Ho chiamato così quegli hotel che nei miei viaggi mi hanno accolto per una notte sola, in giro per l’Europa, durante viaggi di trasferimento verso il luogo o paese di vacanza. Sono hotel situati nei pressi di una grande via di comunicazione, in genere un’autostrada facilmente e rapidamente raggiungibili quando la stanchezza della guida diventa fastidiosa. Non li ho, da tempo, mai scelti a caso, perché devono rispondere ad L uno requisiti di base: poco costosi, con colazione inclusa nel prezzo, un minimo accoglienti e non posti in grandi centri urbani. Tutte queste prerogative le puoi selezionare solo mettendoti pazientemente al computer e cercando in siti come Booking o Trivago quello che meglio risponde alle tue esigenze. Negli ultimi anni, cosÌ facendo, ho potuto usufruire di sistemazioni adeguate senza spendere grandi cifre. L’ultimo ONH della serie in ordine di tempo è stato un hotel frequentato da camionisti poco dopo Firenze posto a poco meno di metà strada tra Torino e Agropoli. Entrato in camera ho percepito l’odore dolciastro di disinfettante che in tempi di Covid viene usato un po’ ovunque sulle suppellettili per igienizzarle. La stanza presentava l’anonimato tipico di questo hotel. In questo caso comodini, luci, armadio mi riportavano ad una asettica rappresentazione degli anni ‘50. Nessun tentativo di abbellimento, tutto attentamente studiato per offrire il minimo confort al viaggiatore distratto che vuole solo mettersi a letto il più presto possibile per ripartire la mattina dopo all'alba. Lo squallore contenuto dell’ambiente comunque non disturba più che tanto in questi casi. Conta unicamente la pulizia, l’assenza di rumori esterni che disturbino l’addormentamento. Sono tollerati lontani rumori dì sciacquoni di altre stanze che in un certo senso danno un senso di sicurezza significando che al di là delle bianche pareti la vita continua, che persone assorte nei loro pensieri, fanno gli stessi gesti tuoi prima di scostare le lenzuola e giacere ad occhi aperti nel buio in attesa del sonno. Non sempre è stato tutto così tranquillo e riposante. Anni fa giunsi di notte alla periferia di Terragona sudato e stanco per i mille e passa chilometri fatti nell’illusorio proposito di giungere all’imbarco di Cadice per il Marocco in un trasferimento non stop. Con me mia moglie e mio figlio. Questa volte la scelta dell’hotel fu affidata al caso. Non esisteva possibilità di scelta vista la stagione un agosto caldissimo che spingeva ogni sorta di villeggianti ad affollare ogni più squallido tugurio. Questo lontano nel ricordo hotel era in via della periferia della località spagnola, dove enormi condomini, edifici di ogni tipo e condizione trasmettevano un idea immediata di soffocante disperazione che il bianco predominate delle mura non attenuava anzi. Tutto quel biancore mi riportò alla mente le lezioni di un estroso professore al liceo che con tono scanzonato sciorinava tutti i significati celati nei colori usati da Mallarmé nelle poesie. Il bianco in particolare ( il collo del cigno che si distende) stava a simboleggiare l’angoscia della sterilità creativa... Strani pensieri, certo solo fulminee associazioni mentre pagavo in anticipo la topaia del primo piano che ci avrebbe dato un illusorio riposo. Ma questa di Terragona fu un’eccezione legata all’inesperienza e alla improvvisazione. In quegli anni internet non era ancora disponibile e per reperire un hotel dovevi affidarti alle incerte indicazioni delle Guide Rosse Michelin che volavano alto e non aiutavano certo chi volesse spendere poco. Un buon ricordo è quello dell’hotel di Sofia scelto per spezzare il viaggio da Istanbul. O quello nei pressi di Linz in Austria situato in una stazione di servizio isolata nella campagna. Stanza grande, igiene perfetta, tutti i confort. Vienna ci aspettava il giorno seguente. Sempre nel viaggio a Istanbul conserva ancora adesso un piccolo fascino la tappa a Paracin nel cuore della Serbia, non lontano dalla capitale. Vi giungemmo a fine pomeriggio quando il sole allunga le ombre con un bel colore rosato e attenua le brutture operate dall’uomo. Paracin è un polo industriale. Di lontano, lasciata la superstrada che da Belgrado si dirige verso l’estremo sud del paese, lo Sky Line è costituito da ciminiere di complessi siderurgici e dalla forma inconfondibile a ziggurat del nostro hotel il Petrus. Peraltro la silhouette ricorda anche un vero e proprio carciofo alla romana.... La sistemazione incarnò i principi base di questo tipo di hotel che sto raccontando. Economicità (42 euro), interni spartani dove le pareti con cemento a vista (anche all’interno della stanza) trasmettono un idea di provvisorietà immanente, arredi ridotti all'essenziale. La colazione, la mattina seguente, fu talmente esigua e povera che ci indusse ad una partenza veloce senza elevare nessuna protesta ai distratti e imperturbabili impiegati della reception. Nonostante tutto l’hotel di Paracin non è relegato tra i peggiori alberghi che negli anni ebbi modo di frequentare.
venerdì 14 agosto 2020
martedì 2 giugno 2020
Il Parco della Rimembranza (o della Maddalena) di Torino
La bellezza di Torino non si rivela al viaggiatore frettoloso. La città sa come catturare l'attenzione del turista curioso. Un fiume, una collina, un centro storico raccolto che fa si che le distanze tra i luoghi di interesse non siano troppo disperse. E poi ci sono tante piccole curiosità, non sempre facili da scoprire, che richiedono pazienza, ingegno e un pizzico di fortuna. Il Parco della Rimembranza non ha un appeal in grado di trasmettere soavi riflessioni al turista curioso. Per tanti motivi non lo consiglio a chi non ha tempo nè desiderio di riflettere su certi sgradevoli aspetti della nostra storia patria.
Rimembranza. Di cosa? Semplice. Di più di 4000 soldati vissuti in città, morti nella Grande Guerra. I loro nomi sono scritti con accanto la data di morte, su dei paletti di legno posti lungo i numerosi sentieri che salgono verso la sommità del Colle. La data di nascita non è riportata, ma è facile immaginare non tanto precedente gli anni 1916, 1917, 1918 che a volte con fatica riusciamo ancora a leggere sui piccoli bronzetti delle steli. Nomi che si ripetono, ordinati alfabeticamente: Mario, Bruno, Remo, Giovanni, Giuseppe.... Di sicuro tutti poco più che adolescenti.
Saliamo dunque lungo viali i cui nomi, chi più chi meno, sui banchi di scuola ha imparato a conoscere, anche solo per sentito dire: Monte Sei Busi, Podgora, Castelgomberto, Castagnevizza. E' un'ascesa, la nostra, che racchiude un simbolo di grande potenza. Raggiungere in alto sul piazzale della Vittoria la grandissima statua-faro alata di Rubino significa assaporare l'inebriante gusto della Vittoria ma per farlo dobbiamo soffrire, arrivare anche a morire, lasciando solo una effimera traccia della nostra esistenza racchiusa in piccole targhette metalliche. Ed eccoci in cima, con tutt'attorno il silenzio del pomeriggio estivo, possiamo sederci all'ombra delle poderose membra della dea luciferina (portatrice di luce) e abbandonare al contempo la disgustosa ipocrita celebrazione di tante morti inutili. I morti sono morti. Accompagnati al macello da generali carnefici con addosso i panni della più bieca retorica della guerra giusta. Ci vuole un po' di fantasia per scorgere in quei nomi che ci hanno accompagnato fin lì, delle persone che sono state straziate nella carne e forse prima ancora, nello spirito. Ancor più difficile è questo pensiero se guardiamo la gente intorno a noi ridere, scherzare o chiacchierare senza nessun ricordo nè consapevolezza di quell'istante ormai lontano più di cento anni in cui si spegneva una giovane vita. Di sicuro siamo stati bravi nel mascherare queste orribili morti con tutto il corredo ipocrita dell'eroismo, delle fanfare, dei nastrini e delle medaglie, delle celebrazioni rituali. C'è persino un generale tra le migliaia di soldati semplici morti qui ricordati. Il chè è singolare perchè quasi tutti i valorosi generali della nostra Grande Guerra sono deceduti placidi nei loro letti, tra il tintinnio triste delle medaglie e delle decorazioni al merito.
Non è più così piacevole la scampagnata nel verde pubblico cittadino tra i maestosi carpini bianchi, le querce, i noccioli e le centinaia di specie arboricole messe qui a dimora fin dalla fine degli anni '20. Scendendo verso il fiume, non riusciamo più a pensare a questa immagine diffusa di retorica bellica che parla di eroi immolatisi per una causa suprema. Solo tristezza e rabbia, sentimenti che non si addicono ad una vacanza spensierata in una bella città.
venerdì 24 aprile 2020
Il Maciste di Porta Pila a Torino
Foto postata su Facebook dal signor Mario Anesi.
Correvano gli anni '60 e Torino viveva la prima grande ondata immigratoria. Molti erano partiti dal Sud con la precisa intenzione di trovar posto nella grande industria dell'automobile che in quel decennio si stava configuarando come forza trainante dell'economia cittadina. Non tutti però... Qualcuno non voleva piegarsi alle monotone regole di una vita tradizionale, scandita da immutabili orari e doveri quotidiani. Tra questi Gioacchino Marletta da Catania. Fisico possente, sguardo penetrante, grande capacità circense. Sulla piazza storica dei commerci torinesi, Porta Pila, Gioacchino ogni domenica presentava al pubblico la sua personale rivisitazione dell'arte mimica. Armato di vecchi copertoni d'automobile e di un macigno di granito, intratteneva i suoi habituées con gesti di sfida, inframmezzando piccole e concise affermazioni a farfugliamenti inintellegibili, sempre però accompagnati da sguardi minacciosi di truculenta furia provocatoria. Il raggiungimento del climax era lento, in ascesa graduale, l'acme era costituito dall'innalzamento del macigno in un rituale simbolico di offerta a sconosciute figure soprannaturali... In pochi secondi si passava poi ad una più terrena richiesta di contributi, cappello in mano proteso senza malizia ai partecipanti dell'happening. Gioacchino fu una meteora, che attraversò un intero decennio. Di ciò che fu di lui nei restanti 30 anni che ebbe a vivere, poco o nulla si sa. La piazza era il suo mondo e lì trasse di che sostentarsi con piccoli commerci. Nel 2001 morì in ospedale in solitudine. Ma non fu dimenticato il Maciste di Porta Pila. Il Comune gli riconobbe il merito di avere contribuito a rendere la tetra città del lavoro degli anni del boom, un po' meno triste. Una targa commemorativa nel settore più importante del cimitero monumentale di Torino ricorda la sua figura e la sua lieve traccia umana.
venerdì 21 febbraio 2020
La Biblioteca Nazionale di Torino: un travaglio di quasi 50 anni.....
Prime attenzioni
LA STAMPA - Giovedì 11 Agosto 1936
Chi è l'autore del palazzotto di
piazza Carlo Alberto? Dopo le animate discussioni, a cui La Stampa non si è
tenuta estranea, sopra l'importanza e i pregi artistici (inesistenti) del
palazzotto destinato a cedere il posto alla nuova Biblioteca Nazionale in
piazza Carlo Alberto, nulla sembra cambiato e tutto si direbbe ancora allo statu quo. Ma a quanto ci si assicura, non sembra lontano il giorno in cui un
piccone si abbatterà su quei muri già caratterizzati dai segni premonitori, di
giorno in giorno più evidenti, dell'abbandono assoluto. Il palazzo della
Biblioteca in progetto si protenderà di ben cinque metri oltre la fronte del
fabbricato attuale. La cadente e non bella scenografia pertanto è condannata in
ogni caso a sparire. I suoi lodatori, a quanto si dice, avranno tuttavia la
soddisfazione di rivedere quella stessa scenografia, vera fenice della favola,
ricostruita più o meno fedelmente sulla facciata stessa della Biblioteca
prospiciente la piazza. Queste le voci correnti. Ma senza mancare di riguardo a
nessuno, c'è poco da plaudire a quella parte almeno del programma che si
riferisce alla ricostruzione. Poiché non si vede chi ne potrà rimanere
soddisfatto. Chi ama la storia non si lascerà illudere o sedurre da una piatta
imitazione: chi ama l'arte trova difficile che quell'edificio possa essere
ravvivato ed essere reso appena più sopportabile dall'opera di un architetto
più o meno novecentista. Senza prevenzioni, il nostro discorso non vorrebbe essere
che l'epicedio o elogio funebre, di un'opera architettonica della quale presto
non rimarrà che il ricordo.
Discussa paternità.
Quando si entra come quando si esce dalla scena del mondo è di prammatica un regolare stato civile. Ora parrà strano che la data stessa approssimativa di nascita, nonché la paternità del fabbricato in questione, risultino ancora tutt'altro che chiaramente definite. Per alcuni quella costruzione risale infatti alla prima metà del secolo scorso, per altri alla fine del Settecento. A seconda dei giudizi cambiano, naturalmente, la paternità artistica e le circostanze determinanti. Trattandosi però di storia moderna, la questione non dovrebbe essere poi troppo difficile da risolvere. Vediamo che cosa dicono in proposito gli specialisti di storia edilizia torinese. In un recente e dotto lavoro su "L'architettura in Torino durante la prima metà dell'Ottocento" l'ing. Eugenio Olivero attribuisce senz'altro la «bassa facciata, in stile neo-classico e quasi impero», a Filippo Castelli: un architetto forse piemontese, il quale svolgeva la sua attività professionale in Torino negli ultimi decenni del secolo XVIII. Però si tratta di una semplice ipotesi e non di un dato di fatto positivamente accertato. Anche un'ipotesi, tuttavia, quando emani da un profondo conoscitore, anzi da uno specialista, merita tutta l'attenzione. Perciò appunto se ne fa cenno. In un lavoro alquanto meno recente, pur esso interessante e ricco di notizie, su Lo sviluppo edilizio di Torino dalla Rivoluzione francese {Torino, 1918), l'ing. Camillo Boggio riporta alcune notizie di un'importanza forse decisiva nei riguardi detta controversa attribuzione. Secondo il Boggio la formazione dell'attuale piazza Carlo Alberto risale a circa un secolo fa, ed esattamente al 1833, in rapporto al piano e alla relazione dell'architetto Ignazio Michela, del due febbraio di quell'anno. Sino a tale data l'area compresa tra il palazzo Carignano e il fabbricato antistante a est, era notoriamente occupata dal giardino dello stesso palazzo Carignano e chiusa a nord e a sud da due muri di allacciamento tra i due fabbricati: il palazzo e le scuderie. Da caserma a Scuola dì guerra Il re Carlo Alberto (come riferisce il Boggio) «alienò alla città di Torino quel terreno, che fu ridotto a piazza » con la demolizione dei muri di cinta. Non sappiamo come si presentasse la fronte dette antiche scuderie verso il palazzo Carignano, mancando di ciò ogni testimonianza. Sappiamo che per un certo tempo, sino oltre il 1851, il fabbricato già delle scuderie fu adibito, con gli opportuni adattamenti, a «quartiere» o caserma dei Granatieri.
Discussa paternità.
Quando si entra come quando si esce dalla scena del mondo è di prammatica un regolare stato civile. Ora parrà strano che la data stessa approssimativa di nascita, nonché la paternità del fabbricato in questione, risultino ancora tutt'altro che chiaramente definite. Per alcuni quella costruzione risale infatti alla prima metà del secolo scorso, per altri alla fine del Settecento. A seconda dei giudizi cambiano, naturalmente, la paternità artistica e le circostanze determinanti. Trattandosi però di storia moderna, la questione non dovrebbe essere poi troppo difficile da risolvere. Vediamo che cosa dicono in proposito gli specialisti di storia edilizia torinese. In un recente e dotto lavoro su "L'architettura in Torino durante la prima metà dell'Ottocento" l'ing. Eugenio Olivero attribuisce senz'altro la «bassa facciata, in stile neo-classico e quasi impero», a Filippo Castelli: un architetto forse piemontese, il quale svolgeva la sua attività professionale in Torino negli ultimi decenni del secolo XVIII. Però si tratta di una semplice ipotesi e non di un dato di fatto positivamente accertato. Anche un'ipotesi, tuttavia, quando emani da un profondo conoscitore, anzi da uno specialista, merita tutta l'attenzione. Perciò appunto se ne fa cenno. In un lavoro alquanto meno recente, pur esso interessante e ricco di notizie, su Lo sviluppo edilizio di Torino dalla Rivoluzione francese {Torino, 1918), l'ing. Camillo Boggio riporta alcune notizie di un'importanza forse decisiva nei riguardi detta controversa attribuzione. Secondo il Boggio la formazione dell'attuale piazza Carlo Alberto risale a circa un secolo fa, ed esattamente al 1833, in rapporto al piano e alla relazione dell'architetto Ignazio Michela, del due febbraio di quell'anno. Sino a tale data l'area compresa tra il palazzo Carignano e il fabbricato antistante a est, era notoriamente occupata dal giardino dello stesso palazzo Carignano e chiusa a nord e a sud da due muri di allacciamento tra i due fabbricati: il palazzo e le scuderie. Da caserma a Scuola dì guerra Il re Carlo Alberto (come riferisce il Boggio) «alienò alla città di Torino quel terreno, che fu ridotto a piazza » con la demolizione dei muri di cinta. Non sappiamo come si presentasse la fronte dette antiche scuderie verso il palazzo Carignano, mancando di ciò ogni testimonianza. Sappiamo che per un certo tempo, sino oltre il 1851, il fabbricato già delle scuderie fu adibito, con gli opportuni adattamenti, a «quartiere» o caserma dei Granatieri.
Già nel 1856 però, quando ancora
si discuteva alla Camera intorno alla migliore collocazione del progettato
monumento a Carlo Alberto (inaugurato nel 1861) il fabbricato ospitava
l'Istituto Tecnico. Nel 1880 esso era già divenuto sede detta R. Scuola di
Guerra. Tutte queste diverse e sempre più importanti destinazioni (caserma,
scuola media, scuola superiore) ci costringono a ritenere che la costruzione
venisse rinnovata di sana pianta, esternamente come internamente, sin dalla
prima trasformazione dell'area da giardino privato a pubblica piazza.
Conclusione questa, la quale trova la sua piena conferma nello stile e nella
decorazione della facciata, che, a considerarla attentamente, assai poco ha di
neoclassico e molto invece, per così dire, di basso impero. L'abbondanza dei
trofei e dei motivi militari in genere, lo spreco di aquile e di festoni, di
elmi e di bandiere, lo stemma sabaudo centrale, fanno effettivamente ritenere
che l'architetto avesse in mente una destinazione dell'edificio a carattere
militare. Fu Ignazio Michela autore di quella facciata? La cosa è più che
probabile, poiché se è vero che il Michela ebbe a lavorare alla Curia Maxima o
Corte d'Appello, che è di uno stile severo, rigorosamente neoclassico, è anche
vero che per la Curia Maxima egli non ebbe che a completare quanto era stato
fatto o progettato da altri (Filippo Juvara, Benedetto Alfieri), mentre per la
piazza Carlo Alberto egli potè scapricciare il suo genio classico barocco. Se
altri vorrà riprendere e integrare la storia, qui appena accennata, del morente
palazzotto, con la omissione della sua ultima metamorfosi in ufficio
telegrafico, renderà senza dubbio un utile contributo atta storia edilizia
torinese. Fino a quel giorno, però, crediamo che intorno ai modesto e
presuntuoso fabbricato del Michela non si siano mai spese tante fatiche quante
ne riassume in breve questo non commosso epicedio.
Il problema del "muro" torna di attualità
Giovedì 12 Luglio 1951 LA NUOVA STAMPA
URGENTI PROBLEMI DI EDILIZIA CITTADINA
Un ingombrante muro impedisce la sistemazione
di una piazza
Restano parecchie aree vuote da
colmare nel centro della città. Necessità di varare al più presto il nuovo piano
regolatore.
Tra i numerosi problemi di carattere urbanistico che la nuova amministrazione dovrà sollecitamente affrontare, non ultimo è quello di una definitiva sistemazione di Piazza Carlo Alberto. Tale piazza è a tutt’oggi delimitata nel lato di fronte al Palazzo Carignano, dalle antiche scuderie, edificio in stile neoclassico eretto sulla fine del sec. XVIII su disegno dell'architetto Filippo Castelli. Di esso però non esiste più che la facciata, ancora in piedi tra la piazza e l'area retrostante distrutta. E' venuto quindi a crearsi in pieno centro cittadino un altro vuoto che non contribuisce certo al decoro della città. In questi ultimi sei anni l'interesse dei costruttori non ha mancato di rivolgersi anche alla zona delle antiche scuderie dei Carignano, ma l'esistenza della facciata ha scoraggiato tutti i progettisti. Essa infatti è stata dichiarata sotto il vincolo della legge 1° giugno 1939 n. 1089 per la tutela delle cose di interesse storico-artistico; in altri termini, nessuno può abbatterla per costruire un edificio completamente nuovo.Veglia infatti sulla sua conservazione la Sovrintendenza ai monumenti, la quale al massimo sembra disposta a lasciar sorgere un nuovo edificio a patto che esso incorpori nella sua integrità il vecchio muraglione. Sul valore, storico-artistico della facciata, non tutti sono d'accordo con la Sovrintendenza nel giudicarlo tale da giustificare la protezione della legge citata. Senza entrare nel merito di tale valutazione, non si può non osservare come la conservazione della più o meno pregevole facciata, abbia fino ad oggi impedito qualsiasi soluzione del problema e qualsiasi sistemazione di una piazza così caratteristica di Torino come questa dedicata a Carlo Alberto. Sembra quindi giusta la richiesta di coloro che domandano alla nuova amministrazione cittadina di riaffrontare nuovamente la questione agli organismi preposti alla tutela del nostro patrimonio artistico, sia a quelli che rappresentano gli interessi materiali della popolazione. Non è, questo di piazza Carlo Alberto, il solo «vuoto» che si può scoprire nelle vie del centro. In un periodo come il nostro, in cui tanto forte si sente la necessità di nuovi alloggi, appare quasi incredibile che non si riescano a risolvere le questioni burocratiche che tuttora impediscono di colmare quei vuoti […….] E' giunto il momento di provvedere, ormai. Molte colpe si attribuiscono all'attuale piano regolatore e alla enorme lentezza con cui procedono gli studi per il nuovo piano, mille volte preannunciato. Almeno di questo, il Comune dovrebbe preoccuparsi immediatamente ed escogitare tutti i mezzi che consentano di porre al più presto termine alle incertezze ed alle dannose improvvisazioni
Tra i numerosi problemi di carattere urbanistico che la nuova amministrazione dovrà sollecitamente affrontare, non ultimo è quello di una definitiva sistemazione di Piazza Carlo Alberto. Tale piazza è a tutt’oggi delimitata nel lato di fronte al Palazzo Carignano, dalle antiche scuderie, edificio in stile neoclassico eretto sulla fine del sec. XVIII su disegno dell'architetto Filippo Castelli. Di esso però non esiste più che la facciata, ancora in piedi tra la piazza e l'area retrostante distrutta. E' venuto quindi a crearsi in pieno centro cittadino un altro vuoto che non contribuisce certo al decoro della città. In questi ultimi sei anni l'interesse dei costruttori non ha mancato di rivolgersi anche alla zona delle antiche scuderie dei Carignano, ma l'esistenza della facciata ha scoraggiato tutti i progettisti. Essa infatti è stata dichiarata sotto il vincolo della legge 1° giugno 1939 n. 1089 per la tutela delle cose di interesse storico-artistico; in altri termini, nessuno può abbatterla per costruire un edificio completamente nuovo.Veglia infatti sulla sua conservazione la Sovrintendenza ai monumenti, la quale al massimo sembra disposta a lasciar sorgere un nuovo edificio a patto che esso incorpori nella sua integrità il vecchio muraglione. Sul valore, storico-artistico della facciata, non tutti sono d'accordo con la Sovrintendenza nel giudicarlo tale da giustificare la protezione della legge citata. Senza entrare nel merito di tale valutazione, non si può non osservare come la conservazione della più o meno pregevole facciata, abbia fino ad oggi impedito qualsiasi soluzione del problema e qualsiasi sistemazione di una piazza così caratteristica di Torino come questa dedicata a Carlo Alberto. Sembra quindi giusta la richiesta di coloro che domandano alla nuova amministrazione cittadina di riaffrontare nuovamente la questione agli organismi preposti alla tutela del nostro patrimonio artistico, sia a quelli che rappresentano gli interessi materiali della popolazione. Non è, questo di piazza Carlo Alberto, il solo «vuoto» che si può scoprire nelle vie del centro. In un periodo come il nostro, in cui tanto forte si sente la necessità di nuovi alloggi, appare quasi incredibile che non si riescano a risolvere le questioni burocratiche che tuttora impediscono di colmare quei vuoti […….] E' giunto il momento di provvedere, ormai. Molte colpe si attribuiscono all'attuale piano regolatore e alla enorme lentezza con cui procedono gli studi per il nuovo piano, mille volte preannunciato. Almeno di questo, il Comune dovrebbe preoccuparsi immediatamente ed escogitare tutti i mezzi che consentano di porre al più presto termine alle incertezze ed alle dannose improvvisazioni
Che sia la volta buona?
Venerdì 31 Dicembre 1954 LA NUOVA STAMPA
Si costruirà il palazzo della
Biblioteca nazionale Radicale sistemazione di piazza Carlo Alberto.
Un'ispezione di tecnici disposta dal ministro Ermini - Saranno risolti i due
problemi: conservare la facciata delle "scuderie,, e spostare il monumento
equestre.
Da quanti anni si attende una decisione
che risolva il problema estetico-edilizio-urbanistico di piazza Carlo Alberto,
compreso quello del famoso muro superstite dell'edificio ch'era in fondo
all'antico giardino di Palazzo Carignano?
Recentemente, riferendo la
lettera di un indignato cittadino si parlò qui di sconcio: e non a torto; ma
del suo perdurare non tutta la colpa va ascritta alle autorità locali, in
quanto una definitiva e radicale sistemazione della piazza era connessa con
un'altra decisione: quella dell'uso, o no dell'area di là del muro, sul filo di via Bogino, per la costruzione del nuovo indispensabile
palazzo della Biblioteca Nazionale, soffocata nei locali di via Po. È il Ministero della Pubblica Istruzione, attraverso la Soprintendenza alle
Biblioteche, da decenni tardava a pronunziarsi. Ora s'è pronunziato e lieti,
diamo la buona notizia. Lieti anche di sapere che la decisione fu
sollecitata da un diretto altissimo interessamento, il più alto immaginabile
oggi in Italia, che per tenace affetto mai s'allontana dagli interessi
culturali e artistici di Torino, e che in questo caso sortirà duplice felice
risultato: la Biblioteca adatta ai nostri studi e la restituzione a dignità
della centralissima piazza. In questi giorni, infatti, per disposizione del
ministro Ermini, hanno esaminato, in loco, il problema il prof. Giorgio Rosi,
ispettore centrale della Direzione Antichità e Belle Arti, il prof.
Mazzaracchio della Soprintendenza alle Biblioteche, la prof.ssa Bersano e il
prof. Chierici, soprintendenti alle Biblioteche e ai Monumenti del Piemonte e
vari altri autorevoli competenti; e riconosciuta l'area suaccennata idonea
alla costruzione della Biblioteca anche la questione del muro è stata risolta. Ce
ne dispiace per i cittadini indifferenti al caratteristico volto della loro
città ansiosi anzi di farla somigliante ad un neonato sobborgo di Chicago o San
Paolo, in nome del progresso e del dinamismo moderno; ce ne dispiace per il
bellicoso nostro lettore che vorrebbe demolirlo « nottetempo ma il tanto vituperato
muro rimarrà. L'ha difeso il soprintendente Chierici e a lui s'è unita con un
pressante voto la Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, presieduta
dal dott. Viale, osservando che, destinata la retrostante area a un pubblico
edificio, questo «potrebbe assorbire la facciata esistente e conservare quindi
un monumento che... manterrebbe in questo ambiente il volto della vecchia
Torino, purtroppo già cancellato o alterato in altre parti della città». E
poiché da torinesi e da giornali torinesi si son dette e scritte varie
sciocchezze sul povero muro» definendolo anche «napoleonico», ricorderemo
ch'esso è la facciata della distrutta grande scuderia e rimessa per carrozze
dei principi di Carignano, costruita dal valente architetto torinese Filippo
Castelli (c. 1740-c. 1820) intorno al penultimo decennio del Settecento, in un
gusto cioè fra il declinante Barocco ed il sorgente Neoclassicismo: opera,
quindi, di notevole pregio storico ed artistico. Sorgerà dunque in piazza Carlo
Alberto la Biblioteca Nazionale di Torino; verso la piazza, imponente
dignitosissimo prospetto, potrà esserne la fronte la stessa facciata del
Castelli. E' un punto su cui insistiamo, attendendo che si pronunzi in merito —
speriamo favorevolmente — il Consiglio Superiore di Antichità e Belle Arti:
perchè, per la costruzione della Biblioteca e il definitivo assetto della
piazza s'è riconosciuta l'opportunità di bandire un concorso nazionale, e non
vorremmo che fra le maglie del bando scappasse fuori il pesciolino della
possibilità di far a meno della facciata del Castelli, qualora il nuovo
progetto riuscisse così bello da renderla superflua. Del resto,
l'inserzione di un pregevole elemento antico in un edificio moderno, può
suggerire come ci suggerisce un uomo che se ne intende, l’architetto Midana, ad
un artista geniale una soluzione di gran gusto. Altro punti importante: il
trasporto del Monumento a Carlo Alberto oggi sacrificato e fuori centro e a ridosso
dell’ampliamento (1863) di Palazzo Carignano nella Piazzetta Reale anche per
agevolare la circolazione. Chi bandirà il concorso ? La Direzione delle Belle
Arti, o quella delle Biblioteche, o il Genio Civile? Chiunque sia, facciamo
presto e il Ministero del Tesoro provveda allo stanziamento straordinario dei
necessari 600 milioni: generoso una buona volta con Torino.
I lavori iniziano nel 1959. E infine molti anni dopo.....
La Stampa 16/10/1973
Un gioiello la nuova biblioteca ma il personale è
insufficiente. Ha riaperto dopo 16 anni la Nazionale. Un gioiello la nuova
biblioteca ma il personale è insufficiente E' costata 3 miliardi - Cervello
elettronico, posta pneumatica, tv a circuito chiuso, nastri trasportatori: è
modernissima - Funzionerà soltanto per mezza giornata, perché l'organico è
scarso.
Ha aperto ieri i battenti, dopo 16 anni, la nuova
Biblioteca Nazionale di piazza Carlo Alberto. Alle 8,30 11 primo gruppo di
«lettori» ha superato la superba facciata neoclassica di Filippo Castelli ed è
entrato nelle modernissime sale in vetro, linoleum ed acciaio. Uno sviluppo
complessivo di tremila e trecento metri quadrati, 56 sezioni fra sale di
lettura e consultazione, saloni per congressi, auditorium, magazzini; una
capacità di 1 milione e mezzo di volumi, facilmente portabile a 2; 17
stazioni di posta pneumatica, un cervello elettronico, telecamere a circuito chiuso in tutti i locali. Il costo complessivo è stato di 3 miliardi. «E pensare, commenta il direttore professor Stello Bassi, che nel '59, all'inizio dei
lavori, erano stati concessi in tutto 2OO milioni». Da allora gli
stanziamenti hanno consentito di dotare l'edificio di
quanto di più moderno sia stato mal fatto in Italia in campo di biblioteche. La
«storia» della biblioteca è rimasta legata per 250 anni a quella del Palazzo
dell'Università di via Po. In quelle sale un po' polverose, su quel tavoli
consunti, sono passate intere generazioni di intellettuali, ricercatori e
studenti. «Era un ambiente direi quasi familiare, prosegue il professor Bassi, ma anche se carico di storia e ricordi, ha dovuto lasciare il passo ad uno
stile più moderno». Che significa essenzialmente più efficienza, maggiore
possibilità di consultazione, una funzionalità superiore in grado di garantire
al «lettore» la possibilità di lavorare meglio, più in fretta e con strumenti
all'altezza del tempi. Degli 850 mila volumi che costituiscono il patrimonio
della Biblioteca Nazionale solo 30 mila sono rimasti nella vecchia sede di via
Po. «Nelle prossime settimane, aggiunge il professor Bassi, anche questi
saranno portati nel nuovo palazzo». L'edificio di piazza Carlo Alberto è
costruito in un unico corpo che raggruppa i locali adibiti al deposito del
libri, gli uffici degli impiegati, le sale riservate al pubblico. Questa
compattezza architettonica consente, a differenza di quanto succede in altre
biblioteche, di compiere agevolmente l'operazione di «trasporto» libri dal
magazzino alle sale di lettura e consultazione. Dice il professor Bassi: «Nei
prossimi mesi entrerà in funzione un ascensore a catena continua, un
"paternoster", dotato di aperture in corrispondenza degli otto plani
dell'edificio. Preleverà i libri e li depositerà in corrispondenza di nastri
trasportatori. Dagli scaffali, quindi, al tavolo di lettura». Il patrimonio
librarlo è custodito come in una banca. Oltre alle telecamere che aiutano il
personale nel lavoro di controllo, esistono speciali avvisatori antifumo: basta
accendere una sigaretta e squillano le sirene, mentre, nel quadro luminoso
della sala controlli, s'accende una luce corrispondente alla sala dove è
avvenuto il principio di incendio. Unico neo, la scarsezza di personale. Dice
11 professor Bassi: «L'organico dovrebbe essere composto da 92 persone, non arriviamo
a 50». Per questa ragione a Torino non è possibile attuare l'orario continuato
dalle 8,30 alle 19,30: «E' già un miracolo garantire l'apertura sino alle 14».
Piazza Carlo Alberto: la nuova sede della dietro la facciata del 700.
venerdì 25 ottobre 2019
L'eterna tragica ripetizione dell storia umana... Omosessualità nella Ginevra del '500
(Targa apposta sul luogo dell'esecuzione di Tecia lungo le rive del Rodano)
Questa è la storia di Bartholomé Tecia, nato
nel 1550, studente piemontese che muore nel 1566, in tragiche circostanze,
nella Ginevra della Riforma.
A 15 anni, accusato di sodomia, dopo un regolare processo
viene condannato alla pena capitale dopo essere stato sottoposto a tortura. Nello
stesso periodo, la seconda metà del ‘500, altre
persone subirono la stessa sorte per lo stesso reato: nei casi peggiori la
pena prevista era l'annegamento. La stessa pena era applicata per chi si era
reso colpevole di infanticidio, di adulterio, di violenza su minori o incesto.
Il clima che si respira a Ginevra in quel tempo era permeato da un rigido
controllo morale e sociale che sfociava spesso in una grande severità verso
crimini riconosciuti come originati da comportamenti devianti. L'indipendenza
del cantone ottenuta nel 1525 e l'adesione alla Riforma del 1536 aveva favorito
l'arrivo in città di rifugiati dalle persecuzioni religiose italiane e francesi.
I fragili equilibri sociali dovevano essere mantenuti con ogni mezzo. Ginevra,
città modello, attira molti giovani inviati dalle loro famiglie per studiare
teologia presso l'Accademia e il Collegio, istituzioni create nel 1559. Si tratta di famiglie valdesi cui in patria era vietato la frequenza a scuola per via della loro conversione al protestantesimo. Queste
due istituzioni riunivano più di 2000 studenti, numero non indifferente tenuto
conto del numero di abitanti di Ginevra, circa 15mila. Provenienti dall'Italia, dalla Germania, da altre città
svizzere e da varie regioni della Francia, questi studenti a volte hanno solo
il latino come lingua comune. Non tutti sono ricchi e alcuni sostengono i
loro bisogni attraverso borse di studio concesse e gestite da istituzioni della
città. In generale, sono ospitati da residenti in città o in famiglie di
insegnanti.
Bartolomeo Tecia, originario del villaggio di Villar Pellice, situato nella valle che vide svilupparsi una florida comunità valdese, nel 1566, è un giovane scolaro presso il Collegio di
Ginevra. Alloggia con Théodore Agrippa d'Aubigné. Il 28 maggio, Théodore
Agrippa ed Emery Garnier, entrambi di 15 anni provenienti dalla Guascogna, presentano
una denuncia contro Bartolomeo. Per questo motivo tutti e 3vengono imprigionati
e interrogati per chiarire i fatti. Nella denuncia è riportato che tre mesi
prima, Bartolomeo sdraiato nello stesso letto, una promiscuità non insolita nel
sedicesimo secolo per gli studenti che condividevano la stessa casa, aveva
ripetutamente proposto a Teodoro Aggripa Aubigné di fare sesso con lui. Il caso
avrebbe potuto non avere nessun seguito. Ma sette giorni prima, Emery Garnier
riferisce ai suoi compagni di classe che durante una sessione di studio
congiunta, mentre erano parzialmente spogliati, Bartolomeo lo avrebbe
incoraggiato con gesti e discorsi a fare sesso con lui. Ci si può chiedere
quanto rispondano a verità queste accuse. Non c'è modo di saperlo. Tuttavia,
queste accuse portano all'apertura di un'indagine contro Bartolomeo accusato di
voler commettere un "crimine di sodomia" contro i suoi compagni.
Il revisore interroga più volte Bartolomeo. La ripetizione
ossessionante delle stesse domande è singolare. Tuttavia fa parte della
procedura cercare di ottenere la confessione più completa e dettagliata
possibile. Come la stregoneria o l'eresia, il "crimine di sodomia"
viola la "legge divina" dettata dall'Antico Testamento: la punizione
divina che è caduta sulle città di Sodoma e Gomorra viene ricordata più volte.
Il fatto che Bartolomeo Tecia sia stato informato di questi divieti e dei
rischi della rabbia divina sostenuta dalla città aggrava il suo caso.
Alla fine, il 31 maggio, i documenti della procedura
vengono consegnati ai giudici affinché pronuncino la loro sentenza. I giudici sono
magistrati e hanno una conoscenza limitata della legge. Anche in caso di un
crimine che "merita" la pena di morte, chiedono la consulenza legale
di un avvocato. Nel caso di Bartolomeo Tecia, il giurista Germain Colladon
propone di sottoporre gli accusati a tortura ritenendo che l '"abominevole
crimine di sodomia" meriti una punizione esemplare.
Il 4 giugno, i magistrati scelgono di interrogare Bartolomeo un'ultima volta sottoponendolo alla tortura. Durante questo interrogatorio finale, Bartolomeo confessa tutto ciò che gli viene suggerito: ha cercato di fare sesso con Agrippa d'Aubigné e Garnier, e se questi compagni avessero accettato avrebbe persistito nel suo vizio e fatto sesso con uomini e ragazzi della sua età. E’ la fine per il ragazzo. Il 10 giugno 1566, in possesso della confessione del giovane rafforzata dalla testimonianza dei suoi compagni, i giudici lo condannarono a morte. La sentenza viene pronunciata a nome dei dodici membri attuali del Piccolo Consiglio, composto da 25 consiglieri nominati a vita dal Consiglio Generale dell’insieme dei cittadini della città.
Il 4 giugno, i magistrati scelgono di interrogare Bartolomeo un'ultima volta sottoponendolo alla tortura. Durante questo interrogatorio finale, Bartolomeo confessa tutto ciò che gli viene suggerito: ha cercato di fare sesso con Agrippa d'Aubigné e Garnier, e se questi compagni avessero accettato avrebbe persistito nel suo vizio e fatto sesso con uomini e ragazzi della sua età. E’ la fine per il ragazzo. Il 10 giugno 1566, in possesso della confessione del giovane rafforzata dalla testimonianza dei suoi compagni, i giudici lo condannarono a morte. La sentenza viene pronunciata a nome dei dodici membri attuali del Piccolo Consiglio, composto da 25 consiglieri nominati a vita dal Consiglio Generale dell’insieme dei cittadini della città.
Condanniamo Barthélemy Tecia ad essere legato, portato in via della Corraterie, sul fiume Rodano, e lì annegato. E così finiranno i tuoi giorni, un esempio per chi volesse commettere simili azioni.
Esistono poche testimonianze dell’esecuzione: il detenuto era raggomitolato, legato ai polsi e alle caviglie, poi gettato da una barca e tenuto sott'acqua fino alla morte. Il pubblico, radunato sulla riva e su altre barche, assisteva allo spettacolo. Il corpo veniva quindi riportato a terra e trascinato al luogo di sepoltura.
Periodo
storico.
Il sedicesimo secolo in Europa è un'era di violenza e grandi conflitti. Le guerre di religione (1562-1598) e le divergenze politiche tra i diversi stati hanno ripercussioni sul commercio. Povertà ed epidemie di peste causano un clima di insicurezza nelle città e sulle strade. In una società soggetta a tensioni religiose, politiche o economiche, i rapporti umani diventano più difficili e lo stato, sia esso una monarchia o una repubblica, consolida la sua autorità punendo i criminali più duramente. Bruciare, spingere, decapitare, annegare, la diversità delle torture testimonia una pratica giudiziaria che si affida allo spettacolo del dolore per cercare di arginare il crimine. Gli omicidi, le rapine, la violenza e in particolare gli attacchi alla morale familiare e sessuale sono perseguiti molto severamente. D'altra parte, in un paese cattolico o riformato, la società è profondamente legata al cristianesimo e la comunità dei cittadini è una comunità di credenti. Pertanto, nonostante la distribuzione della giustizia e del controllo sociale tra giurisdizioni secolari ed ecclesiastiche, a volte sembra difficile separare laici e religiosi come mostrano le circostanze e gli argomenti di giudici e giuristi nel caso di Bartolomeo Tecia.
A Ginevra, dalla stesura delle ordinanze ecclesiastiche di
John Calvin, i membri del Concistoro esercitano la "disciplina"
ecclesiastica che rappresenta una forma di controllo morale sulla popolazione.
Il Concistoro è particolarmente attivo dal 1550. Sorveglia, rimprovera e
sanziona ogni comportamento che considera riformabile.
Tuttavia, l'autorità del Concistoro ha i suoi limiti
istituiti dallo stesso Calvino. Alcuni crimini vanno oltre la redenzione
offerta dalla Chiesa. Qualsiasi atto che danneggi Dio o la comunità degli
abitanti (crimine di lesa maestà, omicidio, furto, violenza, adulterio, sodomia
ecc.) è soggetto alla pena capitale. Gli accusati vengono quindi restituiti
all'autorità civile detenuta dai magistrati del Petit Conseil.
Il crimine di sodomia
Di fronte a un simile caso giudiziario, l'uomo del 21°
secolo può solo chiedersi le ragioni della severità verso il crimine di sodomia
per il quale i giudici perseguono Bartolomeo Tecia.
Giuristi e magistrati usano il nome sodomia derivato dal latino medievale mentre la popolazione usa più spesso la parola "bougrerie". Il termine "bugger", la distorsione della parola "bulgaro" o "Bogomil" si riferisce ai membri di un movimento eretico del Medioevo i cui credenti erano spesso accusati di omosessualità. "Sodomia" o "bougrerie" si riferisce alle relazioni sessuali tra due persone dello stesso sesso, maschio o femmina ma anche qualsiasi atto sessuale non procreativo, considerato "innaturale", come la masturbazione, il sesso orale e in alcuni casi di esseri umani con animali.
Giuristi e magistrati usano il nome sodomia derivato dal latino medievale mentre la popolazione usa più spesso la parola "bougrerie". Il termine "bugger", la distorsione della parola "bulgaro" o "Bogomil" si riferisce ai membri di un movimento eretico del Medioevo i cui credenti erano spesso accusati di omosessualità. "Sodomia" o "bougrerie" si riferisce alle relazioni sessuali tra due persone dello stesso sesso, maschio o femmina ma anche qualsiasi atto sessuale non procreativo, considerato "innaturale", come la masturbazione, il sesso orale e in alcuni casi di esseri umani con animali.
Se si tratta di sesso tra due persone dello stesso sesso, a
seconda dell'età dei protagonisti, valutare la gravità del crimine è un grosso
problema per i magistrati. In effetti, se l’atto sessuale di uomini o donne
adulti con bambini è severamente punito, così come il rapporto tra due adulti
consenzienti, non esiste un'età legale per fare sesso. I giuristi e i teologi
del tempo definirono tre fasi dello sviluppo sessuale. Per loro, l'infanzia
rappresenta un'età di immaturità psicologica e fisica, durante la quale non vi
è né attività sessuale né comprensione dell'atto sessuale. Da adolescente, la
persona è fisicamente matura per fare sesso, ma non ha necessariamente la
capacità di giudicare e comprendere la gravità delle sue azioni. D'altra parte,
l'adulto è considerato fisicamente e psicologicamente idoneo a fare sesso. Alla
luce di questi principi, per gli avvocati e i teologi, se i bambini sono
vittime e gli adulti colpevoli di rapporti sessuali tra due individui dello
stesso sesso, quando si tratta di adolescenti, le circostanze devono essere
prese in considerazione caso per caso e incidere sul grado di colpa
dell'accusato.
Nel caso di Bartolomeo Tecia, la sua giovinezza avrebbe
potuto essere una circostanza attenuante agli occhi dei giudici, ma durante gli
interrogatori, commette l’”errore” di conoscere la gravità e la portata
criminale dei suoi atti.
(liberamente
tratto da
Sonia Vernhes Rappaz LA NOYADE JUDICIAIRE DANS LA RÉPUBLIQUE
DE GENÈVE (1558-1619) Crime, Histoire et
Sociétés Vol. 13 n°1 2009
Conclusioni
Non è facile a distanza di secoli, entrare nel merito della
vicenda. Ci sono molti punti oscuri che impediscono allo storico che pure si
impegni con serietà nello studio delle carte processuali, di giungere a
conclusioni inoppugnabili. I due accusatori vengono arrestati prima che il reo
sia formalmente imputato. Le loro deposizioni, di certo, sono rese sotto pressioni psicologiche notevoli: ne va
della loro stessa libertà e integrità fisica. Secondo le leggi del tempo chi subisce l’atto
contro natura viene risparmiato, contrariamente a chi lo esegue materialmente.
E’ chiaro che riferendo di essere stati molestati da Bartolomeo i due salvano
la propria vita.
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mercoledì 31 luglio 2019
La storia di Riccardo Gualino. I suoi figli. Aspetti minori di una legittima curiosità.
Una mostra per raccontare un grande collezionista e la sua storia straordinaria: I mondi di Riccardo Gualino collezionista e imprenditore nelle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino.
Mostra molto bella, esaustiva... una sola visita è insufficiente per capire la complessità del personaggio e il periodo storico in cui muove i suoi passi di imprenditore illuminato...
Spinto dalla curiosità, mi son procurato anche il recente testo di Caponetti che, in forma romanzata, basandosi però su una puntigliosa ricerca su documenti reali, traccia un compendio della vita di Gualino: Il Grande Gualino Ed. UTET, 2018 pag.448 (https://www.utetlibri.it/libri/il-grande-gualino/)
Però... C'è un semplice "però" che mi lascia insoddisfatto. Sia nella mostra di Palazzo Chiablese che nel libro di Caponetti, nulla o quasi viene detto della famiglia del grande biellese. C'è abbondantemente riportata la dimensione sociale e mondana in cui i due (Riccardo e Cesarina) si muovevano. Ci sono le corpose amicizie, le relazioni infinite col mondo della cultura, dell'industria e della politica, che attraversano buona parte del secolo. Ma della dimensione intima familiare della coppia non c'è nulla. I Gualino hanno due figli. Di loro non sappiamo pressochè nulla. Qua e là si legge che ambedue avevano problemi di salute, per il resto è quasi impossibile sapere la data di morte e le vicende che costituiscono la loro esistenza. Nella lettera testamento redatta da Riccardo per la moglie Cesarina, negli ultimisssimi tempi della sua vita, si accenna a Lili (la secondogenita) e della signorina che l'assiste. Sono riportati in maniera puntigliosa i costi relativi alle spese di sostentamento di Lili come pure i consigli per ottenere un risparmio sulle spese stesse. Tenendo conto dell'altissimo tenore di vita cui era abituata la consorte del nostro personaggio e della evidente leggerezzza con cui la stessa diede fondo a tutti i suoi averi, non stupisce il tenore notarle con cui questo interessante documento venne redatto. Un altro accenno si trova nella testimonianza di una serata a teatro di Sion Segre Aimar ne le Sette storie del Numero 1 (1979): “Nel primo ordine, quasi in centro, il palco dei Gualino.... Sul davanti, appoggiata al davanzale la figlia cieca. Non mancava mai, neppure ai balletti dei Salharoff, o all’Abima, dove tutto era mimica”. A pagina 203 del libro di Caponetti si legge un altro stralcio illuminante di quella che era il ménage della famiglia: "...mai un attimo di tregua, di vita normale; non c'era spazio, non c'era tempo non c'era modo di vivere un sereno rapporto famigliare e coniugale. Forse non ce n'era neanche voglia" Dopo varie ricerche trovo il pregevole sito http://www.teatroestoria.it/materiali/Il_caso_GUALINO.pdf in cui si possono desumere le date di nascita di Lili (1908) e del secondogenito Renato nel 1912. Viene confermata la cecità della primogenita già alla nascita.
Dicevo della piacevole scorrevolezza che si avverte nelle lettura del libro di Caponetti. Infastidisce d'altro canto il taglio agiografico dato al personaggio, che in quella perfezione di carattere, nella mancanza apparente di debolezze appare a tratti molto poco credibile avvolto com'è in quella realtà romanzata su cui l'Autore ha costruito tutto il progetto biografico.
Dicevo della piacevole scorrevolezza che si avverte nelle lettura del libro di Caponetti. Infastidisce d'altro canto il taglio agiografico dato al personaggio, che in quella perfezione di carattere, nella mancanza apparente di debolezze appare a tratti molto poco credibile avvolto com'è in quella realtà romanzata su cui l'Autore ha costruito tutto il progetto biografico.
martedì 4 settembre 2018
Volete andare in Albania? Consigli solo pratici. Il resto lo trovate su qualsiasi Guida......
Una vacanza in Albania può essere concepita anche con il proprio mezzo di locomozione, unica avvertenza stipulare una assicurazione RCA in entrata dato che la nostra carta verde non copre il territorio albanese: costo 49 euro (estate 2018). Le formalità sono minime, si può chiedere al doganiere di confine. La registrazione alla frontiera in entrata e in uscita è a volte lunghetta. Abituati ormai alla scomparsa delle frontiere europee che i nostri politici attuali con le loro dissennate velleità autarchiche vorrebbero reintrodurre con l'uscita dall'Euro, ci sembrerà noiosa lungaggine tutto il battere dati sul computer e la scannerizzazione della carta di identità. L'assicurazione è comunque consigliabile tenuto conto di come si guida in Albania, tra biciclette che zigzaggano in ogni senso spesso contromano, pedoni che attraversano al di fuori di strisce pedonali, il tutto comunque con tranquillità senza strombettii di clacson o proteste. C'è da dire che in una settimana non ho mai visto un incidente neanche minimo. La benzina costa come il diesel in genere 174 lek ovvero circa 1,40 euro. Una cosa che salta all'occhio è il numero impressionante di distributori lungo le strade, impossibile restare a secco qui. Le strade. Sulla questione fondo stradale la qualità complessiva non è male, molte eccezioni inaspettate e imprevedibili sono rappresentate da statali con buche spaventose e banchine impercorribili con medie sui 20/30 km ora. Per esempio la statale che collega Berat ad Argirocastro prima di Fier è una di queste… Le distanze in Albania vanno calcolate usando costantemente Google Maps. Buona norma è a casa col Wifi scaricare le mappe dell'area che si potranno utilizzare offline comodamente. Scopriremo così spesso che 150 Km, qui, si percorrono in due ore e mezza se non di più….. Le superstrade sono comunque rare: anche su queste è bene guidare con prudenza perché non sarà raro vedere pedoni che con masserizie le percorrono ai lati o motociclisti (rigorosamente senza casco) in contromano, anche se ai bordi…. Come si legge sulle guide e sul web, a stupire è la gentilezza delle persone che si fanno in quattro per darvi una mano o un consiglio, disinteressato, in caso di bisogno. Pochissimi i questuanti per strada, moltissimi i rivenditori di piccole cose dagli alimentari, ai vestiti usati o alle piccole e povere cose.
Mangiare in Albania non è un problema: cucina a base di carne e spesso anche pesce, con influenza di vario genere dal greco al medio orientale. Cucina saporita proposta a prezzi per noi italiani molto conveniente. Vi capiterà spesso di cenare con meno di 20 euro in due. Viaggiare in Albania è rilassante anche perché ci si può concedere una pausa di relax (birra, cappuccino, un semplice espresso tra l'altro ottimo) con pochissima spesa tranquillamente seduti al bar. In Albania i bar, caffè, a volte strutturati in modo semplicissimo, sono numerosissimi e sempre hanno qualche avventore seduto. I negozietti di frutta e verdure sono molto economici, vale la pena di acquistare con poco delle ottime pesche, uva, pere sempre molto saporite.
Un'altra fonte di stupore, questa un po' meno positiva è l'alto tasso di randagismo canino nelle città e nelle campagne. Raramente in branchi, queste povere bestie (a volte non è raro trovarle morte ai lati delle strade, investiti da auto) si aggirano o riposano all'ombra sempre con una penosa aria di rassegnata consapevolezza. Non sono comunque pericolosi, mai. Quasi tutte le notti dalle camere d'albergo dove dormivo, il sonno era preceduto dall'abbaiare lontano di qualche cane, anche nella capitale
La mia prima impressione, entrando nel paese dal Nord non è stata entusiastica. Case senza intonaco, spesso ad un solo piano con i pilastri di cemento armato in bella vista, di progetti mai portati a termine. Spesso si incontrano in campagna come in città case in rovina con tetti crollati e muri pericolanti. Il concetto di sicurezza qui nel paese non è quello in vigore (talora persino eccesivo, va detto….) da noi. In aree museali storiche (castelli, cittadelle ecc) è facile vedere baratri non protetti e mura su precipizi privi di qualsiasi protezione. Il buon senso (virtù talora poco conosciuta nei cosiddetti paesi civili) qui è indispensabile. Passati i primi momenti, però poi ci si abitua gradualmente al diffuso degrado, alle macerie in bella vista, all'immondizia sparsa ovunque, alla polvere e ad altre cose non piacevoli per il turista. Nella capitale, a Tirana si vedono grandi sforzi per dare dignità al paesaggio. Il lavoro del sindaco socialista Edi Rama è stato negli anni notevole e la sua lotta alla corruzione, alla sfacciata inettitudine di molti suoi feroci oppositori politici è encomiabile.
Una delle cose che più mi hanno colpito lungo le strade è il numero impressionante (non decine ma centinaia) di cippi funerari che ricordano persone decedute in incidenti: tempietti, lapidi in marmo con o senza fiori, spesso di gusto pessimo, molte in curva o nei tratti montani dove l'assenza di validi parapetti rende un incidente quasi di sicuro mortale. Pare che la mancanza di una vera educazione stradale sia alla base di comportamenti scriteriati: la patente viene rilasciata, mi si diceva, con estrema facilità per di più da persone non competenti né abilitate.
Dormire costa poco, se si vogliono standard europei bisogna però preventivare una doppia a non meno di 60/70 euro. Per chi non ha grandi esigenze (personalmente per esempio non ho grandi pretese culinarie ma devo soggiornare in hotel sempre confortevoli e puliti) abbondano le sistemazioni super economiche a poche decine di euro a notte. Bookimg com è da anni il mio punto di riferimento nella scelta.
Mi sembra di avere detto tutto. Gli euro sono quasi sempre graditi ma conviene di certo prelevare dai diffusi ATM col Bancomat. I sistemi VISA e MASTERCARD sono presenti su tutto il territorio. Ricordate però che spesso non è possibile usare la carta di credito. In alcuni hotel una percentuale aggiuntiva al conto sui 3-4% viene addebitata per la copertura delle spese. Rassegniamoci, fino a che il sistema assurdo delle banche di far pagare l'uso della carta non sarà calmierato, è legittimo non rimetterci da parte dei commercianti.
La lingua. L'italiano è diffuso ma non come si legge sul web. L'inglese comunque toglie ogni problema.
Quindi buon viaggio. Non partite aspettandovi meraviglie ad ogni angolo. L'Albania è bella, non meravigliosa come si vuol, far credere! E' un paese che si sforza di crescere in modo onesto, con ancora molti problemi da risolvere, il tenore di vita non è dei migliori, si vive con una media di 250 euro pro capite e le spese quotidiane per i servizi non sono bassissime. Corruzione e malavita sono ancora un aspetto critico della società albanese...
Mangiare in Albania non è un problema: cucina a base di carne e spesso anche pesce, con influenza di vario genere dal greco al medio orientale. Cucina saporita proposta a prezzi per noi italiani molto conveniente. Vi capiterà spesso di cenare con meno di 20 euro in due. Viaggiare in Albania è rilassante anche perché ci si può concedere una pausa di relax (birra, cappuccino, un semplice espresso tra l'altro ottimo) con pochissima spesa tranquillamente seduti al bar. In Albania i bar, caffè, a volte strutturati in modo semplicissimo, sono numerosissimi e sempre hanno qualche avventore seduto. I negozietti di frutta e verdure sono molto economici, vale la pena di acquistare con poco delle ottime pesche, uva, pere sempre molto saporite.
Un'altra fonte di stupore, questa un po' meno positiva è l'alto tasso di randagismo canino nelle città e nelle campagne. Raramente in branchi, queste povere bestie (a volte non è raro trovarle morte ai lati delle strade, investiti da auto) si aggirano o riposano all'ombra sempre con una penosa aria di rassegnata consapevolezza. Non sono comunque pericolosi, mai. Quasi tutte le notti dalle camere d'albergo dove dormivo, il sonno era preceduto dall'abbaiare lontano di qualche cane, anche nella capitale
La mia prima impressione, entrando nel paese dal Nord non è stata entusiastica. Case senza intonaco, spesso ad un solo piano con i pilastri di cemento armato in bella vista, di progetti mai portati a termine. Spesso si incontrano in campagna come in città case in rovina con tetti crollati e muri pericolanti. Il concetto di sicurezza qui nel paese non è quello in vigore (talora persino eccesivo, va detto….) da noi. In aree museali storiche (castelli, cittadelle ecc) è facile vedere baratri non protetti e mura su precipizi privi di qualsiasi protezione. Il buon senso (virtù talora poco conosciuta nei cosiddetti paesi civili) qui è indispensabile. Passati i primi momenti, però poi ci si abitua gradualmente al diffuso degrado, alle macerie in bella vista, all'immondizia sparsa ovunque, alla polvere e ad altre cose non piacevoli per il turista. Nella capitale, a Tirana si vedono grandi sforzi per dare dignità al paesaggio. Il lavoro del sindaco socialista Edi Rama è stato negli anni notevole e la sua lotta alla corruzione, alla sfacciata inettitudine di molti suoi feroci oppositori politici è encomiabile.
Una delle cose che più mi hanno colpito lungo le strade è il numero impressionante (non decine ma centinaia) di cippi funerari che ricordano persone decedute in incidenti: tempietti, lapidi in marmo con o senza fiori, spesso di gusto pessimo, molte in curva o nei tratti montani dove l'assenza di validi parapetti rende un incidente quasi di sicuro mortale. Pare che la mancanza di una vera educazione stradale sia alla base di comportamenti scriteriati: la patente viene rilasciata, mi si diceva, con estrema facilità per di più da persone non competenti né abilitate.
Dormire costa poco, se si vogliono standard europei bisogna però preventivare una doppia a non meno di 60/70 euro. Per chi non ha grandi esigenze (personalmente per esempio non ho grandi pretese culinarie ma devo soggiornare in hotel sempre confortevoli e puliti) abbondano le sistemazioni super economiche a poche decine di euro a notte. Bookimg com è da anni il mio punto di riferimento nella scelta.
Mi sembra di avere detto tutto. Gli euro sono quasi sempre graditi ma conviene di certo prelevare dai diffusi ATM col Bancomat. I sistemi VISA e MASTERCARD sono presenti su tutto il territorio. Ricordate però che spesso non è possibile usare la carta di credito. In alcuni hotel una percentuale aggiuntiva al conto sui 3-4% viene addebitata per la copertura delle spese. Rassegniamoci, fino a che il sistema assurdo delle banche di far pagare l'uso della carta non sarà calmierato, è legittimo non rimetterci da parte dei commercianti.
La lingua. L'italiano è diffuso ma non come si legge sul web. L'inglese comunque toglie ogni problema.
Quindi buon viaggio. Non partite aspettandovi meraviglie ad ogni angolo. L'Albania è bella, non meravigliosa come si vuol, far credere! E' un paese che si sforza di crescere in modo onesto, con ancora molti problemi da risolvere, il tenore di vita non è dei migliori, si vive con una media di 250 euro pro capite e le spese quotidiane per i servizi non sono bassissime. Corruzione e malavita sono ancora un aspetto critico della società albanese...
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