La Stampa 16.3.1912In un letto della sezione Carle al S. Giovanni, giace da tre mesi una povera donna ancora ingiovane età. I medici, le suore, le infermiere che l'assistono, e le poche persone che si recanoa visitarla, si avvicinano al suo capezzale coll'animo velato e commosso da un senso di infinitapietà. Poiché la disgraziata è votata inesorabilmente alla morte. Giorno per giorno il suoorganismo si consuma in una lotta atroce contro un nemico implacabile che la corrodelentamente, martellandola, pungendola, attanagliandola minuto per minuto con la raffinatacrudeltà, di un tiranno chiuso ad ogni senso di umiltà. Il nemico è l'acido muriatico, che lasventurata ha ingoiato in una fatale notte dello scorso novembre. Vedremo in quali drammatichecircostanze. Eppure questo fragile corpo di donna, tanto barbaramente martoriato, ha saputoconservare per quattro mesi, fra le pieghe dell'anima che ancora lo vivifica, un segreto terribile,per non recare danno o pregiudizio al suo carnefice, a colui che con atto di inaudita barbarie leaveva dato la morte attraverso allo sofferenze indescrivibili di una lunghissima e straziante agonia!E indubbiamente la misera creatura avrebbe portato il segreto nella tomba se per un casofortuito la polizia non fosse venuta a conoscenza di una parte della verità terribile. Misteridell'anima umana!
Il suo ingresso all'Ospedale
Fu nella notte del 6 novembre verso le ore 4 che la povera donna fece il suo primo ingresso alSan Giovanni. Era accompagnata dall'amante, certo Bonino Giuseppe d'anni 38, meccanico daIvrea e da certa Cario Angela maritata Migliotti, una vicina di casa. Introdotta nella sala dellemedicazioni, fu subito attorniata dai sanitari ai quali narrò, fra singhiozzi strazianti, che pocoprima aveva ingoiato un liquido venefico di cui ignorava il nome. Mentre i sanitari si prestavanoa prodigarle i soccorsi del caso, la guardia di servizio procedette alla prescritta identificazione.Alle domande rivoltele rispose: Sono Novaresio Clelia di anni 27, sarta, ed abito in via Mazzinin. 44. Chiestole poscia perchè aveva ingoiato il veleno, rispose semplicemente: Perchè ero stancadi vivere. La risposta, conforme a quella che danno il novanta per cento delle parsone che sivotano volontariamente alla morte, fu creduta veritiera. Nessuno pensò in quel momento discrutare il contegno dell'amante presente. Compiuta la lavatura dello stomaco, la misera furicoverata nel Nosocomio e vi rimase per una quindicina di giorni, durante i quali il suo statoparve migliorare alquanto. Era però un miglioramento fittizio, apparente. Il terribile veleno leaveva concesso una breve tregua, ma le era rimasto nelle viscere, pronto a riprendere conmaggiore implacabilità la triste opera sua. Più disfatta, più sofferente, dovette richiedereospitalità, al Nosocomio; e lì rientrò il 18 dicembre. Questa volta fu ricoverata nella sezione Carle.Dai sintomi, che ora erano più chiari ed evidenti, i medici dubitarono assai che il veleno chela martoriava fosse il sublimato corrosivo, come prima si era creduto; ma ancora una volta ladonna interrogata su tale riguardo, rispose di ignorare di quale natura fosse il liquido ingoiato.Giorno per giorno intanto le sue condizioni si andavano aggravando in causa della crescentedebolezza dovuta all'impossibilità di ricevere qualsiasi nutrimento. I sanitari pensarono alloradi nutrirla artificialmente, e provvidero alla bisogna mediante l'immissione di una sondaattraverso ad un'incisione nell'addome. E così ancora oggi è nutrita la disgraziata creatura!Durante le molte settimane della degenza, alcuni conoscenti si recarono al suo letto a recarlela parola del conforto; ma non comparse mai l'amante, il Bonino. Egli — come si seppe di poi —aveva lasciato Torino e si trovava a Nicastro in qualità di «chauffeur» presso il comm. Mauro.Alla polizia nel frattempo era pervenuto fortuitamente, come abbiamo detto, un barlume dellaverità che la donna aveva saputo, con tanto spirito di generosità, tacere. Impressionato dallanotizia pervenutagli, per quanto frammentaria, il cav. Massera commissario della sezione di viaGiannone, volle subito approfondire le indagini, e insieme al delegato Olivazzi si recò senz'indugioal S. Giovanni per interrogare la Novaresio.
La vittima narra di essere stata costretta ad avvelenarsi!
Alle prime domande rivoltele, la povera donna fissò i due funzionari come stupita che una partedel s6uo segreto fosse conosciuto — Come l'hanno saputo? — interrogò a sua volta. Eh!la poliziaha svariate fonti che la mettono, non sempre ma sovente, a conoscenza di quanto la gente vuolnasconderle — rispose il commissario. Invitata poscia a dire tutta la verità, la donna si raccolseper qualche istante in un affannoso silenzio, poscia incominciò, il suo terribile racconto dall'inizio,incominciando delle sue tribolazioni. Circa, nova anni fa, quando era ancora giovanissima edinesperta della vita, essa conobbe un uomo che l'amò e nelle cui braccia essa si gettòcompletamente fiduciosa. Frutto di tale relazione fu una bambina che ha ora otto anni econvive con la mamma, o almeno è vissuta fino al giorno in cui la mamma dovette esserericoverata all'Ospedale. Passarono gli anni e giunse purtroppo anche un giorno triste, efu quello in cui l’amante volle riprendere intera la sua libertà ed abbandonò ai loto destinimadre e figlia pur restando a Torino ove fa il cameriere. Questa parte della narrazione formail preludio soltanto dell'odissea di guai della poveretta. La fase più burrascosa della suamartoriata vita è venuta in seguito. La Novaresio continuò il suo triste racconto: — L'annoscorso la cattiva sorte mi fece incontrare nel Bonino Giuseppe. Egli era vedovo, io ero liberae ci unimmo maritalmente, nella mia abitazione in via Mazzini N. 44. Restammo insieme quattromesi e non furono, purtroppo, mesi di pace per me. Il Bonino era gelosissimo e lo dimostravacon scene di inaudita violenza che mi terrorizzavano. Quanti giorni e quante notte di spasimoabbiamo passato io e la bambina. Poi venne la notte fatale (quella del 6 novembre), il cui ricordomi fa tuttora rabbrividire. E la misera rabbrividì infatti: poi continuò: — Il Bonino è venuto acasa quella sera col viso spaventosamente oscurato dall'ira; ed iniziò una delle solite scenate,ma con un impeto di ferocia che ancora non conoscevo. Mi difesi come meglio seppi, ma losciagurato non voleva udire ragioni, e non trovando nelle contumelie sufficiente sfogo all'ira,mi percosse spietatamente. Ma nemmeno ciò valse a soddisfarlo. Ad un tratto egli afferrò unrasoio e mi si gettò addosso terribile. Col coraggio della disperazione mi difesi come meglioseppi: e sia per le mie grida, o sia per un baleno di pentimento che egli ebbe, si lasciò finalmentedisarmare; e poscia si calmò alquanto. Io approfittai di quel momento per nascondere l'arma nelmaterasso, temendo che l'ira lo riprendesse. E non mi ero su questo punto ingannata. Losciagurato dopo brevi istanti di semi-pace, risorse più terribile e minaccioso, e ghermitami dinuovo pel collo gridò furente: «Voglio, voglio ucciderti!» Ebbi in quel momento l’impressioneche la mia ultima ora era giunta. Invece lo sciagurato improvvisamente mi lasciò ed avvicinatosiad un armadio prese una piccola bottiglia e me la porse. Io, a tutta prima non compresi. — Bevi!— mi gridò imperiosamente il furfante- altrimenti ti uccido. Ma cosa c’è li dentro- domandaitimidamente. Non fare domande: bevi! — ripetè lui. — In quel momento non seppi comprenderela gravità dall'atto che mi si chiedeva e sotto il dominio della minaccia mi appressai alle labbrala bottiglia e ingoiai 11 liquido che conteneva.
Le terribili sofferenze
Il Bonino assistè all'atto, impassibile. Parve finalmente soddisfatto del sacrificio supremo che miaveva imposto. Io rimasi alcuni istanti come istupidita. Ancora non comprendevo la terribilerealtà della mia posizione. Me ne accorsi però poco dopo quando il veleno incominciò la suaterribile opera, strappandomi grida e singulti di spasimo. Il Bonino parve allora misurare leconseguenze che in suo danno avrebbero potuto venire, e assumendo un tono supplichevolemi scongiurò di nascondere la verità dicendo che mi ero avvelenata di mia volontà. Glie lopromisi, e mantenni la parola! Nulla avrei mai detto se ella non fosse venuto qui. I dolori intantoaumentavano — continuò — e allora ti Bonino svegliò la vicina di casa. Corto Angela, chepremurosamente accorse e mi preparò una tazza di camomilla, il che non valse, certo, a togliermile sofferenze. Fu allora deciso di accompagnarmi al vicino Ospedale di San Giovanni; il che fufatto.
Lettere compromettenti
Abbiamo detto più sopra che il Bonino si allontanò da Torino per assumere un impiego dichauffeur a Nicastro in Calabria. La lontananza però non aveva dato la tranquillità all’animo suo.Era tuttora in lui il timore che la donna rivelasse la verità terribile e questo stato dell'animo suosvelò in una lettera che fu trovata dalla polizia. La verità poi del racconto fatto dalla donna fuconfermata dalla minuta di una lettera che essa aveva scritta al Bonino in risposta a quella di lui.La denunzia e l'arresto
Il commissario Massera, dopo avere raccolto la gravissima deposizione, fece una visitanell’abitazione della Novaresio e nell’armadio trovò e sequestrò un’altra bottiglietta contenentedel liquido che fu poscia riconosciuto per acido muriatico, che il Bonino teneva presso di sè perle saldatura. Proseguendo poscia per altre vie le indagini, il funzionario potè raccoglieredeposizioni varie che lo misero in grado di stendere una particolareggiata denunzia all'autorità,giudiziaria. Presa conoscenza dei fatti, il Procuratore del Re spiccò subito mandato di catturacontro il Bonino; mandato che fu immediatamente inviato all'Autorità di Nicastro perl'esecuzione. In tal modo, dopo quattro mesi dal delitto, il Bonino è caduto nello manidella giustizia. Egli verrà presto tradotto a Torino per essere messo a confronto, se già la, mortenon avrà compiuto il suo triste ufficio, con la sventurata vittima. La bimba della disgraziata èstata provvisoriamente ritirata da una vecchia e pietosa donna.
.. e poi continua....
Conseguenze del gravissimo delitto scoperto dopo quattro mesiUn cameriere che si suicida perché citato dal giudice istruttoreLa Stampa 22.3. 1912
Ieri mattina l’Autorità venne avvisata che in una camera ammobiliata sita un caseggiato internodello stabile n. 37 di via San Francesco da Paola si era ucciso un uomo. Sul posto si recòimmediatamente il delegato Azzati con agenti. Salito nella camera, che è attigua ad altre puredate in affitto ammobiliate. Il funzionario rilevò che il suicida si era sparato un colpo di rivoltellaalla tempia destra, stando seduto sul letto. Il colpo era riuscito mortalmente fulmineo. Nella camerafu trovata una lettera chiusa, indirizzata all’ ufficio di istruzione presso il Tribunale. Il funzionarione prese possesso per consegnarla all’ufficio. Dalle informazioni attinte da alcuni dei presentiegli potè stabilire che il suicida è certo Tos Gioacchino di anni 42 da Santhià cameriere al Molinari.Potè inoltre accertare che il movente del suicidio risale al fatto da noi narrato nella cronaca del16 corrente. In quella triste narrazione abbiamo esposte le tragiche vicissitudini toccate ad unadisgraziatissima donna, certa Novaresio Clelia, d'anni 27, che, sotto il dominio di gravi minacceper parte del suo amante Bonino Giuseppe, aveva bevuto quattro mesi prima, e precisamentenella notte del 6 novembre, una pozione di acido muriatico. Risalendo nel triste passato dellasventuratissima creatura, abbiamo pure narrato che in età giovanissima essa si era completamenteabbandonata nelle braccia di un cameriere, che l’aveva resa madre di una bambina, che ora ha8 anni e che la madre aveva voluto tenere con sé invece di abbandonarla alla carità pubblica comefanno, purtroppo, la maggior parte delle donne nubili. Orbene l’autorità giudiziaria la quale stacostruendo l’inchiesta contro il Bonino che com’è noto fu arrestato a Nicastro volle naturalmenteprecisare anche tutte le circostanza dei precedenti della tragedia: e in conseguenza il giudiceistruttore incaricato dell’inchiesta fece pervenire un invito a interrogatorio anche a GioacchinoTos che era appunto il cameriere ex-amante della Novaresio. Appena il Tos fu in possesso deldocumento si dimostrò conturbatissimo, e questo suo stato d'animo confidò ad un collega colquale era in maggiore intimità. Nè valse a tranquillizzarlo il pensiero che a lui, legalmente, nonvenivano fatti addebiti riguardo al veneficio. Nelle sue successive confidenze al collega, questicomprese che il turbamento andava aumentando nell’animo suo. Infatti l’altro ieri egli gli chiesefra l’altro con quale mezzo avrebbe potuto darsi la morte senza soffrire. Impressionato da talidiscorsi ieri mattina il collega il quale affitta pure una camera nello stesso stabile entrò nellacamera del Tos per svegliarlo ma il disgraziato dormiva già di un sonno che non ha risveglio!Fu allora dato l’allarme al vicinato e poscia all’Autorità. Dopo le incombenze di legge il cadaverevenne trasportato negli istituti universitari del ValentinoNon è dato di sapere quali furono gli sviluppi della tragica vicenda. Nella Stampa del 29gennaio 1916, quindi di 4 anni dopo, un trafiletto reca l'annuncio del matrimonio di tal Arato Felice con Novaresio Clelia...Ci auguriamo a distanza di quasi cent'anni che non si tratti di una mera omonimia
martedì 21 maggio 2013
Torino nera: via Mazzini, anno 1912
Un gravissimo delitto scoperto dopo quattro mesi. Costringe con minaccia di morte l'amante ad avvelenarsi. L’arresto del colpevole.
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mercoledì 8 maggio 2013
Vie di Torino attraverso gli anni: in bicicletta per via Giacomo Dina
Via Dina costituisce l’asse principale del borgo nato a nord della FIAT e presto chiamato col curioso nome di Borgo Cina. L’origine del nome è controverso. Alcuni invocano il fatto che gli operai del vicino stabilimento indossassero delle tute da lavoro color rosso: all’uscita dai cancelli a fine turno, la marea si riversava verso casa dando l’idea di una vera e propria armata cinese…. Fantasie, probabilmente perché le tute in uso nello stabilimento furono per lo più di colore blu e non entrarono in uso che negli anni ’70…… Restano altre ipotesi come i riferimenti all’ideologia della maggior parte degli abitanti o alla loro povertà. Perfino la presenza di una colonia cinese venne ventilata……
Il 19 aprile 1941 fu inaugurata Chiesa di San Giovanni Bosco improntata all’architettura razionalista con i soffitti a rosoni e un mosaico sulla facciata.
Il nostro viaggio continua ora, in via Tazzoli dove nel 2006 è sorto il moderno Palaghiaccio in occasione dei Giochi Olimpici invernali. Le grandi vetrate dell’edificio sono rivolte verso la fabbrica che apre la sua porta delle carrozzerie, la numero 2, all’altezza di via Sanremo.
Siamo ormai alla fine del nostro viaggio attraverso questo quartiere ricco di storia. In via Nallino negli anni 50 furono costruite le case M5-M6 a palazzine parallele e a ballatoio, poco curate nei particolari e unite da una serie di aiuole giardino. In una di queste nel 2008 si è operato un intervento d’arte pubblica consistente nella creazione di uno spazio di incontro con tavolo, sedie e fioriere in cemento. Poco lontano su corso Tazzoli è stato trasformato uno spazio di parcheggio/transito in un “parco lineare” con aree verdi e spazi per il gioco e lo sport.
Il nostro percorso inizia all’angolo di via Dina con Corso Unione Sovietica: di qui si può avere un colpo d’occhio immediato sulla sviluppo della via che percorreremo, preferibilmente in bicicletta e di domenica, quando le strade sono più tranquille e l’attività del quartiere ridotta.
In questo primo tratto della via, il colore dominante, neanche a farlo apposta, è il rossiccio dei mattoni con cui sono costruiti i muri di due enormi complessi, l’Istituto Virginia Agnelli sulla sinistra, a tre piani, e l’Edoardo Agnelli di fronte, a Nord. Ma andiamo con ordine…..
Nei pressi della F.I.A.T. Mirafiori, prima della seconda guerra mondiale, il 3 luglio 1938, fu posta la prima pietra dell’Istituto "Edoardo Agnelli", dedicato alla memoria del figlio del senatore Giovanni Agnelli, Edoardo, morto in un incidente aereo nel 1935. Il complesso, concepito in maniera grandiosa, comprendeva cortili, aule, sale, teatro e una Chiesa. Pochi anni dopo, a guerra finita, sorsero le prime iniziative volte ad assistere in special modo le bambine e le adolescenti del quartiere. Due baracche provvisorie furono erette per ospitare una prima rudimentale colonia estiva: nel mese di luglio si teneva inoltre la colonia elioterapica gestita dalle suore di Maria Ausiliatrice.
Agli inizi degli anni ’50 prese forma il progetto, su terreni appartenenti alla famiglia Agnelli, di un grande fabbricato, prospiciente via Dina ed esteso all’attuale via Sarpi: il 26 maggio 1951 avvenne la solenne inaugurazione dell’Istituto, dedicato alla memoria Virginia Agnelli, madre dell’avvocato Gianni morta in un incidente automobilistico. Intanto, come abbiamo detto, fin dal 1938 era sorto l’Istituto Edoardo Agnelli con oratorio, cinema teatro e le scuole di arti e mestieri per formare operai qualificati. La guerra segnò un momentaneo arresto delle attività didattiche che ripresero nel 1946 con l’ampliamento comprendente la scuola elementare e un’officina dedicata alle esercitazioni.
Oggi l'istituto Agnelli ospita la scuola media, il liceo scientifico, l'istituto tecnico industriale e un corso professionale per periti meccanici
Il 19 aprile 1941 fu inaugurata Chiesa di San Giovanni Bosco improntata all’architettura razionalista con i soffitti a rosoni e un mosaico sulla facciata.
Continuando arriviamo alla prima traversa di via Dina, via Paolo Sarpi, superata la quale sulla destra, incontriamo un complesso di villini bifamiliari costruito nel 1925 dalla prima cooperativa edilizia costituitasi fra i dipendenti Fiat, pensato soprattutto per gli impiegati di medio livello, come indicano la tipologia adottata e la scelta di realizzare alloggi di due o tre camere, cucina, scantinato e bagno con vasca. A progettare le case fu Carlo Charbonnet (1874-1955), architetto dello studio tecnico Fiat.
Dopo corso Agnelli il panorama edilizio muta decisamente: siamo a lato del Quartiere M2 realizzato negli anni ‘20 nel quadro di un programma comunale che prevedeva la costruzione di 2500 alloggi al fine di sopperire alla domanda di abitazioni a basso costo che la crescita urbana generava. E’ costituito da due isolati compresi tra Corso Agnelli, corso Tazzoli, via Eleonora d’Arborea e via Dina: in totale si tratta di 118mila metri quadri che la famiglia Agnelli cedette all’amministrazione municipale in cambio dell’edificazione di vari lotti di case popolari da affidare per gran parte alle maestranze dello stabilimento automobilistico. Ciascun isolato è composto da otto edifici di tre e quattro piani fuori terra mentre un ampio cortile interno è stato progettato come spazio della socializzazione. Complessivamente il quartiere M2 è costituito da 360 alloggi di cui il 58% di due camere, il 33% di tre camere ed il 9% di quatto camere. Dopo più di 80 anni il degrado ha pervaso la gran parte degli oltre 300 alloggi del blocco. Il ricambio generazionale è stato pressoché nullo con conseguente graduale aumento dell’età media della popolazione: il tasso di immigrazione si è attestato intorno all’8%. Da notare però che recentemente le facciate delle case sono state ridipinte con un bel giallo Piemonte.
Abbiamo dunque visto come , con la nascita dello stabilimento di Fiat Mirafiori nel 1939, il quartiere acquisisca un carattere spiccatamente operaio. Nuovi isolati sono costruiti tra il 1939 e il 1945 a nord di via Giacomo Dina: è il quartiere "Costanzo Ciano", che ricalca la stessa soluzione a corte interna della zona M2. Nel 1950 il quartiere viene completato con la costruzione del grande palazzo di corso Agnelli 148, inaugurando la stagione dei palazzi da sette e dieci piani, assai comuni nella zona con il boom edilizio e demografico degli anni '60.
Ormai l’aspetto della via ha assunto un carattere radicalmente diverso da quello che abbiamo visto nel suo primo tratto: grandi palazzi incombono sulla strada, i piani degli edifici si sono raddoppiati. Unico motivo che richiama la struttura dei complessi scolastici professionali di inizio via è il colore bruno del mattone. Realizzato fra le vie Del Prete, Dina, D’Arborea e De Bernardi, si tratta del terzo insediamento di alloggi minimi, costruiti sull’onda della propaganda di regime per le case popolarissime. A inizio anni Quaranta sorgono così otto fabbricati a cinque piani fuori terra, contigui al 25° quartiere edificato nello stesso periodo. Al termine della seconda guerra mondiale sono aggiunti altri sei stabili, per un totale di trecentotredici unità in cui sono sistemati dodici negozi, necessari al fine di garantire alimenti e beni primari ad un’area periferica ancora in via di urbanizzazione. Nell’ambito dell’ampliamento vengono evitate le anguste soluzioni adottate in precedenza, dilatando i volumi degli alloggi oltre la rigida uniformità di standard abitativi essenziali. Esternamente continuano invece a predominare rigorose geometrie di ispirazione razionalista, affidando i prospetti di facciata alla scansione dettata dalle aperture delle finestre, nonché dall’inserimento di un’ampia fascia in paramano di mattoni rossi, con effetti diffusi in quegli anni nell’architettura residenziale cittadina. Gli edifici dell’anteguerra erano stati caratterizzati dalla presenza di finestre con arco a tutto sesto analoghe a quelle realizzate nel 24° quartiere, in linea con la rievocazione di elementi desunti dal classicismo riportata in auge dalla cultura figurativa promossa dal regime.
Poco oltre a nord di via Dina incontriamo due edifici di fattura modesta. Strutturato in due soli fabbricati nel 1942, il complesso fu ampliato qualche anno dopo con l’aggiunta di altri sei edifici, facilmente distinguibili per l’abbandono nei prospetti esterni del minimalismo geometrico adottato in apertura del decennio. All’interno furono realizzati alloggi composti da due vani oltre alla cucina e al bagno, in genere dotato di vasca.
Il Quartiere S2 fu realizzato assieme al Quartiere S4 tra il 1947 e il 1957 con finanziamenti statali, per essere destinati ai senza tetto. Il blocco S2 è compreso tra la via San Remo, la via Dina, Corso Siracusa ed il Corso Tazzoli. Complessivamente i due blocchi comprendono otto edifici per 230 alloggi, disposti a spina di pesce. I giardini sono assenti. Recentemente grazie a i contratti di quartiere è stato possibile rigenerare le facciate degli edifici con colori giallo e violetto.
Transitando in via Dina molto facilmente non ci avvedrà di un modesto condominio sito al numero 57/B. Ma è proprio a questo numero che nell’ottobre del 1976 ebbe inizio un’impresa caritatevole degna di un breve ricordo. Qui fu appunto aperta una comunità, gestita inizialmente da tre suore che proponevano la loro presenza sulle basi dell’amicizia, dell’accoglienza, della gratuità, dell’ascolto e del dialogo in condivisione dei disagi con la gente del palazzo e del quartiere. L’esperienza nacque in un semplice alloggio e col passare degli anni diede vita a molte iniziative tra cui la catechesi a ragazzi, a giovani, ad adulti della terza età e le visite ai malati a domicilio. Nel 1997, fu dato un valido un aiuto alle donne che cercavano di uscire dal giro della prostituzione. Una suora in particolare, Suor Candida Dompé, si prese a cuore l’iniziativa e diede il suo generoso contributo. Con il passare degli anni, alcune Suore furono trasferite e sostituite da altre che svolgevano mansioni diverse. L’alloggio venne quindi acquistato dalla Congregazione. La comunità venne giuridicamente soppressa il 6 novembre 2006 perché le suore rimaste era soltanto più due e, dato che l’alloggio era situato al 3° piano e senza ascensore, si trovava difficoltà a collocare una terza suora, in grado di vivere in tali condizioni. Nel 2008 si concluse l’esperienza assistenziale.
Continuando nella bella pista ciclabile creata tra le due carreggiate di corso Tazzoli si arriva al piccolo edificio che ospita il dormitorio comunale in grado ogni sera di accogliere 24 ospiti.
Attraversato corso Siracusa, che qui finisce, si vede in un prato giardino, il casotto in muratura dalle pareti interamente decorate da murales che in passato è stato il punto di incontro di molte iniziative, soprattutto giovanili, di gruppi impegnati nella soluzione di molti problemi all’interno del quartiere. Girando attorno al basso fabbricato si arriva al grande spazio rappresentato dalle piazze Giovanni XXIII e Livio Bianco.
Qui si affacciano la Chiesa di Gesù Redentore del 1957, la succursale mal ridotta del Liceo Cottini e tristi segni del degrado vandalico.
Una delle ultime tappe del nostro percorso vede le eleganti strutture del Mercato coperto di Via don Grioli, sorto nel 197, che sta vivendo il suo momento di crisi: i banchi, un tempo circa 130, sono ridotti ad appena una cinquantina. Sono state addotte molte cause, alcune decisamente singolari, come il fatto di essere un mercato “coperto, chiuso tra alti palazzi”.
Questo fatto secondo alcuni limiterebbe la sua visibilità ….. Il fatto è che Borgo Cina è sempre più popolato da gente anziana, afflitta da sempre maggiori problemi economici.
Tornando con le ultime pedalate da via Canal si incontra un ultimo piccolo spazio verde dove a ridosso di una abitazione un bel murales conclude simbolicamente il nostro percorso attraverso la storia di un quartiere cittadino.
Per 'estensione di questo percorso mi sono avvalso liberamente di:
La Mole24, notizie fornite da Suor Jole Stradoni, Wikipedia e L'altra Torino ed. Espress 2011
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