venerdì 25 agosto 2017

Umberto I Il re "buono"

Leggendo l'esemplare biografia di Umberto I di Ugoberto Alfassio Grimaldi (Feltrinelli 1971, IV ed.) a pag. 198, nelle note, è riportato uno stralcio di un'altra biografia, meno nota questa, di Paolo Valera uscita nel 1920.  Interessante è leggere come il re degli italiani, noto per sua insaziabile fame di donne, reclutasse le sue vittime (?). Il punto interrogativo è d'obbligo in quanto pare di capire che non ci fosse una vera e propria coercizione ma che molto contasse lo spessore della busta che suggellava la prestazione amorosa. Ma leggiamo:
"Umberto non era un taccagno, I capricci d'alcova li pagava con una busta chiusa che consegnava lui stesso all'avventizia con i ringraziamenti . Le avventizie non venivano accettate che precedute dalla fotografia. Una volta accettate il sovrano mandava la carrozza chiusa a prenderle. Ho assistito a questa volgarità reale due o tre volte. Di solito il domestico soleva premere il bottone al di lei uscio quando si stava per andare a pranzo.."
Valera avvicinò una di queste ragazze:
"La prima volta le ha dato seimila lire. Me le sono guadagnate mi ha detto l'avventizia. Tu non puoi immaginare il tempo che si sciupa prima di giungere a lui. Ti si chiude in un salotto dove è un grande album pieno di fotografie di donne godute. E' tutta una esposizione femminile. Questo fatto senza importanza mi ha così disgustata che sarei scappata via, mi diceva l'avventizia reale. C'era tutto il marciapiede nazionale e internazionale. Alcune le avevo conosciute. Tra quelle fotografie ho trovato mia sorella..."
Ecco. Uno spaccato dell'Italia di fine '800 a guida monarchica. Ma le pieghe della storia sono generose e celano molto delle umane debolezze di una stirpe destinata ad una fine ingloriosa. Il baffuto martire dei savoia che di lì a poco cadrà sotto i colpi del Bresci a Monza, rimarrà nei libri e nelle  nostalgiche tronfie celebrazioni il Re Buono. La memoria di un popolo è corta se, finita la seconda guerra  mondiale, quella stessa monarchia che aveva dato all'Italia infinite sciagure e esempi umani di bassezza infinita solo per pochi voti non continuò a reggere le sorti del nostro disgraziato paese.

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martedì 23 maggio 2017

Piazza Valdo Fusi: storia di un orrore

Nell'orrida sistemazione della grande piazza, voluta da un improvvido assessore di tanti anni fa, sorge infossata una pista da skate. Non si può dire che si tratti di un manufatto degno degno di attenzione, tutto è minimale e solo la passione e la buona volontà dei ragazzi che la frequentano la nobilita e rende utile. Tutt'attorno c'è la celebrazione di quel che non bisogna fare (in senso urbanistico ma soprattutto di scienza dei materiali) nel concepire uno spazio pubblico: ampi spazi irragionevolmente vuoti, lastre di cemento che si sbriciolano col passare degli anni, graffiti a testimoniare un po' ovunque l'imbeccillità che non perde mai l'occasione di esporre su muri, griglie o vetri il vuoto mentale degli autori. E dire che il grande spazio prospiciente il vecchio ospedale San Giovanni Battista per quasi tutta la prima metà del secolo scorso vide ospitata nientemeno che la sede del Politecnico e in precedenza del Regio Museo Industriale. Ci pensarono i bombardamenti della seconda guerra mondiale nel 1943 a radere al suolo tutto l'isolato che così rimase spoglio per un cinquantennio circa. Non che il colpo d'occhio della vecchia piazza antecedente il 2005 fosse migliore. Avevamo allora una distesa piatta. con qualche esile alberello, adibita a parcheggio: a quei tempi l'intera area era taglieggiata da individui che praticavano indisturbati ogni sorta di attività: posteggiatori abusivi, ricettatori che tentavano di piazzare merce rubata, tossici e da ultimi zingari assillanti. Questo almeno ora è scomparso. Quel che rimane è la bruttezza del cratere di cemento. Ci provò i celebre Alvar Aalto a formulare un bel progetto con tanto di centro alberghiero e centro congressi, aperto verso ovest con tanto verde e aree pedonali: forse troppo grandioso e futuribile per le ristrette menti sabaude degli amministratori cittadini.....
Da allora sono passati  anni, tanti, è cambiato anche il secolo e questi grandiosi progetti sono ormai caduti nell'oblio. Resta l'immonda ferita del tessuto urbano cui tutti chi più, chi meno, han fatto l'abitudine. Rimane il rimpianto di non poter vedere una targa commemorativa che reciti:



domenica 7 maggio 2017

Marsiglia appunti della primavera 2017


Città che si ama o che si odia senza vie di mezzo, diceva Izzo tanti anni fa. E a me Marsiglia è piaciuta da subito appena ho calpestato le sue strade sporche, disseminate da innumerevoli buche, appena ho visto le facce di un'umanità sospesa sulla miseria del quotidiano, i negozi la cui offerta si ripete all'infinito, kebab, piccoli fatiscenti bistrot e tante serrande abbassate coperte di graffiti e manifesti che annunciano il ritorno della rivoluzione vincente. Quel che in altre metropoli viene spinto ai confini qui a Marsiglia è nel centro, nel cuore profondo della città. Non ho visto vie dello shopping nè le vetrine del lusso delle grandi griffes. Ho invece visto magazzini, uffici, insegne di professionisti, medici, avvocati, ragionieri, assicuratori... Ovunque i segni del lavoro nascosto. Per contro sono migliaia le persone che popolano i boulevard e le strette vie del quartiere a sud della stazione. Non fanno nulla, fumano, siedono ai bar con davanti un caffè, al limite chiedono rispettosamente l'elemosina ma senza guardarti negli occhi, senza implorare. Tutti aspettano che il tempo passi. Le bellezze di Marsiglia sono nelle vie del centro: bisogna alzare gli occhi per individuare le abitazioni del 900 e la loro dignitosa presenza. In basso tutto è lordato dalla mano dell'uomo e dal tempo. Non solo i graffiti che tappezzano ogni spazio, qualcuno bello molti semplici segni senza nessuna pretesa... poco fa di ritorno dal supermercato della Canebiere, ho letto su di una placchetta dell'elettricità, scritto in piccolo, "j'existe". Esisto, sono, scrivo sui muri perché non so cosa fare d'altro,  per dare un senso alla mia giornata e a tutte quelle che seguiranno. La bellezza di Marsiglia, se abbiamo la pazienza di cercarla, è tutta di fuori. Sempre in rue Canebiere al 62 una coppia di cariatidi segna l'entrata maestosa dell'edificio che vide la nascita del cinema dei fratelli Lumière. Adesso le due virago fanno corona all'insegna circolare del logo di un grande magazzino. Il palazzo è passato nei decenni di mano in mano, sempre scendendo un po' in lustro e importanza. Se non fosse per le poche righe di una guida che ricordano le sue nobili ascendenze nessuno lo noterebbe. Marsiglia è piena di decadenze e di storie illustri dimenticate, bisogna solo aver la pazienza di andarle a cercare. 



domenica 30 aprile 2017

Piazza Madama Cristina a Torino: commerci, vicende e cronaca nera



Piazza Madama Cristina, da sempre il cuore pulsante  del quartiere di San Salvario, fu teatro fin dalle origini a coloriti episodi di vita cittadina, nel bene e nel male... Il mercato che fin dalla metà dell'800 ha animato la piazza, con le sue caratteristiche di luogo di incontro, di affari leciti e non, ha certamente contribuito ad alimentare gli episodi di cronaca. La riottosità degli ambulanti era una costante di molte notizie sempre concludentesi con trasferimenti in ospedale o in questura a seconda dei casi.  Un altro elemento di instabilità era fornito dalle osterie e dalle cantine che si affacciavano sulla piazza: qui nascevano spesso, complici gli eccessi nel bere, liti e diverbi che vedevano nell'uso del coltello o del bastone il tragico epilogo. Bisogna dire che le cronache di fine '800 erano molto più attente di oggi a dare grande risalto a ogni fatterello che si discostasse dalla tranquilla laboriosità della comunità del quartiere. Le notizie erano quasi costantemente dei semplici trafiletti di una decina di righe in seconda o terza pagina. L’occhio attento del cronista riusciva a sintetizzare in poche parole drammi sociali molto spesso di povertà e malattia. E’ per esempio del 1885 la notizia di un facchino 22enne che è vittima di un attacco epilettico in piazza. Soccorso da una guardia urbana dichiara di essere  digiuno da 30 ore: la stessa guardia provvede a rifocillarlo in una vicina trattoria con pane minestra e vino. La stessa notizia, questa volta con nome e cognome dello sventurato, si ripresenta due  anni dopo: nuovamente in piazza il facchino giace semi assiderato e affamato. Di nuovo una guardia lo soccorre e provvede al pasto…  La piazza era da molti anni sede di un animato mercato di quartiere: la Stampa riporta la richiesta dei commercianti di poter disporre di una tettoia come riparo dalle intemperie. Ma sette anni dopo la questione tettoia sembra ancora lungi dall'essere portata a compimento...Migliorano invece la viabilità e i collegamenti col centro città: un' ippoferrovia da Porta Milano (Porta Palazzo) arriverà in piazza Madama per poi volgere verso il Valentino. Nel mese di agosto 1878 un trafiletto riporta "Gioite abitanti di Piazza Madama Cristina... Domani si aprirà la nuova linea di tramways che collegherà Porta Palazzo con la piazza trasportandovi un'immensità di popolo!"  Il tutto in 18 minuti al costo di 10 centesimi. La cronaca nera rimane confinata a risse per motivi di gelosia ("gelosia di donne" cita l'articolo de La Stampa) o per liti familiari. Un "fabbro, laborioso e di cuore" all'uscita da un'osteria di Piazza Madama, viene alle mani col figlio Giuseppe accusato di condurre una vita scostumata (pretendeva infatti di far vivere more uxorio nella famiglia d'origine la sua amante). Bastonato dal padre, Giuseppe, in evidente stato di ubriachezza, risponde con una stilettata uccidendo il genitore ("rendendolo freddo cadavere"). I traffici nel mercato non sono sempre onesti soprattutto a livello igienico. Ma la polizia municipale veglia: Stamani sul mercato di Piazza Madama Cristina vennero sequestrati e distrutti 30 poponi guasti. Benissimo! Il giorno successivo un'altra notizia dello stesso tenore riporta la distruzione di ben 259 poponi immaturi o guasti.. Siamo nel 1884. Le insidie alla morale pubblica non possono mancare alla piazza. Al n. 4 si è insediata una casa di malaffare (proprietario tal Crotta...) che suscita la vibrata protesta di molti inquilini e commercianti disturbati dall'immorale via vai di clienti. La protesta sembra non avere effetto alcuno se l’anno successivo nel 1889 una ventiduenne di mala vita tenta di fuggire gettandosi dalla finestra ma riporta nella caduta gravi lesioni alla schiena. Nell'ultimo decennio il fenomeno della prostituzione sembra allargarsi in maniera preoccupante se nella rubrica "La valigia del Pubblico", un lettore si scaglia contro le veneri da strapazzo che popolano la piazza e che con i loro immondi schiamazzi non lasciano i residenti riposare in pace dalle fatiche giornaliere.  I drammi si susseguono. Nel cortile di un edificio al numero 3, è rinvenuto un feto di 5 mesi in un canaletto di scolo delle acque nere. Piazza madama Cristina dispone di un servizio di vigilanza di guardie civiche attivo nelle ore di mercato: non è infrequente infatti il ricorso ai loro servizi visto il numero non piccolo di episodi di bastonature e accoltellamenti tra i frequentatori del luogo. In una lite all'uscita dalla cantina Campia al n.7 si ebbero nel 1892 ben 6 feriti, tra uomini e donne, fruttivendoli con i banchi sul mercato. Nel 1896 in piazza Madama c'erano i platani: lo si legge nel resoconto dei danni provocati da un uragano con grandine che si abbattè il 24 giugno sulla città: volarono lamiere di zinco della tettoia (finalmente costruita!) e alcuni alberi della piazza furono letteralmente denudati. Il nuovo secolo incalza ma la piazza non sembra cambiare abitudini.... il cuore pulsante di San Salvario ci regalerà ancora per tanti lustri drammi e vivaci quadri di vita popolare.

mercoledì 26 aprile 2017

Alfonso di Piazza Bodoni


Al tramonto


Quando La Marmora morì il giorno prima dell'Epifania del 1878 tra i familiari che seguivano il feretro c'era anche il suo amato cavallo, velato di bruno...... Nella scritta bronzea sul basamento di pietra che sostiene il cavaliere troviamo uno degli epiodi più gloriosi della sua vita militare, la guerra di Crimea che proiettò il novello Regno d'Italia tra le grandi potenze europee, frutto questo dell'acume politico di Cavour. Ricca fu la vicenda umana del più giovane dei quattro fratelli di insigne famiglia biellese, Alfonso. La sua figura, indissocialbile dalla presenza scenica del sottostante equino, appare a certe ore del giorno, soprattutto al tramonto, più simile ad un Buffalo Bill risorgimentale che ad un valoroso soldato del Regio Esercito. I tratti del volto, bruniti dal tempo, non mostrano la bruttezza del maturo Alfonso (a quei tempi 51enne). Il cavallo è rilassato. La zampa sinistra sollevata più che fiera posa di parata, sembra rammentare un' indole dubbiosa del tipo "che fare e dove andare?"
Ma via... lasciamo queste oziose considerazioni  e cerchiamo di cogliere la bellezza di questo monumento equestre calato nell'armonia della piazza circostante. Poche piazze in Torino racchiudono una così squisita geometria di proporzioni. Cavaliere e cavallo volgono sguardo e corpo verso ovest, diametralmente opposti quindi alle proppaggini dell'anfiteatro morenico del Garda dove sorge Custoza, luogo simbolo del declino storico e umano del Generale La Marmora. Casualità del destino, coincidenze ma all'osservatore attento non può sfuggire un chè di stanco ed incerto nella posa dell'uomo di stato e del militare che ha assistito a infinite morti in battaglia, nonchè a quella dell'unico figlio neonato e  da ultimo della moglie Giovanna.In un trafiletto del 7 gennaio 1878 su La Stampa sono descritte le esequie del generale a Firenze: il suo cavallo, velato a bruno, si legge, seguì il feretro....... Lasciando la piazza vien da ultimo da chiedersi se mai alcuno dei giovani bevitori di birra che nelle notti torinesi bighellonano ai piedi dell'Alfonso, si sia mai chiesto chi fosse costui e se davvero avesse sul groppone la responsabiltà dell'esito infelice della terza guerra di indipendenza.

.. o in un pomeriggio d'autunno...


E' raro ma succede che nevichi abbondantemente a Torino. E' questo allora uno dei momenti più adatti per capire la profonda bellezza del monumento di La Marmora. I dissuasori incappucciati del bianco manto diventano palle di cannone disseminate ai piedi del grande condottiero, le orme dei passanti quelle degli scarponi di ignoti soldati che non furono così fortunati come l'Alfonso a venir celebrati per l'eternità. E con la neve, come sempre, la piazza diventa silenziosa, di quel silenzio che ricorda il trascorrere dei decenni, la morte e la spaventosa inutilità di ogni guerra. Il La Marmora fu per molti versi una natura schiva: si narra (G.S. Marchese, 1861, pag.103) che al ritorno dalla Crimea il popolo torinese ebbe ad acclamare i soldati vittoriosi ma ancor di più chi li aveva capitanati... Ma il generale evitò la folla plaudente "rifggendosi in una modesta casa"....



E ora qualche nota urbanistica sulla nascita della statua......

La collocazione della erigenda statua ad Alfonso la Marmora  dopo l’iniziale proposta di piazza Maria Teresa scartata per via della scarsa visibilità causata dalle fronde degli alberi ivi presenti viene stabilita in piazza Bodoni Al centro della piazza per un certo numero di anni uno steccato provvisorio cela la vista del basamento in granito di Baveno su cui poggerà la statua equestre. Raccolti i fondi della sottoscrizione popolare, avuto il sostanzioso contributo del nipote  Tommaso il monumento ad Alfonso La Marmora è inaugurato il 25 ottobre 1891 alla presenza del Re d’Italia.   

Il monumento al Generale Alfonso la Marmora. 
II sindaco riferiva in una delle passate sedute alla Giunta municipale che, con deliberazione 30 novembre 1881, il Consiglio comunale accettava con plauso l'offerta del signor marchese Tommaso La Marmora di assumere a proprio carico l'esecuzione del monumento decretato al generale Alfonso La Marmora, mediante cessione del fondo ricavato dalla pubblica sottoscrizione a tale uopo instituitasi da eseguirsi il monumento in bronzo, con proporzionato piedestallo, secondo il bozzetto studiato dal prof. conte Stanislao Grimaldi e da collocarsi sulla piazza Maria Teresa, in luogo dell'aiuola centrale. Con lettera 20 ottobre corrente, il marchese La Marmora, in seguito all'avviso del conte Grimaldi, autore della statua equestre, e sul riflesso che nella piazza Maria Teresa gli alberi circostanti impedirebbero la vista del monumento, propone che ne sia mutata l'ubicazione, destinandovi la piazza Bodoni. La Giunta, ritenuto che la principale considerazione che indusse a scegliere la piazza Maria Teresa fu l'avere il generale Alfonso La Marmora abitato parecchio tempo in una bella casa fronteggiante la piazza medesima; che però anche in piazza Bodoni l'illustre personaggio ebbe pur dimora, approvò, secondo l'avviso della Commissione d'ornato, il proposto cambio d'ubicazione, salva la sanzione del Consiglio comunale, a cui la proposta verrà sottoposta in una dello prossimo sue sedute. 
La Stampa (4.11.1886) numero 305 pagina 3

Oltre vittoriose battaglie...


 

Buffalo e Alfonso: paragoni


In margine a tutto quanto finora detto c'è da rilevare come la collocazione della statua ebbe un travagliato iter con numerose ed accese sedute in consiglio comunale. L'Autore del monumento sostenne a lungo, dal 1873, che la statua doveva essere collocata o in piazza Castello o nei giardini di Piazza Carlo Felice e a sostegno di questo proposito ebbe a citare l'approvazione di Re Vittorio Emanuele II che, cosa non da poco, contibuiva per due terzi al finanziamento dell'opera....  Ma il progetto di porre Alfonso davanti a Porta Nuova ebbe fiere resistenze in Comune.... Di ordine architettonico: come poteva una statua armonizzarsi con il cosiddetto giardino all'inglese qual'era quello della piazza Carlo Felice? Di ordine logistico: porre Alfonso che guarda il centro cittadino o che, più prosaicamente, osserva la imponente facciata della stazione, col rischio di venirne schiacciato nel senso delle proporzioni naturalmente.....? E poi, osserva un arguto consigliere, cosa ci sta a fare vicino alla statua lo zampillo della fontana? Poco maestoso di certo, anzi irrispettoso. Come sappiamo, dopo molti anni di discusssioni il cavaliere eil fedele cavallo ebbero la loro collocazione più indovinata, senza zampilli, aiuole o imponenti ed imbarazzanti facciate di edificio.

martedì 18 aprile 2017

Cimiteri della campagna vercellese

Per gli amanti dei cimiteri la campagna che si sviluppa attorno a Livorno Ferraris e Trino è fonte di grandi sorprese. Si tratta di cimiteri abbandonati depredati dall'imbecillità umana ma che hanno conservato intatto un loro fascino. Uno dei più citati sul web, anche a sproposito, è quello di Darola posto a metà strada tra la cascina omonima e l'Azienda agricola di Lucedio che dismessi i quarti di nobiltà (ex abbazia, ex Principato...) continua con intelligenza e oculatezza a gestire un luogo denso di grandi vicende storiche. Il cimitero di Darola sopravvive soffocato da una vegetazione aggressiva che lo sta avvolgendo di lustro in lustro. In fondo al quadrato di cinta si trova la cappella segnata più che dal tempo dalla mano di povere menti che lì hanno messo la firma del loro passaggio terreno, con i mezzi che il loro cervello aveva a disposizione: la distruzione e la rapina .... Rimangono miracolosamente intatte ai lati della cappella, sotto il piccolo portico, due lastre funerarie murate. Quella di sinistra evoca la triste vicenda di due gemelle quindicenni decedute nel 1868 nello stesso giorno. A destra viene invece ricordato il padre loro, uomo onesto e ad ognun caro .... prematuramente morto pochi anni dopo, il 28 giugno 1876.
In piccolo ricetto, a destra della cappella, troviamo la sola lapide del cimitero ancora leggibile e in buono stato.
Il luogo, se visitato in una bella giornata di sole, non ha nulla di lugubre o demoniaco. Reca con sè la leggenda secentesca che lo vuole testimone di congressi carnali tra monaci della vicina abbazia di Lucedio e giovani novizie, istigate in ciò dalla possessione demoniaca. Ma le fonti cui fa riferimento la leggenda sono molto incerte (vedi Massimo Centini, Il grande libro dei misteri del Piemonte, Ed. Newton Compton, 2007). E in questi casi sorge sempre il dubbio abbastanza scontato che il demonio sia stato scomodato per coprire umane debolezze carnali di persone dal debole profilo ecclesiale.

Poco dopo la cascina Colombara sulla provinciale 7 prima dell'incrocio col Canale Cavour verso Livorno Ferraris c'è il piccolo cimitero anch'esso abbandonato. Qui l'erba infestante è stata tenuta a bada ed è possibile reperire ancora qualche lapide sia in terra che al muro perimetrale in mattoni. Appena varcato il cancello a destra si scorge l'effige di un'anziana donna vestita di nero dallo sguardo penetrante. Non rimane nessuna indicazione di chi fosse e di quando morì. Le ultime sepolture sembrano datare agli inizi del quinto decennio del '900: in effetti è in quel periodo che si esaurisce lentamente il fenomeno delle mondine e con esso lo sviluppo della vicina comunità della Cascina Colombara. Essa negli anni 70 è ormai disabitata.




Poco distante qualche burlone con un certo piglio di humor nero ha raffigurato una tumulzaione pagana con cenci variopinti.


Poco fuori dalle mura lo sguardo spazia sulla distesa d'acqua di una grande risaia, con in lontananza le mura di una grande edificio che rcorda i Cason veneti del Delta del Po.




lunedì 11 luglio 2016

Arignano, un paese abbandonato

Domenica di luglio, mezzogiorno. Lasciata la provinciale 119 dopo Andezeno, in pochi istanti si giunge in centro paese. Piazza Vittorio, allungata a fondo cieco come un campo di tamburello, con brutte case degli anni 50 intorno. Nessuno in vista, nessun esercizio commerciale aperto. Una breve salita porta davanti alla parrocchiale il cui portone sotto lo striscione ESTATE RAGAZZI è anch'esso sprangato. Di scorcio in alto si intravedono le mura della rocca (il castello superiore). Impossibile però capirne la struttura soffocata da una foresta incolta che negli anni deve essere cresciuta a dismisura. Il curioso deve accontentarsi di leggere i pannelli posti lungo la via: se si approfondisce sul web si legge la storia del castello. La rocca è comunque inaccessibile. Brutte case coloniche la circondano da tutti i lati, è in corso la ristrutturazione di una scuola elementare, edificio in linea con le brutture prodotte nel ventennio '50/'60. Il castello inferiore restaurato dalla Famiglia Zucca, attuale proprietario, risulta anch'esso inavvicinabile e scrsamente visibile. Un pannello, situato un po' troppo a distanza dall cancello di accesso, ne rissume la storia. Aggirandomi per le strade del paese, ho la fortuna di avvicinare un'unica abitante che mi fornisce istruzioni per raggiungere il lago artificiale dabbasso al centro abitato. Sui tre pannelli turistici del paese sono descritti itinerari della zona. Peccato che non sia da nessuna parte indicato dove codesti itinerari, iniziano. L'incuria e la scarsa attenzione al possibile turista è evidente: lo si deduce dalla pagina del sito comunale che riporta alla voce Turismo striminzite note storiche e brutte fotografie che non invoglierebbero neanche il più volenteroso dei turisti appassionati di storia locale. L'accesso alla villa della famiglia Costa, antico casato del posto estintosi il secolo scorso, inizia con un passo carraio in rovina. La villa, di cui è appena percebile lo splendore passato, è in rovina. Nel cortile giacciono ammassati, infissi e altro materiale di ristrutturazione. Nessun cartello però documenta ciò. Ovunque masserizie varie e ciliegina finale, un bidone azzurro campeggia rovesiato a protezione (?) di una delle statue della recinzione per lo più distutte e vandalizzate negli anni. Un grande muraglione in mattoni che delimita il parco della rocca superiore è pieno di rigogliosi cespugli di capperi che producono tuttora dei bei frutti. Nel torrido pomeriggio di luglio, mentre mi allontano un po' d'amaro in bocca (sarà il cappero non maturo che ho colto poco prima?) rimane a vedere questo piccolo borgo abbandonato al degrado.
Quanto rilevato ad Arignano vale anche per centinaia di piccoli comuni della regione. Alle brutture che migliaia di geometri hanno disseminato accanto alle dignitose residenze di campagna di inizio 900 nelle nostre realtà di provincia, ha fatto seguito una miope politica che la penuria di risorse economiche non basta a giustificare.
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