele [........], rispettivamente di 20 e 16 anni, venivano da Besanson in bicicletta ed assieme avevano valicato il Piccolo San Bernardo. La sera del giorno 29 scorso erano alle porte di Torino, qui Jean Antoine, che si era recato in un negozio per un acquisto, perse di vista il fratello. Lo attese dapprima, sperando che ritornasse poi lo cercò tutta la sera negli ospedali e nei commissariati ma senza riuscire ad avere alcuna notizia. Anche al Consolato francese, dove era presumibile si fosse recato non avendo altro punto di riferimento, il giovane Daniel non era stato visto. Disperato, il fratello dello scomparso si è rivolto all’Ufficio stranieri, presso la questura. Da ormai cinque giorni un giovane francese, giunto in gita nella nostra città, sta ricercando il fratello
La notizia viene ripresa il giorno successivo con piccole variazioni nella descrizione dell'evento. Non si parla più dell'acquisto fatto dal fratello ma di di una sosta motivata dal bisogno di dissetarsi ad una fontanella da parte dello scomparso. Viene precisato il quartiere di Torino, Madonna di Campagna dove avviene la sparizione del giovane. Si danno notizie sulla provenienza dei due, Besançon e il motivo del loro viaggio.
Venerdì 3 Agosto 1951 LA NUOVA STAMPA Anno VII N°182
CRONACA CITTADINA: Un giovane francese misteriosamente scomparso
Un ragazzo francese di 16 anni che insieme al fratello maggiore, stava compiendo un giro turistico in bicicletta
nell'Alta Italia, è scomparso misteriosamente sei giorni or sono alla periferia della nostra città. Il giovane Daniel [........] era partito insieme al fratello Jean Antoine una quindicina di giorni or sono da Besancon dove abitano in rue [........]. I due giovani avevano dapprima fatto un lungo giro in Svizzera e poi, passando per il valico del Gran San Bernardo, erano giunti in Italia. Prima tappa a Torino, borgata Madonna di Campagna.. Qui avvenne la misteriosa sparizione. Daniel si fermò per bere ad una fontanella e disse al fratello di continuare ad andare avanti, lo avrebbe subito raggiunto. Jean Antoine continuò a pedalare per qualche centinaio di metri e poi si fermò ad attendere il fratello. Ma questi non compariva. Allora cominciò a cercarlo nella zona supponendo che trovatosi di fronte ad un bivio avesse imbroccato la strada sbagliata, Le ricerche furono inutili.
La casa dove vivevano i due fratelli a Besançon
La storia e il relativo mistero finiscono qui. Non c'è nulla d'altro sulla Stampa dei giorni e mesi seguenti. Una cosa però si chiarisce pochi mesi orsono, agli inizi del 2013, dopo alcune ricerche sul web: Daniel è vivo e vive in un piccolo paese della Francia orientale! Dopo alcuni scambi di mail il nostro protagonista però non ha avuto piacere di rilasciarci alcuna notizia riguardo l'esatto svolgimento dei fatti di quel lontano episodio.....
Et pour nos lecteurs....
Paru en "La Stampa" deVendredi 3 août 1951
Un jeune Français a mystérieusement disparu.
Un jeune homme français de 16 ans qui avec son frère aîné, faisait une tour en Italie en bicyclette a mystérieusement disparu il ya six jours à la périphérie de notre ville. Le jeune Daniel [........] était parti avec son frère Jean Antoine il y a une quinzaine de jours de Besançon où il vivait rue [........]. Les deux jeunes hommes avaient d'abord fait une longue tournée en Suisse et ensuite par le col du Grand Saint-Bernard, étaient arrivés en Italie. Première étape à Turin, Ici arriva la mystérieuse disparition. Daniel s'etait arrêté pour boire à une fontaine et avait dit à son frère de continuer à avancer, Il l'aurait atteint par la suite. Jean-Antoine continua à pédaler pour quelques centaines de mètres, puis s'arrêta pour attendre son frère. Mais ceux-ci ne parut plus. Ensuite il commença à le checher en supposant qu' il se fut trompé de direction mais toute recherche a étée inutile.
Et pour nos lecteurs....
Paru en "La Stampa" deVendredi 3 août 1951
Un jeune Français a mystérieusement disparu.
Un jeune homme français de 16 ans qui avec son frère aîné, faisait une tour en Italie en bicyclette a mystérieusement disparu il ya six jours à la périphérie de notre ville. Le jeune Daniel [........] était parti avec son frère Jean Antoine il y a une quinzaine de jours de Besançon où il vivait rue [........]. Les deux jeunes hommes avaient d'abord fait une longue tournée en Suisse et ensuite par le col du Grand Saint-Bernard, étaient arrivés en Italie. Première étape à Turin, Ici arriva la mystérieuse disparition. Daniel s'etait arrêté pour boire à une fontaine et avait dit à son frère de continuer à avancer, Il l'aurait atteint par la suite. Jean-Antoine continua à pédaler pour quelques centaines de mètres, puis s'arrêta pour attendre son frère. Mais ceux-ci ne parut plus. Ensuite il commença à le checher en supposant qu' il se fut trompé de direction mais toute recherche a étée inutile.
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venerdì 23 dicembre 2011
Cronaca cittadina de La Stampa. Torino. Morte nella fogna
La Stampa 11.7.1951UN GIOVANE DI 18 ANNI SCOMPARSO NELLE FOGNE DI VIA CRISTOFORO COLOMBOUna angosciosa, allucinante sciagura è accaduta ieri pomeriggio nella nostra città.
Un giovane operaio, un ragazzo di 18 anni, è scomparso in una fogna, dopo aver perso i sensi in seguito ad intossicazione. Per quante ricerche siano state affannosamente compiute dai vigili del fuoco, ancora non è stato possibile ritrovarlo. Ma ecco i fatti nella loro cruda realtà. Ieri pomeriggio verso le 15 tre giovani, Aldo Rosano di 19 anni abitante a San Biagio di Centallo, Giovanni Peracchione di 18 abitante a Lanzo in via delle Tettoie 7, e Carlo Bertolina di 16 anni, da Borgo Revel, stavano lavorando in via Cristoforo Colombo. Essi erano occupati presso un'impresa che per un appalto ottenuto dal Municipio, ha il compito di ripulire il fondo dei canali bianchi. Questi canali sono corridoi sotterranei dell'altezza di un metro e venti, larghi 60-70 centimetri, nei quali confluiscono tutte le acque piovane. Sul loro fondo perciò, a seconda delle condizioni meteorologiche, può scorrere un semplice rivolo o addirittura un torrentello della profondità massima di mezzo metro. I tre giovani di cui sopra, calandosi alternativamente sottoterra, avevano il compito di rimuovere con picconi i detriti e il terriccio fermi sul fondo. Verso le ore 15, come si è detto, essi avevano iniziato la loro attività sotto la guida diretta del geometra Bozzone del Municipio. Mentre il sedicenne Carlo Bertolina restava alla superficie, i suoi compagni Peracchione e Rosano scendevano nella fogna attraverso il chiusino posto dinanzi al numero 43 di via Cristoforo Colombo. Poco prima, per facilitare il deflusso del terriccio, con lo spostamento di apposite paratole era stata immessa dell'acqua sino ad un livello di 30-40 centimetri. Nel momento in cui il geom. Bozzone mandava il ragazzo rimasto con lui in superficie a chiudere queste paratoie, improvvisamente giungeva di sottoterra una vampata di acutissimo odore. — Mi è parsa benzina — ci ha dichiarato il geom. Bozzone — probabilmente sì trattava dello scarico di qualche stabilimento della zona. Resomi subito conto del pericolo, accorsi al chiusino successivo a quello per il quale si erano calati i due operai e li chiamai per nome. Non ebbi risposta. Il geometra, sapendo che essi erano avviati in direzione di corso Galileo Ferraris si precipitava più avanti ancora ed apriva altre due o tre botole. Ma nessuna voce giungeva in risposta ai suoi richiami. Si telefonava perciò ai vigili del fuoco. Erano le 15,50. Sotto il comando del capitano Giulia, pochi minuti dopo giungevano sul posto due distaccamenti di vigili i quali iniziavano le operazioni di salvataggio calandosi nel canale bianco attraverso le due estremità di via Cristoforo Colombo. Questo tentativo dava subito un risultato positivo: uno dei giovani, il diciannovenne Aldo Rosano, veniva ritrovato semisvenuto all'altezza del chiusino posto all'incrocio con via Cassini. Egli dunque aveva percorso un duecento metri dal punto dov'era disceso. Il ragazzo, sebbene fosse afflosciato sulle ginocchia con l'acqua che gli arrivava a metà petto, rispondeva al richiamo dei soccorritori — E' terribile — egli diceva — è terribile ciò che è successo. All'ospedale Mauriziano, dove giungeva con un'autolettiga, il dott. Vottenani gli riscontrava sintomi d'intossicazione, probabilmente causati da metano, guaribili in una decina di giorni. Il Rosano però era in preda ad un forte choc nervoso. Per ore ed ore non ha fatto altro che chiedere notizie di Gianni, del suo compagno scomparso. Siamo riusciti tuttavia ad avere da lui un racconto del tragico accaduto. Ci eravamo da poco calati, quando fummo investiti da un gas acre, irrespirabile. Gianni, che era davanti a me, per primo ha invocato soccorso, ma non siamo stati uditi. Io mi sono chinato su me stesso dopo aver corso in avanti per un po'. Non vedevo, perchè la lampada ad acetilene era caduta nell'acqua. Non posso dire di più, ma «sento» che Gianni è morto. L'acqua che scrosciava impetuosa sino al ginocchio era sufficiente per trascinarne via il corpo. Nel frattempo, per tutta la lunghezza di via Cristoforo Colombo i vigili del fuoco intensificavano lo ricerche dell'altro operaio: il 18enne Giovanni Peracchione. Non ostante il canale sia parzialmente chiuso da un griglia all'altezza di corso Galileo Ferraris, i sondaggi venivano compiuti anche oltre questo sbarramento che non è tale da impedire il passaggio di un corpo esanime. Tutto invano. Sul posto si portavano il prefetto dott. Carcaterra ed il questore dott. Ferrante, mentre centinaia di persone sostavano in muta e trepida attesa. Servendosi di una mappa del canali sotterranei, l'ing. Previti, comandante dei vigili del fuoco, dirigeva le operazioni di soccorso anche lungo i cunicoli trasversali. Nessuna traccia; solo alle 21,30 veniva ritrovata la lampada ad acetilene sfuggita dalle mani dello sventurato ragazzo nel momento in cui era stato colto dalla venefica esalazione. Sorgevano molte congetture legate ad un filo di speranza: forse il giovane si era ripreso e, in preda a terrore, era fuggito per i canali secondari. Ma come spiegare il fatto ch'egli non veniva scorto nonostante il rastrellamento minuzioso? A poco a poco prendeva consistenza un'ultima congettura, la più drammatica. Quasi sicuramente il corpo inanimato del Peracchione era rimasto travolto dal corso d'acqua e trascinato sin verso i cunicoli collettori che riversano, dopo chilometri di percorso sotterraneo, l'acqua nel Po. Un gruppo di vigili si recava perciò in attesa presso lo sbocco delle fogne nel fiume. Apprendiamo intanto da Lanzo che Giovanni Peracchione è figlio di una poverissima donna che, proprio da lui, traeva sostentamento. Mille lire al giorno, guadagnava questo ragazzo e con esse manteneva, oltre alla madre, una sorella ammalata. Tutte le sere giungeva a casa con il treno in arrivo alle 19 circa. Quando un nostro cronista ha portato ai familiari la tremenda notizia — erano le 21 circa — essi già erano in preda ad una angoscia piena di presagio. Indicibile è stato il loro dolore. Madre e sorella sono partite subito alla volta di Torino.
12 Luglio 1951 NUOVA STAMPA SERA RICUPERATO STAMANE IL CADAVERE DEL GIOVANE OPERAIO
Alle ore 9 di stamane il corpo dello sventurato operaio scomparso nella rete di canali della fognatura bianca (quella per lo spurgo delle acque piovane) di via Cristoforo Colombo, è stato finalmente trovato in un collettore sotterraneo di via San Secondo angolo corso Sommeiller. Il poveretto era disteso sull'acqua, irigidito nella morte. L'avevano trovato gli operai Delfino Mariotti, Celestino Baruffalo, Pierino Ferrero e Angelo Mariotti della Impresa Serra e Bioletto addetta alla ispezione delle fognature. I quattro operai erano rimasti svegli tutta la notte alla ricerca affannosa nella rete di canali sotterranei del loro compagno scomparso. Quando la salma del poveretto veniva portata, attraverso il chiusino del collettore, alla luce del giorno e distesa sul controviale di corso Sommeiller, una folla di passanti si raccoglieva sul posto. Poco dopo giungevano alcune jeep della Celere, agenti del Commissariato San Secondo e il medico municipale. Più tardi la salma veniva trasportata all'obitorio per l'autopsia. E' di ieri la notizia della scomparsa del Peracchlone, un giovane di Lanzo che, con il suo modesto lavoro alle dipendenze della Impresa Serra e Bioletto, manteneva la madre ed una sorella ammalata. Ieri pomeriggio lavorava con due compagni Aldo Rosano di 19 anni e Carlo Bertollna di 16 anni alla ripulitura delle fogne bianche di via Cristoforo Colombo. Il Bertolina, rimasto alla superficie, avvertiva una zaffata di gas sprigionarsi dal chiusino. Temendo per i suoi compagni, si rivolgeva al geometra Bozzone del Municipio, che dirigeva i lavori. Questi, chino sull'apertura, chiamava a gran voce gli operai. Nessuna risposta. Evidente che i due erano rimasti vittime della venefica esalazione. Il geometra Buzzone telefonava ai vigili del fuoco, i quali giungevano sul posto pochi minuti dopo. Fu possibile rintracciare quasi subito il Rosano; era svenuto afflosciato sulle ginocchia con l'acqua alla cintola, ma salvo. Le ricerche ripresero per il Peracchlone. Purtroppo durante tutta la notte esse non diedero risultati.
Giovedì 12 Luglio 1951 LA NUOVA STAMPA Anno VII - Num. 163
La tragedia del giovane operaio scomparso nei cunicoli della fogna.Il misero corpo è stato ritrovato ieri in un canale di via Cristoforo ColomboMorto per intossicazione o annegamento? Il dramma dell'operaio diciottenne Giovanni Peracchione, scomparso martedì pomeriggio nella fogna di via Cristoforo Colombo, è giunto ieri mattina all'epilogo. Dopo ore ed ore di vane ricerche il cadavere è stato ritrovato, contratto e sfigurato sulla melma di un canale collettore ad un chilometro e mezzo circa dal luogo dove il giovane era stato colto da intossicazione. Ora che le operazioni, tese prima ad un disperato tentativo di salvataggio e poi al recupero della salma, sono concluse, le autorità competenti hanno iniziato una severa inchiesta sia per ricostruire tutti i particolari, sia per accertare eventuali responsabilità. Tuttavia l'inchiesta, proprio perchè severamente condotta, deve procedere con estrema cautela. Sinora il commissariato San Secondo ha accertato che tanto il Peracchione, quanto i suoi giovanissimi compagni, Aldo Rosano, tratto a salvamento, e Carlo Bertolina, che al momento dell'incidente si trovava in superficie, già avevano acquistato buona pratica nel duro lavoro. Non era prevedibile che all'improvviso nel condotto sotterraneo si sprigionasse una venefica esalazione la cui origine, molto probabilmente, è destinata a rimanere ignota. Si era parlato in un primo tempo dello scarico di qualche sostanza chimica da parte di uno stabilimento industriale, ma è ben difficile stabilire da che punto il tossico sia penetrato nel canale bianco dove il Peracchione stava lavorando. Sopra di lui e sopra il Rosano erano aperti due chiusini; il destino avverso ha voluto però che i ragazzi, forse messisi a correre perchè presi dal panico o forse trascinati dal piccolo corso di acqua mentre erano semisvenuti, andassero subito a finire 150 metri oltre il punto dove si erano calati nella fogna. Secondo un'ipotesi, già affiorata mentre si svolgevano le operazioni di soccorso, il ragazzo forse non ha resistito all'intossicazione ed è crollato esanime nel fondo del canale. In tal caso l'acqua, sebbene fosse profonda soltanto una trentina di centimetri avrebbe potuto trascinare il corpo per la diramazione che lungo via Cassini va a sfociare nella vasta galleria di collegamento posta nel sottosuolo di corso Peschiera. Secondo un'altra ipotesi (in un certo senso più spaventosa) il ragazzo dopo un primo momento di collasso si sarebbe ripreso e con i suoi mezzi, avendo però la mente ottenebrata dal terrore, sarebbe corso in cerca di scampo lungo il cunicolo di via Cassini. Privo però di orientamento e senza l'ausilio della lampada ad acetilene cadutagli nell'acqua, avrebbe raggiunto senza accorgersene, il canale di corso Peschiera. In questo sbocco vi è un salto di 2 metri circa: sufficiente per determinare una caduta rovinosa nel corso d'acqua che qui supera i 60 centimetri ed è alquanto impetuosa. Il recupero della salma è stato compiuto ieri mattina alle 9 circa da sei valorosi operai che spontaneamente avevano voluto cooperare con i vigili e i dipendenti municipali prodigatisi nelle pietose ricerche. I poveri resti di Giovanni Peracchione ancora non sono stati restituiti alla desolatissima madre che è giunta martedì sera a Torino da Lanzo. Il cadavere si trova all'Istituto di medicina legale, dove oggi il prof. Toso compierà l'esame necroscopico per accertare se la morte è stata causata dal l'intossicazione e da annegamento. Anche questi elementi saranno utilissimi per l'inchiesta in corso, alla quale già hanno dato la loro cooperazione tecnica funzionari dell'Istituto di Previdenza. Naturalmente, dopo le indagini della polizia, anche la magistratura dovrà pronunziarsi in merito a questo luttuoso episodio.
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