Annuncio del 14 marzo 1907
sabato 29 novembre 2014
venerdì 15 agosto 2014
Il Prof Dianzani
La Stampa, 13 aprile 2012
ROMA – E' morto a Roma all'eta' di 80 anni il professor Ferdinando Dianzani. Formatosi all'universita' di Siena ha passato molti anni negli Stati Uniti dove ha insegnato microbiologia. Scienziato di fama internazionale per i suoi studi sul linguaggio molecolare tra le cellule, e' stato tra i primi ad occuparsi del virus dell' Aids. Dianzani e' stato professore di virologia prima all'universita' La Sapienza di Roma e poi all'universita' Campus Biomedico dove ha ricoperto anche il ruolo di preside della facolta' di medicina. Componente della commissione nazionale Aids era diventato un punto di riferimento per lo studio delle terapie antivirali.
Fu mio professore di Microbiologia all'Università di Torino, quando frequentai per alcuni mesi l'Istituto come interno. Lo incontrai poche volte, sempre impegnato com'era in giro per l'Italia e per il mondo. Aveva un vezzo, un lungo camice nero (al posto del regolamentare bianco) che indossava per muoversi tra i banconi affollati di storte e piastre con fare affabile ed un inconfondibile accento toscano. Poco prima di lasciare l'Istituto di Microbiologia (pungere orecchie ai conigli e maneggiare colorati liquidi pieni di particelle virali non mi erano apparse esperienze particolarmente stimolanti) partecipai alla cena di fine anno accademico del suo team. Stipati su di una lunga berlina familiare faccemmo rotta verso un ristorante della cintura torinese. Nessuno sapeva bene cosa dire per rompere il silenzio che gravava all'interno della vettura.. Fu lui alla guida che abbassando il capo e fissando il cielo esclamò: Quello mi sembra un falco! Tutti guardammo su, fissando la volta celeste al tramonto... Chissà se lo era davvero quel puntino mobile, un falco.... Assentimmo rispettosi e per incanto il ghiaccio fu sepzzato: nell'abitacolo l'atmosfera cambiò e si cominciò a discutere animatamente delle infezioni aviarie...... Una bella serata.
Un piccolo ricordo, un'interveista riasciata nel marzo del 1988....
'SIGNORI, ECCO IL KILLER CHE SCONFIGGERA' L' AIDS...'
ROMA Che cos' è un virologo se non un cacciatore di virus, un detective del microscopio? Ferdinando Dianzani, uomo colto, toscano, simpatico, possiede un certo phisique du role: anche fisicamente ha quell' aria quadrata, paziente e franca del ricercatore. Dirige l' Istituto di Virologia dell' Università di Roma dove siamo andati a intervistarlo sull' Aids. A che punto siamo nella guerra contro il virus Hiv? Che se ne sa di questo infinitesimo nemico dell' umanità? E i ricercatori, gli scienziati, verso quale obiettivo hanno puntato le loro armi? Nel corso dell' intervista il telefono del professor Dianzani ha squillato incessantemente. Anche senza voler origliare siamo stati costretti a constatare quanto Dianzani e il suo Istituto siano bersagliati dalla richiesta di informazioni recenti da parte dei ricercatori internazionali e stranieri. Più d' una volta ci è sembrato di cogliere allusioni a qualcosa di allarmante, o di confortante, ma ancora coperto dal segreto assoluto. Professore, la reticenza sull' epidemia di Aids è palpabile...... [continua]
sabato 12 luglio 2014
Cascina La Grangia Torino: storie cittadine
Come è possibile leggere sul sito di MuseoTorino le origini di questa cascina risalgono al '400/500 quando la sua struttura era ancora costituita da "un corpo unico di fabbrica suddiviso su due livelli fuori terra, con abitazione e stalla al primo piano e camera e fienile al secondo". La planimetria a "corte chiusa" si sviluppa solo nel corso dei secoli. Nell'assedio del 1706 la cascina fu utilizzata come fureria e come caposaldo della difesa della zona. Sessant'anni dopo viene descritta come un corpo chiuso circondata da campi, orti e giardini.
Nel 1978 era ancora possibile leggere sul giornale cittadino la notizia che in via Gradisca, alla cascina La Grangia, le mucche erano di casa assieme a polli e galline. Muche che all'uscita mattutina dalla cascina, nel tragitto fino ad un prato vicino, creavano un certo scompglio tra gli automobilisti.
Cascina La Grangia, Grange. Carta Topografica della Caccia, 1760-1766
Nel 1978 era ancora possibile leggere sul giornale cittadino la notizia che in via Gradisca, alla cascina La Grangia, le mucche erano di casa assieme a polli e galline. Muche che all'uscita mattutina dalla cascina, nel tragitto fino ad un prato vicino, creavano un certo scompglio tra gli automobilisti.
Nel 1981 il coordinatore della commissione urbanistica, Eros Ricotti dichiarava che si stava valutando "la possibilità di fare di questa cascina, un centro comunitario dove collocare attività per handicappati ultraquattordicenni, laboratori artigianali, sale per riunioni e centri d'incontro per giovani e anziani e sarebbe nostra intenzione anche dar vita a un museo agricolo viste le caratteristiche della sede, che possiede un valore storico-artistico"
Paole cadute nel vuoto, tant'è che nel 2001 la cascina la Grangia viene demolita. Nel settembre dell'83 già si era avviata la lenta agonia. E' di quel mese un articolo, sempre su La Stampa, che recita:
Condanna a morte per la cascina Un sopralluogo dei vigili del fuoco ha stabilito che è pericolosa. I prati e campi che la circondavano ora sono coperti da case - Vi sta sorgendo l'Istituto Alberghiero -
Condanna a morte, per fatiscenza. per l'ultima cascina Urbana di Torino, un grosso edificio più che cadente che fiancheggia via Ricaldone, tra via Caprera e via Oraglia, appena a ridosso del centro della città, a meno di 500 metri dalla chiesa di Santa Rita. I vigili del fuoco, dopo un sopralluogo richiesto dalle famiglie delle case circostanti, preoccupate dalle continue cadute di tegole e calcinacci sulla strada, l'hanno giudicata inagtblle. Ma questa volta, il problema non è soltanto di trovare un tetto alle due sorelle che vi abitano, Gina e Antonietta Cornelio, ma di reperire in poco tempo una stalla per le loro 32 mucche, unica fonte di guadagno e ragione di vita. Se un posto per gli sfrattati si trova con una certa facilità (ci sono gli alberghi, gli alloggi-parcheggi), una sistemazione per vitelli e mucche da latte, in città è molto più ardua. Ci hanno provato leri i vigili urbani del quartiere, più propensi ad usare umanità e buon senso che ad applicare alla lettera la legge. Sembrava si potessero parcheggiare temporaneamente al mattatolo civico, ma motivi sanitari hanno consigliato, di soprassedere. La cascina «La Grangia., che una volta aveva di fronte 5O giornate di terreno oggi diventato città, è di proprietà degli eredi dell'industriale farmaceutico Marco Antonetto, quello dei celebre digestivo. Sembra che in passalo una parte del terreni sia stata data al Comune a prezzi irrisori per costruire scuole e una chiesa in cambio della possibilità di edificare sull'area dell'attuale cascina. Ma evidentemente, qualcosa non è andato per il verso volulo dai proprietari e ora la zona è destinata sia ad edilizia economico popolare (legge 167) sia a sede di un centro civico voluto dal quartiere. Alle spalle si sta già realizzando il nuovo Istituto alberghiero. La cascina, quindi, deve andarsene. Ma chi ci abita e ci alleva 32 mucche non vuole sentire ragioni: -Macché crolli — diceva ieri mattina ai vigili del fuoco Gina Corneno. trattenendo le lacrime —, sono ventannl che stiamo qui dentro e non è mai caduto un mattone-. Un'affermazione, questa, che, a chi ha dato un'occhiata all'edificio, è apparsa per lo meno ottimistica: muri sbrecciati, tetti e pareti puntellati alla meglio, tegole sospese al cielo. E tanta sporcizia. • Come si fa a dirci di andare via da un giorno all'altro? E le bestie dove le mettiamo? Prima ci hanno cacciato dai prati per farci la scuola alberghiera, adesso vogliono cancellarci, si e ancora lamentata Gina Corneno con i vigili urbani. Intanto è venuto fuori che nel cortile della cascina ci sono una quarantina di baracche di lamiera, legno e cartone usate come box per le auto degli abitanti delle case vicine.
domenica 8 giugno 2014
Escursioni su sentieri facili. Da Tavernette a San Gervasio (Torino)
L'inizio del sentiero è posto sulla destra di Strada Tavernette poco prima del cartello che indica sulla destra il Centro del paese. Punti di riferimento una cetralina grigia dell'ENEL ed una edicola votiva a ridosso del muto in mattoni di una vecchia cascina. Un microscopico cartellino indica ---> San Gervasio.
Tutto il percorso è marcato con tacche di vernice
GIALLO-BLU a volte molto sbiadite o sporadiche. Il sentiero si apre verso nord con ampi tratti a coltura, per lo più vigneti ed alberi da frutto, prima di diventare un tratturo incavato nella vegetazione che nelle giornate estive offre un piacevole riparo dai raggi del sole. In poco meno di un'ora, attraversando un ampio vallone incolto, si giunge senza difficoltà all'entrata del monastero di San Valeriano. Qui una comunità di monaci segue la regola benedettina scandendo le ore della giornata secondo precisi riti (ufficio delle Letture e delle Lodi mattutine, ora sesta, ora nona, Vespri e Compieta).
Entrando per una fugace visita, si imbocca un ampio viale molto ben curato al fondo del quale si scorge la chiesa, molto semplice, disadorna, posta su di un suggestivo balcone naturale che domina la piana. Ritornati sulla nostra strada si imbocca il sentiero sterrato lasciando la via asfltata che scende verso la provinciale. Lungo tutto il tragitto non si incontrano grandi pendenze, salvo piccoli tratti la via è agevole e ben tenuta. Dopo un a mezzora di cammino si giunge, alla fine di un ampio vallone, alle case poste alla periferia della borgata VILLAR ALTO. Qui il fondo è nuovamente asfaltato: si scende sino ad un incrocio al centro della borgata e voltando a sinistra (indicazioni visibili) ci si immette costeggiando la recinzione di una abitazione privata su uno stretto sentiero che scende a gardini fino a superare un ruscello su un ponticello in ferro.
Ormai si è vicini alla meta, si risale dall’altro lato e dopo un tratto in piano si segue lo sterrato in salita per alcuni minuti sino a giungere al cimitero di SAN GERVASIO.
Ormai si è vicini alla meta, si risale dall’altro lato e dopo un tratto in piano si segue lo sterrato in salita per alcuni minuti sino a giungere al cimitero di SAN GERVASIO.
Il luogo è piacevolemente isolato. Il campanile, le cui origini risalgono al secolo IX, si innalza, modestino in altezza ma con la solidità dei secoli nelle sue pietre sconnesse, discosto dalla corpo della chiesa che è parte delle mura del cimitero.
Un affresco quattrocentesco adorna una delle sue pareti quello rivolto alla chiesa. Lo stato di conservazione è cattivo, la pulizia del luogo scadente (bottiglie di birra e bibite disseminate sotto la panca in pietra e una ddirittura sulla tettoia di tegole che protegge l'affresco: ma è ancora possibile scorgere il tratto fine del viso della madonna e i colori delle vesti degli angeli.
Il cimitero, oltre all'antico portale in legno chiuso da una serratura con chiave e catena, non presenta nessun angolo suggestivo. E' anzi abbastanza spoglio e trascurato: la parte antica, prospiciente la chiesa, presenta lapidi comuni, la parte moderna ha tre enormi tombe marmoree di pessimo gusto, poco in sintonia con l'atmosfera raccolta del luogo. Il ritorno avviene per la stessa strada dell'andata.
Un affresco quattrocentesco adorna una delle sue pareti quello rivolto alla chiesa. Lo stato di conservazione è cattivo, la pulizia del luogo scadente (bottiglie di birra e bibite disseminate sotto la panca in pietra e una ddirittura sulla tettoia di tegole che protegge l'affresco: ma è ancora possibile scorgere il tratto fine del viso della madonna e i colori delle vesti degli angeli.
Il cimitero, oltre all'antico portale in legno chiuso da una serratura con chiave e catena, non presenta nessun angolo suggestivo. E' anzi abbastanza spoglio e trascurato: la parte antica, prospiciente la chiesa, presenta lapidi comuni, la parte moderna ha tre enormi tombe marmoree di pessimo gusto, poco in sintonia con l'atmosfera raccolta del luogo. Il ritorno avviene per la stessa strada dell'andata.
Inizio del sentiero da Tavernette.
domenica 20 aprile 2014
Il giardino zoologico di Torino al Parco Michelotti
La storia del giardino zoologico di Torino si dipana nell'arco di poco più di trenta'anni dal 1955 al 1987. La sua nascita avviene nel 1955 quando la Giunta comunale delibera di concedere la zona del Parco Michelotti, per trent’anni, alla Società Molinar. La scelta del luogo viene fatta dopo aver preso in considerazione altre aree scartate, come nel caso del Giardino Ginzburg, per non oscurare la prospettiva del Monte dei Cappuccini. Per chi desiderasse approfondire il tema suggerisco il seguente link
http://enzocontini.wordpress.com/2013/01/17/lo-zoo-di-torino-nel-parco-michelotti-dal-20101955-al-3131987/
Di seguito le vicende del giardino zoologico desunte dagli articoli de La Stampa dalla sua nascita nel 1955 alla chiusura nel 1987
15 Gennaio 1955
Dopo la decisione
presa dal Comune. Si cerca un giardino per la sede dello Zoo.
Il parere del soprintendente ai Monumenti e alle Belle Arti:
non guastare il panorama caratteristico, il Monte dei Cappuccini. Non v’è dubbio che una delle decisioni più
simpatiche e popolari prese di recente dall'amministrazione civica sia stata
quella di dotare Torino d'un giardino zoologico, accettando una nota proposta
privata. Cosi poco pittoresca è la vita contemporanea in una grande città, così
tediose e monotone sono le giornate malgrado il tumulto delle cose e dei casi
straordinari — anzi, proprio per questo, perché nulla v'è di più malinconico
del non potersi più stupire, nel male e nel bene —, che l'idea degli elefanti e
delle tigri, degli orsi e dei pitoni, delle scimmie e dei marabù sulle rive del
Po, ridestò in tutti, grandi e piccini, fantasie liete, colorite di esotismo.
Benvenute dunque le belve, quando giungeranno in questa nordica e nebbiosa
Torino. Dove ospitarle, dove crear loro,
così la dimora, l'illusione della selva, del deserto, del fiume questa scelta, il Municipio l'ha fatta. Tra i vari
luoghi che la città offre, sulla sponda del Po, a ponente di corso Moncalieri e
a breve distanza dalla Gran Madre di Dio, fra la villetta della Società
canottieri «Esperia» ed il grande edificio del Centro ricreativo Fiat, si stende
un terreno lievemente ondulato di forse trecento metri per ottanta, con qualche
albero annoso, sistemato con decoro a zone erbose, vialetti, giovani alberelli,
con al centro un piazzale per giochi sportivi. E' il Giardino Leone Ginzburg,
nome caro alla memoria di tutti gli spiriti liberi e colti. I nostri padri
coscritti hanno detto: Ecco il luogo ideale; il puma riudirà il mormorio delle
correnti amazzonie, il giaguaro risognerà l'agguato dell’alligatore. Hanno dimenticato un
particolare: che proprio sopra il Giardino Ginzburg, al di là del
Corso Moncalieri. s'alza boscosa — precisiamo, in via di rimboschimento — la
costa del Monte dei Cappuccini; e che questa deliziosa, impareggiabile, e tanto
caratteristica architettura torinese, per metà naturale e per metà
creazione dell'uomo, offre la sua visuale più bella e completa, serena,
armoniosa, col nitido poliedro della chiesa del Vittozzi e il lungo fianco del
convento, dal nobile ingresso di corso
Cairoli, sull’opposta riva del nostro caro fiume. A questa incantevole e stampa
antica bavarese serve di ben composta base, raccolta e amena, appunto il
Giardino Ginzburg, ultimo lembo di terra, su codesta sponda, libero ancora
d'intruse presenze di fabbricati. Perchè di fabbricati, quantunque di ridotte
dimensioni, necessiterà pure il nuovo giardino zoologico; gli elefanti, ad
esempio, vogliono una loro casa, esigono <casette> le più freddolose
fiere; poi ci saranno rocce artificiali, gabbie, steccati, reti, pali e piloni.
Sappiamo che l'architetto Manfredi, incaricato di studiare la sistemazione, ha
fatto miracoli, da quell'intelligente progettista che è; ma sappiamo anche che
non si tengono leoni e tigri come conigli; e allora addio al fianco aprico del
nostro bel Monte, già guastato da quello stupido piazzaletto-fontana. Proprio è
obbligatorio, a Torino, alterare i più tipici aspetti locali? Si effettuerà la
minaccia all'antica Bastita, il famoso <castelletto del Po>, cui il
giovane duca Carlo Emanuele, dopo averlo comprato dai conti Scaravelli,
ascendeva nel 1583 — con il corteo recante la gran croce di legno — per donarlo
ai Padri Cappuccini? Di questo proposito è impensierito il soprintendente ai
monumenti prof. Chierici, cui spetta anche la tutela del paesaggio torinese.
Come non esserlo? Basta immaginarne le conseguenze; e con lui è d'accordo il
prof. Giorgio Rosi, ispettore centrale della Direzione Antichità e Belle Arti.
Si dirà: i soliti guastafeste, coi loro bastoni da gettar nelle ruote d'ogni
idea accolta con favore. Nessuna festa da guastare: basta non guastare, invece,
e irrimediabilmente, uno dei pochi panorami caratteristici che restano a
Torino. Chi penserebbe, a Parigi, di toccare i dintorni del Pont Neuf, di
disturbare la quiete della Pointe du Vert-Galant? La vera civiltà, che è sempre
gusto e cultura, è fatta anche di queste minuzie. Allora, niente giardino
zoologico? Manco per sogno. Ci sono altri luoghi: il Parco Michelotti, ad
esempio, nei pressi del ponte Regina Margherita. Nessuno più di noi strenuo
difensore del Valentino; ma, scelto bene il punto, le belve ci potrebbero
stare. Poi c'è la zona, che sarà tutta giardinata, di corso Polonia. Lontana?
L'elefante Annone di papa Leone X era la mascotte del popolo romano.
Il popolo torinese non farà una passeggiata per vedere il suo elefante?
2 marzo 1955
Le partenze di Arduino e Sandro Terni per una spedizione
nelle foreste Caccia per lo «Zoo». Il serraglio di Torino sarà il più moderno
d'Europa
Per la costruzione
del giardino zoologico, pronto secondo le previsioni entro luglio di
quest'anno, i tecnici devono risolvere sempre nuovi problemi. Approvato il
progetto che l'8 marzo sarà presentato al Consiglio Comunale, discussa la
sistemazione, iniziate le prime delimitazioni sul terreno del parco Michelotti,
si comincia orai a parlare degli animali. Una popolazione di 2000 unità non è
facile da riunire tenendo conto delle migliaia di chilometri che separano il
luogo di nascita di leoni e leopardi da quello dei pinguini o degli orsi
polari. Ma gli organizzatori non si spaventano delle distanze, nè delle
difficoltà. Fra meno di un mese cacciatori ed esperti partiranno da Torino per
i quattro angoli del mondo. Primo fra tutti, come è naturale, sarà Arduino
Terni, l'uomo che da parecchi lustri vive cercando e allevando, con l'amore del
collezionista, animali di ogni latitudine ed è stato uno dei migliori
collaboratori dei fratelli Molinar nel nome da quali continua a lavorare.
<Non posso dirvi nulla per ora dello Zoo di Torino — ci ha detto stamane nel
suo ufficio di via Goldoni — una cosa è certa: sarà fra i più belli e quasi
certamente uno dei più moderni d'Europa. Poche gabbie, molta libertà per gli
animali: questo è il nostro motto. Terni sta preparando qualche grossa sorpresa
per lo zoo di Torino. Fra pochissimo tempo andrà in Birmania a raggiungere il
figlio Sandro diciottenne, partito anch'egli alla caccia di elefanti. Oltre ai grossi pachidermi arriveranno sulle
rive dei Po dall'Oriente tigri malesiane, orsi, serpenti dalle lunghe schiene
striate. E, forse, il rinoceronte indiano. Sono animali ormai rarissimi, quasi
introvabili — racconta Terni — un tempo gli indigeni li uccidevano senza pietà
per prendere il loro unico corno da cui traevano una sottilissima polvere
inebriante, Nel '52 ho partecipato ad una battuta di caccia contro questo
strano rinoceronte. Un’avventura piena di emozioni. Abbiamo impiegato un mese e
mezzo per portare l'enorme bestione pesante 22 quintali, in una fossa pantanosa
di dove si poteva farlo entrare, senza ferirlo, in gabbia. Il nuovo giardino
sarà ricco anche di belve feroci: un collaboratore di Arduino Terni sta
girando, in questo momento, le foreste dell'Africa equatoriale per catturare
leoni, tigri, pantere, puma, ippopotami. Fenicotteri palmipedi, rapaci, uccelli
tropicali, serpenti saranno presenti, come in ogni zoo che sia degno dir questo
nome, anche nel giardino di Torino. Poiché noi vogliamo accontentare i gusti
del pubblico ci porteremo anche numerose scimmie, orsi e foche, gli animali più
amati dai visitatori, i veri incontrastati divi degli zoo di tutto il mondo.
3 giugno 1955
Arrivano le belve. A Parco Michelotti si lavora alacremente
per portare a termine la costruzione di gabbie, recinti, fontane. Gli animali
saranno ospitati provvisoriamente allo zoo di Milano.
18 luglio 1955
Arrivano i primi ospiti. Leoncini e scimmie entrano nel giardino
zoologico. Il Sindaco in visita al cantiere.
2 settembre 1955
La firma per lo Zoo. A mezzogiorno è stato firmato l'atto di
nascita dello Zoo di Torino. Il signor Terni, amministratore della ditta Molinar,
si e recato dal Sindaco e in sua presenza ha siglato la convenzione. Il
giardino zoologico, uno dei più piccoli e più belli d'Europa, sarà aperto alla
fine di settembre. Le scolaresche avranno ingresso libero, il prezzo del
biglietti sarà di 100 lire per gli adulti e 5O per militari e ragazzi.
20 Ottobre 1955
Sarà inaugurata nel
pomeriggio dal Sindaco la città zoologica al parco Michelotti. I vigili del fuoco alla caccia di un pellicano
fuggito nella notte. Da oggi pomeriggio Torino avrà un suo zoo: un pizzico di jungla
nel Parco Michelotti, una delle zone più suggestive del lungo Po. Sarà uno zoo
modesto nelle proporzioni, ma il più moderno di tutta Europa. Stamane
arriveranno gli ultimi ritardatari: un orso bruno, regalo dello zoo di Vienna,
decine di uccelli esotici e numerose scimmie. Poi il Parco sarà al completo,
pronto per la cerimonia inaugurale che si svolgerà alle ore 16 con la presenza
del Sindaco avv. Peyron e di altre autorità. Lo zoo (il progetto è opera
dell'ing. Gabriele Manfredi) si vale di una costruzione geniale che unisce alla
razionalità degli impianti, una moderna eleganza di linee: le gabbie, le
vasche, le abitazioni notturne, le isole degli anfibi hanno fisionomie del
tutto diverse da quelle che hanno sempre caratterizzato tali impianti. Le
recinzioni, nel limite del possibile, sono ridotte al minimo, grazie anche a
particolari accorgimenti i quali, mentre non consentono alcuna possibilità di
fuga agli animali, danno al pubblico la impressione di vederli nella loro vita
di libertà. Il terreno è variamente movimentato e i sinuosi tracciati
muovendosi anche in altezza offrono una prospettiva sempre varia. Le bestie che
popolano questa minuscola loro città sono alcune centinaia. Le specie
rappresentate sono numerosissime, ma mancano i rettili e i pachidermi che
potranno essere ospitati dallo zoo quando le possibilità finanziarie (l'opera
fino ad ora è costata 8O milioni) permetteranno di realizzare anche la seconda
parte del progetto la quale comprende la casa per i pachidermi, la voliera
magica per gli uccelli tropicali e il terrarium per i rettili. Fra gli animali ospiti dello zoo sono un
bisonte europeo regalato al sindaco di Torino dal collega di Roma, tre orsi
lavatori offerti dallo zoo di Monaco, tre cervi dello zoo di Basilea, un
leopardo mandato in regalo dallo zoo di Colonia. L'elenco degli altri presenti
sarebbe lunghissimo; ne citeremo alcuni a caso: cinque leoni, due puma, due
leopardi, dieci canguri, due lama, due tigri, una pantera nera, due orsi
polari, tre cervi, un elefante, quattro otarie, quattro pellicani, cinque
zebre, cento palmipedi, dodici pinguini, quattro struzzi, centinaia di scimmie
e centinaia di uccelli delle specie più rare e dai colori più sgargianti. Il
giardino sarà diretto dal signor Arduino Terni, un veterano nel campo
zoologico, che ha al suo attivo vent'anni di Asia dedicati alla cattura e alla
raccolta degli animali esotici. Un altro personaggio importantissimo per la
città zoologica è il veterinario, che terrà sotto controllo tutti gli animali.
Già in questi giorni ne ha due in cura: un'otaria e un pellicano. I’otaria, che
è della famiglia delle foche, ha sofferto durante il lungo viaggio di
trasferimento dai mari del Nord a Torino: è rimasta circa 33 ore senza potersi
tuffare nell'acqua e questa astinenza le ha procurato disturbi che si sono
palesati al suo arrivo con inappetenza e con il desiderio di rimanere nella
tana anziché godere della magnifica piscina azzurra a disposizione sua e delle
compagne. Adesso ogni mattina il veterinario fa all'otaria ammalata una
iniezione e imbottisce di pillole una delle tante sardine che le sono destinate
per pasto. Il pellicano è malato per una brutta avventura che egli stesso ha
voluto vivere. Appena giunto allo zoo, approfittando del fatto che il suo
recinto non era ancora ultimato, riusciva a fuggire e si rifugiava nel Po,
sotto il ponte Regina, dove rimaneva per tutta la notte. L'indomani mattina,
quando i pompieri, in barca, cercavano di awicinarglisi, riusciva ad
allontanarsi nuovamente. Più tardi veniva raggiunto e catturato; ma aveva
un'ala colpita da una scarica di pallini tiratagli evidentemente da un
cacciatore poco scrupoloso. Nel giardino zoologico un ampio settore è dedicato
alle scimmie. Nelle giornate estive o comunque non fredde le scimmie potranno
stare all'aperto in un'ampia isola al centro di un pozzo di cemento di una
ventina di metri di diametro e profondo circa tre. Ai visitatori, che seguendo
un percorso in salita si affacceranno alla sommità del pozzo, gli agili animali
daranno lo spettacolo dei loro giochi: l'isola è infatti una specie di luna
park, con ruota della fortuna, giostra, sbarra e altalena. Un'altra originale
costruzione all'interno dello zoo è quella della « casa dei leoni e delle tigri,
la quale fa spicco per i quattro alti coni di cemento e vetro che sovrastano le
gabbie e alla cui sommità sono installati gli aeratori, I coni di vetro daranno
luce di giorno nelle gabbie e di notte, illuminati, saranno visibili dall'altre
Po. Il quadro scenografico del giardino è completato, oltreché dalle rocce che
delimitano i settori degli orsi e delle otarie, dalle piantagioni che, quando
raggiungeranno il loro pieno vigore, daranno un aspetto di vera jungla
all'insieme dello zoo. Ai fanciulli che con impazienza aspettano l’apertura del
giardino sarà riservata una sorpresa: essi dovranno rispondere a un referendum
per dare il nome all'unico elefante dello zoo che é arrivato al Michelotti
nella mattinata di ieri dalla Birmania.
7 agosto 1956
6 marzo 1957
Addentato da un orso un guardiano dello zoo. Guaribile in 12
giorni.
17 agosto 1958
Cinque scimmie fuggono dallo zoo e dagli alberi bombardano i
passanti
28 febbraio 1962
Bloccano il traffico in Borgo Po 23 scimmie evase dallo Zoo.
29 gennaio 1971
I leoni dello zoo se
ne vanno. Previsto il trasferimento di
una parte del giardino zoologico a Stupinigi
Lo zoo del Parco Michelotti ospita attualmente 117
mammiferi, 739 uccelli, 114 rettili e 1353 pesci su una superficie quadrata di
50.000 metri. Uno zoo medio ormai insufficiente per una metropoli quale vuole
essere Torino. Per questo il sindaco si è preoccupato di trovare una nuova
sistemazione nel parco di Stupinigi. Qui sarà possibile aumentare il numero
degli animali con nuove specie e creare un moderno parco zoologico in cui siano
abolite le sbarre e gli animali possano vivere in un ambiente naturale e non
più completamente ricostruito. E' un nuovo orientamento già adottato in alcune
capitali europee, più piacevole per i visitatori che possono unire alla visita
l'occasione per una scampagnata. Ci sarà anche, sia pure in miniatura, la
possibilità di un safari fotografico. Un progetto in questo senso è già stato
preparato e verrà consegnato nei prossimi giorni ai competenti uffici comunali.
Nel Parco Michelotti resteranno soltanto gli impianti fissi con l'acquario, che
è ancora considerato fra i più moderni e completi d'Europa, una parte degli
uccelli e degli animali più domestici. Verrebbe cosi ridotto lo zoo del Parco
Michelotti e l'area lasciata libera diventerebbe verde pubblico con la
costruzione di aiuole e fontane per il gioco dei bambini. Questa soluzione
accontenterebbe tutti: chi asserisce che lo zoo del Parco Michelotti
rappresenta un'attrattiva nel centro della città e coloro (sono la maggioranza)
che sostengono la necessità di dare alla città un grande giardino zoologico
capace di aumentare ancora il richiamo che gli animali esercitano sulla
popolazione e sul turismo. Quando sarà realizzato il progetto? Impossibile
dirlo. I problemi sono molti. Oltre al reperimento dell'area dietro il castello
di Stupinigi sulla strada per Piossasco, è necessario creare tutti i servizi
primari (acqua, luce, telefono), costruire gli edifici per il ricovero degli
animali, le abitazioni dei guardiani, i recinti e creare l'habitat per le
singole specie della fauna da ospitare. Il piano di massima è già pronto e, se
approvato, potrà dare l'avvio al progetto esecutivo. Un'iniziativa che può contare
a Torino su tecnici preparatissimi come Terni e Molinari.
Tratto da: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.612946318717365.1073741827.457641684247830&type=3
30 agosto 1972
L’ippopotamo dello zoo ucciso da una bambola. E’ un
esemplare femmina di 17 anni proveniente dalla Somalia. Da qualche giorno non
mangiava più e deperiva. All’autopsia trovata una testa di bambola
(probabilmente lanciata da una bambina) che aveva bloccato lo stomaco.
18 Febbraio 1978
I molti problemi e i moltissimi progetti del
Parco Michelotti
Lo zoo (in letargo) aspetta finanziamenti LUISELLA RE Al
parco Michelotti; il giardino zoologico si prepara ad uscire dal letargo
invernale. Proprio in questi giorni il cigno nero, «fingendo» di essere ancora
in Australia, cova le sue uova tra la neve invece che in mezzo alla sabbia
rovente. Intanto, mentre i procioni — ultimi arrivati — sono praticamente
ambientati, si finisce di preparare la gabbia destinata ai nuovi caprioli. «Ma
le novità più importanti sono altre, e riguarderanno pesci e rettili — anticipa
il vicedirettore Giusto Benedetti —. Uno zoo moderno ha scopi di divulgazione
naturalistica, ricerca scientifica, conservazione di specie rare, didattica.
Siamo piccoli, abbiamo pensato fosse meglio restringere gli obiettivi a
quest'ultimo settore, visto anche che qui arrivano più di 150 mila scolari ogni
anno. Da tutto ciò, le attuali ristrutturazioni». Da maggio, la piccola sala
superiore fino a ieri destinata ad una serie di acquari apparirà completamente
diversa. «Tre vasche mediterranee illustreranno la vita che si svolge ai
diversi livelli di profondità. In più, accanto ad alcuni esempi di acquari
"giusti" e di acquari "sbagliati", verranno esposti modelli
illustrativi delle varie fasi della riproduzione, delle leggi genetiche e di un
ecosistema: dei rapporti e degli equilibri, cioè, che caratterizzano un
determinato ambiente». Al piano sottostante, invece, due esperimenti portati
avanti con il gruppo biomarino Fias (Federazione attività subacquee) di Torino,
in primo, già in allestimento e che verrà probabilmente completato entro la
tarda primavera, consiste (ed è il primo tentativo del genere realizzato in
Italia), nella riproduzione artificiale di una biocenosi mediterranea. «In
parole povere, si tratta di mettere insieme tutti gli organismi che vivono in
natura in un certo habitat (nel caso specifico, nelle acque costiere della
Liguria), e di portarli ad un equilibrio di completa autosufficienza: con il
pesce grande che mangia il pesce piccolo; con il pesce piccolo che si
garantisce la sopravvivenza aumentando le sue capacità riproduttive, e così
via. Si tratta, ovviamente, di un'esperienza che esige un lungo rodaggio». A
farne le spese, per ora, sono stati soprattutto i paguri, decimati senza pietà.
Già a maggio, però, si spera che anemoni e cefaletti, oloturie e stelle marine,
pesci-ago, «gallinelle» e spirografi avranno raggiunto un ragionevole patto di
coabitazione. Secondo esperimento (questa volta a tempi necessariamente più
lunghi) quello relativo ad un nuovo, grande «paludario». Ospiterà libellule e
rane, bisce e ramarri, piante palustri e uccelli acquataci. Per completarlo,
bisognerà Lezione col leopardo aspettare circa un anno. «Nel frattempo —
sottolinea il direttore Terni — ci auguriamo di poter proseguire su questa
strada grazie anche ad appoggi esterni di cui fino ad ora siamo sempre stati
costretti a fare a meno. Questo zoo, com'è noto, dipende da una società privata
che in passato poteva contare su introiti legati all'importazione ed al
commercio di animali selvatici Ora però il vento è cambiato: i paesi
importatori hanno chiuso le frontiere, non possiamo più sostenere da soli un
onere finanziario tanto grande. Dì conseguenza speriamo che il Comune, il quale
da tempo dimostra di aver capito che uno zoo non è un baraccone da fiera ma può
diventare un istituto culturale con tutte le carte in regola, ci offra in
futuro qualcosa in più della sua amicizia». Un omaggio, a dire il vero, è già
stato offerto parecchi anni fa. Fu l'arrivo del professore di scienze Ernesto
Sbarsi, dislocato qui appunto dal Comune come «guida» per le scolaresche e come
responsabile delle attività culturali abbinate al settore della didattica.
Tocca a questo insegnante spiegare a decine di migliaia di ragazzi i segreti
dello zoo: il buon carattere della iena, i getti di sabbia con cui si difende
la lince, l'indole da «maschio latino» del ghepardo il quale, quasi per far
loro rabbia, si accoppia solo se in presenza di altri maschi. E tocca ancora a
lui, furibondo con le enciclopedie naturalistiche italiane («Testi orribili,
pieni di foto ma anche di errori mostruosi»), respingere per carenza di tempo e
di personale, almeno un trentesimo delle visite di scolaresche, almeno il 90
per cento delle insegnanti alla ricerca di una consulenza «che è ovviamente
gratuita, come l'ingresso offerto a tutte le scuole della città. Appunto a
Torino, patrocinato dall'istituto di antropologia, si terrà a maggio il secondo
congresso nazionale dei musei scientìfici naturalistici. Intanto (mentre nei
giorni scorsi i giornali di mezzo mondo hanno annunciato la «clamorosa
scoperta», in Nuova Zelanda, di alcuni gabbiani «Magenta Petrel» che si
ritenevano scomparsi da secoli e di cui l'unico esemplare (imbalsamato) che si
conosca, è ospitato nel museo zoologico torinese) si fanno sempre più concrete
le voci che anticipano un grande, completo Museo delle Scienze in programma su
iniziativa della Regione. Dice il prof. Sbarsi: «I ragazzi ai quali
"spiego lo zoo" non sono certo quelli che hanno buttato 33 chili di
pietre nella vasca delle otarie o che cercano di accecare gli animali in
gabbia, sono convinto che la strada per quella coscienza naturalistica e quel
rispetto verso l'ambiente che in Italia ci sono sempre mancati passi anche di
qui.
Ipotesi di chiusura. I tempi sono mutati. L'importazione di animali esotici ha subito severe restrizioni, segnando la fine di un businnes lucroso, la sensibilità ecologica verso il mondo animale si è affinata e l'animale dietro le sbarre non suscita più curiosità ma pena. Il giardino zoologico cittadino è economicamente in grave perdita e allo scadere della convenzione con la Ditta Molinar, risulta improponibile per le casse comunali l'accollarsi di un deficit così oneroso così come il riscatto di animali di cui non si sa più cosa fare.....
10 Dicembre 1985
Si riunisce la commissione che deciderà la sua sorte Ultimi
giorni per lo zoo
Entro fine mese scade la convenzione tra il Comune e la
ditta che lo gestisce - Tre ipotesi: ristrutturazione dell'impianto (la meno
probabile), trasferimento o totale abolizione - Molti auspicano un territorio
ampio e senza gabbie, che ospiti solo animali di queste latitudini Ore contate
per lo zoo? Ne discuterà giovedì la Commissione consiliare costituita
nell'ottobre scorso dalla Giunta municipale con l'obiettivo di giungere
rapidamente ad una decisione. La convenzione fra i1 Comune e la ditta Molinar,
che da trent’anni gestisce i1 Giardino
zoologico, scade infatti i1 31 dicembre mentre l'impianto, che conta ogni anno
circa 320.000 visitatori, è in cattive condizioni e necessita di interventi
radicali. Si è dunque alla vigilia di scelte Importanti, con tre soluzioni
possibili: rinnovo della convenzione (che dovrà prevedere vasti lavori di
ristrutturazione), trasferimento dell'impianto in altra sede oppure abolizione
dello zoo. L'ipotesi del rinnovo è, al momento, la meno probabile. Quasi tutte
le forze politiche sono d'accordo che l'area del parco Mlchelotti venga
destinata ad altro uso. Il plano regolatore prevede che debba diventare un
parco pubblico. Ampio credito trova invece, l'ipotesi del trasferimento, ma non
mancano vigorose pressioni per la chiusura totale. Sarebbe un atto di civiltà —
spiega l'assessore al verde Marziano Marzano — un modo per scrollarsi di dosso
retaggi che risalgono all'impero romano, rinvigoriti dopo il colonialismo, ma
ora fuori dei tempi. Lo zoo, come è concepito attualmente, non va bene.
Violenze ai danni degli animali sono incontestabili. Basti pensare a predatori
e predati costretti a vivere a contatto di vista e di odori. I bambini
avrebbero poco da perdere: lo zoo offre loro un'immagine distorta della realtà.
Non va tenuto aperto solo per il fatto che si vendono molti biglietti. C'è già
una precisa idea sul riutilizzo dell'area: -Potrebbe, nascere un parco
naturalistico con le strutture murarie già esistenti usate per ospitare piante
rare ed un cinematografo, inserito nel normale contesto della programmazione ma
specializzato nella programmazione di pellicole a tema ecologico-. L'ingegner
Luigi Momo, presidente del quartiere Borgo Po, ribadisce la volontà di trovare
un'alternativa all'attuale soluzione. Lo zoo non può essere mantenuto nella sua
attuale collocazione. Sull'utilizzo dell'area si pronuncerà il Consiglio di
Circoscrizione: un parco, magari con qualche struttura sportiva, sembra però la
soluzione migliore. Primo ad aver richiesto fermamente l'abolizione dello zoo
fu, oltre due anni fa, i1 consigliere de Sergio Galotti: E' una struttura
anacronistica — ribadisce ora — che costringe gli animali a vivere in
situazioni allucinanti e costituisce uno spettacolo diseducativo ed incivile
per le giovani generazioni-. Per il prof. Giusto Benedetti, direttore
scientifico dello zoo, -che la convenzione venga o meno rinnovata è relativo:
in caso negativo sarà la città di Torino a farsi carico dell'impianto. Una
chiusura è comunque improponibile, piuttosto può essere sensato un
trasferimento. Il giardino zoologico adesso è allo stretto: tre ettari sono
pochi, l'ideale sarebbero una quarantina. Potremmo cosi creare recinti più ampi
e zone per l'allevamento-. Dove potrebbe nascere un nuovo zoo? -Si è parlato di
Stupinigi, della Mandria e delle Voliere. Le soluzioni più praticabili sono
forse le prime due, ma è un problema che andrà analizzato nei dettagli-.
Oggetto di studio dovrà essere anche la gestione economica dell'Impianto se è
vero, come sostiene il dottor Sodaro, responsabile amministrativo della
Molinar, -che l'anno scorso il giardino zoologico ha chiuso con un rosso di
quasi trenta milioni-.
E poi l’epilogo:
22 marzo 1987
Rimangono 6 giorni alla chiusura dello zoo che era stato aperto 31 aa fa (1956):
dice il direttore: 'Ricordo quando, il 20 ottobre 1955, i giornali con orgoglio
lo chiamavano La città zoologica e lodavano il progetto avveniristico dell’ing.
Gabriele Manfredi….
martedì 1 aprile 2014
Le indagini del Maresciallo Odasso. Il delitto della cava (parte seconda)
Da La Stampa del 14 Ottobre 1952
AL PROCESSO PER IL DELITTO DI BUSSOLENO
Un pubblico assai numeroso è accorso stamane
in Corte di Assise per assistere alla prima udienza del processo a carico del
manovale Vincenzo Nebulon di 46 anni, autore di un efferato delitto.- Egli è
infatti accusato di aver ucciso la propria amante, la sessantenne Libera Danese
seppellendone poi il cadavere in una grotta nel pressi di Bussoleno. La precisa
imputazione della quale deve rispondere il Nebulon è di omicidio premeditato a
scopo di rapina, con l'aggravante dell'occultamento della salma. Lo difendono
gli avvocati De Marchi e Delgrosso. In apertura di udienza il presidente dott.
Aubert ha fatto alla Corte un breve riassunto del fatto. Il delitto venne
scoperto quasi per caso nel marzo del 1949. Il contadino Davide Plano che ogni
mattina percorreva un sentiero della montagna sopra. Bussoleno, dovette
fermarsi in una cava ormai abbandonata. Con sua sorpresa notò alcune chiazze di
sangue che segnavano quasi una striscia sul terreno fino all'ingresso di una
grotta chiusa dà poco tempo con sassi e terriccio. Osservando meglio, il Piano
scorse anche la scarpetta di una donna, pure macchiata di sangue. Certo di
trovarsi di fronte a qualcosa di criminoso, il contadino corse immediatamente
ad avvertire i carabinieri i quali, nella stessa giornata, procedettero a scvare
nella grotta. Dopo qualche ora di febbrile lavoro il carpentiere Cipriano
Tonda, che partecipava alle operazioni, trasse alla luce il cadavere di una donna
con il cranio fracassato e la bocca piena di terriccio. Attraverso le impronte
digitali la polizia scientifica identificò la morta in Libera Danese vedova Meneghelli,
d'anni 60, abitante invia della Basilica 4 e schedata nell'archivio della
Questura tra le donne di facili costumi. Nel suo interrogatorio l'imputato, un
nomo dalla corporatura atletica, non ha in sostanza modificato le dichiarazioni
già rese con la sua confessione. Durante la primavera del 1960 egli, aveva
conosciuto la Danese che abitava in una soffitta di via Basilica. Per qualche
tempo vissero insieme e poi la donna manifestò il desiderio di trasferirsi, con
il Nebulon a Bussoleno. Questa decisione non piacque al manovale che, separato
dalla moglie, dimorante appunto a Bussoleno, voleva evitare il pericolo di uno
scandalo.”Cercai in ogni modo di dissuadere la donna” ha detto l'imputato e
poi, quando appresi che in quel giorno — era il 27 marzo — si sarebbe recata a
Bussoleno, fui costretto a raggiungerla. C'incontrammo alla stazione. La Danese
recava con sè una valigetta di cui ignoravo il contenuto. Giungemmo cosi nella
zona di Calusetto in prossimità della cava. Io perdetti la calma, afferrai un
sasso e colpii ripetute volte la donna al capo finché la vidi stramazzare al
suolo, immobile. Poi,- spaventato la trascinai per i capelli nell'interno della
cava e ne nascosi il cadavere sotto un mucchio di pietre e terriccio. Gettai la
valigetta nel folto di un cespuglio.
2 Martedì 14 Ottobre 1952 LA NUOVA STAMPA
"Esasperato dal
litigio presi una pietra e picchiai la donna finchè cadde morta
Il processo in Corte
di Assise per l'omicidio della mondana a Bussoleno
Oggi l'assassino conoscerà la sua
sorte Alla fine di marzo del 1950 veniva casualmente scoperto in una cava di
pietre presso Bussoleno il cadavere di una donna più tardi identificata nella
sessantenne Libera Danese, libera, oltreché di nome, anche di costumi
nonostante l'età. Lunghe e difficili furono le indagini per individuare
l'assassino: assai più a lungo durò l'istruttoria soprattutto perchè il giudice
non aveva la possibilità di provare con elementi inconfutabili il movente del
delitto che — per indizi e per circostanze indirette — appariva tuttavia essere
stato compiuto a scopò di rapina. L'omicida. Vincenzo Nebulon di 46 anni,
operaio, venne però ugualmente rinviato a giudizio della Corte d'Assise con
l'imputazione di omicidio commesso per impossessarsi del denaro della vittima.
Il processo ha avuto inizio ieri. Dichiarata aperta l'udienza il presidente
dott. Aubert. prima di interrogare l'imputato, ha dato lettura dei verbali
contenenti le dichiarazioni da lui fatte alla polizia ed al giudice istruttore.
Dai documenti risulta che uccise la sciagurata durante un aspro litigio. La
Danese voleva andare a convivere con lui a Bussoleno in una casetta che egli
possedeva: l'imputato non voleva saperne della decisione della donna poiché a
Bussoleno risiedeva pure sua moglie e temeva — nonostante fosse da lei separato
da circa 7 mesi — che nascesse uno scandalo. Dalle parole si passò a vie di
fatto: la vecchia mondana colpi il Nebulon ad un occhio e lo graffiò: egli
perse la testa: raccolse una grossa pietra e con quella picchiò sul capo della
donna fino a quando cadde a terra inanimata . L'imputato, uomo dalla robusta
costituzione, ha ascoltato tranquillo, la lettura dei verbali. Quando Il
Presidente lo ha interrogato con tono ugualmente tranquillo ha risposto alle
domande. Aveva conosciuto la Danese — che abitava in una soffitta di via
Basilica 4 — poco tempo prima. Vissero insieme con perfetto accordo; avevano
intenzione di prendere in gerenza una bottiglieria poichè la mondana voleva
ritirarsi dalla professione. Gli screzi fra loro nacquero quando la Danese
manifestò il desiderio di andare a vivere a Bussoleno. « Cercai di dissuaderla
— ha detto il Nebulon — ma sembrava irremovibile. Il 27 marzo seppi che si era
recata al paese; salii sul treno successivo e la raggiunsi. Ci incontrammo alla
stazione; la Danese aveva con sé una valigetta; la presi e la portai a casa mia
mentre lei attendeva al caffè delle Alpi. Poi discutendo e litigando ci
avviammo verso la cava nella zona di Calusetto. Ad un tratto persi la calma e
la colpii ripetutamente con una pietra; poi spaventato trascinai il colpo
nell'interno della cava e lo nascosi sotto un mucchio di pietre — Pres. : Come
mal non è stata trovata traccia delle 400 mila lire che la donna aveva con sè?
Le aveva ricavate pochi giorni prima dalla vendita di un suo alloggetto in via
Principe Amedeo. — Imp.: Non ne so nulla; io presi
soltanto 800 lire contenute nella sua borsetta. Ha avuto quindi inizio
la sfilata dei testi : il fratello e la sorella della morta che hanno riferito
quanto denaro approssimativamente aveva la loro congiunta; il maresciallo dei
carabinieri Odasso che iniziò le prime indagini dopoché il carpentiere Cipriano
Tonda estrasse il cadavere di sotto il cumulo di pietre: il commissario di P.
S. dott. Fiumano — al quale II Presidente ha fatto gli elogi per la brillante
condotta delle indagini; conoscenti e amici dell'uccisa — fra i quali un
ottantaquattrenne che con le sue risposte spassose ha suscitato un po' di buon
umore — e dell'omicida. I difensori avvocati De Marchi e Delgrosso hanno fatto
dedurre una serie di testi — fra i quali il cappellano delle carceri ed un
compagno di cella del Nebulon — che hanno messo in luce tratti buoni ed umani
del carattere dell'imputato: ciò al fini della eventuale concessione delle
attenuanti generiche. Stamane il P. M. dott. Prosio pronuncerà la requisitoria
ed in giornata si avrà la sentenza. 1951
domenica 23 febbraio 2014
I Kennedy
Se io fossi un insegnante e dovessi spiegare un pagina della storia degli Stati Uniti d'America partirei dall' articolo riprodotto qui sotto. In esso sono concentrati molti elementi utili a capire cosa si nasconde dietro la parola "Storia", dall'epopea di una grande famiglia che nel bene e nel male ha segnato tutto il secolo, all'intreccio disumano di perversione, ottusità e moralismo ipocrita di cui nei libri di scuola non si fa cenno ma che con i Kennedy ha segnato tutto il nostro 900. Sapevamo dell'incontenibile e pericolosa esuberanza sessuale di JFK, del roccioso cattolicesimo di Bob dissoltosi per incanto di fronte alle grazie della dismessa (dal fratello) Marilyn, del più volte ricordato aleggiare della mafia su molte vicende familiari ma ancora non si era fatta attenzione su di un terribile episodio che vide la soppressione deliberata di una sorella di JFK voluta dal grande patriarca Joseph.....
ROSEMARY ERA SOLO DISLESSICA MA IL PATRIARCA JOSEPH VOLLE L' INUTILE INTERVENTO CHIRURGICO
Kennedy, famiglia crudele
lobotomizzata senza motivo sorella del presidente ucciso, John Fitzgerald Kennedy
Rosemary era solo dislessica ma il patriarca Joseph volle l' inutile intervento chirurgico TITOLO: Kennedy, famiglia crudele Lobotomizzata senza motivo sorella del presidente ucciso
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK . E' forse il piu' mostruoso e ultrasigillato cadavere nascosto nell' affollato armadio degli scandali Kennedy, in questi giorni al centro della kermesse per il trentesimo anniversario dell' assassinio di JFK. Secondo un nuovo libro, presto nelle librerie Usa, Rosemary Kennedy, la sorella "ritardata" di John, Robert e Ted, che il padre fece lobotomizzare in una controversa e mal riuscita operazione nel ' 41, non era affatto ritardata. "Era semplicemente affetta da una comunissima dislessia . scrive in "I Kennedys: la terza generazione", Barbara Gibson, ex segretaria personale della matriarca Rose per ben 10 anni, dal ' 68 al ' 78 ed ex impiegata dell' Fbi . e percio' non avrebbe mai dovuto essere sottoposta a quella crudele operazione al cervello". La dislessia, un disturbo per cui non si riesce ne' a leggere ne' a capire un testo scritto, pur essendo in grado di leggere e capire le singole parole, affligge oggi il 10% degli americani. Le sue "vittime" hanno spesso un' intelligenza fuori dal comune: Thomas Edison era dislessico, insieme al presidente Woodrow Wilson, Nelson Rockefeller, Christian Andersen, persino Albert Einstein, che spesso doveva chiedere informazioni ai vigili per ritrovare l' uscio di casa a Princeton, visto che non sapeva distinguere la destra dalla sinistra. Anche la povera Rosemary, al contrario della versione ufficiale resa fin' ora dai familiari, avrebbe avuto materia grigia da vendere. "Lo dimostrano i suoi diari . spiega la Gibson . che ho custodito gelosamente quando il clan mi ordino' di distruggerli". In essi la giovane ha immortalato la propria esistenza nell' immediato dopoguerra: "Balli al Plaza, corsi universitari, il te' pomeridiano, concerti serali, visite a Buckingham Palace, l' incontro con il presidente Roosevelt, la dieta intrapresa su consiglio di Gloria Swanson, amante del padre". E poi i film, Broadway, gli innumerevoli sport, gli amici: il tutto in una prosa brillante ricca di aneddoti intelligenti. "Ho fatto persino analizzare la calligrafia da un esperto . incalza la Gibson . che mi ha confermato la tesi dislessica". Se fosse stata davvero ritardata, come si spiega che nel ' 37, quando aveva solo 19 anni, le fu permesso di andare in Svizzera senza scorta, e per giunta dovendo badare alla sorella Eunice, di tre anni piu' giovane? La verita' e' un' altra. Suo padre, che oltre alla Swanson aveva un debole anche per il Fuhrer e il nazismo, non la riteneva all' altezza del resto del clan. Joe Kennedy voleva che tutti i suoi figli fossero puri, perfetti, incontaminati e naturalmente i primi della classe. Rosemary era l' unica "diversa" che a scuola non apprendeva con i metodi tradizionali e aveva difficolta' a emulare gli standard d' eccellenza di fratelli e cugini. Il padre la bollo' come ritardata e decise di eliminarla. Dopo il suo rientro dall' Inghilterra, dove ha servito come ambasciatore Usa e senza dire nulla alla moglie, Joe Kennedy nell' autunno del ' 41 porta la figlia all' ospedale St. Elisabeth di Washington e la fa lobotomizzare. L' operazione e' un fiasco terribile e da allora Rosemary e' ridotta a una sorta di vegetale, la testa perennemente riversa di lato, incapace di intendere e di volere. Su consiglio dell' arcivescovo di Boston Richard Cushing, Joe la fa riunchiudere nel convento di Santa Coletta e per anni riesce a nascondere la verita' alla moglie. Soltanto nel ' 61, dopo che il marito ha un ictus, Rose va a Santa Coletta e scopre la verita' . Certo, una brava madre non avrebbe aspettato 20 anni. "Ma lei come madre era pessima . dice la Gibson ., non dette alcuna attenzione ai figli e li fece allevare dalle governanti". In fondo erano state le sue continue lamentele a spingere il marito all' estremo atto. "Il risveglio sessuale di Rosemary a 21 anni la mando' in tilt . afferma il libro di Doris Kearns Goodwin edito nell' 87 .. Alta, formosa, ben fatta e con una pelle liscia e splendida, la ragazza era la piu' bella dei Kennedy". E i maschi non le davano pace. Nonostante l' avessero rinchiusa in convento a Washington, per calmarle i bollori, Rosemary la notte riusciva sempre a fuggire. "La cattolicissima Rose era terrorizzata che perdesse la verginita' o restasse incinta" spiega sua nipote Ann Gargan. Meglio la morte cerebrale, penso' allora Joe. "La soluzione finale del problema Rosemary . scrivera' in una lettera nel ' 58 . e' stata un fattore determinante che ha permesso al clan Kennedy di continuare le proprie vite e prosperare". Hitler gli avrebbe dato la medaglia.
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK . E' forse il piu' mostruoso e ultrasigillato cadavere nascosto nell' affollato armadio degli scandali Kennedy, in questi giorni al centro della kermesse per il trentesimo anniversario dell' assassinio di JFK. Secondo un nuovo libro, presto nelle librerie Usa, Rosemary Kennedy, la sorella "ritardata" di John, Robert e Ted, che il padre fece lobotomizzare in una controversa e mal riuscita operazione nel ' 41, non era affatto ritardata. "Era semplicemente affetta da una comunissima dislessia . scrive in "I Kennedys: la terza generazione", Barbara Gibson, ex segretaria personale della matriarca Rose per ben 10 anni, dal ' 68 al ' 78 ed ex impiegata dell' Fbi . e percio' non avrebbe mai dovuto essere sottoposta a quella crudele operazione al cervello". La dislessia, un disturbo per cui non si riesce ne' a leggere ne' a capire un testo scritto, pur essendo in grado di leggere e capire le singole parole, affligge oggi il 10% degli americani. Le sue "vittime" hanno spesso un' intelligenza fuori dal comune: Thomas Edison era dislessico, insieme al presidente Woodrow Wilson, Nelson Rockefeller, Christian Andersen, persino Albert Einstein, che spesso doveva chiedere informazioni ai vigili per ritrovare l' uscio di casa a Princeton, visto che non sapeva distinguere la destra dalla sinistra. Anche la povera Rosemary, al contrario della versione ufficiale resa fin' ora dai familiari, avrebbe avuto materia grigia da vendere. "Lo dimostrano i suoi diari . spiega la Gibson . che ho custodito gelosamente quando il clan mi ordino' di distruggerli". In essi la giovane ha immortalato la propria esistenza nell' immediato dopoguerra: "Balli al Plaza, corsi universitari, il te' pomeridiano, concerti serali, visite a Buckingham Palace, l' incontro con il presidente Roosevelt, la dieta intrapresa su consiglio di Gloria Swanson, amante del padre". E poi i film, Broadway, gli innumerevoli sport, gli amici: il tutto in una prosa brillante ricca di aneddoti intelligenti. "Ho fatto persino analizzare la calligrafia da un esperto . incalza la Gibson . che mi ha confermato la tesi dislessica". Se fosse stata davvero ritardata, come si spiega che nel ' 37, quando aveva solo 19 anni, le fu permesso di andare in Svizzera senza scorta, e per giunta dovendo badare alla sorella Eunice, di tre anni piu' giovane? La verita' e' un' altra. Suo padre, che oltre alla Swanson aveva un debole anche per il Fuhrer e il nazismo, non la riteneva all' altezza del resto del clan. Joe Kennedy voleva che tutti i suoi figli fossero puri, perfetti, incontaminati e naturalmente i primi della classe. Rosemary era l' unica "diversa" che a scuola non apprendeva con i metodi tradizionali e aveva difficolta' a emulare gli standard d' eccellenza di fratelli e cugini. Il padre la bollo' come ritardata e decise di eliminarla. Dopo il suo rientro dall' Inghilterra, dove ha servito come ambasciatore Usa e senza dire nulla alla moglie, Joe Kennedy nell' autunno del ' 41 porta la figlia all' ospedale St. Elisabeth di Washington e la fa lobotomizzare. L' operazione e' un fiasco terribile e da allora Rosemary e' ridotta a una sorta di vegetale, la testa perennemente riversa di lato, incapace di intendere e di volere. Su consiglio dell' arcivescovo di Boston Richard Cushing, Joe la fa riunchiudere nel convento di Santa Coletta e per anni riesce a nascondere la verita' alla moglie. Soltanto nel ' 61, dopo che il marito ha un ictus, Rose va a Santa Coletta e scopre la verita' . Certo, una brava madre non avrebbe aspettato 20 anni. "Ma lei come madre era pessima . dice la Gibson ., non dette alcuna attenzione ai figli e li fece allevare dalle governanti". In fondo erano state le sue continue lamentele a spingere il marito all' estremo atto. "Il risveglio sessuale di Rosemary a 21 anni la mando' in tilt . afferma il libro di Doris Kearns Goodwin edito nell' 87 .. Alta, formosa, ben fatta e con una pelle liscia e splendida, la ragazza era la piu' bella dei Kennedy". E i maschi non le davano pace. Nonostante l' avessero rinchiusa in convento a Washington, per calmarle i bollori, Rosemary la notte riusciva sempre a fuggire. "La cattolicissima Rose era terrorizzata che perdesse la verginita' o restasse incinta" spiega sua nipote Ann Gargan. Meglio la morte cerebrale, penso' allora Joe. "La soluzione finale del problema Rosemary . scrivera' in una lettera nel ' 58 . e' stata un fattore determinante che ha permesso al clan Kennedy di continuare le proprie vite e prosperare". Hitler gli avrebbe dato la medaglia.
Farkas Alessandra
da: http://archiviostorico.corriere.it/1993/novembre/24/Kennedy_famiglia_crudele_co_0_93112412287.shtml
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