domenica 12 giugno 2016

In ricordo di Giuseppe Virgili, calciatore.


Presenze silenziose che ci accompagnano a vario titolo per tutta la vita. Da bambino (erano gli anni '50) uno dei miei svaghi principali, oltre al gioco con i soldatini e le automobiline (Dinky e Corgy Toys) era seguire il campionato di calcio. Raccoglievo figurine (le SIDAM che avevi acquistando nei distributori le palline rotonde e colorate di Chewing um) della serie A. La primissima raccolta però fu quella dei dischetti Ferrero, su cui ho pubblicato un post tempo fa.


Le riproduzioni dei calciatori erano alquanto approssimative, a volte leggermente fuori centro. Occuparono però interi pomeriggi dei miei giorni di vacanze estive, Ne possiedo ancora molte, un po' segnate dall'uso e dai molteplici strusciamenti su ogni superficie. Una di queste era appunto di Giuseppe Virgili, con la maglia, allora azzurrina, della Nazionale italiana.
I dischetti sono stati riposti con cura in un album e negli anni, dimenticati. Ora l'annuncio della morte di Virgili mi ha richiamato alla memoria quel tempo lontano della mia infanzia. Mi pare sempre strano, in momenti come questo, pensare che dietro quell'immagine sbiadita stampata su un pezzetto di metallo colorato, ci sia stata una persona che ha vissuto in tutti questi anni una vita reale. Eppure è così...



Virgili già nella prima metà degli anni '50 godeva fama di giocatore ben quotato e ben pagato, come risulta da un trafiletto de La Stampa.

STAMPA SERA Sabato 18 - Domenica 19 Settembre 1954

Virgili: il calciatore pagato più caro. La campagna trasferimenti di quest'estate non ha fatto registrare le favolose cifre pagate invece negli scorsi anni per gii «assi». Il più caro calciatore dell'anno deve essere il giovane Virgili, per il quale la Fiorentina ha versato all'Udinese 57 milioni in contanti più la mezz'ala Beltrandi, che aveva quotazione di circa 25.000.000. Seguono poi Bernardin della Spal all'Inter e Giuliano dal Torino alla Roma quotati entrambi poco più di settanta milioni. 

Due anni prima di morire, nel 2014, Virgili rilasciò un'intervista in cui parlava della sua vita e della sua carriera: vale la pena di ripercorrerla....



sabato 5 marzo 2016

Torino 1859-1862. La Società del Whist, i balli e altro nella Torino dell' Unità

Come ai tempi in cui Jean Jaques Rousseau si aggirava per le strade solitarie della Torino del settecento, poco o nulla è cambiato nella fisionomia urbanistica tormentata della città. Anch'io girovagando per le stradine attorno alla via Doragrossa, ho potuto scorgere ad una finestra la figura rispettabile di una anziana vedova dei tempi di Carlo Felice che di sicuro aveva danzato nei palazzi divenuti poi sede di un prefetto di Napoleone..... Ho per Torino una tenerezza particolare. I miei più cari ricordi datano del tempo in cui abitai in questa città. Là, nella calma dello spirito, passarono stagioni felici, anche se quegli anni dal 1859 al 1862 furono anni assai turbolenti per la città in quanto tutti gli esiliati del paese compresi i rifugiati da Napoli, si stabilirono qui. Lungo i portici di via Po, al caffè Florio e nel gabinetto di Cavour si posero le basi dell'unità d'Italia. La guerra del '59 affrettò senz'altro questo processo. Ma finchè la capitale del nuovo regno fu a Torino, la fisionomia della vecchia città non mutò di molto. La bonomia, la semplicità e la rudezza dei piemontesi resistettero all'invasione di spiriti nuovi. E la sera i ministri del Regno, persone accessibili al primo venuto, passeggiavano lungo le arcate della via che conduce al Po, fumando i sigari sotto cappelli di feltro o di paglia. Poi la sera ognuno riguadagnava la strada di casa, palazzo o modesta abitazione che fosse. Nessun ministro era a spese dello stato per il suo alloggiamento, lo stesso Cavour pagava di tasca propria le cene ufficiali. Il parlamento era il centro della vita politica e li si dibattevano le questioni che avrebbero cambiato la vita del paese. Il corpo diplomatico seguiva queste vicende e fu li che iniziai a studiare i personaggi politici del tempo. Quando giunsi a Torino la Camera era composta per intero da piemontesi e savoiardi. Poi a poco a poco vi affluirono, lombardi, fiorentini, romagnoli e napoletani che con il loro idioma e la loro vivacità resero l'atmosfera molto più interessante. A fine seduta gli elemnti più radicali andavano cordialmente a cena con i loro avversari politici nel ristorante Carignano, di fronte al Parlamento. Ogni asperità veniva dimenticata di fronte ad una bottiglia di Barolo e questo era uno dei caratteri più singolari della mentalità dell'italiano.
La Società del Whist o Club dei Nobili era uno dei circoli torinesi più organizzati. Composta da membri della vecchia aristocrazia piemontese ammetteva raramente nuovi soci. Il corpo diplomatico vi aveva libero accesso. Il palazzo, situato nel centro della città, si trovava in faccia agli splendidi giardini del palazzo del Principe di Cisterna. Un salone di lettura, una ottima tavola e degli amabili ospiti facevano del circolo un punto obbligato di incontro della diplomazia che arrivava a Torino. I deputati delle nuove province ed  i generali erano accolti a titolo provvisorio, mentre i membri delle antiche famiglie piemontesi, che in passato avevano militato nell'esercito sardo, erano considerati a pieno diritto soci fondatori. Gli stranieri erano trattati con cortesia e riguardo. I Francesi poi erano considerati dei veri e propri compatrioti. La compagnia Meynadier dava rappresentazioni in città nella stagione invernale e al teatro Scribe a Torino si mettevano in scena delle novità teatrali appena uscite a Parigi. Il Teatro Regio è vicino al palazzo reale, ha una sala grande, molto bella decorata però in uno stile Impero molto rigido. Ho sentito dire ad un vecchio piemontese che prima del resaturo la sala era un vero modello di decorazione settecentesca: ogni loggia era inquadrata da legno dorato di piacevole effetto, le gallerie tagliate a giorno, richiamanti il Luigi XV più puro. Il teatro Regio era un tempo proprietà del Re che lo lasciava al pubblico riservandosi le logge del primo rango (il Palco nobile) aperte anche ai dignitari di corte e ai ministri stranieri. In seguito i palchi divennero proprietà delle famiglie dell'aristocrazia a Torino come in molte altre città. Nelle rappresentazioni di gala il teatro è illuminato a giorno e tra ogni loggia prende posto un lampadario con 8/10 candele. Il sovrano assiste allo spettacolo dal palco centrale mentre i diplomatici e i ministri da quelli laterali. L'illuminazione intensa esalta gli abbigliamenti e le pettinature delle dame. Alla fine del primo atto si aprono le porte dei palchi e dei domestici in livrea offrono rinfreschi e dolci. Anche se inferiore a quella di Milano la Compagnia dell'opera e di ballo di Torino, è pur sempre una delle migliori del paese. Il Carignano, ugualmente teatro reale, inizia la sua programmazione alla fine di quella del Regio. Nessuna città ha così tanti teatri come Torino: se ne contano più di 12 e vi si rappresenta il balletto, l'opera, il vaudeville, la pantomima la commedia indistintamente. Il teatro Gerbino è dedicato alle rappresentazioni in piemontese. Ogni sera il pubblico affolla le sale, dato che i prezzi sono alla portata di tutti. La vecchia nobiltà pur nell'animazione culturale della città resta ancorata alle vecchie abitudini. Fino al matrimonio le giovani fanciulle non varcano le soglie dei saloni: la loro educazione è severa e risente molto della cultura sabauda. A fine anno è consuetudine però dare un gran ballo per alleggerire questa "reclusione". Il ballo delle "tote" è una riunione esclusivamente di giovani donne. Gli inviti sono molto ristretti e molto ricercati. Una sottoscizione fatta tra le grandi famiglie permette l'organizzazione del ballo che si svolge in uno dei più begli appartamenti della città. Inizia alle otto di sera e termina alle 8 del mattino successivo. Solo le madri possono accedere al ballo, per sorvegliare le loro pupille. L'atmosfera, come ho potuto verificare, è molto franca e gioiosa. Un'eccellente cena, in cui lo champagne fa la sua discreta comparsa, interrompe il ballo a notte fonda. Il ballo può quindi riprendere mentre le madri spesso sonnecchiano.  Alla fine delle 12 ore ci si lascia con strette di mano, con qualche rimpianto, dandosi appuntamento per l'anno successivo, a meno che durante la festa non si sia intrecciato qualche fidanzamento preludio al matrimonio . 

(traduzione libera dal Diario diplomatico di Henry d'Ideville, 1875)


Fils de François Le Lorgne d'Ideville, après des études de droit à Paris, il devient secrétaire d'ambassade à Turin (1859), Rome (1862-1867) puis Dresde et Athènes. Proche ami d' Alexandre Dumas, on lui doit un des tout premiers livres sur Gustave Courbet (1878). Il a été préfet d' Alger de 1871 à 1873. Il repose dans la sépulture familiale au cimetière de Loddes (Allier).
(Fonte Wikipedia)

venerdì 5 giugno 2015

Una visita al parco del Castello di San Salvà.

Mentre parla, cerco di leggere nei tratti del viso, nelle espressioni del linguaggio, qualcosa che mi riporti alla memoria la storia della sua famiglia, le varie vite che si sonno susseguite nei secoli per arrivare a creare questa cordiale persona che parla di questo grande parco, immerso nella campagna alle porte di Santena. Dalla statale, che in un susseguirsi di brutti edifici e capannoni commerciali porta a Porino e molto oltre ad Alba, non è possibile scorgere il cancello che chiude questo angolo di pace, popolato di alberi centenari, radure e piccoli specchi d'acqua. Il castello è un parallelepipedo di mattoni, ingentilito da numerose finestre su tre ordini di piani. Sono tutte chiuse, l'edificio non è visitabile. Seguiamo il gruppo che si sposta verso un piccolo laghetto naturale a forma di virgola, con un isolotto al centro. Sul percorso, in lontananza, si scorge il fusto spezzato della quercia centenaria che, possente, punta ancora verso il cielo il suo tronco sbrecciato. Un albero importante,  censito tra gli alberi storici del Piemonte. E' morto, l'espressione cela un rimpianto profondo, come quello che si riserva per le persone care che non sono più, qualche anno fa, preda di parassiti e del tempo.... E pensare che per anni, prima che tutta l'area fosse recintata, aveva resistito agli assalti domenicali di orde di gitanti, che all'ombra delle sue fronde, allestivano puzzolenti grigliate carnivore. Consola vedere adesso, che tutt'intorno stanno nascendo esili querciole da cui tra decine di lustri nascerà forse una figlia dominante. Si chiama Laura la nostra guida, erede dei Sambuy. Le chiedo quanto nella sua educazione ha contato la vita dei suoi avi. Nei secoli più vicini a noi fino alla fine del diciannovesimo secolo il culto degli avi rafforzava una visione e un sentimento della famiglia che avevano un significato ampio e profondo: la percezione di formare una casata che univa i suoi mmbri in una lunga catena di generazioni... Questo si legge nel bel libro di Anthony Cardoza sulla nobiltà piemontese dell'800. La disillusione e il disorientamento che fan seguito alla prima guerra mondiale, recisero molti dei legami che mettevano le giovani generazioni in contatto col loro passato. La Sig.ra Laura mi conferma questo assunto. Lei stessa, per esempio, ha avuto come figura di riferimento il trisnonno Ernesto Balbo Bertone, personaggio di poliedrici interessi. Di lui rimane oltre che l'essere stato sindaco della città di Torino, un bel diario di viaggio  (1861-1862)  nell'Iraq ottomano alla ricerca di cavalli di razza. L'autore, tra l'altro si dimostrò, con i numerosi disegni che descrivono l'anno di avventure, un discreto illustratore. La vicenda umana del trisnonno, per la giovane discendente, non si è inserita però in una metodica educazione dottrinaria come avveniva un tempo. E' soltanto un frammento di una memoria familiare spogliata di ogni intento celebrativo. La passeggiata nel parco intanto continua. Mi chiedo, cammin facendo, quanto grande deve essere l'impegno finanziario, oltre quello di tempo, per mantenere vivo questo grande spazio verde. La visita, è ormai passata un'ora abbondante, si conclude nelle cascine che si incontrano sulla destra del viale di accesso al Castello. Sono uno spazio storicamente interessante perchè costituiscono uno dei pochi nuclei originali di tessuto feudale (Castello, parco, stalle, cascine) soppravvissuti in Italia. La ristrutturazione è stata condotta con i più moderni presidi tecnici, nel rispetto scrupoloso dell'ambiente (centrale termica e uso studiato di materiali). Dei contadini, che hanno in uso parte della proprietà agricola, stanno lavorando in un angolo dell' immensa corte. Un semplice cartello "Vendita di asparagi" ci riporta alla vita di ogni giorno, lontani dai fasti di antiche nobiltà.
Salutiamo, lasciando dietro di noi questo interessante frammento di storia che da quasi 800 anni continua sotto le spoglie della famiglia Sambuy.


La grande quercia: vestigia

Il castello, visto dal parco


La Stampa 17 Dicembre 1926                                        Ai tempi di Sambuy
Vi sono ancora a Torino dei vecchi nostalgici, un po' brontoloni, che sovente con un vago gesto di rimpianto si richiamano ai tempi del sindaco Sambuy. E nulla pare loro bello, nulla par loro nobile abbastanza, se pensano a quell' epoca ormai lontana; forse oggi però gioiranno nella speranza che si riprenda una tradizione squisitamente torinese. E cosi sia! Poveri vecchi hanno ragione: ai tempi del sindaco Ernesto di Sambuy, Torino cominciò davvero a diventare una grande città: si fece più bella, più ampia, respirò con più vasti polmoni e con più vasti giardini e, senza rinunciare in nulla al suo carattere gelosamente cittadino, si affermò metropoli in un ordinato e disciplinato senso di operosità: oggi Torino è certo ancora assai più grande di allora, ma è certo meno... torinese! Nostalgie del passato, necessità fatali del presente... E chi non lo ricorda, l'indimenticabile sindaco Sambuy, se ebbe la fortuna di vederlo? Quando, ad esempio, stretto nell'impeccabile taglio della redingote, col cilindro sul capo dalla faccia un poco magra a linee marcate, incorniciata nell'ampia barba, guidava dall'alto, con mano ferma ed inguantata, la quadriglia scalpitante... Di ritorno dalle corse? Sì dalle corse, da Mirafiori, dove in gara i cavalli della sua bella scuderia avevano portato alla vittoria i colori della sua casacca. Oh, come ci prende talora la nostalgia dei bei ritorni d'un tempo! Quando non c'erano automobili, ma invece le pariglie e le quadriglie erano innumerevoli, quando le belle signore non avevano i capelli tagliati, quando gli ufficiali non erano in grigioverde, ed i gentiluomini amanti dello sport portavano ancora il cilindro e l'abito color gris-perle! E come accorreva la borghesia ed il popolo a vedere i bei ritorni, il giro delle carrozze, e come l'un l'altra le donnette si indicavano gli equipaggi, sussurrando qualche pettegolezzo bonario, come si usava allora!
“T’vde cóla quadriqlia— La pi bela d' tute? — Sfidò mi! A l'e cóla d’ sindich Sambuy!”
Se teneva in pugno con tanta forza le redini dell'impaziente quadriglia, moderandone la generosa corsa secondo la necessità del frequentatissimo giro, se si alzava perfino in piedi, tutti dominando coll'alta statura e raccoglieva le briglie nel pugno sicurissimo, mentre i cavalli s'impennavano sbuffanti; doveva pur sapere guidare la città con mano ugualmente ferma, doveva pure essere il miglior primo cittadino torinese che si potesse allora trovare. E tale fu davvero con energia equilibratissima, con volontà illuminata, con infinito amore per la sua città! La quale aveva bisogno, nella difficile ora. proprio di un uomo come lui. Erano i tempi delle primi crisi finanziarie che colpirono Torino, non abituata nella sua risparmiatrice onestà, i perturbamenti delle sfrenate e rischiose speculazioni; erano i tempi in cui si esaltavano le nuove costruzioni risanatrici di Roma e Napoli; e Torino, colpita da molti dissesti e fallimenti, Invece più non osava allargare le ali nel suo volo di progresso. Eppure il successo della esposizione del 1884 aveva messo nel sangue dei torinesi bògianen il fervore delle costruzioni grandiose, il desiderio delle vaste arterie pulsanti di vita, dei parchi amplissimi, dove i bimbi potessero giuocare nel sole e i pensionati passeggiare fino alla stanchezza. Ci voleva un uomo che avesse l'energia di imprimere un deciso movimento in avanti al progresso della città, che sapesse conservarle, col buon gusto innato del gentiluomo di razza, il suo carattere tradizionale, e riuscisse nello stesso tempo col prestigio della persona e del nome a far ricomparire i capitali che per il panico si erano prudentemente ritirati nell'ombra. Quell'uomo fa Ernesto di Sambuy, sotto il cui sindacato, a cominciare dal 1883, Torino diventò più bella e sopratutto più pulita: i vecchi mi po' brontoloni, nostalgici, indicando oggi con la mano già tremula gli asfalti di recente istituzione, osservano col salito col tono di rimpianto:  “Men lucide le strà  aieru, ma pi pulide” Ed in realtà hanno ragione perché il  sindaco Sambuy girava personalmente le strade per esser sicuro che anche gli spazzini eseguissero intero il loro dovere. Ma come fare a tener pulita allora quella parte vecchissima della città compresa tra la via Santa Teresa e le piazze Castello e San Giovanni? In quel dedalo di stradette e di vicoli, tra innumeri catapecchie malfamate, dai cortili oscuri, dai balconcini di legno traballanti, non era possibile alcuna pulizia materiale; ci voleva piuttosto una energica pulizia morale, un risanamento totale che tutto spianasse al suolo per ricostruire su più vaste arterie un quartiere nuovissimo. Forse sarebbe andata cosi perduta qualche singolare pennellata di colore; forse sarebbe scomparsa qualche piccola corte dei miracoli; forse le carceri avrebbero dovuto accogliere qualche inquilino di più; ma in compenso di notte, nei pressi di piazza Castello e di via Garibaldi, i portafogli sarebbero stati più sicuri nelle tasche disoneste persone. Ed Ernesto di Sambuy si fissò nella mente un suo programma edilizio e volle, fermamente volle, che il Municipio lo realizzasse. Più d'una volta battè i pugni con forza, nella sala del Consiglio, per imporsi alle prime ideologie democratiche che chiamavano improduttive tutte le spese che non piacevano ai nuovi tribuni del popolo; più d'una volta trascinò coll'esempio i colleghi amministratori, già titubanti davanti al fantasma della rivoluzione sociale. Ma riuscì nel suo intento e vide aperte al pubblico le due diagonali di via Pietro Micca e via Quattro Marzo. Si allargarono intanto anche via Genova, via XX Settembre, e tra via Nizza e il Valentino crebbe modernamente il quartiere di S. Salvario: una nuova vita insomma per Torino, un più vasto respiro di modernità, che si affermò specialmente nella sistemazione dei pubblici giardini e del Valentino su tutti, arricchitosi di nuovi viali sino alla sponda sussurrante del Po, dove si ergeva da pochi anni la poetica rievocazione medioevale del Castello. Fu quella l'età d'oro degli architetti torinesi e durò anche quando il conte di Sambuy non era più sindaco: il Riccio disegnò il progetto della Galleria Nazionale che nel 1889 congiunse via Roma con via XX Settembre, e l'anno appresso un nuovo parziale risanamento si ottenne coll'apertura della Galleria Umberto I, che mise in comunicazione la via Basilica con piazza Emanuele Filiberto. Intanto il conte Ceppi, il D'Andrade, il Cerosa etc. senza posa studiavano nuovi abbellimenti architettonici per Torino monumentale. A tutti, col suo signorile buon gusto aveva dato lo spunto il sindaco di Sambuy, quello che presso il popolo era già diventato tradizionale per le sue innumerevoli fortunate iniziative e degno della canzone fiorente su tutte le bocche come un'affettuosa benedizione. Ed il patrizio geniale non si stancava mai: alle otto del mattino entrava già nel suo ufficio per aver tempo di pensare a tutto e di escogitare ancora qualcosa di nuovo, di bello, di utile per la città, che pulsava ormai di rinnovate fattive energie. Cose grandi e cose piccole, opere di bellezza ed opere di bontà! Si disseminavano per Torino gli asili d'infanzia e sorgeva la Federazione degli asili suburbani; si istituivano le prime colonie alpine, gli asili pei lattanti, ed il ginnasio ricreativo Genero, su nella verde e sana collina Torino bella, Torino elegante, Torino buona: ecco il triplice sogno del sindaco e del benemerito cittadino Ernesto di Sambuy, un sogno che diventò in molte parti realtà. Egli era discendente di una illustre famiglia, amava la tradizione che gli avevano insegnato i suoi vecchi, ma sentiva tutte le necessità di un'era moderna: in lui anzi cosi genialmente si compenetrarono il passato ed il presente, che Torino riuscì a ringiovanirsi quasi di colpo senza nulla perdere tuttavia del suo carattere onesto, raccolto, operoso. Fu il conte di Sambuy che dette il primo notevole impulso industriale alla nostra città, ma all'industria volle che fosse conservato il sigillo piemontese: e cosi non venne industrializzata' Torino, ma piuttosto piemontesizzata l'industria... Ma gli anni passarono e passò anche il sindaco Sambuy: prima nel 1886 abbandonò il palazzo comunale per non piegare la sua autocrazia benefica alle torbide necessità democratiche; poi più tardi non si vide più nemmeno per le vie della città la sua alta, nobilissima figura. Scomparve, ma tutta la cittadinanza volle portargli un fiore di compianto: Torino aveva perso il suo vero sindaco, il sindaco operoso, decorativo, elegante, nobile, forte, atto a comandare per il bene dei suoi amministrati, atto a rappresentare la città In una immagine di energica bellezza, pronto ad abbattere tutto quanto di brutto ancora sorgesse fra il Po e la Dora!... Sono passati ormai molti anni e la tradizione oggi si riprende. Torna il sindaco Sambuy col nome augurale di Podestà, col nome che simboleggia le fortune comunali di una lontana epoca di gloria. Torna in un'ora italiana di forza, in cui tutto si può osare per la maggior fortuna della Patria grande e per la prosperità della Patria piccola che ci ha visto nascere nel più breve cerchio delle sue mura. La tradizione si riprende, ed i vecchi nostalgici, un po' brontoloni, possono atteggiare ormai i volti rugosi ad un'ombra di sorriso: tornano per Torino i tempi del conte di Sambuy!
LUIGI COLLINO

PS: Mi è capitato tra le mani la fotocopia di un libro che anni fa avevo rinvenuto sul web. E' il Journal d'un diplomate en Italie, di Henry d'Ideville, Turin, 1859-1862
Al capitolo XXI, pag 204, si legge un breve resoconto di una gita in campagna nel settembre 1861. Sceso alla stazione di Cambiano dopo un viaggio di un'ora, l'autore giunge alla proprietà di Ernesto Bertone di Sambuy e subito si meraviglia della grandiosità dei viali di accesso al castello. Dalle finestre, orientate a mezzogiorno, lo sguardo spazia sulla catena alpina, il parco gli ricorda le rive della Loira e lo Yorkshire....   La descrizione finisce con la visita del vicino castello di Santena e alla cripta dove sono i resti di Camillo Cavour.

sabato 16 maggio 2015

Su di un libro di Anthony Cardoza



Recentemente ho preso in prestito da una delle belle biblioteche civiche torinesi un testo di Anthony Cardoza. Si tratta di "Patrizi in un mondo plebeo. La nobiltà piemontese nell'Italia liberale". Mi interessava approfondire l'argomento dopo una visita all'Archivio di via Piave durante la quale la Dott.ssa Miccoli aveva en passant accennato alla figura di Compans di Brichanteau. Appena avuto in mano il libro, molto consumato, con la sovracoperta lisa e un poco dilacerata, ho notato nella seconda pagina uno scritto a matita che riporto.

"Certo che i refusi presenti in questa edizione ne fanno una emerita porcheria, priva di serietà. Del resto, alleggerlo, risulta un ammasso di gossip e ammirate curiosità. Un lettore"

Devo dire che è la prima volta, in anni di frequentazione e prestiti alle civiche di Torino, che mi imbatto in un commento sul testo vergato sul libro stesso. Il fatto mi ha incuriosito. Innanzitutto mi ha stupito l'impellenza che deve aver costretto l'anonimo lettore a esternare il suo critico sdegno di fronte all' emerita porcheria.... Il vocabolo porcheria mi ricorda tanto i termini che usavamo negli anni 50/60 del secolo scorso, da bambini. In più la scrittura spigolosa e decisa sembrerebbe quella di una persona colta ma intransigente in massimo grado. Ho così deciso di andare a vedere se il Cardoza merita un giudizio così severo..... I commenti sulla sua figura di studioso sono vari.

Sul sito della Giulio Einaudi editore si legge:
Anthony L. Cardoza insegna Storia dell'Europa moderna alla Loyola University di Chicago. Fra i suoi scrittiAgrarian Elites and Italian Fascism (Princeton 1983), Patrizi in un mondo plebeo: la nobiltà piemontese nell'Italia liberale (Roma 1999; ed. orig. Cambridge 1997) e Benito Mussolini: The First Fascist (London 2005). 


Sul sito del Dipartimento di Storia della Loyola University di Chicago:

Anthony L. Cardoza (Ph.D., Princeton University, 1975; B.A., University of California at Davis, 1969) is Professor of History at Loyola University Chicago, where he teaches courses in Western Civilization, 20th century Europe, modern Italy, and contemporary international relations. He was Chair of the Department of History from 1999-2002 and a Visiting Professor of History at the University of Chicago in 2000.

Il suo CV è inoltre di tutto rispetto

Relativamente al contenuto del libro riporto integralmente l'analisi esauriente compiuta da Signorelli.
Le ricerche di Cardoza sulla nobiltà piemontese erano note per una serie di saggi pubblicati tra il 1988 e il 1996, anni in cui lo studio delle élites si imponeva all'attenzione del dibattito storiografico sull'Italia contemporanea. In questo volume - comparso in inglese nel 1998 - lo studioso americano riprende il tema, riorganizzando i segmenti della sua indagine in una sintesi sull'identità dell'aristocrazia piemontese, la sua evoluzione dall'antico regime al XX secolo e il suo peso politico ed economico nell'Italia liberale. In base ai dati desunti da uno spoglio massiccio degli atti successori, Cardoza delinea permanenze e mutamenti nelle scelte patrimoniali e matrimoniali dell'aristocrazia di sangue dall'Unità ai primi decenni del '900. I dati economici sono integrati con l'analisi quantitativa e qualitativa di altre fonti utili a individuare la presenza dei nobili, e il ruolo da essi svolto, in ambiti di pertinenza delle élites: circoli e collegi, esercito e corpi professionali, teatro e opere pie, corte e comitati elettorali. Ne emerge il profilo di un ceto ancorato a valori e stili di vita radicati in un passato antico intessuto di privilegi feudali, glorie militari e gestione del potere, esercitato sempre in nome di principi di fedeltà istituzionale e responsabilità sociale. Riferendosi alla tesi di Mayer sulla "persistenza dell'antico regime" fino alla prima guerra mondiale, Cardoza prende le distanze sia dalla storiografia marxista e liberale che ha concentrato l'attenzione "sui grandi fattori di cambiamento" trascurando "le forze della continuità e della tradizione", sia dai più recenti studi di storia sociale sulle élites dell'800, che hanno posto l'accento sulla vitalità delle classi medie, lasciando sullo sfondo i vecchi gruppi aristocratici, nel ruolo marginale di custodi dei valori di cui si impadroniva la borghesia in ascesa. La tesi sostenuta nel volume è che, nel caso del Piemonte, dal 1848 alla Grande Guerra la nobiltà abbia mantenuto intatta la sua influenza sociale, economica e politica, non - come nel modello di Mayer - spendendo la propria capacità egemonica sul terreno dei nuovi comportamenti borghesi, ma, al contrario, serrando i ranghi, resistendo alla fusione sociale e investendo le proprie risorse finanziarie e culturali per mantenere un ruolo centrale nella vita pubblica, pur senza diluire la propria identità modellata sul ristretto gruppo di famiglie di origine feudale. Questo schema interpretativo si sovrappone talvolta in modo un po' rigido alle analisi dei comportamenti individuali e familiari che, nella loro varietà, disegnano la morfologia di un gruppo sociale complesso. Ed è certamente questo il contributo più rilevante del lavoro di Cardoza, che, al di là della tesi di fondo, dà un quadro ricco e ben documentato della nobiltà piemontese, che sarà tanto più utile alla conoscenza dell'articolazione delle élites nell'Italia liberale, quanto più si potrà disporre di ricerche analoghe sulle aristocrazie di altre regioni.
 In realtà l'unico refuso che l'anonimo si perita di sottolineare è un "Riccado di Netro" invece del corretto "Ricardi di Netro" a pagina 72 nella nota a pié di pagina. Un pò poco per giustificare una critica così assoluta.
Le fonti e la bibliografia del libro sono dignitose e circostanziate. Il suo passaggio presso l'archivio di Stato di Torino è ancora oggi ricordato da chi a quel tempo (1987/1989) vi lavorava: lo stesso autore tiene a ringraziare per la disponibilità la responsabile di allora (Isabella Massabò Ricci) e le sue assistenti, impegnate a soddisfare le "continue e insistenti richieste di documenti" dello stesso.
Riabilitato dunqe il Cardoza possiamo concludere con un unico appunto, che esula però dal tema del libro Patrizi in un mondo plebeo.

Se vogliamo, infatti, dell'Autore possiamo solo criticare la sua firma all'infelice petizione di intellettuali americani che nel 2011 chiedevano la cancellazione dalla toponomastica di Chicago Balbo Drive, la strada dedicata a Italo Balbo e all'imponente manifestazione seguita alla grande trasvolata del 1933. Come si legge nell'articolo di Ernesto Milani ..."Che dire? Se si vuole eliminare il nome di Balbo in quanto parte attiva del regime fascista di Mussolini governo di  Mussolini, futuro alleato di Hitler, potrebbe anche andar bene. Ma che dire di Italo Balbo, apprezzato in tutti gli Stati Uniti, e mai contestato neanche dai due sindaci Daley, che si ribellò alle leggi razziali del 1938, fu in aperto contrasto con Mussolini riguardo al patto con Hitler e che proprio per questo fu costretto  ad andare in Libia dove fu abbattuto durante una ricognizione aerea (per errore?) pochi giorni dopo l’entrata in guerra nel 1940? Nonostante le poco circostanziate accuse nei confronti di balbo contenute nella petizione all’alderman di Chicago Fioretti, Italo Balbo non fu coinvolto nella creazione di campi di concentramento in Libia e soprattutto la sua morte fu salutata con rispetto e deferenza sia dagli avversari americani sia inglesi". 

(in costruzione, continua)

domenica 3 maggio 2015

Il degrado della Tomba di Massimo d'Azeglio



La tomba di famiglia dei D'Azeglio situata nella PRIMA AMPLIAZIONE ARCATA 132, nel cimitero monumentale di Torino da tempo presenta al visitatore uno squallido spettacolo di degrado e incuria. Una lastra di vetro per di più velata da uno spesso strato di polvere, protegge il visitatore dalla caduta di intonaco e dalla precarietà delle lastre sepolcrali. Si leggono a fatica i nomi, oltre a quello di Massimo, del fratello Roberto e della di lui moglie Costanza Alfieri di Sostegno. In basso, una lastra scurita dal tempo, recita la disposizione testamentaria  per cui, contenendo il tumulo 18 persone, vi possono trovar sepoltura quelle allieve dell'Istituto dal Marchese istituito per orfane, che non avessero tomba propria. I loculi si sono tutti riempiti: l'ultimo ha accolto i resti di una maestra comunale morta a 84 anni.
Nel novembre del 1940 comunque la tomba era ancora in buone condizioni se era visitata regolarmente in occasione del giorno dei defunti, dalle autorità cittadine.

Di Massimo D'Azeglio vorrei citare la frase rivolta alla moglie Luisa Blondel, accorsa al suo capezzale negli ultimi momenti di vita. "Vedi, Luisa, come al solito.... quando tu arrivi, io parto...." Non fu un matrimonio tranquillo, vuoi per la gelosia eccessiva di Luisa, vuoi per gli atteggiamenti galanti di Massimo verso le numerose fanciulle che lo circondavano Massimo comunque confessò al fratello Roberto e all'amico Tommaso Grossi che mai era stato infedele a Luisa in tutti gli anni della loro vita coniugale.


L’ultimo discendente della famiglia D'Azeglio fu Emanuele. In giro per l’Europa, bell’uomo, benvoluto da dame e damigelle, non si sposò mai e, in questo, buon gioco ebbe l’influenza materna. Molti erano gli ostacoli frapposti da Costanza al figlio, vuoi di ordine sociale, vuoi religioso, vuoi economico.

Lettera di Costanza al figlio Emanuele

18 luglio 1832 
Ti abbiamo amato molto quando eri bambino per la bontà che il tuo carattere annunciava e che sostituiva i doni della fantasia e della vivacità di spirito. Crescendo è avvenuto in te un cambiamento in negativo. La convivenza con tuo zio vi ha non poco contribuito: lui è mio fratello, ma tu sei mio figlio, e l’affetto che ho per te supera e deve superare di molto quello che nutro per lui e che mi permette di non nascondermi i suoi difetti. Lui li riscatta con molto spirito e istruzione, nonostante i quali è stato giudicato dal nostro ambiente in modo da non rendergli qui il soggiorno facile. Il mondo è un tribunale imparziale che giudica in ultima istanza: le decisioni sono irrevocabili. E’ soprattutto al debutto d’un giovane in società che lo si giudica per sempre in base alle impressioni ricevute. Sfortunato se esse sono sfavorevoli. Occorrono anni per cancellarle. L’aridità di cuore o egoismo è ciò che si perdona meno, chi non ama nessuno, non è amato da nessuno. La migliore dissimulazione e documenti è impotente a nascondere quel difetto che ogni istante rivela”

.....E’ tempo di cominciare a prendere la vita sul serio, vedi cosa ti resta di questa vita di passioni e di disordini, la salute compromessa, tanti brutti precedenti e più avanti le ragioni stesse della vita, reputazione, considerazione, carriera e fortuna messe in forse. Che triste ricompensa per tutte le nostre sollecitudini e speranze riposte in te.
(Brani tratti da "http://www.uciimtorino.it/costanzadazeglio/2_costanza_dazeglio.pdf" 

(in costruzione)

domenica 28 dicembre 2014

Carlo Giacomini, anatomista in Torino

LA STAMPA - GAZZETTA PIEMONTESE,  5.7.1898

La morte del prof. Giacomini. Una dolorosissima notizia. Questa mattina alle ore otto è morto il professore Carlo Giacomini, l'illustre anatomico della nostra Università. Il prof. Giacomini è morto si può dire sulla breccia, perché sino all'ultimo momento, benché sofferente da circa un anno, attese indefessamente ai suoi studi prediletti di embriologia ed alle incombenze del laboratorio. Dire dell'opera scientifica del prof. Giacomini in questo momento è fuori di luogo: effettivamente l'Italia perde ora uno dei più grandi anatomici, degno successore del Rolando nella cattedra subalpina. Rimarranno classici i lavori sulle circonvoluzioni cerebrali e sulle varietà delle stesse, quello sui cervelli dei microcefali, che valse all'autore un importantissimo premio dell'Istituto Veneto di Scienze: numerosi lavori di tecnica per la conservazione dei cadaveri, per lo sezioni microscopiche del cervello. Sono ugualmente da ricordarsi gli studi brillanti sull'anatomia del negro, che condussero a risultati veramente interessanti e notevoli per quanto riguarda l'evoluzione di taluni organi negli antropoidi, nelle razze di colore e nella razza bianca. Finalmente si era fatta il prof Giacomini una vera specialità nello studio delle anomalie dello sviluppo dell’embrione umano riuscendo con l’interpretazione e coll’esame dei prodotti abortivi molto giovani a dilucidare grandemente alcune delle più vitali questioni dell'embriologia moderna. Le raccolte coordinate con tanta fatica dal nostro povero morto giacciono ora ai nuovi Istituti al cui arredamento stava attendendo alacremente. Il prof. Giacomini era nato il 25 novembre 1840 a Sale, presso Tortona: si laureò in Torino, fece alcun po' il medico condotto; fece in seguito la campagna del 1866 in Lombardia, quella del 1870 in Francia come medico volontario; d'allora in poi si era dedicato esclusivamente ai suoi studi prediletti. Lo scrivente, che ricorda con commozione profonda lo scrosciante, interminabile applauso col quale la studentesca torinese ed un grande stuolo di medici salutava il prof. Giacomini inaugurante colla sua ultima lezione il nuovo antisettico anatomico, manda al prof. Giacomini il saluto riverente e commosso di tanti suoi allievi, che perdono in esso uno dei più infaticabili ed indefessi lavoratori.


La STAMPA - GAZZETTA PIEMONTESE 8 luglio 1898
 I funerali del prof. Carlo Giacomini. In forma civile, in obbedienza alla volontà del defunto, ebbe luogo ieri il trasporto funebre del compianto prof. Carlo Giacomini. Alla salma del chiarissimo uomo resero gli estremi tributi d'affetto, di stima, di venerazione una vera folla di professori, di amici, di conterrazzani appositamente giunti da Salo e in grandissimo numero, di discepoli antichi e giovani. Con pensiero affettuosamente gentile un nucleo di questi ultimi, vollero trasportare la salma stessa sullo spalle, dalla casa N. 18 del corso Vittorio Emanuele, alla sala dell'Istituto anatomico in via Cavour. Seguiva il feretro la vecchia bandiera degli studenti, i vessilli delle Società di mutuo soccorso di Sale, paese nativo del defunto, quello dell'Associazione fra gli impiegati degli Istituti superiori, scortata da alcuni uscieri in divisa. Seguiva un gran carro coperto di grandi corone di fiori, fra le quali abbiamo notate quello dei collegi della Facoltà medica, dell'Istituto anatomico, dell'Accademia medica, del Comune di Sale, dell'Associazione medica di Alba. Una grande corona degli studenti della Facoltà medica era portata a braccia da alcuni studenti stessi. Deposto il feretro nella sala anatomica, il rettore dell'Università prof. Tibono, anche quale rappresentante del ministro della pubblica istruzione, rivolse alla salma un commovente saluto, ricordando di lui e la profondità della dottrina e le squisita bontà dell'animo. Altri non meno commoventi elogi funebri pronunziarono in seguito il comm. prof. Pagliani, quale rappresentante della Facoltà medica di Siena e di altre Università, il prof. Romiti quale rappresentante dell'Università di Pisa e quale amico intimo del defunto, il prof. Certosio in  memoria degli antichi allievi ed il prof. Carle per l'Accademia delle Scienze di Torino  quale rappresentante anziano dell'Accademia Medico-Fisica di Firenze per incarico telegrafico avuto dal presidente Pelizzari. Verso le 18,30 la mesta cerimonia era finita e la salma, cosparsa di fiori, veniva lasciata nella stessa sala, a disposizione dell'Istituto Anatomico, al quale il defunto lasciò il proprio scheletro.