mercoledì 8 maggio 2013

Vie di Torino attraverso gli anni: in bicicletta per via Giacomo Dina

Via Dina costituisce l’asse principale del borgo nato a nord della FIAT e presto chiamato col curioso nome di Borgo Cina. L’origine del nome è controverso. Alcuni invocano il fatto che gli operai del vicino stabilimento indossassero delle tute da lavoro color rosso: all’uscita dai cancelli a fine turno, la marea si riversava verso casa dando l’idea di una vera e propria armata cinese…. Fantasie, probabilmente perché le tute in uso nello stabilimento furono per lo più di colore blu e non entrarono in uso che negli anni ’70…… Restano altre ipotesi come i riferimenti all’ideologia della maggior parte degli abitanti o alla loro povertà. Perfino la presenza di una colonia cinese venne ventilata……
Il nostro percorso inizia all’angolo di via Dina con Corso Unione Sovietica: di qui si può avere un colpo d’occhio immediato sulla sviluppo della via che percorreremo, preferibilmente in bicicletta e di domenica, quando le strade sono più tranquille e l’attività del quartiere ridotta.  


In questo primo tratto della via, il colore dominante, neanche a farlo apposta, è il rossiccio dei mattoni con cui sono costruiti i muri di due enormi complessi, l’Istituto Virginia Agnelli sulla sinistra, a tre piani,  e l’Edoardo Agnelli di fronte, a Nord.  Ma andiamo con ordine…..


Nei pressi della F.I.A.T. Mirafiori, prima della seconda guerra mondiale, il 3 luglio 1938, fu posta la prima pietra dell’Istituto "Edoardo Agnelli", dedicato alla memoria del figlio del senatore Giovanni Agnelli, Edoardo, morto in un incidente aereo nel 1935. Il complesso, concepito in maniera grandiosa, comprendeva cortili, aule, sale, teatro e una Chiesa. Pochi anni dopo, a guerra finita, sorsero le prime iniziative volte ad assistere in special modo le bambine e le adolescenti del quartiere. Due baracche provvisorie furono erette per ospitare una prima rudimentale colonia estiva: nel mese di luglio si teneva inoltre la colonia elioterapica gestita dalle suore di Maria Ausiliatrice.
Agli inizi degli anni ’50 prese forma il progetto, su terreni appartenenti alla famiglia Agnelli, di un grande fabbricato, prospiciente via Dina ed esteso all’attuale via Sarpi: il 26 maggio 1951 avvenne la solenne inaugurazione dell’Istituto, dedicato alla memoria Virginia Agnelli, madre dell’avvocato Gianni morta in un incidente automobilistico. Intanto, come abbiamo detto,  fin dal 1938 era sorto l’Istituto Edoardo Agnelli con oratorio, cinema teatro e le scuole di arti e mestieri per formare operai qualificati. La guerra segnò un momentaneo arresto delle attività didattiche che ripresero nel 1946 con l’ampliamento comprendente la scuola elementare e un’officina dedicata alle esercitazioni.


Oggi l'istituto Agnelli ospita la scuola media, il liceo scientifico, l'istituto tecnico industriale e un corso professionale per periti meccanici


Il 19 aprile 1941 fu inaugurata Chiesa di San Giovanni Bosco improntata  all’architettura razionalista con i soffitti a rosoni e un mosaico sulla facciata.




Continuando arriviamo alla prima traversa di via Dina, via Paolo Sarpi, superata la quale  sulla destra, incontriamo un complesso di villini bifamiliari costruito nel 1925 dalla prima cooperativa edilizia costituitasi fra i dipendenti Fiat, pensato soprattutto per gli impiegati di medio livello, come indicano la tipologia adottata e la scelta di realizzare alloggi di due o tre camere, cucina, scantinato e bagno con vasca. A progettare le case fu Carlo Charbonnet (1874-1955), architetto dello studio tecnico Fiat.



Dopo corso Agnelli il panorama edilizio muta decisamente: siamo a lato del Quartiere M2 realizzato negli anni ‘20 nel quadro di un programma comunale che prevedeva la costruzione di 2500 alloggi al fine di sopperire alla domanda di abitazioni a basso costo che la crescita urbana generava. E’ costituito da due isolati compresi tra Corso Agnelli, corso Tazzoli, via Eleonora d’Arborea e via Dina: in totale si tratta di 118mila metri quadri che la famiglia Agnelli cedette all’amministrazione municipale in cambio dell’edificazione di vari lotti di case popolari da affidare per gran parte alle maestranze dello stabilimento automobilistico. Ciascun isolato è composto da otto edifici di tre e quattro piani fuori terra mentre un ampio cortile interno è stato progettato come spazio della socializzazione. Complessivamente il quartiere M2 è costituito da 360 alloggi di cui il 58% di due camere, il 33% di tre camere ed il 9% di quatto camere. Dopo più di 80 anni il degrado ha pervaso la gran parte degli oltre 300 alloggi del blocco. Il ricambio generazionale è stato pressoché nullo con conseguente graduale aumento dell’età media della popolazione: il tasso di immigrazione si è attestato intorno all’8%. Da notare però che recentemente le facciate delle case sono state ridipinte con un bel giallo Piemonte.





Abbiamo dunque visto come , con la nascita dello stabilimento di Fiat Mirafiori nel 1939, il quartiere acquisisca un carattere spiccatamente operaio. Nuovi isolati sono costruiti tra il 1939 e il 1945 a nord di via Giacomo Dina: è il quartiere "Costanzo Ciano", che ricalca la stessa soluzione a corte interna della zona M2. Nel 1950 il quartiere viene completato con la costruzione del grande palazzo di corso Agnelli 148, inaugurando la stagione dei palazzi da sette e dieci piani, assai comuni nella zona con il boom edilizio e demografico degli anni '60.


Ormai l’aspetto della via ha assunto un carattere radicalmente diverso da quello che abbiamo visto nel suo primo tratto: grandi palazzi incombono sulla strada, i piani degli edifici si sono raddoppiati. Unico motivo che richiama la struttura dei complessi scolastici professionali di inizio via è il colore bruno del mattone. Realizzato fra le vie Del Prete, Dina, D’Arborea e De Bernardi, si tratta del terzo insediamento di alloggi minimi, costruiti sull’onda della propaganda di regime per le case popolarissime. A inizio anni Quaranta sorgono così otto fabbricati a cinque piani fuori terra, contigui al 25° quartiere edificato nello stesso periodo. Al termine della seconda guerra mondiale sono aggiunti altri sei stabili, per un totale di trecentotredici unità in cui sono sistemati dodici negozi, necessari al fine di garantire alimenti e beni primari ad un’area periferica ancora in via di urbanizzazione. Nell’ambito dell’ampliamento vengono evitate le anguste soluzioni adottate in precedenza, dilatando i volumi degli alloggi oltre la rigida uniformità di standard abitativi essenziali. Esternamente continuano invece a predominare rigorose geometrie di ispirazione razionalista, affidando i prospetti di facciata alla scansione dettata dalle aperture delle finestre, nonché dall’inserimento di un’ampia fascia in paramano di mattoni rossi, con effetti diffusi in quegli anni nell’architettura residenziale cittadina. Gli edifici dell’anteguerra erano stati caratterizzati dalla presenza di finestre con arco a tutto sesto analoghe a quelle realizzate nel 24° quartiere, in linea con la rievocazione di elementi desunti dal classicismo riportata in auge dalla cultura figurativa promossa dal regime.



Poco oltre a nord di via Dina incontriamo due edifici di fattura modesta. Strutturato in due soli fabbricati nel 1942, il complesso fu ampliato qualche anno dopo con l’aggiunta di altri sei edifici, facilmente distinguibili per l’abbandono nei prospetti esterni del minimalismo geometrico adottato in apertura del decennio. All’interno furono realizzati alloggi composti da due vani oltre alla cucina e al bagno, in genere dotato di vasca.



Il Quartiere S2 fu realizzato assieme al Quartiere S4 tra il 1947 e il 1957 con finanziamenti statali, per essere destinati ai senza tetto. Il blocco S2 è compreso tra la via San Remo, la via Dina, Corso Siracusa ed il Corso Tazzoli. Complessivamente i due blocchi comprendono otto edifici per 230 alloggi, disposti a spina di pesce. I giardini sono assenti. Recentemente grazie a i contratti di quartiere è stato possibile rigenerare le facciate degli edifici con colori giallo e violetto.  







Transitando in via Dina molto facilmente non ci avvedrà di un modesto condominio sito al numero 57/B. Ma è proprio a questo numero che nell’ottobre del 1976 ebbe inizio un’impresa caritatevole degna di un breve ricordo. Qui fu appunto aperta una comunità, gestita inizialmente da tre suore che proponevano la loro presenza sulle basi dell’amicizia, dell’accoglienza, della gratuità, dell’ascolto e del dialogo in condivisione dei disagi con la gente del palazzo e del quartiere. L’esperienza nacque in  un semplice alloggio  e col passare degli anni diede vita a molte iniziative tra cui la catechesi a ragazzi, a giovani, ad adulti della terza età e le visite ai malati a domicilio. Nel 1997, fu dato un valido un aiuto alle donne che cercavano di uscire dal giro della prostituzione. Una suora in particolare, Suor Candida Dompé, si prese a cuore l’iniziativa e diede il suo generoso contributo. Con il passare degli anni, alcune Suore furono trasferite e sostituite da altre che svolgevano mansioni diverse. L’alloggio venne quindi acquistato dalla Congregazione. La comunità venne giuridicamente soppressa il 6 novembre 2006 perché le suore rimaste era soltanto più due e, dato che l’alloggio era situato al 3° piano e senza ascensore, si trovava difficoltà a collocare una terza suora, in grado di vivere in tali condizioni. Nel 2008 si concluse l’esperienza assistenziale.

Il nostro viaggio continua ora,  in via Tazzoli dove nel 2006 è sorto il moderno Palaghiaccio  in occasione dei Giochi Olimpici invernali. Le grandi vetrate dell’edificio sono rivolte verso la fabbrica che apre la sua porta delle carrozzerie, la numero 2, all’altezza di via Sanremo.


Continuando nella bella pista ciclabile creata tra le due carreggiate di corso Tazzoli si arriva al piccolo edificio che ospita il dormitorio comunale  in grado ogni sera di accogliere  24 ospiti.



Attraversato corso Siracusa, che qui finisce, si vede in un prato giardino, il casotto in muratura dalle pareti interamente decorate da murales che in passato è stato il punto di incontro di molte iniziative, soprattutto giovanili, di gruppi impegnati nella soluzione di molti problemi all’interno del quartiere. Girando attorno al basso fabbricato si arriva al grande spazio rappresentato dalle piazze Giovanni XXIII e Livio Bianco.


Qui si affacciano la Chiesa di Gesù Redentore del 1957, la succursale mal ridotta del Liceo Cottini e tristi segni del degrado vandalico.



 Siamo ormai alla fine del nostro viaggio attraverso questo quartiere ricco di storia. In via Nallino  negli anni 50 furono costruite le case M5-M6 a palazzine parallele e a ballatoio, poco curate nei particolari e unite da una serie di aiuole giardino. In una di queste nel 2008 si è operato un intervento d’arte pubblica consistente nella creazione di  uno spazio di incontro con tavolo, sedie e fioriere in cemento. Poco lontano su corso Tazzoli  è stato trasformato uno spazio di parcheggio/transito in un “parco lineare” con aree verdi e spazi per il gioco e lo sport.



Una delle ultime tappe del nostro percorso vede le eleganti strutture del Mercato coperto di  Via don Grioli, sorto nel 197, che sta vivendo il suo momento di crisi: i banchi, un tempo circa 130, sono ridotti ad appena una cinquantina. Sono state addotte molte cause, alcune decisamente singolari, come il fatto di essere un mercato “coperto, chiuso tra alti palazzi”.




Questo fatto secondo alcuni limiterebbe la sua visibilità ….. Il fatto è che Borgo Cina è sempre più popolato da gente anziana, afflitta da sempre maggiori problemi economici.

Tornando con le ultime pedalate da via Canal si incontra un ultimo piccolo spazio verde dove a ridosso di una abitazione un bel murales conclude simbolicamente il nostro percorso attraverso la storia di un quartiere cittadino.







Per 'estensione di questo percorso mi sono avvalso liberamente di:
 La Mole24, notizie fornite da Suor Jole Stradoni, Wikipedia e L'altra Torino ed. Espress 2011




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