giovedì 22 marzo 2012

Carlotta d'Aragona e Cesare Borgia

Chissà come sarebbe stata la vita di Cesare Borgia se gli fosse riuscito di impalmare Carlotta d'Aragona e non l'altra Carlotta quella d'Albret che vide così poco dopo la nascita dell'unica  figlia peraltro mai conosciuta.... 
Ma Carlotta d' Aragona sotto la protezione di Luigi XII Re di Francia ebbe il coraggio o l'impudenza di rifiutare la corte del futuro Valentino presentatosi alla corte di Francia con vesti di un lusso sfarzoso. Cesare Borgia d'altro canto aveva pur nella sua giovane età un passato già discutibile. Nominato cardinale dal padre Papa Alessandro VI si era ben presto liberato degli onori ecclesiali per rincorrre il sogno impossibile di avere un regno tutto per sè. Sposare Carlotta d'Aragona voleva dire aver garantito il possesso del Regno di Napoli essendo Carlotta figlia di Federico II Re di Sicilia e Napoli. Ma a Carlotta di vivere con uno "scardinalato" non ci pensava affatto, così chiese l'impossibile ossia la rinuncia francese ai diritti su Napoli e l'impossibile le venne giustamente negato...
Ma a Cesare poco importava chi gli sarebbe stato accanto in qualità di legittima sposa, l'unica vera passione era la conquista del potere che in quegli anni turbolenti voleva dire avere una terra e uno stato il più vasto possibile. Il tempo non giocava a suo favore visto che l'unica speranza di ottenere un regno era riposta nell'ormai settantenne padre Rodrigo, ossia Papa Alessandro VI. Cesare era sicuramente consapevole  che con la morte del genitore, come  in effetti avvenne pochissimi anni più tardi nel 1503, sarebbe iniziato il lento declino delle sue fortune e la fine del sogno. Per questo motivo nel brevissimo spazio di un pugno d'anni Cesare scatenò le sue soldataglie in lungo e in largo per la penisola riuscendo in poco meno di un decennio (1498-1507) a essere signore della Romagna  e a progettare la conquista di parte della Toscana. Il suo pensiero dominante era la guerra e il piacere della conquista e per soddisfare queste pulsioni non arretrava di fronte ad una preordinata eliminazione fisica di suoi avversari. L'uso dei sicari fu una sua peculiare prerogativa. Rimaneva molto poco tempo al Valentino per altri piaceri. Due figli, illegittimi, pare li ebbe con una delle dame di compagnia al seguito della sorella Lucrezia, certa Drusilla, il che presuppone una certa continuità di consuetudine. Di certo la buona Carlotta d'Albret ebbe molto poco agio di giacere col legittimo sposo, peraltro rifiutato con sdegno dalla sua omonima. Quando  Cesare muore ha 31 anni e in un arco temporale brevissimo è riuscito ad incarnare alla perfezione la figura ispiratrice del Principe di Macchiavelli. A Carlotta d' Aragona Cesare ripugnava fisicamente e, forse guidata da un fine istinto e da una personalità fuori del comune, seppe tenersi lontano dalle furiose vicende esistenziali del grande condottiero. La sorte le assegnò un matrimonio dignitoso con Guy de Laval che Anna di Bretagna futura moglie del Re di Francia aveva protetto e aiutato fin dalla giovinezza. Come già per la madre, morta nel darle la luce anche il destino di Carlotta d'Aragona doveva concludersi con la nascita della primogenita. Morì di parto all'età di 26 anni. Della sua prole solo una delle sue figlie, Anna nata nel 1505 sopravvisse fino all'età adulta ed ebbe a sua volta figli. Carlotta d'Albret non fu più fortunata: morì nel 1514 a soli 34 anni....

martedì 6 marzo 2012

Gli autoscontri a Ferragosto in valle

Gli autoscontri ovvero le automobiline


Per molti anni gli autoscontri montarono la loro pista metallica per la festa dell'Assunta al Dopolavoro ferroviario di Bussoleno. Ogni anno a cavallo del 15 agosto il paese era percorso dal brivido della grande festa d'estate. Verso sera l'animazione raggiungeva il culmine. Celentano cantava "Ora sei rimasta solaaaa..." e Rita Pavone "Alla mia età....", di tanto in tanto la musica spariva per lasciar posto all'altoparlante che richiamava gli indisciplinati o annunciava una nuova corsa. Così per molte stagioni, finchè durarono i miei soggiorni estivi in campagna. Era interessante, ai bordi della pista, seguire le varie strategie dei partecipanti. C'era chi guidava con sussiego e prudenza, girando alla larga, col viso serio di chi sta eseguendo un lavoro e che tiene a dimostrare di non essere li per divertimento. C'erano i maschi allupati che col viso paonazzo e la smorfia di chi non ha nulla da perdere incollata sulle labbra, puntavano gridando sulle coppie di ragazze chioccianti alla ricerca di cozzi plateali... In mezzo stavano tutti gli altri, adulti con bambini piccoli che cercavano di star fuori dalle mischie lanciando sguardi velenosi a chi si accostava, coppiette assorte ed incuranti degli agguati... Ma su tutti e tutto dominavano gli addetti al controllo della pista. Si trattava di giovani agili e spavaldi che saltavano qua e là sui bordi in gomma delle vetturette per indirizzare, redarguire o più semplicemente staccare i biglietti. Il loro concentrato impegno nello svolgimento della mansione avrebbe meritato ben più alte responsabilità ma ciò che incantava me bambino era la loro ostentata sicurezza e consapevolezza di essere, nella calda serata d'estate, i veri protagonisti della scena.


sabato 3 marzo 2012

Monssù Cerutti («Ch'a lu fica 'n cül a tüti») o il Duce

La visita di Mussolini, il Duce, a Torino nel maggio del 1938 può essere letta in due ottiche diverse. 
Quella della relazione puntigliosa, prolissa,  del giornalista de La Stampa oppure quella di Alessandro 
Barbero che ha il vantaggio di godere della prospettiva storica ormai ben definita e lontana e quindi 
più vicina alla realtà
Tratto da: https://www.museoarteurbana.it/litalia-fascista-e-torino-monarchica/
La Stampa 16.5.1939

A Borgo San Paolo, la Cittadella del lavoro 
Dal «Maramotti» al Dopolavoro della «Lancia» e della «Snia Viscosa» fra moltitudini osannanti 

Era chiamata «la rossa», la borgata rossa, quella di San Paolo negli anni tristi, ormai, dopo tanta onda di storia, già lontani nel tempo e nel ricordo [….]… i nostri occhi, attraverso un settennio, hanno conservato indistruttibile la visione del Duce a un certo momento asserragliato in mezzo alla folla dei lavoratori, stretto, accarezzato dai più vicini, quasi soffocato da un abbraccio che partiva da migliaia e migliaia di cuori in tumulto. Ieri l'abbraccio ideale del popolo di San Paolo al Condottiero che del popolo è la più genuina vivente espressione, ha superato l'episodio del 1932. Incontenibile ardore come allora, non c'è stato bisogno di alcuna preparazione per indurre la gente ad abbandonare le case e correre incontro a Lui: le case del Borgo che attualmente, tra uno svettare di alte, fumose ciminiere, conta più di centomila abitanti, nel chiaro meriggio di ieri si sono vuotate come per incanto. Per la seconda volta ci è toccata la lieta ventura di assistere a San Paolo al gigantesco esplodere dell'entusiasmo che dilagava di via in via e cresceva come un mare in tempesta, non avendo che un nome e una voce: Duce. Dopo l'adunata di domenica e la dimostrazione della Fiat, nessuna manifestazione ha assunto il calore e il colore di questa. E' perchè ancora una volta ha parlato, con squilli di incudine e colpi di maglio, l'anima delle officine: hanno vibrato i nervi nei lavoratori, che hanno amato prima e dopo Mussolini, e sentono fremere tutta la loro ardente passione ogni qualvolta Egli appare davanti ad essi. Un operaio, mentre la calca si faceva sempre più serrata, guardando al nostro taccuino che si riempiva di rapide note, è uscito in questa pittoresca definizione: — Che volete? Il Duce è come una centrale elettrica: l'energia che si irraggia da Lui prende tutti. Nessuno se ne può sottrarre. E con i compagni di lavoro, tornava a cadenzare il gran uomo.
Al Maramotti 
[…] La vivida fiamma ha cominciato ad avvolgere i cuori davanti al Sacrario del Gruppo rionale «Maramotti», che è al centro
del borgo. Qui le Camicie Nere che hanno fatto ala. in dense e profonde formazioni, al Condottiero, erano per i nove decimi costituite da operai: dietro di esse si assiepava la folla delle donne non inquadrate nelle file,, dei vecchi, dei bimbi: il popolo. E da tutti, nell'istante in cui il Duce, preannunciato dalle lontane acclamazioni di altra folla, è apparso, si è innalzato l'urlo senza eguale ad attestargli un affetto che è pure privo di qualsiasi possibilità di paragone. Dopo aver assistito in pio raccoglimento al rito della benedizione impartita dall'arciprete della parrocchia in cui il Gruppo è compreso, il Duce, sorridente, con il Suo consueto passo bersaglieresco ha percorso tutti i locali, elogiandone con il Federale l'ordine e la disposizione; poi, come le Camicie nere e la folla, fuori, non si stancavano di invocarlo, si è affacciato sul terrazzo. Subito dopo, lungo corso Peschiera sfavillante di tutta la gamma pittorica che possa essere offerta da una immensa moltitudine in festa, la Figura leggendaria, ritta sulla macchina, con il volto abbronzato e illuminato da una trasumanata bontà, è riafferrata dal tributo trionfale. Scorta d'onore di ciclisti. Ma ecco lo sguardo magnetico del Condottiero che, calmo sereno, tutto vede e tutto osserva, affissarsi giulivo a destra e a sinistra della macchina, su una miriade di giovani ciclisti, i quali, eludendo ogni disposizione d'ordine, pedalano ai lati del corteggio delle automobili ne delineano con agili virate i movimenti, e si distendono dietro di esse in una coorte che sembra non più finire. E' la scorta d'onore degli operai al loro Duce. Vedremo di volta in volta la folla travolgere i ripari collocati ai lati delle vie e irrompere di corsa dietro le macchine con l'illusione di poterlo seguire, il Duce, di vederlo ancora, di acclamarlo ancora; ma questi lavoratori in bicicletta, hanno trovato il modo di superare l'illusione, di trasformarla in realtà. Ecco gli agenti che montano la guardia alla vettura in corsa del Condottiero: eccoli, o signori che ansimate al di là delle Alpi per il povero popolo italiano soggetto alla schiavitù fascista; eccoli: sono gli operai della Lancia, sono gli operai della Fiat. Avanti con i pedali, o camerali! Il Duce vi guarda e i Suoi occhi ridenti vi dicono che mai Egli è cosi felice come quando si trova in mezzo a voi. Sui gradini d'ingresso del Dopolavoro Lancia, il Duce è stato ricevuto dalla consorte del defunto fondatore dello stabilimento, la signora Adele Lancia, che Gli ha porto con devote parole il saluto suo, dei suoi collaboratori che la attorniavano e dell'intera maestranza. Mussolini, che già la conosceva, si è avviato con lei nell'interno, in affabile conversare. Improvvisamente un coro femminile disposto sul palcoscenico del teatro, ha fatto vibrare l'aria con le note di un nostalgico canto. Il Duce lo ha ascoltato, applaudendo. Presso il palcoscenico la signora Lancia aveva fatto disporre il nuovo modello di automobile, una elegante berlina a quattro posti, cui sarà dato il nome di Ardea e che migliora di assai, anche nella forma della carrozzeria, il tipo precedente. Con 903cc di cilindrata, e con un consumo di sette litri e mezzo per cento chilometri, svilupperà una velocità di 108 chilometri. Il Duce, al quale la macchina è stata presentata, l'ha sottoposta a un minuto esame da conoscitore, quindi ha espresso il Suo compiacimento per la nuova realizzazione uscita dalle officine torinesi. Dai giardini del Dopolavoro, frattanto giungeva il fragore dell'invocazione affannosa dei lavoratori, ed il Duce, poco dopo, salito sulla tribuna eretta al centro, rispondeva ancora col saluto pieno di profonda e intensa solidarietà. Il tempo stringendo, Egli è immediatamente ridisceso per la visita ai locali, che ha pure elogiato. Ricevuto quindi ancora l'omaggio della signora Lancia, dei dirigenti del Dopolavoro e delle officine, dopo aver apposto la Sua firma sul registro presentatogli, è riapparso nel cortile esterno. La Sua vettura si è avviata tra un tumulto di grida osannanti, di applausi frenetici, impossibile a rendersi con semplici tratti di penna. Come fuscelli, i ripari di legno sono caduti, e il torrente in piena si è precipitato dietro la macchina, sempre circondata dai ciclisti fedelissimi. In quali vie è passata per arrivare al Dopolavoro della Snia Viscosa non è possibile dirlo. Dalla nostra 1100 non abbiamo potuto veder che la fiumana in marcia maestosa e il Condottiero, in piedi sulla vettura, nel mezzo di essa. Alla Snia, il Duce è stato ricevuto dal cavalier di gran croce Marinoni, presidente della Società, col quale si è trattenuto affabilmente. Visita rapida, come altrove. Compiacimento con i dirigenti per la magnifica sede dopolavoristica. Poi, partenza. Tutto il Borgo era ora lì. E se la macchina, in presenza del fantastico, prodigioso spettacolo, non avesse forzato la marcia, il Duce sarebbe rimasto prigioniero della immensa massa accalcata. Prigioniero dei lavoratori che avrebbero voluto non se ne andasse più.


2 marzo 2011

E Mirafiori lasciò il Duce da solo sotto la pioggia

di Alessandro Barbero


Il 15 maggio 1939, davanti a un'immensa folla operaia, Mussolini inaugurava a Torino il nuovo stabilimento della Fiat Mirafiori. Era la seconda grande fabbrica che Giovanni Agnelli creava nel capoluogo piemontese, dopo l'avveniristico stabilimento del Lingotto, aperto nel 1922. In quell'occasione, a celebrare i fasti della Fiat e sancire la sua alleanza con lo Stato era venuto il re, ma stavolta fu deciso che a inaugurare Mirafiori sarebbe venuto il Duce in persona: quello che a Torino, quando non c'erano troppe orecchie in ascolto, chiamavano in dialetto Monssù Cerutti («Ch'a lu fica 'n cül a tüti», e forse non c'è bisogno di traduzione). Non era ovvio che Mussolini quel giorno venisse a Torino, anzi non era ovvio per niente che nell'Italia fascista fosse sorta una fabbrica come Mirafiori, capace di impiegare su due turni 22mila operai. Una retorica oggi dominante pretende che nell'Italia degli anni Trenta il consenso al regime fosse pressoché universale; basta leggere le informative di polizia che ogni giorno arrivavano sul tavolo di Mussolini per sapere che non era così, e che fra le concentrazioni operaie delle grandi città del Nord l'ostilità al fascismo e l'adesione a ideali socialisti e comunisti erano largamente diffuse. Perciò il Duce non amava le grandi fabbriche, così vulnerabili, oltretutto, ai bombardamenti aerei, di cui già allora si prevedeva la spaventosa efficacia. Mussolini avrebbe preferito che l'industria italiana decentrasse la produzione; ma Agnelli voleva Mirafiori e dopo una serrata trattativa strappò il consenso alla costruzione del nuovo, colossale stabilimento, in cambio dell'impegno a costruire diverse altre fabbriche fra Marche e Toscana. Così quel 15 maggio 1939 Mussolini era a Torino, o meglio fuori Torino, perché l'area dove Mirafiori era venuta su dal nulla non era ancora urbanizzata, e si stendeva fra prati e gerbidi, non lontano dalla palazzina sabauda di Stupinigi. In omaggio alla politica sociale del regime, c'era accanto alle officine un grandioso dopolavoro, con piscina, campi da pallavolo e cento campi da bocce; c'era la mensa aziendale da 11mila posti, anch'essa una novità imposta dal Duce, perché «l'operaio che mangia in fretta e furia vicino alla macchina non è di questo tempo fascista»; c'era la rimessa per le 10mila biciclette con cui si prevedeva che gli operai sarebbero venuti al lavoro, e c'era, inevitabile, il rifugio antiaereo per l'intera manodopera, giacché Mussolini sapeva bene che la guerra sarebbe venuta, ed era deciso a non restarne fuori. Era insomma, come dichiarò lo stesso Duce, «la fabbrica perfetta del tempo fascista»; eppure Mussolini non era sicuro dell'accoglienza che avrebbe ricevuto. Era stato in visita ufficiale in Piemonte per la prima volta sedici anni prima, nel 1923, e prevedibilmente aveva esaltato tanto la tradizione militare piemontese (i «magnifici battaglioni») quanto «le mille ciminiere dei vostri stabilimenti», «questa vostra splendida città del lavoro» da cui si diceva frastornato e abbagliato. Il silenzio con cui lo avevano accolto gli operai non l'aveva smontato più di tanto: «Se in dodici mesi sono riuscito a farmi ascoltare, l'anno prossimo mi applaudiranno», dichiarò andando via. Però in occasione della sua seconda visita, nel 1925, aveva sentito il bisogno di dichiarare: «Si dice che il Piemonte è freddo. Non è vero. Il Piemonte è serio. La differenza è sostanziale!», e, in tono ancor più rivelatore di una malcelata insicurezza, «Si è detto che il Piemonte non è fascista. Altro errore!». Dopodiché non si era più fatto vedere per ben sette anni: tornò soltanto in quelli che altrove in Italia erano davvero gli anni del consenso, nel '32, nel '34, e per la quinta volta appunto nel '39. Tornava; ma i rapporti di polizia non erano incoraggianti. «Nella massa lavoratrice si riscontra sempre un ambiente decisamente avverso alle istituzioni del regime», scrivevano gli informatori nel dicembre 1937. La crisi economica e i provvedimenti per l'autarchia «hanno creato una ostilità latente per il regime, ostilità che pubblicamente non si manifesta per paura ma che può essere provata e sentita da tutti», si rincarava nel dicembre 1938. Le leggi razziali erano state accolte gelidamente, in particolare dagli ambienti cattolici, che a Torino e in Piemonte non erano - e non sono - così protagonisti della vita collettiva come avviene ad esempio a Milano e in Lombardia, ma avevano una loro discreta influenza: «Perdura l'incertezza o il malcontento di tutti», confessava la polizia, e precisava: «Negli ambienti cattolici si biasima apertamente la politica antiebraica».  Quanto all'ipotesi della guerra, e di una guerra contro la Francia e al fianco dei tedeschi, che in quella primavera del 1939 aleggiava già oscuramente nell'aria, il giudizio era ancora più netto: «Lo stato d'animo della popolazione torinese nel presente momento è chiaramente avvertito da chiunque: esso è nettamente contro ogni guerra e contro la Germania». «Udendo discorsi che qui si fanno ovunque, si ha la sensazione di trovarsi in una città che non è fascista», concludeva sgomenta la Questura torinese.
Perciò la visita del Duce fu preparata con misure eccezionali. Come si faceva sempre in questi casi, si provvide a mettere in guardina un certo numero di oppositori e sovversivi. Ma fu soprattutto la Fiat, che non voleva incidenti, a pianificare con cura la partecipazione delle masse. Tutti i dipendenti ricevettero l'ordine di presentarsi a Mirafiori la mattina del 15 maggio, con un cartellino che bisognava timbrare prima delle otto. Perciò, fin dalle prime ore del mattino decine di migliaia di persone si accalcavano davanti al palco costruito accanto all'officina principale, mentre gli operatori dell'Istituto Luce armeggiavano per riprendere le sequenze del documentario che avrebbe testimoniato l'abbraccio tra il Duce dell'Italia fascista e le masse dei lavoratori. Mussolini non ebbe fortuna: quel mattino diluviava. Chi ebbe fortuna furono le autorità locali, cui non parve vero di poter attribuire alle ore di attesa sotto la pioggia l'esito catastrofico della giornata. Quando Mussolini arrivò a Mirafiori, fra le cinquantamila persone (tante, almeno, secondo la Questura) assiepate ad attenderlo gli applausi furono radi e svogliati. La direzione Fiat aveva dato istruzioni precise, di battere le mani al suo arrivo e ad ogni pausa del discorso, «invece nessuno ha fatto niente di tutto questo», ricorda, forse con un po' di ottimismo, un'operaia. Gli applausi e le grida di Duce! Duce! vennero soprattutto dalle prime file, dov'erano gli impiegati e i membri del partito in uniforme. E in camicia nera era anche il settantatreenne Giovanni Agnelli, ex ufficiale di cavalleria e senatore del Regno, che quarant'anni prima aveva fondato la Fiat e che ora saliva sul palco accanto al Duce. «Camerati operai!» cominciò Mussolini, rivolgendosi ai cinquantamila zuppi di pioggia. Procedette poi, con qualche fatica, a spiegare quant'era importante che lui fosse lì, e che loro fossero venuti ad ascoltarlo, per disperdere le voci malevole secondo cui in Piemonte, e soprattutto fra gli operai, allignava la mala pianta dell'antifascismo. «Il Piemonte è fascista al cento per cento. E questo sia detto una volta per sempre, onde fare tramontare certe ridicole illusioni» dichiarò, da quel grande attore che era, benché non ci credesse nemmeno un po'. Esaltò, e non aveva neanche tutti i torti, le provvidenze che il Regime aveva introdotto per i lavoratori, e di cui le meraviglie del nuovo stabilimento erano la prova tangibile. Poi, sconcertato perché gli applausi erano sempre pochi, sbagliò, come gli capitava di rado di sbagliare dal palco: si vede che trovarsi lì non lo ispirava. In un discorso di cinque anni prima, a Milano, dove era abituato a trovare folle ben più entusiaste, aveva promesso agli operai salari equi, case e lavoro, e addirittura una partecipazione alla gestione delle fabbriche, non si sa con quanta soddisfazione di Agnelli e degli altri industriali. Ma invece di ripetere queste promesse, si limitò a dichiarare agli operai che erano sempre valide, proprio come le aveva formulate nel discorso di Milano. Nessuno sapeva di cosa stesse parlando, e gli applausi, tanto per cambiare, furono tiepidi. Irritato, Mussolini sbagliò ancora: chiese alla folla se non ricordava il discorso di Milano. I più zelanti, per non sbagliare, gridarono di sì; ma erano pochi. Allora al Duce saltarono i nervi. Strillò: «Se non lo ricordate, leggetelo!», e si voltò per andarsene. Agnelli, costernato, gli corse dietro, lo prese per le spalle e lo costrinse letteralmente a tornare indietro per salutare la folla; Mussolini tornò ad affacciarsi, fece il saluto romano, poi se ne andò davvero senza aggiungere altro. A Torino non sarebbe più venuto; ma si ricordava certamente di questa spiacevole esperienza, e nel ricordo accomunava, forse non a torto, il monarchico Agnelli e i suoi operai comunisti, quando tuonava da Salò, nel giugno 1944, alla notizia degli scioperi che paralizzavano Mirafiori: «Il centro della Vandea monarchica, reazionaria, bolscevica è il Piemonte».

 




venerdì 2 marzo 2012

Janos Veress (o Veres): chi era costui?

Il nome di Veress non dirà molto alla maggior parte dei lettori di questo post. Eppure se adesso, a distanza di più di 70 anni, molte persone sono operate tranquillamente mediante il principio mini invasivo endoscopico, lo dobbiamo a questo tranquillo medico ungherese. Fu lui infatti, alla fine degli anni '30 del secolo scorso, ad ideare ed utilizzare nella cura della tubercolosi, un ingegnoso ago che permetteva di creare un pneumotorace (collabimento del polmone malato) in grado di favorire la guarigione.

(Da Wikipedia)

La sua carriera fu lunga e costellata di brillanti intuizioni. Si narra per esempio che in paziente affetto da pleurite in cui si era raccolta un discreta quantità di liquido nella pleura, dopo che si fu aspirato l'essudato iniziò una crisi di singhiozzo inarrestabile. Per 11 giorni il malato non potè mangiare, nè dormire scosso da un continuo e inarrestabile singhozzo. Veres risolvette il problema inducendo un pneumoperitoneo, gonfiando cioè l'addome con aria: in tal modo la spinta del diaframma verso l'alto fu sufficiente a inibire il riflesso alla contrazione del muscolo.  

Nato nel 1903 in un villaggio sul confine magiaro si laureò nel 1927 presso l'Università di Debrecen. Diventato specialista in medicina interna nel 1932 iniziò la sua esperienza trattando quasi mille casi di pazienti affetti da tubercolosi mediante la creazione di un pneumotorace. L'ago di sicurezza, ideato per questa manovra potenzialmente pericolosa per l'integrità del polmone, venne ufficialmente pubblicizzato solo anni dopo, nel 1938, in un articolo redatto in lingua tedesca. Circa 20 anni dopo fu un altro medico di scuola tedesca Kurt Semm a diffondere universalmente  questo semplice ma geniale strumento. Nel 1973 Janos Veress lasciò il lavoro in ospedale e si ritirò a vita privata, pur continuando a svolgere mansioni mediche presso le famose terme Gellert di Budapest. Una curiosità. Veress si firmò indifferentemente in molti lavori scientifici con la doppia "S" finale come con la singola. Di questo fatto non diede mai una spiegazione.

mercoledì 22 febbraio 2012

Parigi, 1930: la scomparsa del Generale Kutepov




In questo articolo de La Stampa del 1958 viene rievocato il 
rapimento del generale bianco Kutepov, rifugiatosi in terra francese nel 1924 nel tentativo di scampare alla furia assassina del bolscevismo. Tentativo destinato a non andare a buon fine.
 
Anno XII Numero 236 STAMPA SERA Sabato 4 - Domenica S Ottobre 1958
 
GLI AFFARI CELEBRI
La scomparsa di Kutepov

Il 26 gennaio del 1930, un po' prima delle undici antipomeridiane, il generale Alessandro Kutepov usciva dal suo modesto
alloggio situato al secondo piano dello stabile di via Rousselet segnato col numero 26, a Parigi. Aveva detto alla moglie che si recava alla sede dell'Organizzazione degli Anziani Ufficiali dell'Armata di Gallipoli, vale a dire in Rue Demoiselle 81. L'uomo che i Soviet chiamavano Tigre Bianca era un colosso di quarantotto anni cui la folta barba grigia e l'andatura decisa davano un certochè d'inconfondibile. Molto noto tra gli emigrati che vivevano a Parigi nei dintorni del Pantheon, il Kutepov che aveva combattuto da eroe contro i Turchi nell'Armata dei Dardanelli, era tornato in Russia proprio mentre scoppiava la rivoluzione rossa. Messo al comando di quattro reggimenti (quelli di Kornilov, di Markov, di Alexiov e di Drosdov), il generale era divenuto l'idolo dei Russi bianchi, il portavoce dei trudovichi che avevano a capo Kerenskij, e il terrore delle truppe rosse che non riuscirono mai a infliggergli uno smacco. Egli aveva dovuto tuttavia decidersi a riparare in Bulgaria dopo il trionfo bolscevico per passare in Siberia e stabilirsi poi definitivamente a Parigi con la moglie nel 1924. Capo di varie organizzazioni antisovietiche, Kutepov non si faceva illusioni sui sentimenti che nutrivano per lui gli agenti della Ghepeu parigina, e non metteva piedi fuori di casa senza prendere le sue precauzioni, gira quasi sempre accompagnato da un fido autista russo, già guardia bianca: e proprio costui l'aspettava quel mattino di domenica in Rue de Sèvres con la vettura per condurlo alla sede della sua organizzazione, anzi, nella cappella dell'Associazione dove era atteso per le undici. Ma la rappresentanza di Russi bianchi, quella degli ex-militari russi nonché dei combattenti di Gallipoli attesero invano il loro capo. Tigre Bianca non fu più visto a Parigi e la polizia, dopo aver seguito, perso, ritrovato e definitivamente abbandonato mille piste dovette decidersi a dichiarare che un uomo era stato, rapito in pieno giorno a Parigi e ch'essa si riconosceva incapace di mettere le mani sui colpevoli. Quello che resta a tutt'oggi uno dei più misteriosi casi politico-giudiziari dell'altro dopoguerra deve la sua stranezza non al fatto che nessuno abbia potuto fornire una traccia sensata, ma piuttosto a quello che troppe e fin troppo probabili piste sono state indicate. Vediamone qualcuna, trascurando le più romanzesche. Anzitutto, la signora Kutepov che è rimasta sola col figlioletto Pietro di cinque anni nell'appartamentino di via Rousselet, confessa che suo marito aveva da poco ricevuto da Mosca una lettera intimidatoria. Ella ripete che Kutepov era uomo prudentissimo, e che non usciva mai solo, tanto meno si sarebbe fidato a servirsi di un'auto pubblica. Esclude inoltre ch'egli le nascondesse qualche segreto: aveva assicurato che sarebbe rientrato per l'ora di pranzo, e non aveva nemmeno preso con sé il portafogli. (E' vero che il luogotenente Tokadov la smentisce dolcemente: qualche volta, soprattutto di domenica, il generale usciva solo, passeggiava con gli amici e pranzava perfino in qualche ristorante del centro...). Intanto il 31 gennaio il Governo Sovietico smentisce seccamente le voci secondo le quali il Kutepov sarebbe stato rapito da agenti della Ghepeu, mentre il deputato parigino Louis Dumat presenta un'interpellanza al Ministro degli Interni per chiedere che vengano tutelate la libertà e la sicurezza di coloro che hanno chiesto ospitalità alla Repubblica francese. Quanto ai Russi bianchi, costituiscono un Comitato Kutepov, incaricato di far ricerche del generale. La pubblicità scatena un'ondata di rivelazioni e di testimonianze più o meno attendibili, eccita i soliti amanti della notorietà e i tipi nevropatici: pertanto piovono le denunce scritte o no, si affollano i testimoni. Quasi tutti sono concordi su due punti. Parlano di una misteriosa auto grigia seguita da una non meno misteriosa auto rossa. Su una di queste macchine sarebbe stato visto un uomo dall'aspetto erculeo, barbuto, sorretto da altri due uomini. Il secondo punto sul quale molti testimoni si accordano è una donna dal mantello color topo, che avrebbe le fattezze di una certa Alessandra Janovitch, notoriamente al soldo dei Soviet. Tra le altre sue bizzarre abitudini, certo giustificate dalla sua non meno bizzarra professione, vi sarebbe quella d'indossare spesso e volentieri l'uniforme di guardia di città... Una decina di persone assicura di averla vista parlare col guidatore dell'auto grigia che ha attraversato Parigi tra le undici e mezzogiorno del 26 gennaio. Non basta. Un tizio chiamato Selesnev, agente della Ghepeu, si presenta alla redazione de La Renaissance dichiarando di aver modo di mettere la polizia sulle tracce dei rapitori di Kutepov. Esibì il certificato Nansen (l'unico documento che permettesse agli emigrati russi di viaggiare all'estero, a quei tempi), si dilungò in particolari, promise di tornare l'indomani... Ma il redattore capo fu costretto a dirgli che le sue affermazioni erano risultate infondate, e il Selesnev confessò di aver mentito nella speranza d'intascare i franchi promessi dal Comitato Kutepov a chi fornisse utili informazioni per dipanare la matassa. A malincuore, perché era un tipo simpatico e vestito in modo da far compassione, dovettero arrestarlo. La testimonianza dell'Ispettore di Polizia Cheveau sembrò per un attimo dovesse far piena luce sul caso. Il Cheveau aveva preso servizio al Consolato d'Italia domenica 26 gennaio. Verso le ore undici aveva visto arrivare a gran velocità l'ormai famosa, elegantissima auto grigia. Vi era una guardia seduta accanto all'autista, e nell'interno stavano tre uomini: due di essi trattenevano a viva forza il terzo e sembrava lo volessero imbavagliare. L'auto svoltò rapidamente nell'Avenue de Tourville, e a poca distanza vi era l'altra macchina rossa. Una vettura da piazza, questa. Non c'era dubbio. Kutepov era stato rapito, a Cheveau, Ispettore di Polizia, e uomo sano di mente, si poteva credere senz'altro. Ma chi l'aveva rapito? Dove si trovava? Il fatto che fosse giunto da Berlino a Parigi il gigantesco Gabeluk, il carnefice della Ghepeu, avvalorò l'opinione che Kutepov fosse tuttora vivo e si trovasse ancora nella capitale, o nei suoi immediati dintorni. Poco dopo il fatto l'infermiere Augusto Steinmctz aveva assicurato di aver assistito, da una finestra della clinica dov'era impiegato, al rapimento del generale, parlando naturalmente delle due auto fantasma, come i Parigini incominciavano chiamano le macchine misteriose ma a questo punto, ecco di scena una nave, nientemeno, la Spartak, un legno sovietico di 3000 tonnellate proveniente da Leningrado e arrivato a Le Havre il 21 gennaio. Esso era ripartito il 25 gennaio in direzione della Russia, via Anversa. Avrebbe dovuto arrivare in questa città entro il 26, poiché il tragitto richiedeva venticinque ore: ma la Spartak non era giunta ad Anversa che il 27, e un'indagine minuziosa appurò che il suo comandante, Sommer, aveva fatto condurre la nave nel porto di Le Havre dal pilota Pestel in attesa di passeggeri sconosciuti. Il 9 febbraio il corrispondente del giornale L'Ami du Peuple telegrafò da Bruxelles a Parigi che l'auto grigia dei rapitori di Kutepov era stata vista ad Anversa. A questa, che venne chiamata la pista di Anversa, gli appassionati del caso opponevano la pista di Berlino. L'auto grigia era stata vista nel Belgio a Mons vicino a Lilla, e poi nella capitale tedesca. Ma in tal caso, perché far arrivare il tetro Gabeluk proprio da Berlino? E che valore dare alla lettera anonima che afferma esser il cadavere del Kutepov sepolto nel bosco di Meudon? L'opinione pubblica era divisa in tre grandi correnti. I più credevano che il Kutepov, sulla Spartak, avesse proseguito il suo viaggio per la Russia passando da Anversa. Altri che si trovasse a Berlino, o almeno che ci fosse stato per un certo periodo di tempo. I tipi meno fantasiosi e più pessimisti prestava non molta fede alla pista di Meudon. Per loro, Tigre Bianca giaceva da tempo sotto le erbose zolle del bosco di Meudon, insensibile ad ogni querela che lo riguardasse, muto per sempre com'era desiderio dei' suoi avversari. Col passar degli anni, altre lingue si sciolsero e altre divennero mute. Le rivelazioni sul caso Kutepov si fecero via via più precise... ma sempre, senza dar modo di porre le mani sui colpevoli, né indicare in modo esatto la fine dell'eroe dei Russi Bianchi. Qualche volta veniva fatto, sì, il nome dei responsabili: ma essi erano troppo lontani o troppo importanti perché la mano della giustizia li raggiungesse. Altre volte la rivelazione, fin troppo particolareggiata, aveva il carattere di confidenza gelosa e rifiutava di varcare le soglie dell'Ambasciata o della redazione di giornali, o del Commissariato a cui gli ascoltatori avrebbero voluto destinarla. A Bucarest nel gennaio del 1932 il giornale Cuvantul pubblicava la notizia che la polizia era riuscita a identificare il francese che doveva aver partecipato al rapimento di Kutepov. Era un certo Lecoq, gerente di un albergo parigino nei pressi dell'Etoile, trovato in possesso di diverse lettere di pugno di Kutepov. Il Commissario parigino, che risponde al nome di Faux Pas-Bidet, ha interrogato molte persone che furono in rapporti col Lecoq e ha fatto conoscenza con tipi molto strani. Tra questi il signor Nestor Philia che ogni sera cambia domicilio, non azzardandosi a dormire due notti di seguito sotto lo stesso tetto. Costui, che si fa chiamare generale (ed è stato invece parrucchiere, sarto, cameriere, sensale... Commissario del Popolo sotto Kerenskij), ha accumulato rapidamente un misteriosa fortuna. Non nega di aver conosciuto Kutepov in Russia, nel 1917 prima che Tigre Bianca fosse costretto a lasciare la terra dei Soviet. Ma da questo a esser responsabile o complice della sua sparizione, ci corre!... La polizia francese seguitò a occuparsi del caso, attenta a tutte le informazioni e a tutti i casi politici del genere che dal 1930 si susseguirono in Europa: ad esempio, il tentato rapimento dell'addetto militare alla Legazione dcll'U.R.S.S. all'estero, signor Agatiev, grande amico del Kutepov, e gli attentati contro l'ex ambasciatore della Russia zarista a Bucarest, Poklcwskii, anch'egli intimo dello scomparso. Poi venne la seconda guerra mondiale. 
Ubi maior, minor cessat


Anni dopo……..

On January 26, 1930, Kutepov was kidnapped in Paris by OGPU agents. According to Pavel Sudoplatov, "This job in 1930 was done by Yakov Serebryansky, assisted by his wife and an agent in the French police. Dressed in French police uniforms, they stopped Kutepov on the street on the pretext of questioning him and put him in a car. Kutepov resisted the kidnapping, and during the struggle, he had a heart attack and died, Serebryansky told me. They buried Kutepov near the home of one of our agents near the outskirts of Paris."[1] Kutepov was believed by French police of having been smuggled to the Soviet Union.

Per chi volesse approfondire……
1. Pavel Sudoplatov, (1994), Special Tasks: The Memoirs of an Unwanted Witness, a Soviet Spymaster, page 91.
(tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/Alexander_Kutepov)

giovedì 16 febbraio 2012

Malattie d'altri tempi: la Clorosi


Assai comune nell' 800, oggi scomparsa dai testi medici, colpiva soprattutto il sesso femminile ed era caratterizzata da  spiccata anemia  e dal colorito della cute, a sfumatura verdastra, intorno alle orbite, alle labbra e alle tempie.
Malattia in sostanza di natura sociale era frequente in soggetti che vivevano e lavoravano in ambienti affollati con scarsa igiene. Tra le cause l’alimentazione povera e l'eccessivo carico lavorativo in ambienti malsani. La clorosi, in realtà, comprendeva tutta una serie di disturbi e malattie del sesso femminile tra cui anche la patologia psichiatrica che col tempo sarebbe stata inquadrata nosologicamente come anoressia nervosa.

Da Google libri ho tratto alcune pagine che illustrano esempi di casi clinici ascritti a situazioni varie. Nel primo caso la Clorosi è riferita a "cause esteriori", nel secondo a "verminazioni" e nel terzo a "stato di gravidanza":

MONOGRAFIA DELLA CLOROSI

PER GABRIELE MINERVINI

DOTTORE  IN MEDICINA, SEGRETARIO AGGIUNTO DELL’ ACCADEMIA PONTANIANA, SOCIO CORRISPONDENTE DELLA REALE SOCIETÀ ECONOMICA DELLA PROVINCIA DI TERRA DI LAVORO, DELL’ACCADEMIA FLORIMONTANA, DELL’ ACCADEMIA COSENTINA, DELLA REALE ACCADEMIA DI SCIENZE E LETTERE DI PALERMO, DELLA REALE PELORJTANA DI MESSINA, DE TRASFORMATI DI NOTO DE GEORGOFILI DI FIRENZE ETC
(LAVORO PREMIATO DALL’ACCADEMIA MEDICO CHIRURGICA DI FERRARA)

NAPOLI
 DALLO STABILIMENTO TIPOGRAFICO DI G. CATANEO Strada Ventaglieri N 71
1853

Una bambina di cinque in sei anni forma il soggetto di questa storia era la meschinella figlia di miserabile donna che dimorava in assai umida abitazione senza aperture tranne quella di entrata La madre di questa infelice costretta a guadagnarsi il sostentamento era obbligata ad andare intorno per la città nè potendo seco condurre la bambina sola la rimaneva rinchiusa in quell’umido locale perfettamente privato di luce scorse qualche mese appesa e la misera non appetiva più era trista e lamentosa non dormiva il volto perdendo la sua floridezza divenne pallido abbattuto un leggiero gonfiore ne ingombrava il corpo le carotidi pulsavano visibilmente e il cuore dava leggiero rumor di soffio Osservatala con ogni diligenza non trovai alcun organo visibilmente affetto da morbo indagando le cagioni mi persuasi che lo stare in sito umido e privato del beneficio della luce l’avea condotta a quello stato consigliai alla madre di trasportarla altrove e di farle godere i vivificanti influssi dei raggi del sole dopo qualche mese senza adoperar rimedio di sorta ritornò allegra e florida come pria riacquistando interamente la salute

Un vecchio Armeno che aveva fatto frequenti viaggi in Abissinia mentre in un caffè di Costantinopoli decantava a Brayer le virtù del cousso si avvicinò loro un garzone di bottega da varii anni tormentato dalla tenia Il quale dopo molti segreti praticati erasi dimagrato soffriva frequenti lipotimie e crudeli dolori spesso gli facevano sospendere il travaglio L Armeno disse a Brayer in Abissinia questa malattia sarebbe durata ventiquattrore e costui soffre da dieci anni Suo figlio di ritorno nel 1820 da colà glie ne spedì i fiori Il garzone ne prese il decotto la mattina a digiuno L odore e lo dispiacevole sapore gli produssero nausee vivi dolori enterici e colle scariche ventrali espelle la tenia In seguito di molte altre evacuazioni di moccio tutto finì e scorsi sei mesi la di lui salute era sommamente migliorata

Nel mese di Aprile 1846 fui chiamato a consultare Lucrezia Gargea originaria di Sellia dimorante nel Villaggio Marina madre di più figli di temperamento sanguigno bilioso di mediocre complessione a circa anni quaranta la quale lagnavasi d’ idrope ascite per diagnosi ed assicurazione dei professori del Comune di Cropane i quali prescritto aveano chi la Scilla marina chi la digitale chi le polveri temperanti di Frank e chi lo sciroppo antidropico di Elvezio. La donna nell’anno antecedente era stata da me guarita di peripneumonia biliosa Ponderando le mie ricerche sullo stato morboso in esame trovai nel volto edema nel mattino che svaniva nel corso del giorno lasciandolo impallidito con naso affilato dimagramento del corpo torpore dei nervi epistassi per la terza volta tosse secca respirazione asmatica difficoltosa mammelle un pò tumide e ferme polso più frequente e più duro del naturale edema ai piedi amenorrea tensione aumento e peso dell’addome Dietro la percussione il ventre mostrava sotto le dita moto ondoso come di fluttuazione e la donna avvertiva nella regione ipogastrica un movimento che non sapea spiegare Sospettai che fosse fenomeno uterino Prescrivendo alla femina la stazione in piedi colle cosce alquanto divaricate ed esplorando dalla vagina col dito indice il collo della matrice mostravasi pieno rotondato molle elastico ed il muso di tinca offriva un apertura quasi circolare penetrando con facilità e profondamente la punta del dito L utero of frivasi alquanto abbassato e le sue labbra formavano un piano parallelo Dal retto il dito non potea passare oltre al muso di tinca il volume dell utero era molto aumentato Dissi allora che si trattasse di gravidanza e tenni per fermo che quel movimento di cui la pregnante non sapea dare spiegazione era il movimento di ballottamento cosi detto dagli ostetrici Feci sospendere gli anzidetti farmachi ordinai dei corroboranti e diedi il mio parere alla donna assicurandola che bentosto diverrebbe madre In ottobre dell’istesso anno ebbi il piacere di conoscere che la Lucrezia si era sgravata d un ben fatto pargoletto
 Il Severino anno 1849 pag 89 Gestazione creduta idrope ascite osservazione di Pasquale Tiriolo

Da La Stampa del 6 giugno 1884


lunedì 13 febbraio 2012

Corso Ferrucci a Torino. Anatomia di una strada

Corso Ferrucci corre in direzione Nord-Sud perfettamente rettilineo fino a quasi due terzi dalla sua fine poi piega lievemente verso Ovest.


















E' il classico viale alberato torinese con un'ampia carreggiata centrale e ai due lati, delimitati da alberi, (per lo più platani o begolari) due controviali, uno per ogni senso di marcia.


 Inizio a Nord da Piazza Bernini



Piazza Adriano


La curva ad Ovest


Incrocio con Via Monginevro



Incrocio con Corso Peschiera

L'estremità Sud su via Braccini



Topografia
Sul suo lato Ovest presenta intersezioni con 13 vie e con 2 corsi importanti , Peschiera e Vittorio Emanuele. Sul lato Est invece il numero di incroci è 11. Ha due piazze, Bernini a Nord, all'incrocio con Corso Francia e Adriano a circa metà, dove terminava, fino a metà degli anni '50, Corso Vittorio Emanuele proprio davanti al birrificio Boringhieri demolito per creare la piazza e la prosecuzione del corso stesso. 
Attraversa tre quartieri e precisamente, da Nord a Sud,  Cit Turin, Cenisia e per un piccolo e anonimo tratto, Borgo San Paolo. Si può definire una via principalmente di tipo residenziale, ad urbanizzazione più recente nel suo sviluppo meridionale, grosso modo da Piazza Adriano in giù, più spiccatamente di fine ‘800 a ridosso del Corso Francia. Gli esercizi commerciali sono molto diluiti, praticamente assenti sulla sponda occidentale. Ha un solo ristorante, tra l’altro di cucina giapponese, all’altezza di Via Monginevro. La lista di altri esercizi è completata da 3 Banche e poco meno di una dozzina tra negozi di informatica, materiali elettrici, autosalone, bar e caffè.
Corso Ferrucci non presenta scorci suggestivi nè edifici di rilievo, pur sviluppando dall'inizio alla fine una ariosità signorile con i suoi platani ben rappresentati e la commistione di palazzi vecchi e nuovi.
Origini del nome
Sulle origini del suo nome, consultando le pagine dell'archivio storico della Stampa, scopriamo che la prima menzione riferita al Ferrucci è del febbraio 1916 (AFFITTASI appartamentino ammobigliato, comodità moderne, divisibile, camera, salotto. Corso Ferruccio 54. Boringhieri), mentre è del 7 novembre 1893 la notizia dell'avvenuta edificazione dell'Istituto Duchessa Isabella poi Scuola Media Giovanni Pascoli e quindi Berti. La foto della piantina mostra l'allora Piazza della Barriera di Francia (Piazza Bernini) e appunto, Corso di Circonvallazione, non ancora quindi Corso Ferrucci.
Da notare che fino ai tardi anni 20 il nome di Ferrucci sarà scritto come Ferruccio.
Nel maggio del 1957 vengono stanziati dal Comune 13 milioni per il rifacimento dell'illuminazione stradale della via.

Curiosità
Un punto di particolare pericolosità del corso è sempre stato l'incrocio all'altezza delle vie Monginevro, San Paolo e Fratelli Bandiera. Qui, prima dell'installazione negli anni 80 dell' impianto semaforico attuale, si registrarono numerosi incidenti stradali alcuni con conseguenze mortali. Nel settembre del 1958, un tram percorse 3 chilometri e mezzo senza nessun conducente a bordo, dal deposito di corso Trapani, lungo via Monginevro, incrociando a grande velocità il corso Ferrucci, prima di finire la corsa, poco oltre il monumento di Vittorio Emanuele II, col tamponmento di un'altro mezzo di linea. Le cause non furono mai chiarite, per fortuna la misteriosa corsa non causò nessun ferito.

Edifici (ricordi e documenti)
I primi ricordi che ho del corso risalgono a metà degli anni '50. Allora nell'area tra Via Pier Carlo Boggio e via Fratelli Bandiera, nel luogo dell'attuale n° civico 105, sorgeva una grande fabbrica dalle mura in mattoni ormai in abbandono, di cui non mi è stato possibile rinvenire traccia. Ma più importante, sempre in quegli anni, era il grande caseggiato che segnava l'inizio di via San Paolo: il famoso "Bogo". Fatiscente già allora, tutto in mattoni a vista, con i suoi ballatoi e i gabinetti all'esterno, era popolato per lo più da gente di bassa condizione. Nelle case adiacenti, abitate da un ceto di media-bassa borghesia  si guardava con sospetto a tutto il complesso e ai suoi residenti. Poco più a Sud tra il corso, via Pier Carlo Boggio e corso Peschiera nel 1942 fu edificato l'isolato delle case economiche per i dipendenti delle Ferrovie dello Stato, a nove piani, suddiviso in centoquarantotto appartamenti  con un'ala di minore altezza aperta sul lato di via Boggio.


Ancora più a Sud sorgeva tra i corsi Ferrucci e Peschiera e le vie Osasco e Montenegro, lo stabilimento della Società Piemontese Automobili Ansaldi-Ceirano, costruito nel primo decennio del Novecento su un’area di 12 mila metri quadrati lungo la ex via Circonvallazione. Nel 1949 dai cancelli della fabbrica escono gli ultimi autocarri di produzione SPA. (tratto da Museo Torino). Spostandoci diametralmente all'altro lato del corso, verso  Nord, troviamo al n°2 un edificio dal gusto liberty del primo novecento con affaccio su Piazza Bernini, ad uso civile abitazione.


Al n° 12/14 sorge l’Istituto Missioni Consolata, fondato il 29 gennaio 1901, ha come prima sede la palazzina di corso Duca di Genova 49 (ora corso Stati Uniti), chiamata Consolatina”. Nel 1905 la struttura si dimostra insufficiente ad accogliere i seminaristi. Viene acquisito un terreno di mq. 12000 sulla strada della Circonvallazione (ora corso Ferrucci) e compreso tra le vie Cialdini, Bruino, Coazze. E’ eretto un edificio capace di 200 allievi sul lato di via Bruino mentre sulla Circonvallazione sono elevati due fabbricati minori per parlatori, segreteria, museo. I lavori sono seguiti con passione e abilità operativa dal canonico Giacomo Camisassa (1854-1922), vice rettore del santuario della Consolata e cofondatore dei missionari. L’inaugurazione avviene il 23 ottobre 1909 ed il 29 gennaio 1910 nascono le suore missionarie della Consolata che nel 1913 partiranno per sostituire le cottolenghine che fino a quel momento hanno collaborato nelle missioni africane coi padri missionari. Nel 1914 viene costruita sul lato nord dell’area la sede per le suore, nel 1927 i fabbricati sul corso sono sopraelevati e nel 1938 viene inumata nella cappella la salma dell’Allamano. Nel novembre e dicembre 1942 le bombe distruggono  parte dell’Istituto che però rinasce nel dopoguerra dando vita a nuove missioni sparse ormai in tutto il mondo. Nell’Istituto è allestito un museo etnografico.(tratto da Museo Torino)

All'angolo con via Vochieri sorgeva l'ex Ruotificio Italiano Soc. An, ex Fabbrica Confede poi abbattuti negli ultimi anni per far posto al complesso che si sviluppa tra via Pier Carlo Boggio e corso Feruucci sulle aree ex Nebiolo ed Westinghouse


L'ospedale Martini

Si deve all'iniziativa di un privato il prof Enrico Martini l'edificazione dell'omonimo ospedale situato in Borgo San Paolo in corso Ferrucci allora Corso Circonvallazione all'altezza degli attuali numeri  48/50. Il Martini, assistente di chirurgia all'ospedale San Giovanni, aveva constatato che parecchi malati del Borgo S. Paolo, in particolare gli infortunati, mal sopportavano il lungo trasporto in vetture, lettighe o barelle fino al San Giovanni con conseguente peggioramento delle loro condizioni. Furono queste osservazioni ad indurre il prof. Martini a costruire un ospedale in quella zona periferica. Come era prevedibile il Municipio diede al chirurgo la più ampia approvazione e nel 1910 sorse l'Ospedale Martini dotato di 50 letti e di tutti i laboratori e servizi inerenti. Il Comune aveva fissati 25 letti nel reparto di chirurgia per il ricovero di malati poveri, che necessitassero di prestazioni d'urgenza. La prima costruzione era ad un solo piano che ben presto si dimostrò inadeguata ai bisogni per cui ne venne elevato un secondo nel 1914-15.  I letti in forza al Comune salirono così da 25 a 50. La scelta del borgo San Paolo fu dovuta al grande incremento di popolazione riscontrato in quegli anni nell'area col conseguente forte impulso edilizio. La struttura dell'ospedale era a padiglioni con ampi giardini intorno e poteva vantare eccellenze d'avanguardia per l'epoca come il Dispensario per lattanti, un laboratorio per la preparazione dei vaccini oltre che vari ambulatori: da segnalare quello dedicato agli infortuni sul lavoro, gratuito. 
L'ospedale sopravisse di poco alla morte del suo fondatore avvenuta il 17 gennaio del 1942. Nel novembre di quell'anno in seguito ai massicci bombardamenti degli alleati sulla città, subì gravi danni per cui fu decisa la sua demolizione. Gli era stata fatale la vicinanza con le caserme e le officine ferroviarie.

E ciò che rimase...