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domenica 15 ottobre 2017

La casa in campagna




La casa sorge lungo la ferrovia che porta in Francia. Un tempo, in verità lontano, c'era un passaggio a livello. I treni erano frequenti per cui il suono scampanellante delle barriere a righe bianche e rosse che si abbassavano ogni ora era una costante sia di giorno che, meno frequentemente, di notte. Prima della sua costruzione,  nel 1954, al posto della casa c’era un grande prato con un lavatoio ad uno degli angoli. Le due grandi vasche erano alimentate da un flusso continuo d'acqua. Acqua dal sapore metallico sempre fresca. Con quell’acqua mi bagnavo i capelli quando tornavo sudato dalle scorribande in montagna in genere non molto lontano perché l’area dei miei vagabondaggi era ristretta. Sotto il lavatoio scorreva la bialera, già in quegli anni lontani un inutile canaletto d’acqua corrente che non serviva neanche più ad irrigare gli orti. Molte furono le estati che trascorsi in quella casa, assistendo ai riti paesani che vedevano  a metà luglio l'arrivo della grande trebbiatrice arancione e poco dopo quello degli autoscontri e giostre per la festa dell'Assunta di metà agosto. Celentano cantava "Ora sei rimasta sola", Rita Pavone "Alla mia età". Era estati lunghe e solitarie. La noia accompagnava i lunghi pomeriggi di sole, ma era una noia accettata con serena rassegnazione. Pochi gli amici, molta fantasia nel pensare sempre nuovi giochi. I compiti per le vacanze un fastidioso impegno da portare a termine il più presto possibile. Il futuro non esisteva. L'abbandono dei soggiorni estivi nella casa di campagna avvenne gradualmente a iniziare dal 1966 quando, quindicenne, iniziai a diradare le "salite" (si diceva infatti "Vado "su" a Bussoleno). La casa era stata voluta da mio padre: doveva diventare un luogo di ritiro e di riposo, lì avrebbe dovuto stabilirsi una volta andato in pensione. Gli ultimi 20 anni della sua vita invece lo videro sempre pendolare tra la città e  la campagna, viaggi sempre in ferrovia (non aveva mai voluto prendere la patente), aperture e chiusure delle due case, trasporto pendolare di masserizie e cibi. Sia mio padre che mia madre sono morti in questa casa.
Negli anni essa ha subito un costante degrado, gli scalini in graniglia della veranda si sono sbriciolati e qua e là albergano piantine di erbe infestanti. In giardino l'erba è cresciuta fino a cancellare le aiuole e lo stretto passaggio, lungo la cancellata, che regolarmente si ricopriva di migliaia di aghi del maestoso pino cresciuto incontrollatamente nel giardino. Ho dovuto lentamente separarmi da tanti oggetti, oggetti che negli anni si erano sedimentati in fondo agli armadi, nei cassetti e in cantina. Per lo più cose inutili, scritti, libri di scuola quaderni, giocattoli, depliants... una lista infinita di piccole cose con ogni singolo pezzo a ricordare un anno particolare, un periodo distinto della mia vita (all'università, al liceo e poi sempre più indietro fino ai primi anni 50 quando casa voleva dire soprattutto corso Ferrucci, nella grande città). Ho dovuto gettar via molte cose. Cose che giacevano da anni, decenni ignorate e poi per una manciata di secondi riprendevano vita, tornavano a collocarsi per incanto in un tale anno, in una tale epoca della mia vita. Non sono mai riuscito a non colorare di emozioni oggetti semplici e inutili ritrovati per caso. Per cui ogni volta che ho dovuto separarmi da qualcosa, era con un certo momento, con un qualche ricordo che dovevo fare i conti e non con una macchinina senza ruote o con un soldatino senza più una gamba.
Bussoleno paese è un luogo privo di fascino che negli anni amministratori senza fantasia nè iniziative hanno reso ancora più desolato. Ma è anche luogo di memorie e tale resterà anche quando chiuderò per l'ultima volta la porta della mia casa e consegnerò le chiavi al nuovo proprietario. Lascerò quindi i miei tre alberi, il mostruoso pino che ormai incombe minaccioso sulla via e sulla casa, il melo che ha l'età di mio figlio e che non ha mai regalato un frutto che non fosse aspro e bacato. Poi dietro casa il nespolo che per anni ha lottato con un terreno sterile e ostile e che adesso è rigoglioso e generoso in piccoli frutti saporiti.

martedì 1 aprile 2014

Le indagini del Maresciallo Odasso. Il delitto della cava (parte seconda)

Da La Stampa del 14 Ottobre 1952 

AL PROCESSO PER IL DELITTO DI BUSSOLENO

 Un pubblico assai numeroso è accorso stamane in Corte di Assise per assistere alla prima udienza del processo a carico del manovale Vincenzo Nebulon di 46 anni, autore di un efferato delitto.- Egli è infatti accusato di aver ucciso la propria amante, la sessantenne Libera Danese seppellendone poi il cadavere in una grotta nel pressi di Bussoleno. La precisa imputazione della quale deve rispondere il Nebulon è di omicidio premeditato a scopo di rapina, con l'aggravante dell'occultamento della salma. Lo difendono gli avvocati De Marchi e Delgrosso. In apertura di udienza il presidente dott. Aubert ha fatto alla Corte un breve riassunto del fatto. Il delitto venne scoperto quasi per caso nel marzo del 1949. Il contadino Davide Plano che ogni mattina percorreva un sentiero della montagna sopra. Bussoleno, dovette fermarsi in una cava ormai abbandonata. Con sua sorpresa notò alcune chiazze di sangue che segnavano quasi una striscia sul terreno fino all'ingresso di una grotta chiusa dà poco tempo con sassi e terriccio. Osservando meglio, il Piano scorse anche la scarpetta di una donna, pure macchiata di sangue. Certo di trovarsi di fronte a qualcosa di criminoso, il contadino corse immediatamente ad avvertire i carabinieri i quali, nella stessa giornata, procedettero a scvare nella grotta. Dopo qualche ora di febbrile lavoro il carpentiere Cipriano Tonda, che partecipava alle operazioni, trasse alla luce il cadavere di una donna con il cranio fracassato e la bocca piena di terriccio. Attraverso le impronte digitali la polizia scientifica identificò la morta in Libera Danese vedova Meneghelli, d'anni 60, abitante invia della Basilica 4 e schedata nell'archivio della Questura tra le donne di facili costumi. Nel suo interrogatorio l'imputato, un nomo dalla corporatura atletica, non ha in sostanza modificato le dichiarazioni già rese con la sua confessione. Durante la primavera del 1960 egli, aveva conosciuto la Danese che abitava in una soffitta di via Basilica. Per qualche tempo vissero insieme e poi la donna manifestò il desiderio di trasferirsi, con il Nebulon a Bussoleno. Questa decisione non piacque al manovale che, separato dalla moglie, dimorante appunto a Bussoleno, voleva evitare il pericolo di uno scandalo.”Cercai in ogni modo di dissuadere la donna” ha detto l'imputato e poi, quando appresi che in quel giorno — era il 27 marzo — si sarebbe recata a Bussoleno, fui costretto a raggiungerla. C'incontrammo alla stazione. La Danese recava con sè una valigetta di cui ignoravo il contenuto. Giungemmo cosi nella zona di Calusetto in prossimità della cava. Io perdetti la calma, afferrai un sasso e colpii ripetute volte la donna al capo finché la vidi stramazzare al suolo, immobile. Poi,- spaventato la trascinai per i capelli nell'interno della cava e ne nascosi il cadavere sotto un mucchio di pietre e terriccio. Gettai la valigetta nel folto di un cespuglio. 

2 Martedì 14 Ottobre 1952 LA NUOVA STAMPA
"Esasperato dal litigio presi una pietra e picchiai la donna finchè cadde morta
 Il processo in Corte di Assise per l'omicidio della mondana a Bussoleno 

Oggi l'assassino conoscerà la sua sorte Alla fine di marzo del 1950 veniva casualmente scoperto in una cava di pietre presso Bussoleno il cadavere di una donna più tardi identificata nella sessantenne Libera Danese, libera, oltreché di nome, anche di costumi nonostante l'età. Lunghe e difficili furono le indagini per individuare l'assassino: assai più a lungo durò l'istruttoria soprattutto perchè il giudice non aveva la possibilità di provare con elementi inconfutabili il movente del delitto che — per indizi e per circostanze indirette — appariva tuttavia essere stato compiuto a scopò di rapina. L'omicida. Vincenzo Nebulon di 46 anni, operaio, venne però ugualmente rinviato a giudizio della Corte d'Assise con l'imputazione di omicidio commesso per impossessarsi del denaro della vittima. Il processo ha avuto inizio ieri. Dichiarata aperta l'udienza il presidente dott. Aubert. prima di interrogare l'imputato, ha dato lettura dei verbali contenenti le dichiarazioni da lui fatte alla polizia ed al giudice istruttore. Dai documenti risulta che uccise la sciagurata durante un aspro litigio. La Danese voleva andare a convivere con lui a Bussoleno in una casetta che egli possedeva: l'imputato non voleva saperne della decisione della donna poiché a Bussoleno risiedeva pure sua moglie e temeva — nonostante fosse da lei separato da circa 7 mesi — che nascesse uno scandalo. Dalle parole si passò a vie di fatto: la vecchia mondana colpi il Nebulon ad un occhio e lo graffiò: egli perse la testa: raccolse una grossa pietra e con quella picchiò sul capo della donna fino a quando cadde a terra inanimata . L'imputato, uomo dalla robusta costituzione, ha ascoltato tranquillo, la lettura dei verbali. Quando Il Presidente lo ha interrogato con tono ugualmente tranquillo ha risposto alle domande. Aveva conosciuto la Danese — che abitava in una soffitta di via Basilica 4 — poco tempo prima. Vissero insieme con perfetto accordo; avevano intenzione di prendere in gerenza una bottiglieria poichè la mondana voleva ritirarsi dalla professione. Gli screzi fra loro nacquero quando la Danese manifestò il desiderio di andare a vivere a Bussoleno. « Cercai di dissuaderla — ha detto il Nebulon — ma sembrava irremovibile. Il 27 marzo seppi che si era recata al paese; salii sul treno successivo e la raggiunsi. Ci incontrammo alla stazione; la Danese aveva con sé una valigetta; la presi e la portai a casa mia mentre lei attendeva al caffè delle Alpi. Poi discutendo e litigando ci avviammo verso la cava nella zona di Calusetto. Ad un tratto persi la calma e la colpii ripetutamente con una pietra; poi spaventato trascinai il colpo nell'interno della cava e lo nascosi sotto un mucchio di pietre — Pres. : Come mal non è stata trovata traccia delle 400 mila lire che la donna aveva con sè? Le aveva ricavate pochi giorni prima dalla vendita di un suo alloggetto in via Principe Amedeo. — Imp.: Non ne so nulla; io presi soltanto 800 lire contenute nella sua borsetta. Ha avuto quindi inizio la sfilata dei testi : il fratello e la sorella della morta che hanno riferito quanto denaro approssimativamente aveva la loro congiunta; il maresciallo dei carabinieri Odasso che iniziò le prime indagini dopoché il carpentiere Cipriano Tonda estrasse il cadavere di sotto il cumulo di pietre: il commissario di P. S. dott. Fiumano — al quale II Presidente ha fatto gli elogi per la brillante condotta delle indagini; conoscenti e amici dell'uccisa — fra i quali un ottantaquattrenne che con le sue risposte spassose ha suscitato un po' di buon umore — e dell'omicida. I difensori avvocati De Marchi e Delgrosso hanno fatto dedurre una serie di testi — fra i quali il cappellano delle carceri ed un compagno di cella del Nebulon — che hanno messo in luce tratti buoni ed umani del carattere dell'imputato: ciò al fini della eventuale concessione delle attenuanti generiche. Stamane il P. M. dott. Prosio pronuncerà la requisitoria ed in giornata si avrà la sentenza. 1951

mercoledì 17 aprile 2013

Bussoleno nera: nell'estate del 1874......

Bussoleno, Valle di Susa. 9 agosto 1874. A fine giornata, con le prime ombre,  il termometro, è ancora sopra i 20 gradi. Alla periferia del paese sulla strada che porta a Torino, nei pressi della chiesuola di Sant'Antonio un uomo in terra sta morendo ferito da due tagli profondi al collo. Si tratta di Giovanni Annone operaio quarantenne in servizio alla stazione ferroviaria. Portato a casa muore nella notte per la gravità delle ferite riportate, si pensa da arma tagliente, un falcetto. I sospetti si appuntano rapidamente su  un compaesano,  Domenico Henry, 33 anni, contadino ed ex carabiniere. Ma non ci sono prove solo tenui indizi. L'Henry viene comunque arrestato. Una perquisizione condotta in casa sua non svela nulla: non vengono ritrovati neanche gli strumenti che comunemente ogni contadino utilizza nel suo lavoro quotidiano come falcetti, coltelli o scuri. I motivi alla base dei sospetti però sono riconosciuti validi. Serafina, la sorella dell'Henry intratteneva da tempo una relazione con l'Annone, relazione fortemente avversata dal fratello. Più volte in paese si era manifestato il rancore dell'Henry verso l'Annone. Alla base di questo sentimento, pare che ci fosse un sentimento di gelosia morbosa sconfinante in un turpe amore incestuoso. Tempo addietro un altro corteggiatore della Serafina era stato allontanato con frasi minacciose che non facevano presagire nulla di buono.... L'Annone invece non si era spaventato ed aveva continuato la sua tresca. Il fatto che Serafina fosse in procinto di divenir madre non lo aveva turbato. L'accusa mise in evidenza alcune incongruenze come l'affermazione, smentita da testimoni, che la sera del delitto l'Henry si fosse ritirato in casa senza più uscirne e avesse cenato con la sorella. Pare invece che Serafina si fosse recata come d'abitudine all'appuntamento serale con l'Annone e che l'Henry fosse stato visto rientrare a casa "con passo concitato" in concomitanza dell'ora del delitto. Il processo si svolse in Corte d'Assise nel mese di marzo del 1876: l'imputato apparve calmo e indifferente. Malato di tubercolosi, sembrò però in discreta salute. Furono esaminate tutte le circostanza a carico dell'imputato ma non emerse mai chiaramente una prova che dimostrasse la sua colpevolezza. Alla fine l'imputato fu dichiarato colpevole e condannato ai lavori forzati a vita.

sabato 7 luglio 2012

Le indagini del Maresciallo Odasso in Val di Susa Il delitto della cava (prima parte)


2 Giovedì 30 Marzo 1950 LA NUOVA STAMPA Anno VI - N. 78
 
Ancora avvolto nel mistero l'atroce delitto di Bussoleno Non è stata identificata la donna uccisa a colpi di pietra - Il fermo in Francia d'un giovane sospettato del delitto - Chiarito l'equivoco - Il giudice istruttore sul posto - L'autopsia.
 
Sembrava ieri mattina che i carabinieri avessero trovato una traccia che avrebbe potuto portare all'arresto di colui che assassinò la donna sconosciuta nella cava di pietre presso Bussoleno. Ed invece i carabinieri hanno accertato nello stesso pomeriggio di ieri che tale pista era errata. Ed ecco come gli investigatori erano giunti a dare un nuovo indirizzo alle ricerche. Era stato loro segnalato che un individuo dall'aspetto sconvolto, si era presentato nelle prime ore del mattino alla vicina stazione di Borgone per spedire una bicicletta per Bardonocchia. Nulla di strano in questo fatto se il maresciallo Odasso non avesse rilevato due circostanze interessantissime: i connotati dell'uomo e le caratteristiche della bicicletta fornite dall'impiegato della ferrovia sembravano corrispondere a quelle date dal geometra Ercole Prinetti, il quale, poco dopo le 21 di lunedi incontrò, sulla strada che porta alla cava, la donna che la mattina seguente fu trovata morta. La sconosciuta, preceduta di alcuni passi da un uomo, trascinava una bicicletta e reggeva con una mano una piccola valigia. L'uomo era di media statura, sui trentacinque uni, bruno e-cosi accuratamente pettinato, che si sarebbe detto uscito In quell'Istante dalle mani di un parrucchiere. Il maresciallo segnalava la scoperta alla polizia di Bardonecchla: ma ormai troppo tardi. Risultava infatti colà che la bicicletta era stata già ritirata dallo sconosciuto e rispedita per un paese vicino a Grenoble e che l'Individuo aveva varcato la frontiera con il treno delle ore 7,30. Dal canto loro 1 carabinieri della stazione di Susa all'ordine del capitano dottor Ridella e del maresciallo Di Llegro Si recavano Immediatamente prima a Bardonecchla e poi a Modano. Dopo molte ricerche durate tutta la giornata di ieri, l'Individuo è stato fermato a Mobiliano, paese situato a circa 500 km. dalla frontiera francese. Egli è risultato essere tale Andrea Viola, di 20 anni, impiegato in una ditta di Grenoble, giunto pochi giorni prima in Italia per visitare alcuni parenti che abitano a Villarfocchlardo. Il giovane si dimostrava molto sorpreso nel vedersi fermare dai carabinieri. «Io non ho fatto niente a nessuno! sono un onesto operaio! Che cosa volete da me?» continuava a ripetere. L'ufficiale cominciò con l'informarsi sul come egli aveva passato la notte di lunedì e la giornata di martedì. Le risposte del giovane erano sicure e pronte sicché 11 dubbio che potesse essere lui l'assassino cominciava a svanire. Quando poi il capitano gli mosse l'accusa «Tu hai ucciso una donna!» Il giovane rimase dapprima addirittura senza fiato, poi sbottò in una risata. «Ho quante testimonianze a mio favore volete per convincervi che non sono un assassino» esclamò e diede tutte le spiegazioni desiderate che poterono essere controllate quasi subito. Effettivamente aveva spedita una bicicletta, ma era quella di un amico, tale Carlo Montabone di 29 anni, residente pure lui in Francia e pure lui originario di Borgone, il quale lo aveva pregato di fargli tale favore. Svanita questa traccia, apparsa agli investigatori per un curioso cumulo di circostanze concomitanti, il delitto è ripiombato nel più profondo mistero. Tutto è strano in questo crimine, perfino 1l fatto che nessuno mai vide la donna prima della sera del delitto. Eppure a Bussoleno vi si doveva essere recata altre volte perchè tutto lascia supporre che essa trafficasse in merci di contrabbando e che la cava di Calusetto fosse 11 luogo abituale dei convegni con colui o coloro che dovevano poi trasportare tali merci a Torino. Le indagini sono proseguite per tutta la giornata di ieri senza interruzione e vi ha partecipato la Squadra Mobile di Torino che ha fatto eseguire da specialisti rilievi fotografici sul luogo del delitto e dattiloscopici. Questi verranno inviati anche a Roma all'ufficio segnaletico centrale. Se la donna ebbe già a rendere conto alla Giustizia di qualche reato, sia pur lieve, per mezzo delle impronte digitali e delle fotografie sarà senz'altro identificata. L'esame più accurato della cava di pietre ha intanto permesso di fare constatazioni di notevole importanza. Per prima cosa è stato accertato che la donna non fu uccisa vicino al luogo in cui fu ritrovata, ma parecchi metri più distante. Di qui fu trascinata fino alla grotta dove l'assassino pose, nel seppellirla, la massima cura. Infatti stese sul cadavere uno strato di sabbia, poi vi accumulò pietre; quindi vi gettò ancora più volte sabbia e pietre alternativamente. Più tardi la salma veniva scoperta, maggiori, è evidente, erano le probabilità per il criminale di assicurarsi l'impunità. A questo fine egli si preoccupò non soltanto di impossessarsi dei documenti della vittima, ma di cancellare le tracce di sangue. Queste erano abbondantissime e al chiarore lunare il delinquente cercò d'individuarle e vi gettò sopra sabbia. Senonchè non potè, data la debole visibilità e lo stato di orgasmo in cui doveva trovarsi, scorgere tutte le chiazze. Se queste pertanto sono molte e cosi ampie è arguibile che l'assassino doveva essere addirittura inzuppato del sangue della vittima. Non soltanto, infatti, doveva essere schizzato sui suoi abiti mentre tempestava il capo della disgraziata con una grossa pietra (ritrovata) ma doveva essere, pure colato sulle maniche della giacca mentre trascinava il cadavere verso la grotta. Si deve dedurre che consumato il crimine egli abbia preso la via dei campi e poi, lnforcata la bicicletta, si sia diretto a casa, probabilmente a Torino. In paese non deve essere passato perchè, con gli abiti cosi ridotti, non sarebbe transitato inosservato. L'autopsia del cadavere effettuata Ieri pomeriggio dalle ore 14 alle 16 nella cappella del cimitero di Bussoleno dal prof. Tovo alla presenza del sostituto Procuratore della Repubblica dott. Bianco ha dato questi risultati. La donna ha per lo meno cinquant’anni, è alta un metro e 55, è di costituzione esile e deve aver avuto un figlio. Celava un incipiente canizie con tintura nera. Sulle sue labbra vi erano ancora tracce di rossetto. Secondo la autopsia risulterebbe inoltre che la morte è stata causata dallo sfondamento dei parietali provocato da numerosi colpi inferti con un sasso. Dall'esame del visceri infine è risultato che la disgraziata aveva cenato regolarmente. Sull'ora del decesso il perito ritiene che debba farsi risalire a circa 16 ore prima. Ultimata l'autopsia il magistrato ha dato il nulla osta perchè la salma venga sepolta nello stesso cimitero di Bussoleno.

Mercoledì 29 Giovedì 30 Marzo 1950 NUOVA STAMPA SERA Anno IV Num. 74
 
LA DONNA UCCISA A BUSSOLENO VITTIMA DI UN TRAFFICO DI STUPEFACENTI
 
A Bussoleno, Susa, in tutta la Valle perdura viva l'impressione per la scoperta del cadavere di una donna massacrata a colpi di pietra e nascosta in una buca nei pressi di Calusetto. Il maresciallo Odasso della stazione dei carabinieri di Bussoleno ha continuato le indagini tanto per l'identificazione della vittima quanto per giungere ad una precisa ricostruzione dell'accaduto ed alla scoperta dell'assassino. Raccogliendo diverse deposizioni egli ha potuto intanto stabilire alcuni elementi molto importanti per la soluzione del mistero. Anzitutto i connotati e altre caratteristiche dell'uccisa: è una donna tra i quaranta e i quarantacinque anni, alta circa un metro e cinquantadue, capelli castano scuri con qualche ciocca grigia, molti denti finti. Porta all'anulare sinistro la fede di matrimonio e indossa, sotto un paltò verde a mezza vita, un giacchettino rosa e un foulard rosso a pallini bianchi. Ha scarpe di città, in camoscio colore marrone chiaro.

Saluto senza risposta
La donna venne vista per la prima volta in paese soltanto poche ore prima della sua morte. Una bimba di dieci anni, Maria Rosa Favro, tornando da scuola verso le 18 di lunedì, la notò lungo la strada che conduce alla cava. La sconosciuta spingeva con una mano la bicicletta e teneva nell'altra una valigia. Poca dopo la bimba, che abita ad un centinaio di metri dalla cava, la rivide nei pressi seduta su una grossa pietra come aspettasse qualcuno. E che attendesse una persona è confermato dai suoi successivi movimenti, quali risultano da altre deposizioni. Infatti, dopo aver atteso invano per qualche tempo, la donna scese in paese abbandonando alla cava la bicicletta e la valigia. La persona che essa attendeva forse doveva giungere con il treno delle ore 19 proveniente da Torino. Questo sarebbe provato dal particolare che la donna fu notata verso le 20,30 al Caffè Alpi nelle vicinanze dello scalo ferroviario. La vide il geometra Mario Suppo e la sua deposizione è confermata da un ferroviere rimasto colpito dall'aspetto equivoco della sconosciuta e dal suo andirivieni. Quello che attrasse l'attenzione del ferroviere fu non soltanto il non averla mai vista prima e il suo modo di vestire alquanto vistoso se pure tutt’altro che elegante, ma anche il suo atteggiamento guardingo e il fatto di essere uscita un paio di volte dal caffè per scrutare intorno certamente nella speranza di vedere colui che attendeva. Alle 21 giunse il treno da Bardonecchia, e un altro geometra, Ercole Prinetti di Calusetto, notò un individuo, a lui sconosciuto, con i capelli lisci bruni, senza berretto nè pastrano, che si incamminava lungo la strada per la cava. Il Prinetti, incrociandolo, gli rivolse un saluto, come è consuetudine in queste montagne, ma non ottenne risposta. Ritenne per questo trattarsi di un forestiero e s'avvide che a una diecina di passi di distanza l'uomo era seguito da una donna: la stessa notata dalla bimba presso la cava e dagli altri testimoni allo scalo ferroviario. A un certo punto l'uomo si fermò, accese una sigaretta e attese la donna che lo raggiunse subito. Uno scambio fra i due di frasi un poco concitate, delle quali peraltro non riuscì ad afferrare il senso, permise al Prinetti di notare che la donna parlava con un accento veneto.

Le spoglie depredate
A questo punto, mancando ulteriori testimonianze, entriamo nel terreno delle ipotesi. Ed ecco come possono essere ricostruiti i fatti secondo il maresciallo Odasso. La donna era evidentemente pratica dei luoghi: le sue mosse ne danno conferma. Alla cava non sarebbe giunta per la strada principale che si tiene a fondo valle, bensì seguendo una via secondaria a mezza costa che partendo dalla frontiera passa per Novalesa, Mompantero, Foresto e Calusetto e piega poi su Bussoleno. Non è da escludere che la donna fosse implicata in qualche faccenda di contrabbando e questo spiegherebbe l'itinerario seguito per giungere alla cava e la sua presenza in quei luoghi. Qui probabilmente avrebbe dovuto ricevere la sua parte di compenso anche per precedenti operazioni. Forse il suo complice non volle o non potè darle la somma pattuita e, minacciato dalla donna di una denuncia, decise di sopprimerla. Il resto è più facile da immaginare. L'uomo afferra la vittima, nasce una colluttazione e la sua robusta corporatura ha la meglio. La donna viene stordita con un colpo alla testa per impedire che possa gridare. Poi l'uomo, afferrata un grossa pietra del peso di almeno tre chili, le schiaccia la testa. Subito dopo, freddamente, si preoccupa di occultare in qualche modo il cadavere e soprattutto di rendere impossibile l'identificazione. Preleva infatti ogni documento ed oggetto, ma dimentica la fede matrimoniale, e si allontana con la borsa e la valigia della vittima, servendosi della bicicletta. E subito scompare probabilmente verso Torino.
Esistenza dì un complice
Mentre il capitano dei carabinieri di Susa, coadiuvato dal maresciallo Odasso, continua le indagini sul posto per l'identificazione della vittima, le ricerche proseguono anche a Torino per la scoperta dell'assassino. Secondo informazioni non ufficiali i carabinieri avrebbero già identificato la donna. Questa infatti, una venditrice ambulante, era già stata notata diverse volte a Bussoleno dal maresciallo Odasso il quale, insospettito da certi suoi atteggiamenti, aveva chiesto informazioni al Sindacato Venditori Ambulanti di Torino. Il Sindacato che suddivide i suoi iscritti a seconda delle zone e delle vallate, confermava che la donna risultava iscritta e che esercitava il commercio ambulante nella Valle di Susa. L’ipotesi che si tratti di un delitto consumato da trafficanti in stupefacenti e generi di contrabbando può ricevere conferma dalle precedenti indagini condotte dallo stesso maresciallo di Bussoleno sui clandestini che agivano da tempo netta zona. Tanto più che si ha ragione di sospettare che una donna fungesse da collegamento tra gli importatori delle droghe dalla Francia e gii spacciatori a Torino. Tutto questo potrebbe servire a completare la ricostruzione del delitto così come è stata fatta dal maresciallo Odasso. La donna, approfittando della fiera del lunedì per passare inosservata, si sarebbe recata, come altre volte, a Bussoleno e, sulla strada di Novalesa, sarebbe andata incontro ai contrabbandieri. Sarebbe quindi ritornata alla cava per incontrarsi con un complice che, per derubarla o per altro motivo, l'avrebbe uccisa. Abbiamo parlato di un complice perchè i testimoni parlano di un solo individuo. Ma non è da escludere che questi non fosse solo e il suo compagno si tenesse nascosto nelle vicinanze pronto ad intervenire.

Post Scriptum: 

Post Scriptum: 
Il 24 dicembre 1974 in una sottoscrizione di Specchio dei Tempi fu donata una somma a memoria del Maresciallo Domenico Odasso......

Il 24 giugno 1975 la moglie di Domenico Odasso donava, sempre alla memoria, una somma in solidarietà di carabinieri uccisi in una sparatoria ad Acqui

venerdì 6 luglio 2012

Le indagini del Maresciallo Odasso in Val di Susa: primavera estate del 1950. Il cadavere mummificato.

Venerdì 14 Luglio 1950 LA NUOVA STAMPA Anno VI Num. 166
Cadavere mummificato scoperto in montagna 
 
Susa, 13 luglio. Una raccapricciante scoperta è stata fatta ieri da operai che lavoravano in località Pian Rocco, sui monti del comune di Bussoleno. Essi erano intenti ad effettuare uno scavo per l'installazione di una conduttura idraulica nel rifugio dell'UET in quella località, situata a circa 1400 metti sul livello del mare, quando uno degli operai urtava con il piccone un ostacolo e nel tirarlo si avvedeva che a una delle punte dell'attrezzo era rimasto attaccato un brandello di stoffa. Messo in sospetto da questo fatto, egli dava l'allarme e si procedeva quindi a scavare con precauzione. Sotto ai cauti colpi di piccone a poco a poco si rivelava la sagoma di un corpo umano e finalmente veniva alla luce il cadavere di un uomo ormai completamente mummificato, ricoperto dai brandelli di un abito grigioverde del tipo militare. Subito avvertiti, sul posto si portavano i carabinieri di Bussoleno che, al comando del maresciallo Odasso, iniziavano le indagini. Il sopralluogo del medico legale ha accertato che la morte, dovuta a ferita d’arma da fuoco, risale a cinque sei anni. Circa le cause che hanno determinato la morte di quell’ignoto individuo a tutta primasi avanzò l’ipotesi trattarsi di una tragedia collegata ad un episodi odi espatrio clandestino di emigranti, che appunti alcuni anni fa era molto attivo nella zona. Successivamente però pare che l’Autorità inquirente esaminando attentamente i brandelli dell’abito si sia messa su un’altra traccia e sia propensa a credere che il cadavere sia quello di un militare russo che , dopo avere disertato dall’esercito nazista, si era arruolato con i partigiani operanti in valle di Susa. Dopo poco tempo però forse perchè ritenuto colpevole di spionaggio il disertaore sarebbe stato ucciso e occultato dai suoi stessi compagni. La salma è stata trasportata oggi nella  camera mortuaria del cimitero di Bussoleno. Nel frattempo continuano le indagini per fare luce sull'oscuro fatto.

 





martedì 3 aprile 2012

Le "bialere" di Bussoleno

Il dizionario Gabrielli alla voce Bealera riporta: "canale che trasporta acqua utilizzata per irrigazione o per produrre forza motrice". Nel 1959 avevo otto anni e non mi ponevo il problema di dove arrivasse qull'acqua in continuo scorrimento che lambiva il giardino della casa di campagna per poi sparire all'altezza del passaggio a livello e ricomparire molto più avanti lungo i prati che costeggiavano la strada in ghiaia per Chianocco. La bialera (il termine corretto di bealera mi era ignoto) era un luogo di divertimento, di sorprese e di avventura. Un giorno mi ritrovai tra le mani un pesce rosso quelli che allora nei Luna Park potevi pescare con una canna da panciuti acquari disposti su piani al centro di un gazebo multicolore. Al primo pesce ne seguì un secondo e poi sempre più, tutti morti ma ancora belli colorati. Ne portai uno a casa per provare quello che consideravo un vero fatto eccezionale, sapendo per esperienza che le bialere non erano abitate da pesci di sorta. La spiegazione di mia madre, sbrigativa, fugò ogni aura di mistero: qualcuno se n'era liberato gettandoli in acqua, essendogli morti. Le acque della bialera sapevano di fiume e di fango ma eran pur sempre belle limpide e scorrevano veloci, giorno e notte. Nei caldi pomeriggi d'estate era un piacere immergere le gambe nude in quell'acqua così familiare e inoffensiva e lasciar partire veloci nella corrente barchette di carta, bastoncini o semplici foglie strappate lungo le rive. Ci si divertiva con poco davvero e le giornate erano eterne. Fu prima che interrompessi il rito delle vacanze estive in campagna che le bialere cominciarono a sparire, interrate o coperte. Non c'era più motivo di rifornirsi d'acqua per irrigare orti e prati. L'acqua arrivava in tubi di gomma, sotto pressione e a comando. Ma allora ero già grandicello e il piacere di quell'acqua e delle sue sorprese non mi interessava più.

martedì 6 marzo 2012

Gli autoscontri a Ferragosto in valle

Gli autoscontri ovvero le automobiline


Per molti anni gli autoscontri montarono la loro pista metallica per la festa dell'Assunta al Dopolavoro ferroviario di Bussoleno. Ogni anno a cavallo del 15 agosto il paese era percorso dal brivido della grande festa d'estate. Verso sera l'animazione raggiungeva il culmine. Celentano cantava "Ora sei rimasta solaaaa..." e Rita Pavone "Alla mia età....", di tanto in tanto la musica spariva per lasciar posto all'altoparlante che richiamava gli indisciplinati o annunciava una nuova corsa. Così per molte stagioni, finchè durarono i miei soggiorni estivi in campagna. Era interessante, ai bordi della pista, seguire le varie strategie dei partecipanti. C'era chi guidava con sussiego e prudenza, girando alla larga, col viso serio di chi sta eseguendo un lavoro e che tiene a dimostrare di non essere li per divertimento. C'erano i maschi allupati che col viso paonazzo e la smorfia di chi non ha nulla da perdere incollata sulle labbra, puntavano gridando sulle coppie di ragazze chioccianti alla ricerca di cozzi plateali... In mezzo stavano tutti gli altri, adulti con bambini piccoli che cercavano di star fuori dalle mischie lanciando sguardi velenosi a chi si accostava, coppiette assorte ed incuranti degli agguati... Ma su tutti e tutto dominavano gli addetti al controllo della pista. Si trattava di giovani agili e spavaldi che saltavano qua e là sui bordi in gomma delle vetturette per indirizzare, redarguire o più semplicemente staccare i biglietti. Il loro concentrato impegno nello svolgimento della mansione avrebbe meritato ben più alte responsabilità ma ciò che incantava me bambino era la loro ostentata sicurezza e consapevolezza di essere, nella calda serata d'estate, i veri protagonisti della scena.


mercoledì 9 novembre 2011

I corvi in Valsusa


Mi sono imbattuto per caso in questo articolo giocando con uno splendido motore di ricerca fornito dall’editore Taylor & Francis. Si tratta  di uno studio condotto sui corvidi nella bassa valle di Susa pubblicato sul numero 59 del Bollettino Zoologico (1992).  Gli autori (A.Rolando e P.Giachello) hanno studiato per 2 anni in un area compresa tra Caselette e Bussoleno una serie di specie di corvi eurasiatici alla luce dei loro comportamenti e del loro habitat. Le conclusioni dello studio sono che le specie considerate esercitano precise scelte ecologiche in base alla nicchia ecologica (definita come l’insieme di abitudini e comportamenti di una specie in un determinato spazio) e all’habitat (spazio fisico in senso stretto) in cui vivono. Le specie Corvus (corvo comune, cornacchia) passano la maggior parte del tempo ad alimentarsi sul terreno, la gazza condivide l’abitudine con un ugual tempo di riposo sugli alberi mentre la ghiandaia predilige in grande misura lo stazionamento su albero. Lo studio delle interreazioni di aggressione ha dimostrato che si tratta di un fenomeno abbastanza comune negli stromi di corvi mentre la conflittualità si attenua nella stagione della riproduzione. Corvi e taccole sviluppano spesso comportamenti aggressivi intraspecie: si tratta in particolare di specie che nell’ambito della Famiglia dei Corvidi hanno un alto grado di socialità. La stretta vicinanza tra individui potrebbe essere, in questo caso, all’origine dei conflitti. Riguardo alle aggressioni interspecifiche  la Cornacchia risulta dominante sulle altre specie, il Corvo sulla taccola e la gazza sulla ghiandaia. Tra le cornacchie grigie e quelle nere l’aggressività sembrerebbe dover essere distribuita in pari misura, invece sorprendentemente quella nera domina su quella grigia. Una spiegazione data da alcuni autori fa risalire la maggior aggressività con il fatto che il becco di una sub specie (nera) è più sviluppato che quello dell’altra (grigia). Gli indici interspecie dimostrano una grande interazione tra cornacchie e taccole fatto dovuto all’alto grado  di socialità delle due specie.  Si è notato che quando le taccole si uniscono a stormi di cornacchie non mostrano timori né si mantengono a debita distanza di sicurezza. Questo sembra contraddire l’osservazione che la competizione tra le due specie sarebbe ridotta dato che hanno modi diversi di procurarsi il cibo. Considerato che le aggressioni e il dominio sociale contribuiscono a modificare le scelte ecologiche, si potrebbe supporre che le interreazioni interspecie contribuiscano ad aumentare le differenze tra le specie stesse. D’altro canto si deve anche considerare che la tendenza a formare stromi di specie misti di sicuro costringe le nicchie di corvidi ad essere simili.