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mercoledì 26 aprile 2017

Alfonso di Piazza Bodoni


Al tramonto


Quando La Marmora morì il giorno prima dell'Epifania del 1878 tra i familiari che seguivano il feretro c'era anche il suo amato cavallo, velato di bruno...... Nella scritta bronzea sul basamento di pietra che sostiene il cavaliere troviamo uno degli epiodi più gloriosi della sua vita militare, la guerra di Crimea che proiettò il novello Regno d'Italia tra le grandi potenze europee, frutto questo dell'acume politico di Cavour. Ricca fu la vicenda umana del più giovane dei quattro fratelli di insigne famiglia biellese, Alfonso. La sua figura, indissocialbile dalla presenza scenica del sottostante equino, appare a certe ore del giorno, soprattutto al tramonto, più simile ad un Buffalo Bill risorgimentale che ad un valoroso soldato del Regio Esercito. I tratti del volto, bruniti dal tempo, non mostrano la bruttezza del maturo Alfonso (a quei tempi 51enne). Il cavallo è rilassato. La zampa sinistra sollevata più che fiera posa di parata, sembra rammentare un' indole dubbiosa del tipo "che fare e dove andare?"
Ma via... lasciamo queste oziose considerazioni  e cerchiamo di cogliere la bellezza di questo monumento equestre calato nell'armonia della piazza circostante. Poche piazze in Torino racchiudono una così squisita geometria di proporzioni. Cavaliere e cavallo volgono sguardo e corpo verso ovest, diametralmente opposti quindi alle proppaggini dell'anfiteatro morenico del Garda dove sorge Custoza, luogo simbolo del declino storico e umano del Generale La Marmora. Casualità del destino, coincidenze ma all'osservatore attento non può sfuggire un chè di stanco ed incerto nella posa dell'uomo di stato e del militare che ha assistito a infinite morti in battaglia, nonchè a quella dell'unico figlio neonato e  da ultimo della moglie Giovanna.In un trafiletto del 7 gennaio 1878 su La Stampa sono descritte le esequie del generale a Firenze: il suo cavallo, velato a bruno, si legge, seguì il feretro....... Lasciando la piazza vien da ultimo da chiedersi se mai alcuno dei giovani bevitori di birra che nelle notti torinesi bighellonano ai piedi dell'Alfonso, si sia mai chiesto chi fosse costui e se davvero avesse sul groppone la responsabiltà dell'esito infelice della terza guerra di indipendenza.

.. o in un pomeriggio d'autunno...


E' raro ma succede che nevichi abbondantemente a Torino. E' questo allora uno dei momenti più adatti per capire la profonda bellezza del monumento di La Marmora. I dissuasori incappucciati del bianco manto diventano palle di cannone disseminate ai piedi del grande condottiero, le orme dei passanti quelle degli scarponi di ignoti soldati che non furono così fortunati come l'Alfonso a venir celebrati per l'eternità. E con la neve, come sempre, la piazza diventa silenziosa, di quel silenzio che ricorda il trascorrere dei decenni, la morte e la spaventosa inutilità di ogni guerra. Il La Marmora fu per molti versi una natura schiva: si narra (G.S. Marchese, 1861, pag.103) che al ritorno dalla Crimea il popolo torinese ebbe ad acclamare i soldati vittoriosi ma ancor di più chi li aveva capitanati... Ma il generale evitò la folla plaudente "rifggendosi in una modesta casa"....



E ora qualche nota urbanistica sulla nascita della statua......

La collocazione della erigenda statua ad Alfonso la Marmora  dopo l’iniziale proposta di piazza Maria Teresa scartata per via della scarsa visibilità causata dalle fronde degli alberi ivi presenti viene stabilita in piazza Bodoni Al centro della piazza per un certo numero di anni uno steccato provvisorio cela la vista del basamento in granito di Baveno su cui poggerà la statua equestre. Raccolti i fondi della sottoscrizione popolare, avuto il sostanzioso contributo del nipote  Tommaso il monumento ad Alfonso La Marmora è inaugurato il 25 ottobre 1891 alla presenza del Re d’Italia.   

Il monumento al Generale Alfonso la Marmora. 
II sindaco riferiva in una delle passate sedute alla Giunta municipale che, con deliberazione 30 novembre 1881, il Consiglio comunale accettava con plauso l'offerta del signor marchese Tommaso La Marmora di assumere a proprio carico l'esecuzione del monumento decretato al generale Alfonso La Marmora, mediante cessione del fondo ricavato dalla pubblica sottoscrizione a tale uopo instituitasi da eseguirsi il monumento in bronzo, con proporzionato piedestallo, secondo il bozzetto studiato dal prof. conte Stanislao Grimaldi e da collocarsi sulla piazza Maria Teresa, in luogo dell'aiuola centrale. Con lettera 20 ottobre corrente, il marchese La Marmora, in seguito all'avviso del conte Grimaldi, autore della statua equestre, e sul riflesso che nella piazza Maria Teresa gli alberi circostanti impedirebbero la vista del monumento, propone che ne sia mutata l'ubicazione, destinandovi la piazza Bodoni. La Giunta, ritenuto che la principale considerazione che indusse a scegliere la piazza Maria Teresa fu l'avere il generale Alfonso La Marmora abitato parecchio tempo in una bella casa fronteggiante la piazza medesima; che però anche in piazza Bodoni l'illustre personaggio ebbe pur dimora, approvò, secondo l'avviso della Commissione d'ornato, il proposto cambio d'ubicazione, salva la sanzione del Consiglio comunale, a cui la proposta verrà sottoposta in una dello prossimo sue sedute. 
La Stampa (4.11.1886) numero 305 pagina 3

Oltre vittoriose battaglie...


 

Buffalo e Alfonso: paragoni


In margine a tutto quanto finora detto c'è da rilevare come la collocazione della statua ebbe un travagliato iter con numerose ed accese sedute in consiglio comunale. L'Autore del monumento sostenne a lungo, dal 1873, che la statua doveva essere collocata o in piazza Castello o nei giardini di Piazza Carlo Felice e a sostegno di questo proposito ebbe a citare l'approvazione di Re Vittorio Emanuele II che, cosa non da poco, contibuiva per due terzi al finanziamento dell'opera....  Ma il progetto di porre Alfonso davanti a Porta Nuova ebbe fiere resistenze in Comune.... Di ordine architettonico: come poteva una statua armonizzarsi con il cosiddetto giardino all'inglese qual'era quello della piazza Carlo Felice? Di ordine logistico: porre Alfonso che guarda il centro cittadino o che, più prosaicamente, osserva la imponente facciata della stazione, col rischio di venirne schiacciato nel senso delle proporzioni naturalmente.....? E poi, osserva un arguto consigliere, cosa ci sta a fare vicino alla statua lo zampillo della fontana? Poco maestoso di certo, anzi irrispettoso. Come sappiamo, dopo molti anni di discusssioni il cavaliere eil fedele cavallo ebbero la loro collocazione più indovinata, senza zampilli, aiuole o imponenti ed imbarazzanti facciate di edificio.

sabato 24 dicembre 2011

Cronaca cittadina de La Stampa. Le Savojarde

LA STAMPA 7 APRILE 1925 (numero 63 pagina 6)
CRONACA CITTADINA
Le Savojarde
Savoiarda si dice, per scherzo, nel nostro dialetto di una donna grassa, polputa e tarchiata, meglio se zitellona,
ma serve altresì per indicare la lavandaia che netta col sapone le calzette di seta, le stoffe di colore, i tessuti delicati, che nel bucato soffrirebbero. Savoiarda? Perché vi è chi pensa che la denominazione sia in stretto rapporto col mestiere e col particolare modo di lavare i panni e le sostanze usato per la lavatura, e cioè una derivazione della parola sapone, ma tutto fa credere che questo tipo di lavandaia di casa (lavandaia urbana specializzata, più delicata e scrupolosa dell'altra, che per fare la biancheria pulita si serve di tutto, anche dell'acqua e del sapone), sia stata distinta col titolo di «savoiarda» perchè dalla Savoia è venuto a Torino il tipo esemplare. Su per giù come per gli spazzacamino che provenendo in gran pare dalle Valli di Aosta e della Savoia, per molto tempo si chiamarono tra noi i «piccoli savoiardi». Qualunque sia la derivazione dell'appellativo di fatto non ha importanza nel caso che rende il motivo di attualità. Se delle Savoiarde oggi si parla e la loro esistenza affiora sulla cronaca cittadina, è perchè un gruppo di esse, che aveva la sua sede in una delle piazze centrali della città, è stato sloggiato. Deliberata dal Comune la creazione di un nuovo locale per il Liceo Musicale, prescelta come sede l'area del Mercato coperto di piazza Bodoni, iniziate le demolizioni, le «savoiarde» che frequentavano 11 lavatoio ivi esistente si sono trovate d'improvviso senza sapere dove trovare quel tanto di acqua calda e fredda che occorre per il disbrigo del loro mestiere, li si sono fatte vive. Hanno compilato dei memoriali, presentate delle petizioni, avanzate delle richieste, come qualsiasi altra classe organizzata. Nelle loro argomentazioni però sono state così persuasive che il Comune sta già pensando a sistemarle. Cacciate da piazza Bodoni per necessità edilizia troveranno in Vanchiglia un locale migliore. Non sarà la soluzione ideale per le interessate, perchè le savoiarde per prendere e riconsegnare i panni della strada ne devono già fare parecchia, e farne dell'altra con la biancheria bagnata non è comodo, ma il Municipio non poteva rinunciare al progetto di costruire in piazza Bodoni il suo nuovo Liceo solo perchè sotto il mercato, ormai abbandonato, si trovava il lavatoio, ancora in attività. Avrebbe questo si, risparmiato la deviazione del canale, che invece si è resa necessaria per poter gettare le fondamenta del nuovo palazzo ma non avrebbe avuto il nuovo Liceo! Le Savoiarde? Quante saranno? Fisicamente si distinguono da ogni altra specie di lavandaia. Il carico che di abitudine portano sulle spalle dà ad esse delle linee facilmente riconoscibili. Poverette! Vivono nelle soffitte, lavorano nel chiuso e nell'umidità e non hanno le spalle forti, le braccia robuste, le facce prosperose delle lavandaie del contado. Guadagnare guadagnano, ma la loro vita è così tormentata che sembrano tutte vivere di stenti. Quante sono? Un calcolo approssimativo lo si può fare guardando al numero dei lavatoi pubblici e ai pesti che in essi sono disponibili (un tempo le « savoiarde » si vedevano anche sulle rive del Po, ma, presentemente, se non sono scomparse del tutto, se ne trovano pochissime: costrette a stare nel bagnato badano ad evitare il freddo) ma è un calcolo molto approssimativo perchè è mestiere che può tarsi benissimo anche in casa, nella zona periferica. I lavatoi sono una diecina, e poichè ogni lavatoio ha circa quaranta posti disponibili, e non 6ono sempre occupati dalle stesse persone, si può ritenere che le « savoiarde » devono essere nella nostra città poco meno di un migliaio. Il nostro Comune ha due tipi di lavatoi: uno a posti individuali, l'altro a vasche collettiva Rappresentano il vecchio e il nuovo sistema, ma poiché le « savoiarde » sono persone che amano restare nella tradizione, al nuovo preferiscono il vecchio tipo. E ciò a motivo che col vecchio sistema le lavandaie mettono, tutto in società, mentre col nuovo ognuna è costretta a pensare ai casi suoi. L'igiene consiglia il sistema nuovo. Anche se si tratta di panni sudici e che stanno per essere lavati, meglio evitare la confusione. L'acqua, anche se a getto continuo, com'è nelle vasche comuni, non giunge in tutti i punti nello stesso tempo e ugualmente pulita. Dove vi è lo scarico, si aduna l'untume, la sporcizia e la schiuma del sapone I panni lavati presso lo scarico non possono uscire puliti. Nei lavatoi a posti individuali questo inconveniente è evitato, e quando la biancheria è pulita, è pulita veramente. Tutti i lavatoi municipali, che si trovano presso i bagni pubblici, sono a posti individuali. Gli altri, (compresi i due liberi della Barriera di Nizza, che non sono altro che specie di tettoie), sono a vasca comune. A posti individuali sono quelli di Borgo San Secondo, Crocetta, piazza Donatello, via Bologna, Cavoretto San Donato; a vasca comune quelli di via Nizza, via Fiocchetto, Borgata Monto Rosa e quello ora demolito di piazza Bodoni. Per avere diritto ad occupare un posto nei lavatoi, tenerlo occupato per una mezza giornata, le «savoiarde» pagano, sia nel vecchio come nel nuovo tipo, quaranta centesimi. Ogni secchio di acqua calda, di cui possono avere bisogno, costa loro venti centesimi. La spesa non è molto con i tempi che corrono e le comodità non sono poche. Acqua calda ce n'è sempre, l'acqua fredda è continua ed è potabile, il personale è a disposizione da quando fa giorno sino a quando viene la sera, il Municipio spende ogni anno per i lavatoi pubblici più di 200 mila lire e poiché non ne incassa, tra posteggi e acqua calda, che centomila, ogni anno per questo servizio segna a bilancio una passività che è pari all'entrata. A soddisfare la curiosità degli amanti delle statistiche, aggiungiamo che delle centomila lire che vengono percepite, sessantamila rappresentano il provento dell'acqua calda distribuita, le altre quarantamila il posteggio. Dobbiamo queste indicazioni al solerte capo dell'Economato Municipale, cav. Mottura. E da lui abbiamo anche altre notizie curiose. I lavatoi municipali sono aperti alle «savoiarde» tutti i giorni esclusi i festivi. Tutti i posti sono invariabilmente occupati, la ressa però è più forte il mercoledì e ciò non a motivo che tale giorno sia prediletto dalle «savoiarde», ma perchè il mercoledì non si pagano tasse di posteggio: i lavatoi sono a disposizione «gratis» di chi prima occupa i posti. E’ una concessione che viene fatta alle famiglie povere, alle madri di famiglia che non hanno paura della fatica. E a onor del vero il numero delle donne che si presentano, è sempre superiore alla capacita dei lavatoi. E vi è la ressa e si fa la coda, come nei teatri nelle sere di grande richiamo. Il posto è gratis ma l’acqua calda si paga. Anche per evitare lo spreco. Un tempo prima della guerra, anziché un solo giorno gratuito, ce ne erano tre. Per far dell’economia fu fatta una riduzione. Inutile dire che il Municipio farebbe ben volentieri il sacrificio e sopporterebbe il maggior onere, la necessità se ne appalesasse. Ma la tassa di quaranta centesimi, che devono pagare per veder la casa pulita e indossare la biancheria pulita, tutti la pagano volentieri.

martedì 29 novembre 2011

Edilizia anni 30 in Piazza Bodoni

Nel corso del 1935 si assiste ad un rinnovato fervore nella costruzione di nuovi edifici in ogni parte della città. Oltre a costruzioni di utilità pubblica anche l'iniziativa privata trova nuovo impulso. Nella fotografia riprodotta da La Stampa del luglio 1935 una casa bassa e di poco reddito, sta per essere demolita, lasciando il posto a un grande edificio moderno. Di fianco sorge il palazzo del Liceo Musicale, da poco trasformato in Regio Conservatorio. Titola il giornale: "Sarà così un elemento di più che accrescerà l'eleganza di piazza Bodoni presso la quale il nuovo stabile viene eretto e sulla quale il Conservatorio ha il suo ingresso"



Nella foto appare il sito di via Mazzini 19 dove sorgerà la sede della banca del Monte dei Paschi di Siena opera di Domenico Morelli. Nato nel 1900 a Napoli, ma stabilitosi a Torino sin dal 1906, Morelli che nel 1932 aprì uno studio in collaborazione con Felice Bardelli, come pochi altri, ha saputo dare una originale
interpretazione del pensiero razionalista, con una linda rilettura della forma urbana in cui ha portato con
insistenza le sue ideazioni. Prima, la casa di via Vico 8 dell'inizio degli Anni 30 (dove per lunghi anni ha abitato con la simmetria di finestre e balconi, poi casa Tabusso (corso Galileo Ferraris 95) colla caratterizzante presenza di logge e loggiato. Ma via via, da solo o in collaborazione, da allora in poi ha ideato oltre un centinaio di edifici, in un autentico «dialogo con la città». Tutte architetture che ne recano l'evidente
 impronta urbanistica come nella scelta accurata dei materiali: marmi, e più spesso pietra e intonaco, ma anche l'acciaio come nel grattacielo della Rai realizzato con Aldo Morbelli

Il mercato di Piazza Bodoni a Torino

  IL MERCATO DI PIAZZA BODONI A TORINO


Il Mercato in Piazza Bodoni del 1866 è uno degli edifici maggiormente rappresentativi dell’architettura in ferro del Regno d’Italia. Progettato dagli ingegneri E. Pecco e C. Velasco su commissione del Comune torinese, occupava una superficie di 1932 mq e fu demolito nel 1924. Tra il 1864 e il 1866 fu costruita la tettoia da adibire allo smercio di latticini, pollame, frutta ed erbaggi, la cui struttura portante originariamente in ferro e legno fu debitamente mascherata all’esterno da una facciata in muratura secondo l’usanza del tempo. La pianta dell’edificio era quasi quadrata delle dimensioni di 42,30m per 45,60m con una parte centrale ottagonale coperta da una tettoia a cupola




Il problema dell’inadeguatezza del mercato di piazza Bodoni non tardò a farsi vivo. La mancanza di spazi favoriva il commercio abusivo. Un ordine municipale nel 1867 vietò la rivendita nelle vie e nelle piazze di frutta e verdura da parte degli ambulanti. Il provvedimento rispondeva a due ragioni, una di natura igienica (poter controllare più efficacemente la qualità della merce venduta), la seconda di tutela commerciale (non permettere una concorrenza dannosa nei confronti di chi pagava regolarmente la licenza per la vendita nel mercato coperto). L’abusivismo trovava però motivo nella scomodità che molti avevano, con l’estendersi della città, di recarsi in luoghi di vendita sempre più lontani. Era naturale quindi che gli abusivi, soprattutto donne, percorressero tutti i dintorni abitati per offrire la merce a domicilio o per strada. Le guardie municipali poi, nel loro lavoro di repressione, dovevano fare i conti con i cittadini che spesso venivano urtati e travolti dalle ceste delle urlanti rivenditrici in fuga, spettacolo assai poco decoroso


Da: La Stampa (5.8.1867) numero 177 pagina 2



Rivenditrici ambulanti 
In forza d'un ordine municipale, che non è che la riproduzione di cento altri ordini identici,
la cui più o meno esatta esecuzione dipende dal maggior o minor zelo in proposito spiegato dalle Guardie municipali, s'inibivano le rivenditrici ambulanti di frutta, verdura, ecc., di esercitare il loro commercio nelle piazze e nelle vie, e ciò per due ragioni: la prima per misura igienica, affine di poter esercitare una efficace sorveglianza sulle derrate che si vendono; la seconda per togliere una dannosa concorrenza, alle venditrici stabili che pagano l'affitto al Municipio. L'ordinanza municipale sarebbe stata opportunissima qualora fossero sufficienti allo smercio di quei generi i locali a ciò assegnati: ma se prendiamo a cagion d'esempio la sezione di Borgonuovo, noi troviamo che il mercato di Piazza Bodoni non è sufficiente alle esigenze della popolazione, e vi si deve quindi supplire con altri locali per lo meno provvisori, finché non si sia autorizzato un altro luogo stabile di vendita a comodo della gente che da lontanissimi luoghi è costretta di andarvisi a provvedere. Quindi è naturale il sorgere e il perdurare di questo commercio abusivo, esercitato da donne che percorrono tutti i dintorni abitati, per recarsi a domicilio di coloro cui manca il tempo di far quelle lontanissime gite, o per offrire le loro mercanzie a chi percorre lo strade, e trova suo vantaggio di avere a tiro di mano ciò che gli bisogna per la provvista giornaliera. È poi ridicola, per non dire ributtante, quella lotta a mano armata — di cesti d'ogni dimensione — che ne consegue fra le guardie e le rivendugliole, — quella corsa au clocher per le strade, per le scale e pei vicoli, di cui sono sovente testimoni i passeggieri, con che gusto di chi ne viene urtato dai gomiti e dai cavagni di quelle irate fuggitive — Dio vel dica! So dunque si trovasse modo di conciliare queste quattro cose: la sorveglianza igienica; il diritto delle venditrici che pagano; il comodo dei cittadini che patirebbero disturbo dall'esclusione dalla piazza di quelle commercianti così ferocemente perseguitate; e per ultimo anche la decenza che non deve separarsi dall'esercizio, per parte di agenti del Municipio, delle loro funzioni, noi ne saremmo a quest'ultimo immensamente obbligati, e con noi il colto pubblico.

lunedì 21 novembre 2011

Piazza Bodoni a Torino: la Guardia nazionale

La Guardia Nazionale a Torino

Estratto da: La Stampa (1.6.1867) numero 112 pagina 1

 

Piazza Bodoni è stata da sempre teatro di grandi manifestazioni. Nell’articolo del giugno 1867 si dà notizia dell’adunata della Guardia Nazionale del 2 giugno. La Guardia Nazionale Italiana era una forza armata sorta subito dopo l’Unità d'Italia (1861), utilizzata per reprimere il brigantaggio e la resistenza degli ultimi nostalgici del regno borbonico. Vista la sua scarsa efficienza ed il comportamento non certo impeccabile dei suoi ufficiali e di molti degli altri membri tra i graduati e la truppa, venne sciolta definitivamente nel 1876. Le convocazioni della Guardia Nazionale erano decise in occasione di importanti avvenimenti come sepolture di illustri cittadini o eventi nella dinastia reale, degni di ricevere gli onori militari. Nel giugno 1867 per la cerimonia funebre del Generale De Sonnaz il 3° battaglione della 2° legione della Guardia venne schierata in piazza Bodoni in perfetta tenuta da parata. Nel maggio dello stesso anno, in occasione del matrimonio tra Amedeo Ferdinando Maria di Savoia (Torino, 30 maggio 1845 – Torino, 18 gennaio 1890) figlio del primo re d'Italia Vittorio Emanuele II con Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, erede di un antico casato biellese, la Guardia nazionale era stata schierata sulla stessa piazza. La Guardia era dotata di banda che si esibiva al cambio della guardia in Piazza Palazzo di Città con partenza da Piazza Bodoni: il repertorio era discretamente vario.


 Da:   La Stampa  (9.6.1867) numero 120  pagina 2

II veterano dell'esercito, il soldato che assistette alle patrie battaglie, l'integro cittadino, devoto al suo Re ed al 
suo paese in guerra e nei consigli, cessò di vivere.
La sepoltura del venerando generale Di Sonnaz avrà luogo domattina con l'intervento di numerosissima truppa.
Parecchi reggimenti sono stati chiamati a Torino per rendere gli estremi onori all'illustre estinto. Vi interverrà pure 
la Guardia Nazionale alla quale fu indirizzato il seguente ordine del giorno: 
Le quattro legioni sono chiamate in armi ed in perfetta tenuta di parata lunedì 10 corrente per rendere gli estremi
onori e si riuniranno: La 1°legione in piazza Carlo Emanuele II(già Carlina),la 2° in piazza del Palazzo Civico, 
la 3° in piazza Savoia, il I ° e 2° battaglione, il 3° in piazza Bodoni. Il 4° in piazza Carignano. L'appello avrà luogo
alle ore 6 42 precise antimeridiane. Graduati e militi, un altro uomo intemerato, onore delle nostre Provincie, ci 
abbandonò per sempre. A voi il provare che sentite quale sia il culto dovuto a chi si chiamò Ettore Gerbaix de Sonnaz. 
Sia il vostro concorso nuovo pegno della vostra fratellanza coll'Esercito nuovo omaggio reso a chi fu illustrazione 
della nostra città
Il Luogot. Generale Danesi. 

venerdì 11 novembre 2011

Piazza Bodoni a Torino: breve storia

Fin dalla sua nascita nel 1835 piazza Bodoni è stata al centro di molte vicende che hanno riguardato la storia della città.  Non c’è ambito della cronaca cittadina in cui la piazza non abbia avuto un ruolo da protagonista: la storia vi è transitata attraverso esequie illustri, manifestazioni politiche, sanguinosi episodi di cronaca nera e intensi commerci che l’hanno animata lustro dopo lustro. Negli anni la sua struttura si è trasformata mantenendo al suo centro, inalterato punto fermo in tante rivoluzioni, la statua equestre di uno dei quattro fratelli La Marmora fino a diventare la piacevole oasi pedonale dei nostri giorni.
La fisionomia della piazza si delineò poco prima di metà ottocento con la sistemazione dell’area occupata dai Ripari, l’ampio spazio adibito a giardino pubblico sorto sui vecchi bastioni della città secentesca. Nel 1834 il piano per la sistemazione del Baluardo di Mezzogiorno destinò a Quartiere dei Macelli e Mercato dei Commestibili un ampia area sul sito dell’attuale piazza Bodoni. Questa era compresa, in origine, tra i due isolati di San Pacifico e San Nereo rispettivamente a occidente e oriente. Nel 1841 vide la luce il progetto per la casa Pomba sede della stamperia e casa editrice torinese. Nel 1844 per iniziativa dei La Marmora il lato meridionale della piazza venne definito col progetto di due caseggiati porticati, simmetrici. La piazza un tempo si estendeva sino all'attuale via San Francesco da Paola. Sull'angolo di questa via sorgeva una tettoia con un mercato ortofrutticolo assai animato, che venne abbattuta nel 1866. Al suo posto furono costruiti un mercato e un lavatoio in muratura, abbastanza antiestetico, riferiscono le cronache, nonostante i colori rosso e grigio. Nel maggio 1853 il Parlamento Subalpino definì l’assetto futuro della piazza: il progetto prevedeva la costruzione di un edificio in cui sarebbero state ospitate la pinacoteca e l’Accademia di belle arti. L’area interessata, di quasi 3800 metri quadrati, avrebbe dovuto essere tenuta “in perpetuo libera e sgombra da ogni fabbrica e non vi si sarebbe permessa mai l'erezione, né la semplice fermata di nessuna tettoia, o tenda, o banco mobile, o stabile”. Verso Nord dopo animate discussioni in consiglio comunale, nel 1873 venne edificata la casa Boasso, cui fu negata la concessione di un porticato, adibita da subito ad albergo e successivamente a sede di uffici amministrativi delle Strade ferrate mediterranee. L’ala verso est fu occupata da 3 palazzi con abitazioni in affitto. Infine nel 1928 l’edificio del mercato venne demolito e il municipio vi fece realizzare la sede del Conservatorio Musicale  su progetto dell’Ufficio tecnico Municipale con il contributo di Giovanni Battista Ricci. All’inizio degli anni ‘20 del novecento si provvide ad allestire la pubblica illuminazione della piazza.
A partire dal 1920 la piazza diventò il luogo prediletto per le prime adunate del Fascio torinese di combattimento. I partecipanti a questi comizi all’inizio erano  scarsi anche se in un articolo di giornale si sottolineava come questi fossero la “parte più eletta del popolo capace di rappresentare la città con le sue tradizioni e il suo avvenire”. Non mancarono i tafferugli, come nel novembre 1922, tra socialisti del gruppo giovanile da una parte e sostenitori dei fasci dall’altra. Tra uno sventolio di bandiere nere e rosse volarono bastonate e perfino colpi di pistola con due feriti medicati in ospedale fino a che le cariche dei carabinieri e la truppa del Regio esercito non riportarono l’ordine. L’ultimo atto della ferocia fascista si ebbe nell’aprile del ’45 pochi giorni dalla liberazione quando all’angolo del Conservatorio fu fucilato il partigiano Banderali.

L’idea di risanamento della piazza ha origini lontane. Fin dai primi anni 50 del novecento si comincia a parlare di spostare il fiorente ma ingombrante mercato dell’auto in altra zona e di sostituire lo sconnesso acciottolato con il bitume. Il giovedì, giorno di mercato, l’attività dei mercanti abusivi d’auto provoca non pochi ingorghi stante il fatto che si tratta di uno dei commerci più importanti, quanto a volumi d’affari, della penisola. Nel progetto si parla di creare tre isole rialzate, una centrale per il monumento di Alfonso La Marmora e due semilunari in blocchetti di porfido e bordo in pietra, poste a nord e sud dello stesso. E’ del 1953 la notizia del progetto di grande parcheggio sotterraneo nel sottosuolo della piazza. Soltanto nel 1965 però se ne tornerà a parlare. Nel novembre 1968 cominciano i lavori che si concludono a fine 1970. Negli anni 80 è il Conservatorio a subire per anni lavori di rimodernamento che causano malcontento tra i professori e studenti costretti al disagio del lungo cantiere che si concluderà solo nel 1991.  Nel 1996 il Parking Bodoni è ormai in disuso, frequentato da tossicodipendenti e poco sicuro. Nel giugno 2002 finalmente piazza Bodoni diventa area pedonale con la quasi totale soddisfazione dei commercianti che in passato avevano manifestato la loro contrarietà al progetto.