sabato 16 maggio 2015

Su di un libro di Anthony Cardoza



Recentemente ho preso in prestito da una delle belle biblioteche civiche torinesi un testo di Anthony Cardoza. Si tratta di "Patrizi in un mondo plebeo. La nobiltà piemontese nell'Italia liberale". Mi interessava approfondire l'argomento dopo una visita all'Archivio di via Piave durante la quale la Dott.ssa Miccoli aveva en passant accennato alla figura di Compans di Brichanteau. Appena avuto in mano il libro, molto consumato, con la sovracoperta lisa e un poco dilacerata, ho notato nella seconda pagina uno scritto a matita che riporto.

"Certo che i refusi presenti in questa edizione ne fanno una emerita porcheria, priva di serietà. Del resto, alleggerlo, risulta un ammasso di gossip e ammirate curiosità. Un lettore"

Devo dire che è la prima volta, in anni di frequentazione e prestiti alle civiche di Torino, che mi imbatto in un commento sul testo vergato sul libro stesso. Il fatto mi ha incuriosito. Innanzitutto mi ha stupito l'impellenza che deve aver costretto l'anonimo lettore a esternare il suo critico sdegno di fronte all' emerita porcheria.... Il vocabolo porcheria mi ricorda tanto i termini che usavamo negli anni 50/60 del secolo scorso, da bambini. In più la scrittura spigolosa e decisa sembrerebbe quella di una persona colta ma intransigente in massimo grado. Ho così deciso di andare a vedere se il Cardoza merita un giudizio così severo..... I commenti sulla sua figura di studioso sono vari.

Sul sito della Giulio Einaudi editore si legge:
Anthony L. Cardoza insegna Storia dell'Europa moderna alla Loyola University di Chicago. Fra i suoi scrittiAgrarian Elites and Italian Fascism (Princeton 1983), Patrizi in un mondo plebeo: la nobiltà piemontese nell'Italia liberale (Roma 1999; ed. orig. Cambridge 1997) e Benito Mussolini: The First Fascist (London 2005). 


Sul sito del Dipartimento di Storia della Loyola University di Chicago:

Anthony L. Cardoza (Ph.D., Princeton University, 1975; B.A., University of California at Davis, 1969) is Professor of History at Loyola University Chicago, where he teaches courses in Western Civilization, 20th century Europe, modern Italy, and contemporary international relations. He was Chair of the Department of History from 1999-2002 and a Visiting Professor of History at the University of Chicago in 2000.

Il suo CV è inoltre di tutto rispetto

Relativamente al contenuto del libro riporto integralmente l'analisi esauriente compiuta da Signorelli.
Le ricerche di Cardoza sulla nobiltà piemontese erano note per una serie di saggi pubblicati tra il 1988 e il 1996, anni in cui lo studio delle élites si imponeva all'attenzione del dibattito storiografico sull'Italia contemporanea. In questo volume - comparso in inglese nel 1998 - lo studioso americano riprende il tema, riorganizzando i segmenti della sua indagine in una sintesi sull'identità dell'aristocrazia piemontese, la sua evoluzione dall'antico regime al XX secolo e il suo peso politico ed economico nell'Italia liberale. In base ai dati desunti da uno spoglio massiccio degli atti successori, Cardoza delinea permanenze e mutamenti nelle scelte patrimoniali e matrimoniali dell'aristocrazia di sangue dall'Unità ai primi decenni del '900. I dati economici sono integrati con l'analisi quantitativa e qualitativa di altre fonti utili a individuare la presenza dei nobili, e il ruolo da essi svolto, in ambiti di pertinenza delle élites: circoli e collegi, esercito e corpi professionali, teatro e opere pie, corte e comitati elettorali. Ne emerge il profilo di un ceto ancorato a valori e stili di vita radicati in un passato antico intessuto di privilegi feudali, glorie militari e gestione del potere, esercitato sempre in nome di principi di fedeltà istituzionale e responsabilità sociale. Riferendosi alla tesi di Mayer sulla "persistenza dell'antico regime" fino alla prima guerra mondiale, Cardoza prende le distanze sia dalla storiografia marxista e liberale che ha concentrato l'attenzione "sui grandi fattori di cambiamento" trascurando "le forze della continuità e della tradizione", sia dai più recenti studi di storia sociale sulle élites dell'800, che hanno posto l'accento sulla vitalità delle classi medie, lasciando sullo sfondo i vecchi gruppi aristocratici, nel ruolo marginale di custodi dei valori di cui si impadroniva la borghesia in ascesa. La tesi sostenuta nel volume è che, nel caso del Piemonte, dal 1848 alla Grande Guerra la nobiltà abbia mantenuto intatta la sua influenza sociale, economica e politica, non - come nel modello di Mayer - spendendo la propria capacità egemonica sul terreno dei nuovi comportamenti borghesi, ma, al contrario, serrando i ranghi, resistendo alla fusione sociale e investendo le proprie risorse finanziarie e culturali per mantenere un ruolo centrale nella vita pubblica, pur senza diluire la propria identità modellata sul ristretto gruppo di famiglie di origine feudale. Questo schema interpretativo si sovrappone talvolta in modo un po' rigido alle analisi dei comportamenti individuali e familiari che, nella loro varietà, disegnano la morfologia di un gruppo sociale complesso. Ed è certamente questo il contributo più rilevante del lavoro di Cardoza, che, al di là della tesi di fondo, dà un quadro ricco e ben documentato della nobiltà piemontese, che sarà tanto più utile alla conoscenza dell'articolazione delle élites nell'Italia liberale, quanto più si potrà disporre di ricerche analoghe sulle aristocrazie di altre regioni.
 In realtà l'unico refuso che l'anonimo si perita di sottolineare è un "Riccado di Netro" invece del corretto "Ricardi di Netro" a pagina 72 nella nota a pié di pagina. Un pò poco per giustificare una critica così assoluta.
Le fonti e la bibliografia del libro sono dignitose e circostanziate. Il suo passaggio presso l'archivio di Stato di Torino è ancora oggi ricordato da chi a quel tempo (1987/1989) vi lavorava: lo stesso autore tiene a ringraziare per la disponibilità la responsabile di allora (Isabella Massabò Ricci) e le sue assistenti, impegnate a soddisfare le "continue e insistenti richieste di documenti" dello stesso.
Riabilitato dunqe il Cardoza possiamo concludere con un unico appunto, che esula però dal tema del libro Patrizi in un mondo plebeo.

Se vogliamo, infatti, dell'Autore possiamo solo criticare la sua firma all'infelice petizione di intellettuali americani che nel 2011 chiedevano la cancellazione dalla toponomastica di Chicago Balbo Drive, la strada dedicata a Italo Balbo e all'imponente manifestazione seguita alla grande trasvolata del 1933. Come si legge nell'articolo di Ernesto Milani ..."Che dire? Se si vuole eliminare il nome di Balbo in quanto parte attiva del regime fascista di Mussolini governo di  Mussolini, futuro alleato di Hitler, potrebbe anche andar bene. Ma che dire di Italo Balbo, apprezzato in tutti gli Stati Uniti, e mai contestato neanche dai due sindaci Daley, che si ribellò alle leggi razziali del 1938, fu in aperto contrasto con Mussolini riguardo al patto con Hitler e che proprio per questo fu costretto  ad andare in Libia dove fu abbattuto durante una ricognizione aerea (per errore?) pochi giorni dopo l’entrata in guerra nel 1940? Nonostante le poco circostanziate accuse nei confronti di balbo contenute nella petizione all’alderman di Chicago Fioretti, Italo Balbo non fu coinvolto nella creazione di campi di concentramento in Libia e soprattutto la sua morte fu salutata con rispetto e deferenza sia dagli avversari americani sia inglesi". 

(in costruzione, continua)

domenica 3 maggio 2015

Il degrado della Tomba di Massimo d'Azeglio



La tomba di famiglia dei D'Azeglio situata nella PRIMA AMPLIAZIONE ARCATA 132, nel cimitero monumentale di Torino da tempo presenta al visitatore uno squallido spettacolo di degrado e incuria. Una lastra di vetro per di più velata da uno spesso strato di polvere, protegge il visitatore dalla caduta di intonaco e dalla precarietà delle lastre sepolcrali. Si leggono a fatica i nomi, oltre a quello di Massimo, del fratello Roberto e della di lui moglie Costanza Alfieri di Sostegno. In basso, una lastra scurita dal tempo, recita la disposizione testamentaria  per cui, contenendo il tumulo 18 persone, vi possono trovar sepoltura quelle allieve dell'Istituto dal Marchese istituito per orfane, che non avessero tomba propria. I loculi si sono tutti riempiti: l'ultimo ha accolto i resti di una maestra comunale morta a 84 anni.
Nel novembre del 1940 comunque la tomba era ancora in buone condizioni se era visitata regolarmente in occasione del giorno dei defunti, dalle autorità cittadine.

Di Massimo D'Azeglio vorrei citare la frase rivolta alla moglie Luisa Blondel, accorsa al suo capezzale negli ultimi momenti di vita. "Vedi, Luisa, come al solito.... quando tu arrivi, io parto...." Non fu un matrimonio tranquillo, vuoi per la gelosia eccessiva di Luisa, vuoi per gli atteggiamenti galanti di Massimo verso le numerose fanciulle che lo circondavano Massimo comunque confessò al fratello Roberto e all'amico Tommaso Grossi che mai era stato infedele a Luisa in tutti gli anni della loro vita coniugale.


L’ultimo discendente della famiglia D'Azeglio fu Emanuele. In giro per l’Europa, bell’uomo, benvoluto da dame e damigelle, non si sposò mai e, in questo, buon gioco ebbe l’influenza materna. Molti erano gli ostacoli frapposti da Costanza al figlio, vuoi di ordine sociale, vuoi religioso, vuoi economico.

Lettera di Costanza al figlio Emanuele

18 luglio 1832 
Ti abbiamo amato molto quando eri bambino per la bontà che il tuo carattere annunciava e che sostituiva i doni della fantasia e della vivacità di spirito. Crescendo è avvenuto in te un cambiamento in negativo. La convivenza con tuo zio vi ha non poco contribuito: lui è mio fratello, ma tu sei mio figlio, e l’affetto che ho per te supera e deve superare di molto quello che nutro per lui e che mi permette di non nascondermi i suoi difetti. Lui li riscatta con molto spirito e istruzione, nonostante i quali è stato giudicato dal nostro ambiente in modo da non rendergli qui il soggiorno facile. Il mondo è un tribunale imparziale che giudica in ultima istanza: le decisioni sono irrevocabili. E’ soprattutto al debutto d’un giovane in società che lo si giudica per sempre in base alle impressioni ricevute. Sfortunato se esse sono sfavorevoli. Occorrono anni per cancellarle. L’aridità di cuore o egoismo è ciò che si perdona meno, chi non ama nessuno, non è amato da nessuno. La migliore dissimulazione e documenti è impotente a nascondere quel difetto che ogni istante rivela”

.....E’ tempo di cominciare a prendere la vita sul serio, vedi cosa ti resta di questa vita di passioni e di disordini, la salute compromessa, tanti brutti precedenti e più avanti le ragioni stesse della vita, reputazione, considerazione, carriera e fortuna messe in forse. Che triste ricompensa per tutte le nostre sollecitudini e speranze riposte in te.
(Brani tratti da "http://www.uciimtorino.it/costanzadazeglio/2_costanza_dazeglio.pdf" 

(in costruzione)

domenica 28 dicembre 2014

Carlo Giacomini, anatomista in Torino

LA STAMPA - GAZZETTA PIEMONTESE,  5.7.1898

La morte del prof. Giacomini. Una dolorosissima notizia. Questa mattina alle ore otto è morto il professore Carlo Giacomini, l'illustre anatomico della nostra Università. Il prof. Giacomini è morto si può dire sulla breccia, perché sino all'ultimo momento, benché sofferente da circa un anno, attese indefessamente ai suoi studi prediletti di embriologia ed alle incombenze del laboratorio. Dire dell'opera scientifica del prof. Giacomini in questo momento è fuori di luogo: effettivamente l'Italia perde ora uno dei più grandi anatomici, degno successore del Rolando nella cattedra subalpina. Rimarranno classici i lavori sulle circonvoluzioni cerebrali e sulle varietà delle stesse, quello sui cervelli dei microcefali, che valse all'autore un importantissimo premio dell'Istituto Veneto di Scienze: numerosi lavori di tecnica per la conservazione dei cadaveri, per lo sezioni microscopiche del cervello. Sono ugualmente da ricordarsi gli studi brillanti sull'anatomia del negro, che condussero a risultati veramente interessanti e notevoli per quanto riguarda l'evoluzione di taluni organi negli antropoidi, nelle razze di colore e nella razza bianca. Finalmente si era fatta il prof Giacomini una vera specialità nello studio delle anomalie dello sviluppo dell’embrione umano riuscendo con l’interpretazione e coll’esame dei prodotti abortivi molto giovani a dilucidare grandemente alcune delle più vitali questioni dell'embriologia moderna. Le raccolte coordinate con tanta fatica dal nostro povero morto giacciono ora ai nuovi Istituti al cui arredamento stava attendendo alacremente. Il prof. Giacomini era nato il 25 novembre 1840 a Sale, presso Tortona: si laureò in Torino, fece alcun po' il medico condotto; fece in seguito la campagna del 1866 in Lombardia, quella del 1870 in Francia come medico volontario; d'allora in poi si era dedicato esclusivamente ai suoi studi prediletti. Lo scrivente, che ricorda con commozione profonda lo scrosciante, interminabile applauso col quale la studentesca torinese ed un grande stuolo di medici salutava il prof. Giacomini inaugurante colla sua ultima lezione il nuovo antisettico anatomico, manda al prof. Giacomini il saluto riverente e commosso di tanti suoi allievi, che perdono in esso uno dei più infaticabili ed indefessi lavoratori.


La STAMPA - GAZZETTA PIEMONTESE 8 luglio 1898
 I funerali del prof. Carlo Giacomini. In forma civile, in obbedienza alla volontà del defunto, ebbe luogo ieri il trasporto funebre del compianto prof. Carlo Giacomini. Alla salma del chiarissimo uomo resero gli estremi tributi d'affetto, di stima, di venerazione una vera folla di professori, di amici, di conterrazzani appositamente giunti da Salo e in grandissimo numero, di discepoli antichi e giovani. Con pensiero affettuosamente gentile un nucleo di questi ultimi, vollero trasportare la salma stessa sullo spalle, dalla casa N. 18 del corso Vittorio Emanuele, alla sala dell'Istituto anatomico in via Cavour. Seguiva il feretro la vecchia bandiera degli studenti, i vessilli delle Società di mutuo soccorso di Sale, paese nativo del defunto, quello dell'Associazione fra gli impiegati degli Istituti superiori, scortata da alcuni uscieri in divisa. Seguiva un gran carro coperto di grandi corone di fiori, fra le quali abbiamo notate quello dei collegi della Facoltà medica, dell'Istituto anatomico, dell'Accademia medica, del Comune di Sale, dell'Associazione medica di Alba. Una grande corona degli studenti della Facoltà medica era portata a braccia da alcuni studenti stessi. Deposto il feretro nella sala anatomica, il rettore dell'Università prof. Tibono, anche quale rappresentante del ministro della pubblica istruzione, rivolse alla salma un commovente saluto, ricordando di lui e la profondità della dottrina e le squisita bontà dell'animo. Altri non meno commoventi elogi funebri pronunziarono in seguito il comm. prof. Pagliani, quale rappresentante della Facoltà medica di Siena e di altre Università, il prof. Romiti quale rappresentante dell'Università di Pisa e quale amico intimo del defunto, il prof. Certosio in  memoria degli antichi allievi ed il prof. Carle per l'Accademia delle Scienze di Torino  quale rappresentante anziano dell'Accademia Medico-Fisica di Firenze per incarico telegrafico avuto dal presidente Pelizzari. Verso le 18,30 la mesta cerimonia era finita e la salma, cosparsa di fiori, veniva lasciata nella stessa sala, a disposizione dell'Istituto Anatomico, al quale il defunto lasciò il proprio scheletro. 




venerdì 15 agosto 2014

Il Prof Dianzani



La Stampa, 13 aprile 2012
ROMA – E' morto a Roma all'eta' di 80 anni il professor Ferdinando Dianzani. Formatosi all'universita' di Siena ha passato molti anni negli Stati Uniti dove ha insegnato microbiologia. Scienziato di fama internazionale per i suoi studi sul linguaggio molecolare tra le cellule, e' stato tra i primi ad occuparsi del virus dell' Aids. Dianzani e' stato professore di virologia prima all'universita' La Sapienza di Roma e poi all'universita' Campus Biomedico dove ha ricoperto anche il ruolo di preside della facolta' di medicina. Componente della commissione nazionale Aids era diventato un punto di riferimento per lo studio delle terapie antivirali.



Fu mio professore di Microbiologia all'Università di Torino, quando frequentai per alcuni mesi l'Istituto come interno. Lo incontrai poche volte, sempre impegnato com'era in giro per l'Italia e per il mondo. Aveva un vezzo, un lungo camice nero (al posto del regolamentare bianco) che indossava per muoversi tra i banconi affollati di storte e piastre con fare affabile ed un inconfondibile accento toscano. Poco prima di lasciare l'Istituto di Microbiologia (pungere orecchie ai conigli e maneggiare colorati liquidi pieni di particelle virali non mi erano apparse esperienze particolarmente stimolanti) partecipai alla cena di fine anno accademico del suo team. Stipati su di una lunga berlina familiare faccemmo rotta verso un ristorante della cintura torinese. Nessuno sapeva bene cosa dire per rompere il silenzio che gravava all'interno della vettura.. Fu lui alla guida che abbassando il capo e fissando il cielo esclamò: Quello mi sembra un falco! Tutti guardammo su, fissando la volta celeste al tramonto... Chissà se lo era davvero quel puntino mobile, un falco.... Assentimmo rispettosi e per incanto il ghiaccio fu sepzzato: nell'abitacolo l'atmosfera cambiò e si cominciò a discutere animatamente delle infezioni aviarie...... Una bella serata.




Un piccolo ricordo, un'interveista riasciata nel marzo del 1988....


'SIGNORI, ECCO IL KILLER CHE SCONFIGGERA' L' AIDS...'

ROMA Che cos' è un virologo se non un cacciatore di virus, un detective del microscopio? Ferdinando Dianzani, uomo colto, toscano, simpatico, possiede un certo phisique du role: anche fisicamente ha quell' aria quadrata, paziente e franca del ricercatore. Dirige l' Istituto di Virologia dell' Università di Roma dove siamo andati a intervistarlo sull' Aids. A che punto siamo nella guerra contro il virus Hiv? Che se ne sa di questo infinitesimo nemico dell' umanità? E i ricercatori, gli scienziati, verso quale obiettivo hanno puntato le loro armi? Nel corso dell' intervista il telefono del professor Dianzani ha squillato incessantemente. Anche senza voler origliare siamo stati costretti a constatare quanto Dianzani e il suo Istituto siano bersagliati dalla richiesta di informazioni recenti da parte dei ricercatori internazionali e stranieri. Più d' una volta ci è sembrato di cogliere allusioni a qualcosa di allarmante, o di confortante, ma ancora coperto dal segreto assoluto. Professore, la reticenza sull' epidemia di Aids è palpabile...... [continua]

sabato 12 luglio 2014

Cascina La Grangia Torino: storie cittadine

Come è possibile leggere sul sito di MuseoTorino  le origini di questa cascina risalgono al '400/500 quando la sua struttura  era ancora costituita da "un corpo unico di fabbrica suddiviso su due livelli fuori terra, con abitazione e stalla al primo piano e camera e fienile al secondo". La planimetria a "corte chiusa" si sviluppa solo nel corso dei  secoli. Nell'assedio del 1706 la cascina fu utilizzata come fureria e come caposaldo della difesa della zona. Sessant'anni dopo viene descritta come un corpo chiuso circondata da campi, orti e giardini.

Cascina La Grangia, Grange. Carta Topografica della Caccia, 1760-1766

Nel 1978 era ancora possibile leggere sul giornale cittadino la notizia che in via Gradisca, alla cascina La Grangia, le mucche erano di casa assieme a polli e galline. Muche che all'uscita mattutina dalla cascina, nel tragitto fino ad un prato vicino, creavano un certo scompglio tra gli automobilisti.

Nel 1981 il coordinatore della commissione urbanistica, Eros Ricotti  dichiarava che si stava valutando "la possibilità di fare di questa cascina, un centro comunitario dove collocare attività per handicappati ultraquattordicenni, laboratori artigianali, sale per riunioni e centri d'incontro per giovani e anziani e sarebbe nostra intenzione anche dar vita a un museo agricolo viste le caratteristiche della sede, che possiede un valore storico-artistico"

Paole cadute nel vuoto, tant'è che nel 2001 la cascina la Grangia viene demolita. Nel settembre dell'83 già si era avviata la lenta agonia. E' di quel mese un articolo, sempre su La Stampa, che recita: 

Condanna a morte per la cascina Un sopralluogo dei vigili del fuoco ha stabilito che è pericolosa. I prati e campi che la circondavano ora sono coperti da case - Vi sta sorgendo l'Istituto Alberghiero - 
Condanna a morte, per fatiscenza. per l'ultima cascina Urbana di Torino, un grosso edificio più che cadente che fiancheggia via Ricaldone, tra via Caprera e via Oraglia, appena a ridosso del centro della città, a meno di 500 metri dalla chiesa di Santa Rita. I vigili del fuoco, dopo un sopralluogo richiesto dalle famiglie delle case circostanti, preoccupate dalle continue cadute di tegole e calcinacci sulla strada, l'hanno giudicata inagtblle.  Ma questa volta, il problema non è soltanto di trovare un tetto alle due sorelle che vi abitano, Gina e Antonietta Cornelio, ma di reperire in poco tempo una stalla per le loro 32 mucche, unica fonte di guadagno e ragione di vita. Se un posto per gli sfrattati si trova con una certa facilità (ci sono gli alberghi, gli alloggi-parcheggi), una sistemazione per vitelli e mucche da latte, in città è molto più ardua. Ci hanno provato leri i vigili urbani del quartiere, più propensi ad usare umanità e buon senso che ad applicare alla lettera la legge. Sembrava si potessero parcheggiare temporaneamente al mattatolo civico, ma motivi sanitari hanno consigliato, di soprassedere. La cascina «La Grangia., che una volta aveva di fronte 5O giornate di terreno oggi diventato città, è di proprietà degli eredi dell'industriale farmaceutico Marco Antonetto, quello dei celebre digestivo. Sembra che in passalo una parte del terreni sia stata data al Comune a prezzi irrisori per costruire scuole e una chiesa in cambio della possibilità di edificare sull'area dell'attuale cascina. Ma evidentemente, qualcosa non è andato per il verso volulo dai proprietari e ora la zona è destinata sia ad edilizia economico popolare (legge 167) sia a sede di un centro civico voluto dal quartiere. Alle spalle si sta già realizzando il nuovo Istituto alberghiero. La cascina, quindi, deve andarsene. Ma chi ci abita e ci alleva 32 mucche non vuole sentire ragioni: -Macché crolli — diceva ieri mattina ai vigili del fuoco Gina Corneno. trattenendo le lacrime —, sono ventannl che stiamo qui dentro e non è mai caduto un mattone-. Un'affermazione, questa, che, a chi ha dato un'occhiata all'edificio, è apparsa per lo meno ottimistica: muri sbrecciati, tetti e pareti puntellati alla meglio, tegole sospese al cielo. E tanta sporcizia. • Come si fa a dirci di andare via da un giorno all'altro? E le bestie dove le mettiamo? Prima ci hanno cacciato dai prati per farci la scuola alberghiera, adesso vogliono cancellarci, si e ancora lamentata Gina Corneno con i vigili urbani. Intanto è venuto fuori che nel cortile della cascina ci sono una quarantina di baracche di lamiera, legno e cartone usate come box per le auto degli abitanti delle case vicine. 


domenica 8 giugno 2014

Escursioni su sentieri facili. Da Tavernette a San Gervasio (Torino)

L'inizio del sentiero è posto sulla destra di Strada Tavernette poco prima del cartello che indica sulla destra il Centro del paese. Punti di riferimento una cetralina grigia dell'ENEL ed una edicola votiva a ridosso del muto in mattoni di una vecchia cascina. Un microscopico cartellino indica  ---> San Gervasio.

Tutto il percorso è marcato con tacche di vernice GIALLO-BLU a volte molto sbiadite o sporadiche. Il sentiero si apre verso nord con ampi tratti a coltura, per lo più vigneti ed alberi da frutto, prima di diventare un tratturo incavato nella vegetazione che nelle giornate estive offre un piacevole riparo dai raggi del sole. In poco meno di un'ora, attraversando un ampio vallone incolto, si giunge senza difficoltà all'entrata del monastero di San Valeriano. Qui una comunità di monaci segue la regola benedettina scandendo le ore della giornata secondo precisi riti (ufficio delle Letture e delle Lodi mattutine, ora sesta, ora nona, Vespri e Compieta).

Entrando per una fugace visita, si imbocca un ampio viale molto ben curato al fondo del quale si scorge la chiesa, molto semplice, disadorna, posta su di un suggestivo balcone naturale che domina la piana. Ritornati sulla nostra strada si imbocca il sentiero sterrato lasciando la via asfltata che scende verso la provinciale. Lungo tutto il tragitto non si incontrano grandi pendenze, salvo piccoli tratti la via è agevole e ben tenuta. Dopo un a mezzora di cammino si giunge, alla fine di un ampio vallone, alle case poste alla periferia della borgata VILLAR ALTO. Qui il fondo è nuovamente asfaltato: si scende sino ad un incrocio al centro della borgata e voltando a sinistra (indicazioni visibili) ci si immette costeggiando la recinzione di una abitazione privata su uno stretto sentiero che scende a gardini fino a superare un ruscello su un ponticello in ferro. 


Ormai si è vicini alla meta, si risale dall’altro lato e dopo un tratto in piano si segue lo sterrato in salita per alcuni minuti sino a giungere al cimitero di SAN GERVASIO.

Il luogo è piacevolemente isolato. Il campanile, le cui origini risalgono al secolo IX, si innalza, modestino in altezza ma con la solidità dei secoli nelle sue pietre sconnesse, discosto dalla corpo della chiesa che è parte delle mura del cimitero.
Un affresco quattrocentesco adorna una delle sue pareti quello rivolto alla chiesa. Lo stato di conservazione è cattivo, la pulizia del luogo scadente (bottiglie di birra e bibite disseminate sotto la panca in pietra e una ddirittura sulla tettoia di tegole che protegge l'affresco: ma è ancora possibile scorgere il tratto fine del viso della madonna e i colori delle vesti degli angeli.

Il cimitero, oltre all'antico portale in legno chiuso da una serratura con chiave e catena, non presenta nessun angolo suggestivo. E' anzi abbastanza spoglio e trascurato: la parte antica, prospiciente la chiesa, presenta lapidi comuni, la parte moderna ha tre enormi tombe marmoree di pessimo gusto, poco in sintonia con l'atmosfera raccolta del luogo. Il ritorno avviene per la stessa strada dell'andata.

Inizio del sentiero da Tavernette.