domenica 30 aprile 2017

Piazza Madama Cristina a Torino: commerci, vicende e cronaca nera



Piazza Madama Cristina, da sempre il cuore pulsante  del quartiere di San Salvario, fu teatro fin dalle origini a coloriti episodi di vita cittadina, nel bene e nel male... Il mercato che fin dalla metà dell'800 ha animato la piazza, con le sue caratteristiche di luogo di incontro, di affari leciti e non, ha certamente contribuito ad alimentare gli episodi di cronaca. La riottosità degli ambulanti era una costante di molte notizie sempre concludentesi con trasferimenti in ospedale o in questura a seconda dei casi.  Un altro elemento di instabilità era fornito dalle osterie e dalle cantine che si affacciavano sulla piazza: qui nascevano spesso, complici gli eccessi nel bere, liti e diverbi che vedevano nell'uso del coltello o del bastone il tragico epilogo. Bisogna dire che le cronache di fine '800 erano molto più attente di oggi a dare grande risalto a ogni fatterello che si discostasse dalla tranquilla laboriosità della comunità del quartiere. Le notizie erano quasi costantemente dei semplici trafiletti di una decina di righe in seconda o terza pagina. L’occhio attento del cronista riusciva a sintetizzare in poche parole drammi sociali molto spesso di povertà e malattia. E’ per esempio del 1885 la notizia di un facchino 22enne che è vittima di un attacco epilettico in piazza. Soccorso da una guardia urbana dichiara di essere  digiuno da 30 ore: la stessa guardia provvede a rifocillarlo in una vicina trattoria con pane minestra e vino. La stessa notizia, questa volta con nome e cognome dello sventurato, si ripresenta due  anni dopo: nuovamente in piazza il facchino giace semi assiderato e affamato. Di nuovo una guardia lo soccorre e provvede al pasto…  La piazza era da molti anni sede di un animato mercato di quartiere: la Stampa riporta la richiesta dei commercianti di poter disporre di una tettoia come riparo dalle intemperie. Ma sette anni dopo la questione tettoia sembra ancora lungi dall'essere portata a compimento...Migliorano invece la viabilità e i collegamenti col centro città: un' ippoferrovia da Porta Milano (Porta Palazzo) arriverà in piazza Madama per poi volgere verso il Valentino. Nel mese di agosto 1878 un trafiletto riporta "Gioite abitanti di Piazza Madama Cristina... Domani si aprirà la nuova linea di tramways che collegherà Porta Palazzo con la piazza trasportandovi un'immensità di popolo!"  Il tutto in 18 minuti al costo di 10 centesimi. La cronaca nera rimane confinata a risse per motivi di gelosia ("gelosia di donne" cita l'articolo de La Stampa) o per liti familiari. Un "fabbro, laborioso e di cuore" all'uscita da un'osteria di Piazza Madama, viene alle mani col figlio Giuseppe accusato di condurre una vita scostumata (pretendeva infatti di far vivere more uxorio nella famiglia d'origine la sua amante). Bastonato dal padre, Giuseppe, in evidente stato di ubriachezza, risponde con una stilettata uccidendo il genitore ("rendendolo freddo cadavere"). I traffici nel mercato non sono sempre onesti soprattutto a livello igienico. Ma la polizia municipale veglia: Stamani sul mercato di Piazza Madama Cristina vennero sequestrati e distrutti 30 poponi guasti. Benissimo! Il giorno successivo un'altra notizia dello stesso tenore riporta la distruzione di ben 259 poponi immaturi o guasti.. Siamo nel 1884. Le insidie alla morale pubblica non possono mancare alla piazza. Al n. 4 si è insediata una casa di malaffare (proprietario tal Crotta...) che suscita la vibrata protesta di molti inquilini e commercianti disturbati dall'immorale via vai di clienti. La protesta sembra non avere effetto alcuno se l’anno successivo nel 1889 una ventiduenne di mala vita tenta di fuggire gettandosi dalla finestra ma riporta nella caduta gravi lesioni alla schiena. Nell'ultimo decennio il fenomeno della prostituzione sembra allargarsi in maniera preoccupante se nella rubrica "La valigia del Pubblico", un lettore si scaglia contro le veneri da strapazzo che popolano la piazza e che con i loro immondi schiamazzi non lasciano i residenti riposare in pace dalle fatiche giornaliere.  I drammi si susseguono. Nel cortile di un edificio al numero 3, è rinvenuto un feto di 5 mesi in un canaletto di scolo delle acque nere. Piazza madama Cristina dispone di un servizio di vigilanza di guardie civiche attivo nelle ore di mercato: non è infrequente infatti il ricorso ai loro servizi visto il numero non piccolo di episodi di bastonature e accoltellamenti tra i frequentatori del luogo. In una lite all'uscita dalla cantina Campia al n.7 si ebbero nel 1892 ben 6 feriti, tra uomini e donne, fruttivendoli con i banchi sul mercato. Nel 1896 in piazza Madama c'erano i platani: lo si legge nel resoconto dei danni provocati da un uragano con grandine che si abbattè il 24 giugno sulla città: volarono lamiere di zinco della tettoia (finalmente costruita!) e alcuni alberi della piazza furono letteralmente denudati. Il nuovo secolo incalza ma la piazza non sembra cambiare abitudini.... il cuore pulsante di San Salvario ci regalerà ancora per tanti lustri drammi e vivaci quadri di vita popolare.

mercoledì 26 aprile 2017

Alfonso di Piazza Bodoni


Al tramonto


Quando La Marmora morì il giorno prima dell'Epifania del 1878 tra i familiari che seguivano il feretro c'era anche il suo amato cavallo, velato di bruno...... Nella scritta bronzea sul basamento di pietra che sostiene il cavaliere troviamo uno degli epiodi più gloriosi della sua vita militare, la guerra di Crimea che proiettò il novello Regno d'Italia tra le grandi potenze europee, frutto questo dell'acume politico di Cavour. Ricca fu la vicenda umana del più giovane dei quattro fratelli di insigne famiglia biellese, Alfonso. La sua figura, indissocialbile dalla presenza scenica del sottostante equino, appare a certe ore del giorno, soprattutto al tramonto, più simile ad un Buffalo Bill risorgimentale che ad un valoroso soldato del Regio Esercito. I tratti del volto, bruniti dal tempo, non mostrano la bruttezza del maturo Alfonso (a quei tempi 51enne). Il cavallo è rilassato. La zampa sinistra sollevata più che fiera posa di parata, sembra rammentare un' indole dubbiosa del tipo "che fare e dove andare?"
Ma via... lasciamo queste oziose considerazioni  e cerchiamo di cogliere la bellezza di questo monumento equestre calato nell'armonia della piazza circostante. Poche piazze in Torino racchiudono una così squisita geometria di proporzioni. Cavaliere e cavallo volgono sguardo e corpo verso ovest, diametralmente opposti quindi alle proppaggini dell'anfiteatro morenico del Garda dove sorge Custoza, luogo simbolo del declino storico e umano del Generale La Marmora. Casualità del destino, coincidenze ma all'osservatore attento non può sfuggire un chè di stanco ed incerto nella posa dell'uomo di stato e del militare che ha assistito a infinite morti in battaglia, nonchè a quella dell'unico figlio neonato e  da ultimo della moglie Giovanna.In un trafiletto del 7 gennaio 1878 su La Stampa sono descritte le esequie del generale a Firenze: il suo cavallo, velato a bruno, si legge, seguì il feretro....... Lasciando la piazza vien da ultimo da chiedersi se mai alcuno dei giovani bevitori di birra che nelle notti torinesi bighellonano ai piedi dell'Alfonso, si sia mai chiesto chi fosse costui e se davvero avesse sul groppone la responsabiltà dell'esito infelice della terza guerra di indipendenza.

.. o in un pomeriggio d'autunno...


E' raro ma succede che nevichi abbondantemente a Torino. E' questo allora uno dei momenti più adatti per capire la profonda bellezza del monumento di La Marmora. I dissuasori incappucciati del bianco manto diventano palle di cannone disseminate ai piedi del grande condottiero, le orme dei passanti quelle degli scarponi di ignoti soldati che non furono così fortunati come l'Alfonso a venir celebrati per l'eternità. E con la neve, come sempre, la piazza diventa silenziosa, di quel silenzio che ricorda il trascorrere dei decenni, la morte e la spaventosa inutilità di ogni guerra. Il La Marmora fu per molti versi una natura schiva: si narra (G.S. Marchese, 1861, pag.103) che al ritorno dalla Crimea il popolo torinese ebbe ad acclamare i soldati vittoriosi ma ancor di più chi li aveva capitanati... Ma il generale evitò la folla plaudente "rifggendosi in una modesta casa"....



E ora qualche nota urbanistica sulla nascita della statua......

La collocazione della erigenda statua ad Alfonso la Marmora  dopo l’iniziale proposta di piazza Maria Teresa scartata per via della scarsa visibilità causata dalle fronde degli alberi ivi presenti viene stabilita in piazza Bodoni Al centro della piazza per un certo numero di anni uno steccato provvisorio cela la vista del basamento in granito di Baveno su cui poggerà la statua equestre. Raccolti i fondi della sottoscrizione popolare, avuto il sostanzioso contributo del nipote  Tommaso il monumento ad Alfonso La Marmora è inaugurato il 25 ottobre 1891 alla presenza del Re d’Italia.   

Il monumento al Generale Alfonso la Marmora. 
II sindaco riferiva in una delle passate sedute alla Giunta municipale che, con deliberazione 30 novembre 1881, il Consiglio comunale accettava con plauso l'offerta del signor marchese Tommaso La Marmora di assumere a proprio carico l'esecuzione del monumento decretato al generale Alfonso La Marmora, mediante cessione del fondo ricavato dalla pubblica sottoscrizione a tale uopo instituitasi da eseguirsi il monumento in bronzo, con proporzionato piedestallo, secondo il bozzetto studiato dal prof. conte Stanislao Grimaldi e da collocarsi sulla piazza Maria Teresa, in luogo dell'aiuola centrale. Con lettera 20 ottobre corrente, il marchese La Marmora, in seguito all'avviso del conte Grimaldi, autore della statua equestre, e sul riflesso che nella piazza Maria Teresa gli alberi circostanti impedirebbero la vista del monumento, propone che ne sia mutata l'ubicazione, destinandovi la piazza Bodoni. La Giunta, ritenuto che la principale considerazione che indusse a scegliere la piazza Maria Teresa fu l'avere il generale Alfonso La Marmora abitato parecchio tempo in una bella casa fronteggiante la piazza medesima; che però anche in piazza Bodoni l'illustre personaggio ebbe pur dimora, approvò, secondo l'avviso della Commissione d'ornato, il proposto cambio d'ubicazione, salva la sanzione del Consiglio comunale, a cui la proposta verrà sottoposta in una dello prossimo sue sedute. 
La Stampa (4.11.1886) numero 305 pagina 3

Oltre vittoriose battaglie...


 

Buffalo e Alfonso: paragoni


In margine a tutto quanto finora detto c'è da rilevare come la collocazione della statua ebbe un travagliato iter con numerose ed accese sedute in consiglio comunale. L'Autore del monumento sostenne a lungo, dal 1873, che la statua doveva essere collocata o in piazza Castello o nei giardini di Piazza Carlo Felice e a sostegno di questo proposito ebbe a citare l'approvazione di Re Vittorio Emanuele II che, cosa non da poco, contibuiva per due terzi al finanziamento dell'opera....  Ma il progetto di porre Alfonso davanti a Porta Nuova ebbe fiere resistenze in Comune.... Di ordine architettonico: come poteva una statua armonizzarsi con il cosiddetto giardino all'inglese qual'era quello della piazza Carlo Felice? Di ordine logistico: porre Alfonso che guarda il centro cittadino o che, più prosaicamente, osserva la imponente facciata della stazione, col rischio di venirne schiacciato nel senso delle proporzioni naturalmente.....? E poi, osserva un arguto consigliere, cosa ci sta a fare vicino alla statua lo zampillo della fontana? Poco maestoso di certo, anzi irrispettoso. Come sappiamo, dopo molti anni di discusssioni il cavaliere eil fedele cavallo ebbero la loro collocazione più indovinata, senza zampilli, aiuole o imponenti ed imbarazzanti facciate di edificio.

martedì 18 aprile 2017

Cimiteri della campagna vercellese

Per gli amanti dei cimiteri la campagna che si sviluppa attorno a Livorno Ferraris e Trino è fonte di grandi sorprese. Si tratta di cimiteri abbandonati depredati dall'imbecillità umana ma che hanno conservato intatto un loro fascino. Uno dei più citati sul web, anche a sproposito, è quello di Darola posto a metà strada tra la cascina omonima e l'Azienda agricola di Lucedio che dismessi i quarti di nobiltà (ex abbazia, ex Principato...) continua con intelligenza e oculatezza a gestire un luogo denso di grandi vicende storiche. Il cimitero di Darola sopravvive soffocato da una vegetazione aggressiva che lo sta avvolgendo di lustro in lustro. In fondo al quadrato di cinta si trova la cappella segnata più che dal tempo dalla mano di povere menti che lì hanno messo la firma del loro passaggio terreno, con i mezzi che il loro cervello aveva a disposizione: la distruzione e la rapina .... Rimangono miracolosamente intatte ai lati della cappella, sotto il piccolo portico, due lastre funerarie murate. Quella di sinistra evoca la triste vicenda di due gemelle quindicenni decedute nel 1868 nello stesso giorno. A destra viene invece ricordato il padre loro, uomo onesto e ad ognun caro .... prematuramente morto pochi anni dopo, il 28 giugno 1876.
In piccolo ricetto, a destra della cappella, troviamo la sola lapide del cimitero ancora leggibile e in buono stato.
Il luogo, se visitato in una bella giornata di sole, non ha nulla di lugubre o demoniaco. Reca con sè la leggenda secentesca che lo vuole testimone di congressi carnali tra monaci della vicina abbazia di Lucedio e giovani novizie, istigate in ciò dalla possessione demoniaca. Ma le fonti cui fa riferimento la leggenda sono molto incerte (vedi Massimo Centini, Il grande libro dei misteri del Piemonte, Ed. Newton Compton, 2007). E in questi casi sorge sempre il dubbio abbastanza scontato che il demonio sia stato scomodato per coprire umane debolezze carnali di persone dal debole profilo ecclesiale.

Poco dopo la cascina Colombara sulla provinciale 7 prima dell'incrocio col Canale Cavour verso Livorno Ferraris c'è il piccolo cimitero anch'esso abbandonato. Qui l'erba infestante è stata tenuta a bada ed è possibile reperire ancora qualche lapide sia in terra che al muro perimetrale in mattoni. Appena varcato il cancello a destra si scorge l'effige di un'anziana donna vestita di nero dallo sguardo penetrante. Non rimane nessuna indicazione di chi fosse e di quando morì. Le ultime sepolture sembrano datare agli inizi del quinto decennio del '900: in effetti è in quel periodo che si esaurisce lentamente il fenomeno delle mondine e con esso lo sviluppo della vicina comunità della Cascina Colombara. Essa negli anni 70 è ormai disabitata.




Poco distante qualche burlone con un certo piglio di humor nero ha raffigurato una tumulzaione pagana con cenci variopinti.


Poco fuori dalle mura lo sguardo spazia sulla distesa d'acqua di una grande risaia, con in lontananza le mura di una grande edificio che rcorda i Cason veneti del Delta del Po.




lunedì 11 luglio 2016

Arignano, un paese abbandonato

Domenica di luglio, mezzogiorno. Lasciata la provinciale 119 dopo Andezeno, in pochi istanti si giunge in centro paese. Piazza Vittorio, allungata a fondo cieco come un campo di tamburello, con brutte case degli anni 50 intorno. Nessuno in vista, nessun esercizio commerciale aperto. Una breve salita porta davanti alla parrocchiale il cui portone sotto lo striscione ESTATE RAGAZZI è anch'esso sprangato. Di scorcio in alto si intravedono le mura della rocca (il castello superiore). Impossibile però capirne la struttura soffocata da una foresta incolta che negli anni deve essere cresciuta a dismisura. Il curioso deve accontentarsi di leggere i pannelli posti lungo la via: se si approfondisce sul web si legge la storia del castello. La rocca è comunque inaccessibile. Brutte case coloniche la circondano da tutti i lati, è in corso la ristrutturazione di una scuola elementare, edificio in linea con le brutture prodotte nel ventennio '50/'60. Il castello inferiore restaurato dalla Famiglia Zucca, attuale proprietario, risulta anch'esso inavvicinabile e scrsamente visibile. Un pannello, situato un po' troppo a distanza dall cancello di accesso, ne rissume la storia. Aggirandomi per le strade del paese, ho la fortuna di avvicinare un'unica abitante che mi fornisce istruzioni per raggiungere il lago artificiale dabbasso al centro abitato. Sui tre pannelli turistici del paese sono descritti itinerari della zona. Peccato che non sia da nessuna parte indicato dove codesti itinerari, iniziano. L'incuria e la scarsa attenzione al possibile turista è evidente: lo si deduce dalla pagina del sito comunale che riporta alla voce Turismo striminzite note storiche e brutte fotografie che non invoglierebbero neanche il più volenteroso dei turisti appassionati di storia locale. L'accesso alla villa della famiglia Costa, antico casato del posto estintosi il secolo scorso, inizia con un passo carraio in rovina. La villa, di cui è appena percebile lo splendore passato, è in rovina. Nel cortile giacciono ammassati, infissi e altro materiale di ristrutturazione. Nessun cartello però documenta ciò. Ovunque masserizie varie e ciliegina finale, un bidone azzurro campeggia rovesiato a protezione (?) di una delle statue della recinzione per lo più distutte e vandalizzate negli anni. Un grande muraglione in mattoni che delimita il parco della rocca superiore è pieno di rigogliosi cespugli di capperi che producono tuttora dei bei frutti. Nel torrido pomeriggio di luglio, mentre mi allontano un po' d'amaro in bocca (sarà il cappero non maturo che ho colto poco prima?) rimane a vedere questo piccolo borgo abbandonato al degrado.
Quanto rilevato ad Arignano vale anche per centinaia di piccoli comuni della regione. Alle brutture che migliaia di geometri hanno disseminato accanto alle dignitose residenze di campagna di inizio 900 nelle nostre realtà di provincia, ha fatto seguito una miope politica che la penuria di risorse economiche non basta a giustificare.
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sabato 18 giugno 2016

Un processo in Val di Susa durante il ventennio

Il ventennio ha prodotto una serie infinita di autocelebrazioni. I giornalisti allineati col regime non perdevano occasione di sottolineare il costante valore educativo della cultura fascista sull'animo popolare. L'esempio che segue lo dimostra. In particolare troviamo qui  un' involontaria comicità, frutto di sublime patriottismo, capelli bruciati e pettinatrici diffamate.    

LA STAMPA DELLA SERA - Martedì 8 Gennaio 1936 - Anno XIII
Recede dalla querela perchè l'imputata è orfana di guerra

Un significativo episodio, chiaramente indicativo come il Fascismo abbia elevato nel popolo il sentimento di riconoscenza per i Caduti in guerra e abbia veramente valorizzato il sacrificio del nostri soldati caduti sui campi di battaglia, è avvenuto nell'aula della V° Sezione del nostro Tribunale. Doveva discutersi una interessante causa di diffamazione provocata dalla querela di certa V.S. di 30 anni, pettinatrice a Bruzolo di Susa, contro la ragazza E.A. di 23 anni, pure residente a Bruzolo di Susa. La S. si era querelata perchè la A., nell'estate scorsa le avrebbe attribuito il fatto specifico di non essere esperta nella sua arte, ma di essere solita a bruciare le chiome delle clienti, senza usare differenza di trattamento nè per le capigliature bionde nè per quelle brune, nè per quelle naturali, nè per quelle ossigenate e senza usare riguardo neppure alla condizione delle clienti e cioè sia che fossero residenti nel paese sia che fossero villeggianti. La voce messa in giro dall'A., la quale si sarebbe con varie persone lagnata, secondo quanto espose la S. nella sua querela, che costei le aveva bruciato i capelli, dissuadendo le sue interlocutrici ad affidare le loro teste alla sua concorrente, si sarebbe così diffusa che avrebbe prodotto gravi danni economici alla S. e conseguente... maggior incremento di lavoro ad altre pettinatrici della zona, si che l'interessata, per porre... argine alla voce diffamatoria, dovette disturbare la Giustizia e cioè far promuovere dal Procuratore del Re di Torino, procedura penale contro l'A. per diffamazione. L'istruttoria, complessa, era stata, nei suoi accertamenti, favorevole alla querelante tanto che si era chiusa, come si è detto, col rinvio a giudizio dell'A. davanti al nostro Tribunale. E l'A. comparve dinanzi ai giudici della V Sezione in veste di imputata per rispondere dell'accusa, di cui si era sempre protestata innocente, difesa dall'avv. Baravalle e confortata dalla presenza di varie testi a difesa: la parte lesa era pure animata dalle migliori intenzioni di contendere, poiché era venuta a Torino dal suo paesino con varie testimoni (evidentemente tutte clienti che non avevano avuto le chiome bruciate: ed era pure essa assistita, per costituzione di parte civile, da un patrono, dall'avv. De Marchi. La causa, quindi, si profilava vivace nella discussione: senonchè all'inizio del dibattimento l'intervento autorevole del Presidente e del P.M. e la collaborazione conciliativa dei due patroni, valsero ad indurre le due donne (che da tempo non si rivolgevano la parola) a venire ad un colloquio chiarificatore. Ma se già poteva ritenersi di aver raggiunto molto, ottenendo di porre le due rivali l'una di fronte all'altra e discorrere, senza che si accapigliassero, i presenti si proponevano di ottenere qualcosa di più e cioè un vero disarmo tra le due parti in lizza. Ed alla auspicata pacificazione completa si addivenne perchè quando la querelante apprese, dai documenti che aveva esibito la difesa, che la giovane imputata era un'orfana di guerra, dichiarò con simpatica sincerità, che non intendeva richiedere la condanna di una ragazza il cui padre era morto per la Patria. E poiché l'imputata dichiarò, a sua volta, alla pettinatrice che era spiacente di averle recato dispiaceri e danni, la pacificazione tra le due donne avvenne completa: la S. recedette dalla querela ed il Tribunale pronunziò l'estinzione del reato per remissione di querela. Il simpatico episodio, provocato da un sentimento di deferente simpatia per un'orfana di guerra, fu piacevolmente commentato dal numeroso pubblico che gremiva l'aula e che se ne andò senza manifestare disappunto per la... insoddisfatta curiosità per il processo mancato, edificato invece dal commovente episodio di così evidente significazione morale. 

domenica 12 giugno 2016

In ricordo di Giuseppe Virgili, calciatore.


Presenze silenziose che ci accompagnano a vario titolo per tutta la vita. Da bambino (erano gli anni '50) uno dei miei svaghi principali, oltre al gioco con i soldatini e le automobiline (Dinky e Corgy Toys) era seguire il campionato di calcio. Raccoglievo figurine (le SIDAM che avevi acquistando nei distributori le palline rotonde e colorate di Chewing um) della serie A. La primissima raccolta però fu quella dei dischetti Ferrero, su cui ho pubblicato un post tempo fa.


Le riproduzioni dei calciatori erano alquanto approssimative, a volte leggermente fuori centro. Occuparono però interi pomeriggi dei miei giorni di vacanze estive, Ne possiedo ancora molte, un po' segnate dall'uso e dai molteplici strusciamenti su ogni superficie. Una di queste era appunto di Giuseppe Virgili, con la maglia, allora azzurrina, della Nazionale italiana.
I dischetti sono stati riposti con cura in un album e negli anni, dimenticati. Ora l'annuncio della morte di Virgili mi ha richiamato alla memoria quel tempo lontano della mia infanzia. Mi pare sempre strano, in momenti come questo, pensare che dietro quell'immagine sbiadita stampata su un pezzetto di metallo colorato, ci sia stata una persona che ha vissuto in tutti questi anni una vita reale. Eppure è così...



Virgili già nella prima metà degli anni '50 godeva fama di giocatore ben quotato e ben pagato, come risulta da un trafiletto de La Stampa.

STAMPA SERA Sabato 18 - Domenica 19 Settembre 1954

Virgili: il calciatore pagato più caro. La campagna trasferimenti di quest'estate non ha fatto registrare le favolose cifre pagate invece negli scorsi anni per gii «assi». Il più caro calciatore dell'anno deve essere il giovane Virgili, per il quale la Fiorentina ha versato all'Udinese 57 milioni in contanti più la mezz'ala Beltrandi, che aveva quotazione di circa 25.000.000. Seguono poi Bernardin della Spal all'Inter e Giuliano dal Torino alla Roma quotati entrambi poco più di settanta milioni. 

Due anni prima di morire, nel 2014, Virgili rilasciò un'intervista in cui parlava della sua vita e della sua carriera: vale la pena di ripercorrerla....



sabato 5 marzo 2016

Torino 1859-1862. La Società del Whist, i balli e altro nella Torino dell' Unità

Come ai tempi in cui Jean Jaques Rousseau si aggirava per le strade solitarie della Torino del settecento, poco o nulla è cambiato nella fisionomia urbanistica tormentata della città. Anch'io girovagando per le stradine attorno alla via Doragrossa, ho potuto scorgere ad una finestra la figura rispettabile di una anziana vedova dei tempi di Carlo Felice che di sicuro aveva danzato nei palazzi divenuti poi sede di un prefetto di Napoleone..... Ho per Torino una tenerezza particolare. I miei più cari ricordi datano del tempo in cui abitai in questa città. Là, nella calma dello spirito, passarono stagioni felici, anche se quegli anni dal 1859 al 1862 furono anni assai turbolenti per la città in quanto tutti gli esiliati del paese compresi i rifugiati da Napoli, si stabilirono qui. Lungo i portici di via Po, al caffè Florio e nel gabinetto di Cavour si posero le basi dell'unità d'Italia. La guerra del '59 affrettò senz'altro questo processo. Ma finchè la capitale del nuovo regno fu a Torino, la fisionomia della vecchia città non mutò di molto. La bonomia, la semplicità e la rudezza dei piemontesi resistettero all'invasione di spiriti nuovi. E la sera i ministri del Regno, persone accessibili al primo venuto, passeggiavano lungo le arcate della via che conduce al Po, fumando i sigari sotto cappelli di feltro o di paglia. Poi la sera ognuno riguadagnava la strada di casa, palazzo o modesta abitazione che fosse. Nessun ministro era a spese dello stato per il suo alloggiamento, lo stesso Cavour pagava di tasca propria le cene ufficiali. Il parlamento era il centro della vita politica e li si dibattevano le questioni che avrebbero cambiato la vita del paese. Il corpo diplomatico seguiva queste vicende e fu li che iniziai a studiare i personaggi politici del tempo. Quando giunsi a Torino la Camera era composta per intero da piemontesi e savoiardi. Poi a poco a poco vi affluirono, lombardi, fiorentini, romagnoli e napoletani che con il loro idioma e la loro vivacità resero l'atmosfera molto più interessante. A fine seduta gli elemnti più radicali andavano cordialmente a cena con i loro avversari politici nel ristorante Carignano, di fronte al Parlamento. Ogni asperità veniva dimenticata di fronte ad una bottiglia di Barolo e questo era uno dei caratteri più singolari della mentalità dell'italiano.
La Società del Whist o Club dei Nobili era uno dei circoli torinesi più organizzati. Composta da membri della vecchia aristocrazia piemontese ammetteva raramente nuovi soci. Il corpo diplomatico vi aveva libero accesso. Il palazzo, situato nel centro della città, si trovava in faccia agli splendidi giardini del palazzo del Principe di Cisterna. Un salone di lettura, una ottima tavola e degli amabili ospiti facevano del circolo un punto obbligato di incontro della diplomazia che arrivava a Torino. I deputati delle nuove province ed  i generali erano accolti a titolo provvisorio, mentre i membri delle antiche famiglie piemontesi, che in passato avevano militato nell'esercito sardo, erano considerati a pieno diritto soci fondatori. Gli stranieri erano trattati con cortesia e riguardo. I Francesi poi erano considerati dei veri e propri compatrioti. La compagnia Meynadier dava rappresentazioni in città nella stagione invernale e al teatro Scribe a Torino si mettevano in scena delle novità teatrali appena uscite a Parigi. Il Teatro Regio è vicino al palazzo reale, ha una sala grande, molto bella decorata però in uno stile Impero molto rigido. Ho sentito dire ad un vecchio piemontese che prima del resaturo la sala era un vero modello di decorazione settecentesca: ogni loggia era inquadrata da legno dorato di piacevole effetto, le gallerie tagliate a giorno, richiamanti il Luigi XV più puro. Il teatro Regio era un tempo proprietà del Re che lo lasciava al pubblico riservandosi le logge del primo rango (il Palco nobile) aperte anche ai dignitari di corte e ai ministri stranieri. In seguito i palchi divennero proprietà delle famiglie dell'aristocrazia a Torino come in molte altre città. Nelle rappresentazioni di gala il teatro è illuminato a giorno e tra ogni loggia prende posto un lampadario con 8/10 candele. Il sovrano assiste allo spettacolo dal palco centrale mentre i diplomatici e i ministri da quelli laterali. L'illuminazione intensa esalta gli abbigliamenti e le pettinature delle dame. Alla fine del primo atto si aprono le porte dei palchi e dei domestici in livrea offrono rinfreschi e dolci. Anche se inferiore a quella di Milano la Compagnia dell'opera e di ballo di Torino, è pur sempre una delle migliori del paese. Il Carignano, ugualmente teatro reale, inizia la sua programmazione alla fine di quella del Regio. Nessuna città ha così tanti teatri come Torino: se ne contano più di 12 e vi si rappresenta il balletto, l'opera, il vaudeville, la pantomima la commedia indistintamente. Il teatro Gerbino è dedicato alle rappresentazioni in piemontese. Ogni sera il pubblico affolla le sale, dato che i prezzi sono alla portata di tutti. La vecchia nobiltà pur nell'animazione culturale della città resta ancorata alle vecchie abitudini. Fino al matrimonio le giovani fanciulle non varcano le soglie dei saloni: la loro educazione è severa e risente molto della cultura sabauda. A fine anno è consuetudine però dare un gran ballo per alleggerire questa "reclusione". Il ballo delle "tote" è una riunione esclusivamente di giovani donne. Gli inviti sono molto ristretti e molto ricercati. Una sottoscizione fatta tra le grandi famiglie permette l'organizzazione del ballo che si svolge in uno dei più begli appartamenti della città. Inizia alle otto di sera e termina alle 8 del mattino successivo. Solo le madri possono accedere al ballo, per sorvegliare le loro pupille. L'atmosfera, come ho potuto verificare, è molto franca e gioiosa. Un'eccellente cena, in cui lo champagne fa la sua discreta comparsa, interrompe il ballo a notte fonda. Il ballo può quindi riprendere mentre le madri spesso sonnecchiano.  Alla fine delle 12 ore ci si lascia con strette di mano, con qualche rimpianto, dandosi appuntamento per l'anno successivo, a meno che durante la festa non si sia intrecciato qualche fidanzamento preludio al matrimonio . 

(traduzione libera dal Diario diplomatico di Henry d'Ideville, 1875)


Fils de François Le Lorgne d'Ideville, après des études de droit à Paris, il devient secrétaire d'ambassade à Turin (1859), Rome (1862-1867) puis Dresde et Athènes. Proche ami d' Alexandre Dumas, on lui doit un des tout premiers livres sur Gustave Courbet (1878). Il a été préfet d' Alger de 1871 à 1873. Il repose dans la sépulture familiale au cimetière de Loddes (Allier).
(Fonte Wikipedia)