venerdì 15 giugno 2018

Marcel Proust, una passione.

La mia passione per Proust nacque nel 1965 quando al liceo il professore di italiano, istituì una piccola biblioteca. Non era la prima volta che accadeva, già alle elementari la biblioteca di classe mi aveva avvicinato a 20mila leghe sotto i mari.... La sostanza era identica, a cambiare solo i titoli... Tra i vari libri mi colpì la copertina che raffigurava una teiera con dei biscotti disposti in bella mostra su un vassoio. Non sapevo ancora che l'immagine non era propriamente fedele al testo... al posto della famosa madeleine c'erano infatti dei petit fours alla mandorla...
Folgorato da quel primo tomo mi procurai i restanti volumi nell'edizione classica Einaudi del 1946. Se la Strada di Swann aveva come traduttrice la Ginzburg, la successiva traduzione di Raboni del 1983 mi sembrò molto più simile nella musicalità del periodo originale. Il difetto dei volumi Einaudi risiedeva nella varietà di traduttori (ogni volume un traduttore diverso) e nel fatto che risente del passare del tempo (ormai 60 anni!): la lingua e le parole che la animano, mutano.


Il mio amore profondo per il testo proustiano mi ha portato poi a comperare l'edizione Gallimard della  Recherche, che confesso di non avere letta interamente, ma a spizzichi, un pò come penso si può leggere un test biblico o come più modestamente un livre de chevet. Non ho difficoltà ad affrontare il periodare di Proust e questo mi ha permesso di assaporare pagine memorabili che in italiano perdono fatalmente (e incolpevolmente) l'essenza intima della loro misicalità. Negli anni, soprattutto, nel decennio 1980/90, ho arricchito costantemente la mia biblioteca proustiana con saggi e biografie che spaziano dagli anni '20 agli anni recenti. A volte con temi particolari (Proust e la musica, Proust e la pittura, Proust e l'achitettura ecc ecc), a volte testi squisitamente linguistici, a volte rivisitazioni di biografie. Anche qui la lettura non è stata condotta razionalmente e in profondità: a parte il piacere feticistico del rinvenimento di una edizione ghiotta (come una copia autografa di Robert de Billy del 1930) a volte mi è stato sufficiente lo sfogliare qua e là un testo cogliendo un particolare interessante e cedendo magari le armi di fronte alle difficoltà di analisi troppo specialistiche. Non ho coltivato questa passione in maniera costante, per anni i volumi (una sesantina circa) sono stati lì, ragguppati nella libreria, spolverati, osservati ma non più aperti. Ultimamente, siamo nel 2018, ho per caso preso in consultazione dalla biblioteca civica di Villa Amoretti il Proust in love di Carter che tratta l'aspetto della sessualità nell'autore e nei suoi testi. Di sicuro per omogeneità e trattazione è il saggio sull'argomento più esaustivo. Ad ogni buon conto ho acquistato su Amazon il Marcel Proust  Du coté de la médecine di Soupault del '67... che leggerò per avere un confronto, anche se penso che quest'ultimo sia più circoscritto agli aspetti della malattia che afflisse per tutta la vita Marcel, l'asma. Di sicuro il nostro sguardo disincantato unito all'evoluzione della medicina, ci consente oggi di sorridere ai tentativi ingenui di classificare l'asma che affligeva Proust. A fine '800 essa era considerata una "nevrosi consistente in crisi di dispnea spasmodica, spesso accompagnata da turbe vaso-secretorie delle mucose delle vie aeree"
A Proust non sarebbe piaciuto ma in fondo Saint Beuve aveva ragione: la creazione letteraria di un artista affonda nel suo quotidiano ed ha nella "biografia" la sua ragion di essere. E' noto che Proust, calato in un contesto familiare (e sociale) molto tradizionale, ha cercato in ogni modo di celare la sua omosessualità. In un gioco di buone maniere e di profonda ipocrisia, ha sempre difeso con massima convinzione (anche con un duello portato a compimento ed altri minacciati) la sua ostentata normalità, salvo poi trasfondere nella Recherche tutto quanto la sua vera natura reclamava a gran voce. E' certo che sia la madre che il padre, e quindi anche il fratello Robert, fossero al corrente di questa inaccettabile anomalia, ma di ciò, scavando nella biografia di Marcel, è dato molto poco di cogliere, al più sussurri per le preoccupate e rassegnate confidenze che Adrien a volte, sia pur molto parsimoniosamente, lasciava trapelare ad amici intimi (Foschini, Il cappotto di Proust, 2010, pag.27). Tutta Parigi sapeva, eccetto lui, verrebbe da dire....La cognata di Marcel ha la responsabilità di aver bruciato e distrutto alla morte del fratello di Proust, Robert molti documenti che potevano compromettere l'onorabilità della famiglia. Molto presto Proust si adeguò alla sua natura, senza drammi se non quelli della rispettabilità di fronte alla società. Con sensibilità e intelligenza aveva velocemente capito che nessuno era disposto ad ammettere il desiderio omofilo una naturale variante della sessualità umana. Nelle lettere, come quella del maggio 1888 a Halévy, poteva però scrivere: "Et je ne sais pas pourquoi leur amour est plus malpropre que l'amour habituel". L'ambiguità della sua posizione non sfugge però nella cerchia delle sue amicizie più periferiche agli occhi attenti e bacchettoni di Jeanne Caillavet, moglie dell'amico Gaston: "E' un peccato - scrive lei nel suo diario del 1896 - che frequenti degli amici dalla fama così esecrabile. C'è del vero in quel che si mormora...". Proust comunque non si asterrà dal fingere una infatuazione per l'algida Jeanne, sostendendo di non poter accettare gli inviti di lei e marito per via del sentimento che prova.....
Ritornando a Sainte Beuve possiamo concludere che se da una parte l'elemento esistenziale biografico non può spiegare da solo la complessità e l'essenza profonda di una opera d'arte letteraria, dall'altra essa permette di spiegare moltissime cose.
La bibliografia su Proust in poco meno di 100 anni è diventata sterminata. Si è grattato il fondo del barile resuscitando scritti come quello di René Peter, esili e di lettura non agevole, si sono scritte eccellenti biografie ogni volta "definitive" (G. Painter, G. de Diesbach), si è addirittura preso a prestito il nome di Proust per imbastire romanzi polizieschi o comunque di fantasia con risutati quasi sempre deludenti (Cortesi 2014, Leprince 2016)
Proust non fu mai una persona semplice. Il vasto epistolario con il suo consulente finanziario Hauser, offre una interessante prospettiva pdi giudizio sulla persona al di fuori del ruolo di letterato. Esistono molte lettere che Lionel Hauser, nel primo dopoguerra indirizza al nostro autore che svelano quelli che sono i difetti di Marcel e la loro ricaduta sul suo patrimonio. Si tratta di un robusto carteggio sulla testardaggine di Marcel nel voler fare investimenti di testa sua. Una lettera in articolare è molto significativa perchè confeziona, in una sintesi geniale, un ritratto umano di cruda realtà che nessuno degli intimi dello scrittore,  ebbe mai a scrivere.
"Sei circondato da persone dolci e comprensive che ti trattano come tu vuoi essere trattato. Il tuo mondo irreale viene confuso con quello reale in cui vivono persone reali. Sei rimasto il bambino che non ammette di essere sgridato quando è stato disobbediente. Hai quindi eliminato dalle tue amicizie tutti quelli che insensibili alle tue tenerezze avevano il coraggio di redarguirti. Sono ben contento di lasciarti sprofondare a nima e corpo nell'Assoluto ma non prima di aver risanato i tuoi disavanzi economici." 
La sostanza è giusta ma il tono "brutale e diretto" che Hauser usa non può non ferire Proust che in effetti si chiude a riccio di fronte a queste contestazioni e risponde con ulteriori lamentele. Il saggio Hauser conclude "Mi hai fatto capire che preferisci le carezze ai pugni, ma ci sono circostanze nella vita in cui la dolcezza porta a consegenze nefaste". Ma proust è un essere complesso, Lionel Hauser tra l'altro non sarà mai messo al corrente della reale consistenza del patrimonio complessivo dello scrittore (terreni, diritti d'autore degli scritti del padre ecc ecc) riuscirà comunque a mettere ordine nelle finanze e a lasciare, alla morte dello scrittore nel '22 più di 4 milioni di franchi di valori. Per la gioia degli eredi.
Un altro interlocutore privilegiato di Proust fu il suo editore Gaston Gallimard subentrato, a cavallo della guerra. a Grasset che per primo aveva pubblicato Du coté de chez Swann. Gallimard diventa in breve il capro espiatorio di ritardi, di errori tipografici, di una distribuzione non perfetta dei libri  insomma di tutto ciò che poteva rendere Proust scontento o addirittura furioso. Il metodo di lavoro del nostro non era un modello di efficienza: la continua rielaborazione dei testi, con correzioni, cancellature, ripensamenti il tutto complicato dall'ostinazione dello scrivere a mano su foglietti volanti, non aiutava certamente i tipografi a svolgere correttamente il loro lavoro. Di qui contestazioni, lamentele, recriminazioni se non a volte aperte minacce da parte di Marcel. Gallimard, da buon imprenditore, sopportò sempre con fermezza le conseguenza di questo imbarazzante rapporto perchè capiva l'importanza della materia che aveva tra le mani.
La corrispondenza di Proust, racchiusa in varie decine di tomi (e si noti che essa è solo una parte dell'immenso epistolario in parte andato disperso in parte sepolto e inviolabile) rappresenta un ideale contraltare della sua meravigliosa opera, con un importante distinguo. Se la Recherche rappresenta un capolavoro della letteratura mondiale, le lettere sono al contrario un mostruoso coacervo di banalità, di lodi sperticate a personaggi indegni della più elementare considerazione, di falsità ripetute volte a ingraziarsi mediocri figure della mondanità parigina a cavallo dei due secoli... Se da una parte l'epistolario è servito ai critici ed esegeti proustiani per approfondire la comprensione e la genesi di alcune parti della Recherche, dall'altra (cosa che a Proust avrebbe fatto orrore) ha rivelato la meschinità che può celarsi nelle menti del genio. Cose risapute ma che fanno sempre un certo effetto a chi ha amato incondizionatamente un libro e il suo autore.
La testardaggine di Proust nel voler gestire la sua salute accelerò di sicuro la sua morte prematura, poco dopo il 51esimo anno di vita. E' in parte vero che la medicina di inizio '900 non offriva grandi risorse nella cura di patologie complesse come lo stato asmatico. Oltre al classico salasso e le iniezioni di canfora, per non parlare di fumigazioni varie, peraltro molto abusate da  parte di Proust, la terapia era praticamente  inesistente. Al di là di una comprensibile diffidenza verso la scienza medica, Proust ad accelerare la morte, ci mise del suo in maniera quasi consapevole e rassegnata. La morte fu in sostanza determinata da una progressiva denutrizione, dall'eccessivo utilizzo di sostanze stimolanti e sedative (adrenalina, veronal, morfina e soprattutto caffeina) che predisposero il suo organismo a soccombere ad una banale bronchite evoluta in polmonite.
Cinquant'anni di frequentazioni intermittenti, in sostanza più colpevolmente rivolte alla umana figura dell'autore che non alla sua opera, mi hanno rivelato una persona complessa, insopportabilmente nevrotica. La scena che viene riportata in una lettera (Kolb, corrispondenza , Tomo II, pag 96) a Laure Hayman in occasione della morte dello zio Louis Weil, non può non impressionare il lettore odierno. "Quando il ciclista ebbe raggiunto con la vostra corona, la sepoltura senza fiori come dalle volontà del defunto,, quando ho saputo che erano da parte vostra, sono scoppiato in singhiozzi, meno per il dolore che per l'ammirazione. Avrei sperato tanto voi foste al cimitero per cadere nelle vostre braccia...". Già. Che la bella Laure fosse la demi-mondaine (la mantenuta) del caro defunto è un particolare secondario: l'ipocrisia proustina va considerata nel periodo storico in cui si espresse. Si potrebbero citare tante altre debolezze del buon Marcel, come la gelosia corrosiva, patologica che riuscì a sviluppare per Reynaldo Hahn fino alla fine del loro rapporto, quando all'orizzzonte si profilava già il più malleabile Lucien Daudet. Con questi Marcel condivideva  l'esaperata sensibilità che poteva sfociare in pianti isterici come in ridondanti esternazioni di amorevole partecipazione.  Insomma umanamente Proust era, secondo i nostri odierni giudizi, persona di insopportabile umanità. Considerazione e giudizio purtroppo inevitabile per chi come me, in modo talora eccessivo (e morboso) ha voluto scavare nell'immenso materiale biografico che nei decenni, è stato pubblicato, amalizzato e commentato su di un autore che voleva invece essere solo giudicato per ciò che aveva scritto.
(continua)

lunedì 7 maggio 2018

A Ginevra negli anni della mia giovinezza

Le mie prime visite alla città risalgono ai primi anni 60. Allora ero un poco più di un bambino. Mi era stata regalata una macchina fotografica rudimentale con una fodera in plastica grigia che aveva come opzioni  unicamente la scelta tra Tempo nuvoloso/Sole splendente, messa fuoco e pulsante per lo scatto. Montava rullini da 12 foto, esclusivamente in bianco e nero. Ho ancora una foto di quella macchinetta, ritrae delle lapidi del cimitero di St Georges, per lo meno credo, che già allora costituiva luogo di meditazione e relax delle mie esplorazioni del territorio. Di Ginevra ho sempre ammirato la tranquillità di alcuni quartieri periferici, veri angoli di quiete dove lo scorrere delle giornate sembrava possedere una dimensione familiare di pace introvabile nella mia città natale. Il sobborgo (quartiere?) di Chene Bougeries per esempio, dove abitavano i miei cugini svizzeri, era un susseguirsi di giardini delimitati da basse recinzioni lignee, più simboliche che reali, di spazi ben delineati dove regnava ordine ovunque. Anche le case più semplici pur recando i segni del tempo trascorso, qualche scrostatura, i legni sbiaditi o gli infissi ormai obsoleti conservavano un aspetto che mai sconfinava nell'ordinario del cattivo gusto. I nomi stessi delle strade lì iniziavano spesso con "Chemin" (de la Gradelle,  de la Montagne, des Flombard) appellativo per cui non ho mai trovato una traduzione soddisfacente in italiano. Non "cammino" di certo, non "sentiero" e neanche il generico "via". In quel quartiere al confine con più recenti edifici dormitorio era ancora possibile scoprire angoli di verde con viali ben tracciati e semplici ma bellissime lapidi tombali: il cimitero del quartiere di Chene Bougeries appunto. Li è possibile ammirare una pietra singolare che invece che l'effige del defunto reca l'immagine di un fagiano! Dichiarazione d'amore ad eterna memoria di un animale amato?  o della nobile arte venatoria?


Ma Ginevra è anche stata il centro città con le Rues basses e i grandi magazzini tra cui lo storico Grand Passage, i cui reparti costituivano nei miei anni '60 una meraviglia continua. Soprattutto il reparto libri. Anche se avevo ormai da tempo completatata la raccolta delle avventure di Tintin, un fumetto della grande scuola belga dai tratti nitidi e semplici, dai bellissimi colori netti, la mia curiosità era attratta dai classici, su tutti l’immenso Marcel Proust. Ogni testo critico serviva ad arricchire la mia bibliografia, mi piaceva spaziare dai temi  linguistici, talora un poco noiosi e difficili ai testi più squisitamente biografici fino ad arrivare ai saggi che trattavano aspetti particolari, Proust e la musica, Proust e la pittura... Inter scaffali erano dedicati ai Livres de poche dalle belle copertine  specie quelli più vecchi con immagini che sapevano ancora un pò di rotocalco....


Dalle Rue Basses si saliva, per tornare a casa da mia sorella, per la città vecchia, attorno alla Cattedrale dove trovavo le vetrine dei negozi di libri antichi cui mi avvicinavo con curiosità e reverenza: sugli scaffali introvabili testi su Proust alimentavano la mia voglia di possesso, voglia frenata solo dai prezzi inaccessibili. C'era poi più prosaicamente la Ginevra dei molteplici supermercati. Dall'istituzione nazionale rappresentato dalla Migros alla più signorile Coop, era un susseguirsi infinito di banchi che da noi in Italia non esistevano ancora (erano gli anni '60 e a Torino la piccola, immutabile distribuzione regnava sovrana). Il reparto alimentari era fonte di continue novità inaspettate. Si spaziava dalle cioccolate che nonostante un Franco svizzero forte, erano discretamente convenienti rispetto alle nostre abbastanza limitate disponibilità nazionali. Poi le minestre liofilizzate, i biscotti, le salse e decine di altre offerte.

*
Gli anni sono passati anche per Ginevra. Sono comparsi qua e là sui muri, come nelle nostre città, gli orribili graffiti del disagio giovanile, segni incomprensibili se non visti attraverso l'intenzione dello sfregio di un bene pubblico, di un segnale di esistenze dai limitati orizzonti mentali. E' cambiata e a volte non in meglio anche la fisionomia di interi quartieri, raggiunti da opere faraoniche di viabilità cittadina. Vecchie mura di mattoni abbattute a beneficio del grigio cemento, case solide di fine '800 con le mura in bugnato circondate da polverosi cantieri. Sono forse cambiati soltanto i miei occhi: poco meno di 50 anni hanno cambiato la mia percezione dell'ambiente, quell'uniforme velo di fascino che diffondeva per le vie, sui bei portoni di legno massiccio, sugli acciotolati che portavano ai bastioni incombenti sulla place du Theatre, tutto si è stemperato nel più ordinario degli aspetti del quotidiano dove le persone hanno fretta di ritornare a casa e le automobili si riversano nelle corsie trafficate del Pont du Mont Blanc. Rue du Pré Naville conserva ancora un'aria appartata ai confini del bellissimo parc de la Grange: il balcone della Nina, anziana cugina ginevrina, dove canticchiavo sopvappensiero aspettando solo l'attimo per chiedere di farmi un giretto lungo il lago, è ancora lassù al secondo piano e di certo dell'annoiato quindicenne non ha memoria. 

venerdì 4 maggio 2018

Tromba di scale, bellezza e tragicità di un luogo neutro.

La tromba, in architettura, è lo spazio vuoto attorno al quale si avvolgono le scale. (Wikipedia)

 foto 1 (Torino. Edificio anni 30)

 foto 2 (Torino Casa inizi '900)

 
foto 3 (Milano inizi '900 Casa signorile)


 foto 4 (Torino)

Foto 5 tratta da "https://it.freepik.com"

La tromba delle scale è uno spazio comune, luogo d'eccellenza di morte accidentale o volontaria. E' impressionante, se solo si ha la voglia di approfondire, quanti incidenti nelle pagine dei quotidiani hanno come protagonista la tromba delle scale. In alcuni casi vengono scelte per darsi la morte, forse lo spazio delimitato da mura, interno, circoscritto dalla frequentazione quotidiana è in grado di dare l'estremo coraggio a chi cerca, con un drammatico atto, la fuga dalla vita. Se si digita su di un motore di ricerca "tromba delle scale, suicidio" si ottengono più di 92 mila risultati, a rimarcare l'alea mortifera che avvolge questo apprentemente neutro di uno spazio comune.
Di per sè si presenta in numerose forme, dalle più eleganti elicoidani, coniche o semplicemente circolari alle classiche rettangolari talora ristrette all'inverosomile (foto 1). Spesso questo spazio vuoto, è stato riempito con un ascensore che lo ha privato della sua bellezza. Invece a volte è stato possibile conservare l'eleganza del disegno grazie anche alla ricchezza dei particolari (piastrellature, ringhiere) foto 4.

L'architettura del ventennio, forse, è stata più in grado di molte altre, di creare autentici capolavori di equilibrio ed eleganza.

Foto 6. Milano Palazzo della Borsa

In alcuni casi la struttura è grandiosa e ricorda le impossibili creazioni di Escher  come nella scala elicodale della Borsa di Milano (anni '30) Qui la struttura in cemento armato è rivestita da marmo di Carrara venato a ricordare lo scalone monumentale di Caprarola, capolavoro del Vignola.



domenica 18 febbraio 2018

Vite di sconosciuti: Rosa ed Evaristo

Quando Rosa sposa Evaristo lui ha già 54 anni ed è pensionato. Lei ha quasi 30 anni in meno, 25.  Appena una manciata di giorni prima di Natale, siamo nel 1927, viene celebrato il loro matrimonio, prima civile poi religioso.  Da inizio anno è stata istituita la tassa sul celibato: chissà se questo ha spinto i nostri due protagonisti a regolarizzare la loro posizione... Ma il '27 è anche un anno che registra tragici eventi: Sacco e Vanzetti vengono giustiziati negli Stati Uniti, il piroscafo Principessa Mafalda affonda al largo delle coste brasiliane causando oltre 600 vittime mentra a fine anno una scossa di terremoto nei Colli Albani rade al suolo la città di Nemi. Nulla ci dice se Rosa ed Evaristo furono consapevoli di questi fatti nè tantomeno ci è noto quel che provarono. Lui, data l'età, di sicuro leggeva le notizie sui quotidiani, lei viveva nell'ombra di lui completamente appagata dal suo amore e dalle sue attenzioni. Quel poco che sappiamo della coppia è racchiuso nelle pagine di un volume che nel 1937 veniva consegnato agli sposi in occasione della cerimonia matrimoniale.
Il volume era corposo di più di 100 pagine, suddiviso in sezioni


L'ossessione del fascismo per incrementare la natalità che nel trentennio del '900 aveva subito un preoccupante calo, viene qui esaltata al massimo grado. Anche le numerose inserzioni pubblicitarie contenute nel volume sono un chiaro invito demografico...
Il libro cartonato rosso che reca la scritta OMAGGIO AGLI SPOSI è usato come un semplice diario senza date, con vari pensieri e ricordi della vita trascorsa assieme. Non segue i capitoli stampati se non nella compilazione delle ricorrenze più importanti fidanzamento e matrimonio. Nelle numerosissime pagine dedicate a "I NOSTRI FIGLI" Rosa scrive i suoi piccoli ricordi, quasi sempre rievocazione di tempi felici della vita in comune. Il tutto sembra essere stato composto negli ultimi anni di vita, una specie di riassunto a posteriori. Rosa non ha avuto una vita felice prima dell'incontro con Evaristo. Scrive: "tutte le tristezze che la vita mi ha dato tu caro Evaristo con la tua dolcezza e bontà hai saputo rendermi felice". Certo periodare di alcuni passi sembra indicare una istruzione di Rosa medio bassa. Altre frasi suggeriscono che Rosa aveva un lavoro che la impegnava fino a sera. Evaristo le raccomandava spesso di riposarsi  perchè  "domani sarà un altro giorno di lavoro". Forse la differenza di età ha contribuito a far sì che il matrimonio fu sterile. Questo nonostante la pressione ideologica non certo leggera che il fascismo esercitò nel campo della demografia: Rosa ed Evaristo vissero gran parte della loro vita coniugale sotto la dittatura fascista. Non c'è traccia nelle pagine di grandi avvenimenti dolorosi. Molte estati li videro in villeggiatura alle porte di Torino, C'è al proposito una sintesi delle vacanze. Dal 1930 per 5 anni passano le ferie nel Canavese in una frazione di Corio: lunghe passeggiate in montagna alla ricerca di ciclamini o funghi, entrambi felici e spensierati. Lui è un buon camminatore e anche quando Rosa sale a fatica su per una mulattiera lui riesce sempre a trovare una parola di incoraggiamento. Dal 1940 al '45 le vacanze le trascorrono a Coassolo. Nel settembre 1954 i coniugi fanno il loro ultimo viaggio, in autunno, a Roma e Napoli. Un anno più tardi Evaristo muore.
Nel autunno del 1958 Rosa confessa alle pagine di questo che è divenuto un diario per pensieri sparsi, la sua solitudine. Evaristo era il centro della sua vita con i suoi consigli e con la sua sola presenza. E' triste, Rosa, confessa che solo nella preghiera trova la forza di continuare a vivere.


E' questa l'ultima traccia scritta lasciata da Rosa. Evaristo è ormai morto da 5 anni, il ricordo di lui sempre vivo nei giorni. 
Ho cercato a lungo nel web tracce del loro passato terreno, senza successo. Rosa nè tantomeno Evaristo risultano sepolti a Torino. La moglie di uno dei due testimoni di nozze muore nel 1965 ma neanche di lei esiste traccia se non nel necrologio. Ho omesso i cognomi, nonostante siano passati molti anni dalle vicende dei nostri due per rispetto della privacy. 


domenica 26 novembre 2017

Mio padre e il Generale Badoglio

Mio padre quando tornò dalla Germania aveva i pidocchi. Tornava dal campo di lavoro di Gaggenau dove nel giugno del '44 stato deportato dai tedeschi, nel quadro del reclutamento forzato di manodopera da impiegare nella produzione bellica dell'ex stabilimento Daimler Benz. Ci pensavo oggi in occasione di una visita nel paese natale di Pietro Badoglio. La giornata era splendida, il vento aveva spazzato via nubi e foschie permettendo una vista di 360° dal sagrato della chiesa dei SS. Vittore e Corona. Nello stesso mese di giugno 1944 Badoglio rassegnava le dimissioni dal primo governo post fascista. Un uomo per tutte le stagioni davvero. Non penso che a mio padre il fatto politico interessasse molto, divorato com'era dai parassiti e preoccupato di tener lontana mia madre che dopo mesi voleva giustamente riabbracciarlo. 
Oggi il cielo era terso a Grazzano Badoglio, non una nube, lontano la cerchia innevata delle Alpi lasciava riconoscere ogni vetta nei minimi particolari. Il tempo passa, la gente dimentica. In paese, davvero carino e ben tenuto, ad ogni passo si cita il Maresciallo d'Italia. L'ex asilo dedicato alla madre, la via di circonvallazione, la casa di riposo. Penso sia una risorsa importante per il turismo e per quelli come me che sono curiosi e cercano di leggere nelle pietre e nei libri qualcosa di un passato dimenticato troppo in fretta. Grazzano mi ha colpito positivamente. Tra le altre cose, dopo aver girovagato per le sue vie (case ben curate, interni, quelli visibili, anche) come sempre faccio quando visito piccoli paesi o grandi città mi sono recato nel cimitero del paese. Il lungo viale con le grandi Tuie potate a uovo, è maestoso, la vista splendida. Lì nella tomba di famiglia in pietra dei Badoglio sull'altarino c'è una fotografia molto conosciuta del generale italiano. Mi sono soffermato sull'espressione singolarmente espressiva del'uomo, oltre le mostrine e la visiera del cappello che vela lo sguardo. Sembra in procinto di scoppiare in lacrime, le labbra sono tirate con gli angoli rivolti al basso. Ma si tratta certamente solo di un'impressione perchè non mi risulta che, al pari di molti suoi simili, il maresciallo d'Italia abbia mai avuto rimorsi sugli atroci metodi di guerra che ebbe a sperimentare in terra d'Africa e che fonti ormai certe (Del Boca 1996 pag. 141-142 e 2005 pag.202) gli attribuiscono. Mi riferisco ai gas  utilizzati per lo sterminio degli Etiopi. Oggi su Grazzano Badoglio il cielo era limpidissimo, sull'ampio piazzale davanti al portale in mattoni del cimitero, stonavano con la gioiosa luminosità del pomeriggio novembrino solo il residuato bellico austriaco, un cannone puntato sul curioso visitatore e le lapidi dei caduti nel giardinetto retrostante. Di tutto ciò (gas, massacri, adesione alle Leggi  Razziali) nel sito del comune e in quello della Fondazione omonima non c'è traccia. Avrei voluto visitare il luogo natale di Badoglio ma un cartello avvertiva che le visite riprenderanno nell'anno venturo, in primavera. Tornerò sicuramente. Ho negli occhi partendo le due lapidi affisse a sinistra del cancello d'ingresso della casa natale. La prima è del '38 e vi si celebra il fatto che Badoglio portò le falangi armate alla conquista dell'Impero. La seconda più modestamente con linguaggio tortuoso e aulico celebra "con gratitudine il grande concittadino". A mio padre penso fosse indifferente la questione coloniale e di gratitudine al Maresciallo d'Italia penso ne riservasse ben poca. Impegnato com'era a lottare con i più terreni pidocchi. 


 

                                       Papà agosto 1940                                Badoglio 1934



domenica 29 ottobre 2017

Giacomo Grosso, l'immorale...

I fatti sono noti a chi conosce bene il pittore di Cambiano. Tutto nacque con la presentazione all'Esposizione di Venezia del 1895 del quadro Supremo convegno. In questa tela un cadavere è disteso in una bara aperta ed è circondato e sovrastato da donne nude. Sono femmine che un tempo da vivo gli procurarono piacere e che ora lo attorniano in un simbolico «supremo convegno». Il fatto che la scena si svolga apparentemente in una chiesa immersa nella penombra suscitarono l’immediata levata di scudi di quella parte di contemporanei sempre attenta a limitare la visione di tutto ciò che poteva turbare o ledere la loro sacrosanta morale cristiana. La richiesta di non presentare l’opera fu respinta a seguito del giudizio positivo di una commissione all’uopo istituita. Della stessa faceva parte Fogazzaro che, pur fervente cattolico, così  giustificò il suo giudizio: «Le nudità del «Supremo Convegno» in quell'atto, in quel luogo, mi parvero dover produrre una impressione profondamente morale. Nell'arte il nudo ha diversi linguaggi […]. Le femmine del «Supremo Convegno» sono apparse alla fantasia dell'artista in un'alta e tragica ispirazione e la loro nudità bestialmente ostentata, orribilmente profanatrice, ha un alto, tragico linguaggio. Il viso del morto, le membra delle vive, voglion dire e dicono con efficacia terribile le colpe e castighi di una passione tutta brutale». Il patriarca di Venezia però fu di tutt’altro avviso e rivolse al clero veneziano la preghiera, equivalente a proibizione assoluta, che nessun sacerdote visitasse la Mostra fino a tanto che fosse esposta quella tela. Inoltre fu pubblicato nelle sagrestie un avviso col quale si ricordava a tutti i preti forestieri la proibizione fatta ai sacerdoti del patriarcato. Elisabetta d'Austria, da gran dama qual'era, lo volle vedere. Pare che sorridendo avesse esclamato: soprattutto ci son troppi fiori.... Di tutt'altro avviso la nostra Regina Margherita che pare non volle guardarlo: l'episodio sembra però smentito secondo quanto riportato da La Stampa.
E' dell'ottobre 1895 la notizia, sempre su La Stampa di Torino, che il quadro è stato acquistato dalla The Venice Art Company per conto di un grande negoziante di Chicago per la somma di 15mila dollari. Numerose furono le richieste di esposizione da parte di gallerie inglesi e tedesche, richieste che però rimasero sulla carta.
Nel dicembre del 1900 sembrò che i fulmini verbali del patriarca di Venezia, il futuro papa Pio X, centrassero il bersaglio. Come riporta il quotidiano newyorchese il Progresso ItaloAmericano, il quadro, esposto da 2 mesi a Broadway in un vecchio fabbricato affittato per l’occasione e arredato con drappi di velluto, viene distrutto da un incendio partito proprio da una delle numerose cortine di stoffa. Due inservienti rimasero gravemente ustionati nel tentativo di spegnimento delle fiamme. Il dipinto non si potè comunque recuperare. Si concluse così nel fuoco l’esistenza di questa sfortunata opera d’arte  e chissà quante pie menti non videro nell’evento la mano implacabile della giustizia divina!
Uno strascico della vicenda si ebbe due anni più tardi quando nella chiesa di San Gioacchino davanti alla stazione della Torino-Cirié, costruita su disegni dell'architetto Ceppi, allo pareti delle due navate laterali fu lasciato lo spazio per dipingere, in tanti quadri di circa venti metri quadrati l'uno, tutte le stazioni della Via Crucis. Due opere furono affidate al Grosso che però potè solo dipingerne tre mezze figure per via di tanti altri impegni che aveva per le mani. La diffida del parroco arrivò puntuale. Non avendo il Grosso ottemperato all'impegno, i suoi servigi erano da ritenersi conclusi. Furono inoltre sempre dal parroco mosse critiche per via del fatto che la croce e la figura del Cristo erano troppo piccini e non campeggiavano com'era suo desiderio. A nulla servì la mediazione dell’industriale donatore e di altre persone. Quando il Grosso si recò per ultimare l'opera sua non trovò neanche più il palco su cui salire: era stato tempestivamente rimosso dall’inflessibile parroco. Scrive il giornalista della Stampa: “Noi non vogliamo credere, come fu bisbigliato sulle prime, che la deliberazione e l'atto ostile siano stati fatti in odio al pittore del Supremo convegno e della Nuda.“ Il pittore venne quindi citato in giudizio dall'animoso parroco che vincendo la causa, ottenne un rimborso di 500 lire. Nel giugno 1898 un articolo della Stampa riporta che il dipinto "si sta distruggendo" e che si è provveduto a chiamare da Bergamo un pittore in grado di riaffrescare la parete. Non è chiaro nell'articolo cosa si intendesse per questa apparente autodistruzione dell'opera.  
La riabilitazione avvenne anni dopo quando nel 1918 in Vaticano Giacomo Grosso eseguì il ritratto del Pontefice Benedetto XV opera dallo stesso molto apprezzata.
C’è da notare come alcune opere del nostro come pure alcuni luoghi in cui esse erano conservate ebbero in tragiche circostanze una fine ingloriosa soprattutto legata ad incendi. Oltre al Supremo Convegno in cenere finirono gli affreschi del soffitto del Teatro Regio a Torino e pure quelli di San Gioacchino nel 1943 in occasione dei bombardamenti alleati alla città. Singolare destino davvero!
Post scriptum: come in tutte le vicende misteriose che si rispettino, non mancano le notizie contraddittorie a proposito della fine del dipinto. Un articolo di Repubblica del 1995 riporta che il quadro fu venduto e collocato in un castello in Provenza dove in seguito bruciò…
Altri riportano che la distruzione avvenne durante la traversata in mare verso l’ America.
In un altro articolo viene riportata la possibilità di vedere quel che resta del dipinto in questione “bruciato in parte”


Il quadro nell'Esposizione veneziana del 1895

domenica 15 ottobre 2017

La casa in campagna

La casa sorge lungo la ferrovia che porta in Francia. Un tempo, in verità lontano, c'era un passaggio a livello. I treni erano frequenti per cui il suono scampanellante delle barriere a righe bianche e rosse che si abbassavvano ogni ora era una costante sia di giorno che, meno frequentemente, di notte. Prima della sua costruzione,  nel 1954, al posto della casa c’era un grande prato con un lavatoio ad uno degli angoli. Le due grandi vasche erano alimentate da un flusso continuo d'acqua. Acqua dal sapore metallico sempre fresca. Con quell’acqua mi bagnavo i capelli quando tornavo sudato dalle scorribande in montagna in genere non molto lontano perché l’area dei miei vagabondaggi era ristretta. Sotto il lavatoio scorreva la bealera, già in quegli anni lontani un inutile canaletto d’acqua corrente che non serviva neanche più ad irrigare gli orti. Molte furono le estati che trascorsi in quella casa, assistendo ai riti paesani che vedevano  a metà luglio l'arrivo della grande trebbiatrice arancione e poco dopo quello degli autoscontri e giostre per la festa dell'Assunta di metà agosto. Celentano cantava "Ora sei rimasta sola", Rita Pavone "Alla mia età". Era estati lunghe e solitarie. La noia accompagnava i lunghi pomeriggi di sole, ma era una noia accettata con serena rassegnazione. Pochi gli amici, molta fantasia nel pensare sempre nuovi giochi. Il futuro non esisteva. L'abbandono dei soggiorni estivi nella casa di campagna avvenne gradualmente a iniziare dal 1966 quando, quindicenne, iniziai a diradare le "salite" (si diceva infatti "Vado "su" a Bussoleno). La casa era stata voluta da mio padre: doveva diventare un luogo di ritiro e di riposo, lì avrebbe dovuto stabilirsi una volta andato in pensione. Gli ultimi 20 anni della sua vita invece lo videro sempre pendolare tra la città e  la campagna, viaggi sempre in ferrovia (non aveva mai voluto prendere la patente), aperture e chiusure delle due case, trasporto pendolare di masserizie e cibi. Sia mio padre che mia madre sono morti in questa casa.
Negli anni essa ha subito un costante degrado, gli scalini in graniglia della veranda si sono sbriciolati e qua e là albergano piantine di erbe infestanti. In giardino l'erba è cresciuta fino a cancellare le aiuole e lo stretto passaggio, lungo la cancellata, alla fine del quale c'è la tomba Tobi, il mio unico cane. Ho dovuto lentamente separarmi da tanti oggetti, oggetti che negli anni si erano sedimentati in fondo agli armadi, nei cassetti e in cantina. Per lo più cose inutili, scritti, libri di scuola quaderni, giocattoli, depliants... una lista infinita di piccole cose con ogni singolo pezzo a ricordare un anno particolare, un periodo distinto della mia vita (all'università, al liceo e poi sempre più indietro fino ai primi anni 50 quando casa voleva dire soprattutto corso Ferrucci, nella grande città). Ho dovuto gettar via molte cose. Cose che giacevano da anni, decenni ignorate e poi per una manciata di secondi riprendevano vita, tornavano a collocarsi per incanto in un tale anno, in una tale epoca della mia vita. Non sono mai riuscito a non colorare di emozioni oggetti semplici e inutili ritrovati per caso. Per cui ogni volta che ho dovuto separarmi da qualcosa, era con un certo momento, con un qualche ricordo che dovevo fare i conti e non con una macchinina senza ruote o con un soldatino senza più una gamba.
Bussoleno paese è un luogo privo di fascino che negli anni amministratori senza fantasia nè iniziative hanno reso ancora più desolato. Ma è anche luogo di memorie e tale resterà anche quando chiuderò per l'ultima volta la porta della mia casa e consegnerò le chiavi al nuovo proprietario. Lascerò quindi i miei tre alberi, il mostruoso pino che ormai incombe minaccioso sulla via e sulla casa, il melo che ha l'età di mio figlio e che non ha mai regalato un frutto che non fosse aspro e bacato. Poi dietro casa il nespolo che per anni ha lottato con un terreno sterile e ostile e che adesso è rigoglioso e generoso in piccoli frutti saporiti.