martedì 17 aprile 2012

Quando si tratta della sanità della razza.... Le origini dell'Ospedale Sant'Anna di Torino

Da  LA STAMPA - 2 Giugno 1933 - Anno XI

Una spesa di dodici milioni. Cinque edifici. 350 letti

Alcuni giorni or sono S. E. il Prefetto Ricci, come abbiamo detto, si è recato a visitare la. vecchia sede della Maternità, sita, come è noto, in via Ospedale. Da molti anni si sentiva la necessità di costruire un nuovo edificio più dell' attuale attrezzato per accogliere le partorienti e prestare loro le cure del caso. Il nostro giornale fin da due anni addietro aveva iniziata una campagna che oggi dà i frutti sperati. Dopo un'accurata visita a tutti i locali ed a tutti gli impianti, S. E. Umberto Ricci che con intelligente e costante cura gli interessi di Torino e della Provincia, resosi conto delle insufficienze e delle manchevolezze dell'attuale Maternità, ha dato la. sua approvazione al progetto che il benemerito presidente dell'Opera, Avv. Francesco Carrara, aveva fatto preparare dall'ingegnere arch. Giovanni Chevalley. Possiamo pertanto annunciare alla cittadinanza che entro il mese in corso i lavori per la costruzioni della nuova sede saranno iniziati. Può ora essere interessante seguire a ritroso nel tempo le vicende dell'importante Istituto che oggi, per merito del Governo fascista, sta per avere una nuova e degna sede. Nel 1800 l'antico convento annesso alla bella chiesa di San Michele ospitava l'Opera Pia per la Maternità. Da allora l'Istituto si è notevolmente sviluppato, tutti i locali  disponibili sono stati occupati, nell'interno del cortile sono stati edificati nuovi padiglioni; via via tutta la disponibilità dell'area è stata sfruttata, sicché sempre più diventava sensibile la necessità di rinnovare la sede, attrezzandola modernamente e dotandola di tutti gli impianti tecnici e sanitari indispensabili per il buon funzionamento della cospicua sezione ospedaliera e della clinica universitaria ostetrico-ginecologica ad essa annessa. La nuova sede dell'Opera Pia Maternità sorgerà in corso Spezia angolo Via Ventimiglia e via Bormida su di un’area di 22 mila metri quadrati messa a disposizione dal Municipio, unitamente ad un milione e mezzo quale compenso per la cessione dell'attuale sede. Data l'ubicazione fronteggiante larghi e vie con la prospettiva del Po e della collina, gli edifici che sorgeranno saranno largamente soleggiati e ventilati. Il progetto, come appare dalla cartina che pubblichiamo, consta di cinque fabbricati. L'edificio riservato alla Maternità sarà all'angolo di corso Spezia e di via Ventimiglia. Alto tre piani fuori terra, sarà costruito con decoro ma con semplicità di modo che l’architettura sia perfettamente aderente alle necessità dell'opera, con impianti modernissimi e tecnicamente perfetti. In un ampio padiglione, all'angolo di corso Ventimiglia e di via Bormida., sarà ospitata la Clinica Ostetrico-Ginecologica, mentre in i un edificio situato al centro dell'area saranno allogati i servizi generali e le abitazioni delle suore. Vi sarà pure una cappella e, appartato in un angolo dell'area, circondato da verdeggianti giardini, sorgerà l'Asilo materno. Tra le molte particolarità che faranno della Maternità di Torino una delle più moderne e meglio attrezzate d'Italia, questa di ospitare tra i suoi padiglioni pure l'Asilo Materno è una delle più nobili e commoventi conquiste dell'umana solidarietà e dell'assistenza sociale. Quivi le ragazze madri saranno ospitate dal quinto mese di gravidanza ad oltre quattro mesi dopo la nascita del bimbo, con quali grandi vantaggi materiali e spirituali è facile intendere. Attualmente la Maternità è capace dì 174 letti poco ben collocati; la nuova sede invece sarà ricca di ben 350 letti modernamente ed igienicamente sistemati. L'opera, nel suo complesso, costerà dodici milioni. I lavori che, come abbiamo detto saranno iniziati entro il mese per la costruzione del primo padiglione, saranno compiuti in meno di 2 anni. L’opera nel suo complesso è bella ed è in tutto degna di Torino fascista e dimostrerà che la nostra città è sempre vigile quando si tratta della sanità della razza e sempre pronta a seguire gli ordini del Duce


venerdì 13 aprile 2012

Fabbriche scomparse: la Chiantelassa di corso Ferrucci 100


Nel 1955

L’edificio situato all’angolo tra via Pier Carlo Boggio e corso Ferrucci nacque nei primi anni del 900 e precisamente nel 1913 per opera dei Fratelli Borgo, costruttori di motociclette. L’azienda si era installata a ridosso dell’allora Strada di Circonvallazione che delimitava la cinta daziaria della città.


Nel 1926 la fabbrica fu rilevata dal Commendator Attilio Chiantelassa, classe 1887 nato a Buenos Aires ed emigrato  in Italia ad inizio anni 20. Il suo ruolo di imprenditore a capo di una florida azienda gli poneva l'obbligo di aderire, almeno formalmente, al Partito nazionale fascista come troviamo nei registri dell'Archio di Stato torinese.






                                                            Interno della fabbrica anni 60



La foto qui sopra è stata scattata nel 1955. A destra si vede il lato intonacato bianco del complesso condominiale dei numeri 92, 94 e 96 allora in costruzione. Il cancello in ferro era il vero e proprio passo carraio da cui entravano gli automezzi per il carico/scarico delle merci. Le maestranze entravano invece dal portone in legno sulla sinistra. Li, nell'androne, era situata la bollatrice: si trattava più che di un rilevatore di presenza, di un segnalatore con campanello. L'operaio che in uscita, abbassando la leva, faceva suonare l'allarme sonoro, era sottoposto da parte del custode ad una sommaria perquisizione. Il tutto era finalizzato alla prevenzione dei furti di materiale. 
Nel 1955 Chiantelassa, il "Commendatore", come era chiamato dai suoi operai, aveva acquisito dall’americana Gilbarco la licenza di produzione in esclusiva sul territorio italiano di pompe di benzina, attività che continuò fino a metà degli anni 70. La fabbrica comprendeva una fonderia, grandi locali adibiti all'assemblaggio delle varie parti dei distributori di benzina, alla verniciatura e allo stoccaggio oltre che alcuni uffici amministrativi posti al primo piano della palazzina sopra il passo carraio. Negli anni dopo il 1970 la produzione fu ridotta e venne decentrata in provincia a Cafasse sotto il marchio di ELMECA, più conosciuta per la sua concomitante produzione di motocicli da competizione, settore cui il figlio del Commendatore Attilio, Piero era molto interessato. Nel 1982 su La Stampa compare un articolo in cui si legge che si va verso una gestione completamente automatica delle pompe di benzina: leader nel campo sempre l'Elmeca. Intanto l’edificio di corso Ferrucci si avvia verso la fine. Ceduto negli anni '80 ad un'azienda di leasing, fu ristrutturato e risistemato negli spazi interni. Da ultimo, è storia recente, tutta la struttura venne demolita per far posto ad un condominio in stile “eclettico” che cancella la piccola elegante palazzina di inizio '800.

come sarà...

martedì 10 aprile 2012

Il mistero della Revalenta, pozione miracolosa di fine '800......

Tratto da: https://www.perugiatoday.it/rubriche/correva-l-anno-di-marco-saioni-farmacia.html


LA STAMPA
(15.11.1870)


LA REVALENTA ARABICA DU BARRY DI LONDRA
Guarisce radicalmente le cattive digestioni (dispepsie, gastriti), neuralgie, 
stitichezza abituale, emorroidi, glandole, ventosità, palpitazione, diarrea, 
gonfiezza, capogiro, ronzio d'orecchi, acidità, pituita, emicrania, nausee e 
vomiti dopo pasto ed in tempo di gravidanza; dolori, crudezze, granchi, spasimi 
ed infiammazioni di stomaco, dei visceri; ogni disordine del fegato, nervi, 
membrane mucose e bile; insonnia, tosse, oppressione, asma, catarro, bronchite, 
tisi (consunzione), pneumonia, eruzioni, malinconia, deperimento, diabete, 
reumatismo, gotta, febbre, isteria, vizio e povertà del sangue, idropisia, 
sterilità, flusso bianco, i pallidi colori, mancanza di freschezza ed energia. 
Essa è pure il corroborante per i fanciulli deboli e per le persone di ogni età, 
fermando buoni muscoli e sodezza di carni. 
 
Economizza 50 volte il suo prezzo in altri rimedi.
72000 GUARIGIONI RIBELLI A TUTTE LE MEDICINE
 
La scatola del peso di un l/4 DI CHILO  L. 2,50, ½ chilo L. 4,50; 1 chilo L.8, 
2 chili e ½ 17 lire, 6 chili L.36, 12 chili L.65
 
La REVALENTA AL CIOCCOLATTE
(Brevettata da S. Maestà la Regina d'Inghilterra), dà l'appetito, la digestione 
con buon sonno, forza dei nervi, dei polmoni, del sistema muscoloso; alimento 
squisito, nutritivo tre volte più che la carne, fortifica lo stomaco, il petto, 
i nervi e le carni. In polvere per 12 tazze  fr. 2,50; id. per 2-4 tazze fr. 4,50;
id. per 48 tazza fr. 8; id. per 120 tazze fr. 17 50; in tavolette per 12 tazze
fr 2,50; id. per 24 tazze fr. 4,50; id. per 48 tazze fr. 8. 
 
BARRY DU BARRY & COMP, N°2, via Oporto, e N°34, via Provvidenza, Torino, 
ed in tutte le principali farmacie e drogherie del Regno
 
La revalenta era in realtà la storpiatura del nome botanico dell'Ervum Lens ossia 
della comune lenticchia.... Il suo magnificato valore curativo era nè più nè meno 
efficace quanto quello di un piatto di piselli. La sostanza viene citata nell'ultimo 
capitolo di Madame Bovary quando parlando di Monsieur Homais, il farmacista, si dice 
"Fu il primo a far venire nela Senna inferiore la coca e la revalentia"
 


domenica 8 aprile 2012

Prigionieri di guerra. Il Campo di Milowitz

Il Lager boemo di Milowitz ospitò almeno ventimila prigionieri di diverse nazionalità, tra cui molti  italiani: da un documento del 10 gennaio 1918 risulta che erano presenti ben 15.363 prigionieri italiani. Era un immensa distesa di baracche nere prive di luce e riscaldamento. In inverno le temperature scendevano sempre abbondantemente sotto lo zero. Le condizioni di vita all'interno del campo diventarono ben presto terribili. Non esisteva solidarietà tra i prigionieri. I furti erano all’ordine del giorno. I lavori cui erano costretti i prigionieri erano pesanti come la raccolta di legna sepolta sotto terra ghiacciata. Le cause di morte furono polmonite, enterite, tubercolosi e soprattutto edema, termine generico per indicare lo stato estremo della denutrizione. Alle scarse scorte alimentari somministrate dagli austro/ungarici ai prigionieri quasi mai si aggiungevano i viveri che per accordi internazionali avrebbero dovuto giungere dall’Italia. Nei primi mesi del 1918 il tasso di mortalità fu così alto da provocare un interpellanza alla Camera austriaca che portò alla sostituzione del direttore dell’ospedale del campo.
L'alto tasso di mortalità dei prigionieri italiani, nove volte superiore a quello dei prigionieri austroungarici in Italia, è da attribuire in primo luogo alla decisione del governo italiano di non inviare loro cibarie e altri generi di prima necessità. Per Francia e Inghilterra l'invio di tali merci ai soldati detenuti nei campi di prigionia austro tedeschi era divenuto normale pratica dalla fine del 1914, quando gli Imperi Centrali, in risposta al blocco economico imposto dalla Triplice Intesa, avevano annunciato che avrebbero declinato qualsiasi responsabilità riguardo il mantenimento dei prigionieri di guerra. Il governo italiano trattò i prigionieri di guerra italiani come traditori e codardi. Alla Croce Rossa fu consentito di inviare pacchi con generi di prima necessità solamente agli ufficiali. Gli altri prigionieri, la stragrande maggioranza, dovettero fare affidamento sui pacchi che ricevevano dalle rispettive famiglie. Questo sostegno, tuttavia, si rivelò del tutto insufficiente: sia a causa della povertà che imperversava sul fronte interno italiano sia per il disinteresse del nostro governo che in nessun modo si adoperò per facilitare questi invii. I disastrosi effetti della politica di Roma nei confronti dei soldati italiani in cattività divennero particolarmente evidenti dopo la rovinosa sconfitta di Caporetto, quando 300.000 prigionieri di guerra affollarono i campi in Austria e in Germania.

modificato da http://www.picocavalieri.org/pubblicazioni_altre/Strage_di_Milovice.pdf


Le tre cartoline postali del Prigioniero di Guerra Luigi Cevrero sembrano contraddire le reali condizioni di vita degli internati nel Campo di Milowitz. Non devono però ingannare frasi come "Sto bene..." o il tono discorsivo e rassicurante delle missive. La censura, soprattutto di parte italiana, era sempre attentissima ad evitare che filtrassero notizie di disagio o protesta da parte di persone come i Prigionieri di Guerra che per principio erano sempre sospettati di essere dei disertori



All’Ill.ma Sig.na Cevrero Maria Insegnante Chianoc.
Testo: 24.7.1918 Carissimi Ricevo ora la vostra cartolina in data 12.4. Denari non ne ho ancora ricevuto, perciò non speditene più, abonatemi anche alla croce rossa di Novara, mandatemi anche sigari toscani, nei due primi pacchi ne metete 25 per ciascuno ben nell’interno, riso farina semola cacio lardo, filo sapone sale Tanti saluti e baci


All’Ill.ma Sig.na Cevrero Maria Insegnante Chianoc.
Testo: 1.8.1918. Carissimi Denari non ne ho ricevuti nessuni, perciò non speditene più,  nei due primi pacchi meteteci 25 sigari ben nell’interno e in modo che non si guastino è più conveniente, riso, lardo farina di frumento e semola, cacio, cacio, cacio, salame, sapone latte latte, latte condensato, ciocolato ne ricevono quasi tutti spedito dai comitati stessi, perché ne ho ricervuto 5 di pane, 3 misti, abonatemi anche alla croce rossa di Novara. Sto bene spero di voialtri tutti, saluti aff.

Esiste un paese...

Esiste un paese di fantasia in cui per diventare medico specialista si impiegano circa 11 anni. Per arrivare a questa agognata meta bisogna seguire anni di lezioni e superare molti esami. Viene poi il momento in cui alla teoria dovrebbe seguire la pratica il che, se la specialità è chirurgica, significa conoscere a menadito l'anatomia e sapere come usare i taglienti (bisturi e forbici) e gli aghi di sutura, oltre a molte altre cose natualmente. Tutto questo patrimonio di conoscenze, per legge, deve essere dispensato da una figura professionale ben precisa: l'Universitario, un medico che ha scelto la carriera universitaria e che ha come compito preminente l'insegnamento e la formazione. Se vogliamo quindi vedere questa figura nel suo habitat particolare potremmo pensare ad un grande ospedale monospecialistico di una grande città (sempre rigorosamente di fantasia). In genere il nostro è arrivato ad occupare una posizione apicale all'interno del suddetto ospedale. Ma nel grande nosocomio ci sono anche altri medici, gli ospedalieri, per esempio. E allora come riconoscere l'Universitario? Lo riconosci facilmente, perchè è seguito costantemente da uno o più giovani specializzandi. Giovani si fa per dire dato che quando si parla di studi in campo medico, la stortura di un programma di studi dissennato, porta a essere ad inizio carriera alla bell'età di circa 30 anni! Gli specializzandi seguono dunque pazientemente il loro Tutor per racimolare qualche briciola di insegnamento. Qualcuno in virtù di pazienza, sopportazione e fortuna ce la fa ad imparare seppur faticosamente il mestiere. Se queste virtù siano da considerare merito allora tutti imparano per merito. Ma forse il merito è un'altra cosa.... Il giovane viene quasi sempre adoperato per quelle mansioni che sono ritenute noiose o indegne di una mente impegnata in ben più eccelse occupazioni. E quindi giù a compilare le dimissioni dei pazienti (che in anni recenti equivale ad assegnare un "valore" tramite numeri, i cosiddetti DRG, alle prestazioni sanitarie. Questi DRG, inseriti in programmi software appositi, sono ciò che fa guadagnare l'Azienda ospedaliera e l'errore o la sottostima costano assai. Ma di ciò l'universitario medio poco si cura, sapendo a mala pena accendere e spegnere un computer). Lo specializzando dunque, se è scrupoloso, fa del suo meglio per svolgere questo delicato lavoro ma di sicuro non ha le motivazioni (economiche abbiam visto) di chi per l'azienda invece lavora a tutto titolo. Così spesso i giovani che dovrebbero imparare a curare, ad operare in sala operatoria, a gestire dall'inizio alla fine un paziente si trovano a compiere un lavoro routinario per molte ore durante i turni di servizio. Quali sono dunque le mansioni dell'universitario? La loro "mission" (termine adorato da molti di loro) sarebbe quella di insegnare, in secondo luogo di produrre cultura attraverso ricerche nei rispettivi campi di applicazione. La prima parte della mission è quella che bene o male, anche se svogliatamente viene portata a termine. Insegnamento molto spesso di pura teoria attraverso le lezioni di specialità. Se scendiamo poi nel campo della pratica (nella fattispecie pratica operatoria visto che si parla di branca specialistica ad indirizzo chirurgico) le cose si fanno più complicate. Insegnare a maneggiare un bisturi ma soprattutto a capire quando muoverlo (tutto ciò che segue alla diagnosi e riguarda l'intervento) prende tempo. Bisogna avere anche pazienza. Tempo e pazienza. Doti rare e preziose che l'universitario spesso non possiede. Poi in secondo luogo c'è la questione della produzione scientifica che ogni Universitario dovrebbe possedere per dimostrare la sua capacità e la sua preparazione nel campo. Tutti sanno che questo si ottiene tramite dei lavori scientifici pubblicati su riviste del settore. Esiste una classifica di queste riviste che valutano tramite l'Impact factor il valore della rivista stessa. In cima alle classifiche ci sono quasi esclusivamente riviste anglosassoni, le migliori e le più difficili da raggiungere. Le riviste italiane sono giù, molto giù. Questo perchè in genere qualsiasi cosa venga inviata ad una rivista nostrana viene accettato senza filtri nè valutazioni. Da cui montagne di articoli spazzatura. Orbene, se uno si prende la pena di andare a verificare quanto nella sua carriera abbia prodotto un Univeristario medio (sempre di media si parla) del nostro grande ospedale di fantasia, ci accorgiamo che spesso non possiede neanche un lavoro, dico uno, su di una rivista fra le prime 10 al mondo. In compenso avrà una pletora di partecipazione a Congressi, relazioni o pubblicazioni su riviste nazionali. Questo fatto è dovuto ad un semplice motivo. Dall'assunzione in poi nessuno chiederà mai ad un Universitario di  dimostrare quanto vale e quanto produce. Nessuno lo caccerà mai via se non crea cultura o non ottempera alla mission formativa. Questo impoverisce le nostre strutture di insegnamento. I mediocri vanno avanti spesso perchè sono quelli geneticamente programmati per non soccombere alle lotte fratricide che avvengono all'interno degli Istituti.... e la mediocrità è un gene autosomico dominante, purtroppo.
Esistono comunque anche in ambiente universitario persone dabbene, che producono e insegnano formando le nuove generazioni. Ma nel nostro grande ed immaginario ospedale monospecialistico queste persone  sono davvero sconsolatamente pochine, pochine.
Se frughiamo, infine, negli angoli dimenticati della storia troveremo una lettera di un illustre primario (e quindi ospedaliero...) napoletano a Benedetto Croce con cui commenta il Decreto 549 del 10 febbraio 1924 del Ministero della Pubblica istruzione, fatto varare da Giovanni Gentile, con cui di fatto si consegnava l'insegnamento ai medici universitari: "vorrebbe asservire (il decreto) gli ospedali alle cliniche universitarie" favorendo così "l'invasione dei professori ufficiali di clinica con tutto il loro servitorame".
Appunto.....

martedì 3 aprile 2012

Le "bialere" di Bussoleno

Il dizionario Gabrielli alla voce Bealera riporta: "canale che trasporta acqua utilizzata per irrigazione o per produrre forza motrice". Nel 1959 avevo otto anni e non mi ponevo il problema di dove arrivasse qull'acqua in continuo scorrimento che lambiva il giardino della casa di campagna per poi sparire all'altezza del passaggio a livello e ricomparire molto più avanti lungo i prati che costeggiavano la strada in ghiaia per Chianocco. La bialera (il termine corretto di bealera mi era ignoto) era un luogo di divertimento, di sorprese e di avventura. Un giorno mi ritrovai tra le mani un pesce rosso quelli che allora nei Luna Park potevi pescare con una canna da panciuti acquari disposti su piani al centro di un gazebo multicolore. Al primo pesce ne seguì un secondo e poi sempre più, tutti morti ma ancora belli colorati. Ne portai uno a casa per provare quello che consideravo un vero fatto eccezionale, sapendo per esperienza che le bialere non erano abitate da pesci di sorta. La spiegazione di mia madre, sbrigativa, fugò ogni aura di mistero: qualcuno se n'era liberato gettandoli in acqua, essendogli morti. Le acque della bialera sapevano di fiume e di fango ma eran pur sempre belle limpide e scorrevano veloci, giorno e notte. Nei caldi pomeriggi d'estate era un piacere immergere le gambe nude in quell'acqua così familiare e inoffensiva e lasciar partire veloci nella corrente barchette di carta, bastoncini o semplici foglie strappate lungo le rive. Ci si divertiva con poco davvero e le giornate erano eterne. Fu prima che interrompessi il rito delle vacanze estive in campagna che le bialere cominciarono a sparire, interrate o coperte. Non c'era più motivo di rifornirsi d'acqua per irrigare orti e prati. L'acqua arrivava in tubi di gomma, sotto pressione e a comando. Ma allora ero già grandicello e il piacere di quell'acqua e delle sue sorprese non mi interessava più.

lunedì 2 aprile 2012

Pamuk uomo, Pamuk scrittore

Il meccanismo è sempre lo stesso. Scopro un nuovo scrittore attraverso un testo. La lettura mi piace, mi appassiona. Approfondisco la conoscenza con altri suoi libri e discretamente comincio a chiedermi quale tipo di uomo si celi dietro la scrittura, quali siano i suoi gusti, le sue abitudini e i difetti. Ne ricerco il carattere, l’umanità, oltre quello che traspare nei suoi romanzi. Anche quando nella pagina vengono snocciolati con apparente sincerità gusti, umori ed abitudini o la descrizione della fatica di scrivere, sono sempre diffidente. La parola scritta che compone un romanzo è sempre il risultato di un artificio di fantasia, di un meccanismo creativo con cui chi scrive manipola, maschera, traduce il reale senza spesso avvicinarsi alla verità.
Mi è capitato di provare queste sensazioni, ultimamente, con Pamuk. La sua scrittura da un lato mi attrae quando affronta i temi legati all’infanzia e alla sua storia familiare, quando descrive Istanbul e soprattutto quando affiora la sua natura ibrida di scrittore che guarda all’Occidente con la consapevolezza profonda delle sue origini, dall’altro mi scoraggia la complessità del suo stile che mi ha portato ad interrompere a metà più di un suo libro (La casa del silenzio, Neve). L’interesse per la sua scrittura ha avuto pertanto fasi alterne. In questo periodo per esempio, benevolmente rigenerato dalla lettura dei saggi di Altri colori, mi sono riaccostato fiducioso. E’ quindi reiniziata la voglia di conoscere l’uomo che sta dietro lo scrittore. E se si vuole trovare una traccia reale di un personaggio pubblico qual miglior strumento di Google! Il grande dispensatore di conoscenza che  annovera sia Wikipedia che la notizia spicciola ricavata dal giornale scandalistico di turno. E’ così che ho scoperto che dietro i giorni e  mesi di travaglio creativo in cui l’autore si isola dal mondo e in un alloggio del quartiere di Istanbul che l’ha visto crescere, porta a termine i romanzi che tutti leggiamo, ci sono anche i giorni dell’artista girovago e globale che attraversa i continenti per passeggiare sulle spiagge dell’oceano indiano con la penultima bella di turno o fugge (pare) in America latina per dimenticare i contrasti con l’ultima-ultima sua fiamma, un’artista turca. Né più né meno di un comune uomo delle italiche cronache. Alcuni hanno ventilato il sospetto che l’attenzione mediatica che negli ultimi mesi si è concentrata sullo scrittore turco sia opera delle forze conservatrici anatoliche più retrive che male hanno sopportato l’ascesa nel firmamento delle celebrità di chi ha in passato ha denunciato i genocidi turchi verso curdi e armeni. E così i maligni (Corriere della Sera del 12 gennaio) mormorano che se nel 2005 Pamuk fuggiva in America sotto le minacce di morte dei gruppi nazionalisti, ora fugge dal suo  paese per assai meno nobili motivi. Contrattempi ed amarezze della notorietà… Di sicuro Pamuk ha lasciato da molto tempo i panni dell’uomo scrittore autodescritto nei suoi romanzi, intento a cogliere le piu’ riposte e segrete vibrazioni della sua meravigliosa città o a ripercorrere umilmente le tracce della sua grande storia familiare. Le cronache lo vedono più prosaicamente sfrecciare attorno al pianeta, tra una conferenza e una lezione, attento a dosare le interviste e a ricreare continuamente il suo personaggio e la sua evolvente turcità (orribile parola letta nel web). Disillusione dunque oppure sana risposta ad una infatuazione nata e cresciuta all’ombra delle sue pagine. Da ultimo ho cercato anche un video di una sua conferenza/incontro e ho trovato la lunga registrazione nella sala del Gran Consiglio in occasione della sua visita a Genova nel maggio 2011. Ho scoperto un Pamuk rilassato nonostante un  ricorrente  tic facciale e la veloce e costante manipolazione di una penna tra le dita della mano destra. In un’ora e mezza riesce ad essere interessante e divertente ad onta delle continue interruzioni dovute alle necessità di traduzione. Ma allo stesso tempo tutta la piacevolezza di assistere alla lunga conferenza non mi impedisce di pensare che uno scrittore, svelandosi al pubblico, oltre la pagina scritta, perde qualcosa di fondamentale e cioè la magia in cui ogni lettore avvolge amorevolmente e intimamente l’uomo scrittore. La rivelazione uccide il sogno, la familiare consuetudine nata e sviluppata da ore e giorni di lettura viene sacrificata dalla umana realtà di una persona in carne ed ossa che parla, ride e scherza con silenziosi ed ammirati interlocutori. E in conclusione rimane anche il leggero imbarazzo che proviamo per risposte di Pamuk a domande rivoltegli centinaia di volte, per la noia che si cela dietro i sorrisi di convenienza, per la volontà comunque realizzata di diventare un uomo di spettacolo fuori dagli angusti confini di una stanza al settimo piano di un condominio di Beyoglu…. Invito infine ad ascoltare il Pamuk che si esprime in turco da quello corretto ma asettico che parla in inglese