venerdì 15 giugno 2018

Marcel Proust, una passione.

La mia passione per Proust nacque nel 1965 quando al liceo il professore di italiano, istituì una piccola biblioteca. Non era la prima volta che accadeva, già alle elementari la biblioteca di classe mi aveva avvicinato a 20mila leghe sotto i mari.... La sostanza era identica, a cambiare solo i titoli... Tra i vari libri mi colpì la copertina che raffigurava una teiera con dei biscotti disposti in bella mostra su un vassoio. Non sapevo ancora che l'immagine non era propriamente fedele al testo... al posto della famosa madeleine c'erano infatti dei petit fours alla mandorla...
Folgorato da quel primo tomo mi procurai i restanti volumi nell'edizione classica Einaudi del 1946. Se la Strada di Swann aveva come traduttrice la Ginzburg, la successiva traduzione di Raboni del 1983 mi sembrò molto più simile nella musicalità del periodo originale. Il difetto dei volumi Einaudi risiedeva nella varietà di traduttori (ogni volume un traduttore diverso) e nel fatto che risente del passare del tempo (ormai 60 anni!): la lingua e le parole che la animano, mutano.


Il mio amore profondo per il testo proustiano mi ha portato poi a comperare l'edizione Gallimard della  Recherche, che confesso di non avere letta interamente, ma a spizzichi, un pò come penso si può leggere un test biblico o come più modestamente un livre de chevet. Non ho difficoltà ad affrontare il periodare di Proust e questo mi ha permesso di assaporare pagine memorabili che in italiano perdono fatalmente (e incolpevolmente) l'essenza intima della loro misicalità. Negli anni, soprattutto, nel decennio 1980/90, ho arricchito costantemente la mia biblioteca proustiana con saggi e biografie che spaziano dagli anni '20 agli anni recenti. A volte con temi particolari (Proust e la musica, Proust e la pittura, Proust e l'achitettura ecc ecc), a volte testi squisitamente linguistici, a volte rivisitazioni di biografie. Anche qui la lettura non è stata condotta razionalmente e in profondità: a parte il piacere feticistico del rinvenimento di una edizione ghiotta (come una copia autografa di Robert de Billy del 1930) a volte mi è stato sufficiente lo sfogliare qua e là un testo cogliendo un particolare interessante e cedendo magari le armi di fronte alle difficoltà di analisi troppo specialistiche. Non ho coltivato questa passione in maniera costante, per anni i volumi (una sesantina circa) sono stati lì, ragguppati nella libreria, spolverati, osservati ma non più aperti. Ultimamente, siamo nel 2018, ho per caso preso in consultazione dalla biblioteca civica di Villa Amoretti il Proust in love di Carter che tratta l'aspetto della sessualità nell'autore e nei suoi testi. Di sicuro per omogeneità e trattazione è il saggio sull'argomento più esaustivo. Ad ogni buon conto ho acquistato su Amazon il Marcel Proust  Du coté de la médecine di Soupault del '67... che leggerò per avere un confronto, anche se penso che quest'ultimo sia più circoscritto agli aspetti della malattia che afflisse per tutta la vita Marcel, l'asma. Di sicuro il nostro sguardo disincantato unito all'evoluzione della medicina, ci consente oggi di sorridere ai tentativi ingenui di classificare l'asma che affligeva Proust. A fine '800 essa era considerata una "nevrosi consistente in crisi di dispnea spasmodica, spesso accompagnata da turbe vaso-secretorie delle mucose delle vie aeree"
A Proust non sarebbe piaciuto ma in fondo Saint Beuve aveva ragione: la creazione letteraria di un artista affonda nel suo quotidiano ed ha nella "biografia" la sua ragion di essere. E' noto che Proust, calato in un contesto familiare (e sociale) molto tradizionale, ha cercato in ogni modo di celare la sua omosessualità. In un gioco di buone maniere e di profonda ipocrisia, ha sempre difeso con massima convinzione (anche con un duello portato a compimento ed altri minacciati) la sua ostentata normalità, salvo poi trasfondere nella Recherche tutto quanto la sua vera natura reclamava a gran voce. E' certo che sia la madre che il padre, e quindi anche il fratello Robert, fossero al corrente di questa inaccettabile anomalia, ma di ciò, scavando nella biografia di Marcel, è dato molto poco di cogliere, al più sussurri per le preoccupate e rassegnate confidenze che Adrien a volte, sia pur molto parsimoniosamente, lasciava trapelare ad amici intimi (Foschini, Il cappotto di Proust, 2010, pag.27). Tutta Parigi sapeva, eccetto lui, verrebbe da dire....La cognata di Marcel ha la responsabilità di aver bruciato e distrutto alla morte del fratello di Proust, Robert molti documenti che potevano compromettere l'onorabilità della famiglia. Molto presto Proust si adeguò alla sua natura, senza drammi se non quelli della rispettabilità di fronte alla società. Con sensibilità e intelligenza aveva velocemente capito che nessuno era disposto ad ammettere il desiderio omofilo una naturale variante della sessualità umana. Nelle lettere, come quella del maggio 1888 a Halévy, poteva però scrivere: "Et je ne sais pas pourquoi leur amour est plus malpropre que l'amour habituel". L'ambiguità della sua posizione non sfugge però nella cerchia delle sue amicizie più periferiche agli occhi attenti e bacchettoni di Jeanne Caillavet, moglie dell'amico Gaston: "E' un peccato - scrive lei nel suo diario del 1896 - che frequenti degli amici dalla fama così esecrabile. C'è del vero in quel che si mormora...". Proust comunque non si asterrà dal fingere una infatuazione per l'algida Jeanne, sostendendo di non poter accettare gli inviti di lei e marito per via del sentimento che prova.....
Ritornando a Sainte Beuve possiamo concludere che se da una parte l'elemento esistenziale biografico non può spiegare da solo la complessità e l'essenza profonda di una opera d'arte letteraria, dall'altra essa permette di spiegare moltissime cose.
La bibliografia su Proust in poco meno di 100 anni è diventata sterminata. Si è grattato il fondo del barile resuscitando scritti come quello di René Peter, esili e di lettura non agevole, si sono scritte eccellenti biografie ogni volta "definitive" (G. Painter, G. de Diesbach), si è addirittura preso a prestito il nome di Proust per imbastire romanzi polizieschi o comunque di fantasia con risutati quasi sempre deludenti (Cortesi 2014, Leprince 2016)
Proust non fu mai una persona semplice. Il vasto epistolario con il suo consulente finanziario Hauser, offre una interessante prospettiva pdi giudizio sulla persona al di fuori del ruolo di letterato. Esistono molte lettere che Lionel Hauser, nel primo dopoguerra indirizza al nostro autore che svelano quelli che sono i difetti di Marcel e la loro ricaduta sul suo patrimonio. Si tratta di un robusto carteggio sulla testardaggine di Marcel nel voler fare investimenti di testa sua. Una lettera in articolare è molto significativa perchè confeziona, in una sintesi geniale, un ritratto umano di cruda realtà che nessuno degli intimi dello scrittore,  ebbe mai a scrivere.
"Sei circondato da persone dolci e comprensive che ti trattano come tu vuoi essere trattato. Il tuo mondo irreale viene confuso con quello reale in cui vivono persone reali. Sei rimasto il bambino che non ammette di essere sgridato quando è stato disobbediente. Hai quindi eliminato dalle tue amicizie tutti quelli che insensibili alle tue tenerezze avevano il coraggio di redarguirti. Sono ben contento di lasciarti sprofondare a nima e corpo nell'Assoluto ma non prima di aver risanato i tuoi disavanzi economici." 
La sostanza è giusta ma il tono "brutale e diretto" che Hauser usa non può non ferire Proust che in effetti si chiude a riccio di fronte a queste contestazioni e risponde con ulteriori lamentele. Il saggio Hauser conclude "Mi hai fatto capire che preferisci le carezze ai pugni, ma ci sono circostanze nella vita in cui la dolcezza porta a consegenze nefaste". Ma proust è un essere complesso, Lionel Hauser tra l'altro non sarà mai messo al corrente della reale consistenza del patrimonio complessivo dello scrittore (terreni, diritti d'autore degli scritti del padre ecc ecc) riuscirà comunque a mettere ordine nelle finanze e a lasciare, alla morte dello scrittore nel '22 più di 4 milioni di franchi di valori. Per la gioia degli eredi.
Un altro interlocutore privilegiato di Proust fu il suo editore Gaston Gallimard subentrato, a cavallo della guerra. a Grasset che per primo aveva pubblicato Du coté de chez Swann. Gallimard diventa in breve il capro espiatorio di ritardi, di errori tipografici, di una distribuzione non perfetta dei libri  insomma di tutto ciò che poteva rendere Proust scontento o addirittura furioso. Il metodo di lavoro del nostro non era un modello di efficienza: la continua rielaborazione dei testi, con correzioni, cancellature, ripensamenti il tutto complicato dall'ostinazione dello scrivere a mano su foglietti volanti, non aiutava certamente i tipografi a svolgere correttamente il loro lavoro. Di qui contestazioni, lamentele, recriminazioni se non a volte aperte minacce da parte di Marcel. Gallimard, da buon imprenditore, sopportò sempre con fermezza le conseguenza di questo imbarazzante rapporto perchè capiva l'importanza della materia che aveva tra le mani.
La corrispondenza di Proust, racchiusa in varie decine di tomi (e si noti che essa è solo una parte dell'immenso epistolario in parte andato disperso in parte sepolto e inviolabile) rappresenta un ideale contraltare della sua meravigliosa opera, con un importante distinguo. Se la Recherche rappresenta un capolavoro della letteratura mondiale, le lettere sono al contrario un mostruoso coacervo di banalità, di lodi sperticate a personaggi indegni della più elementare considerazione, di falsità ripetute volte a ingraziarsi mediocri figure della mondanità parigina a cavallo dei due secoli... Se da una parte l'epistolario è servito ai critici ed esegeti proustiani per approfondire la comprensione e la genesi di alcune parti della Recherche, dall'altra (cosa che a Proust avrebbe fatto orrore) ha rivelato la meschinità che può celarsi nelle menti del genio. Cose risapute ma che fanno sempre un certo effetto a chi ha amato incondizionatamente un libro e il suo autore.
La testardaggine di Proust nel voler gestire la sua salute accelerò di sicuro la sua morte prematura, poco dopo il 51esimo anno di vita. E' in parte vero che la medicina di inizio '900 non offriva grandi risorse nella cura di patologie complesse come lo stato asmatico. Oltre al classico salasso e le iniezioni di canfora, per non parlare di fumigazioni varie, peraltro molto abusate da  parte di Proust, la terapia era praticamente  inesistente. Al di là di una comprensibile diffidenza verso la scienza medica, Proust ad accelerare la morte, ci mise del suo in maniera quasi consapevole e rassegnata. La morte fu in sostanza determinata da una progressiva denutrizione, dall'eccessivo utilizzo di sostanze stimolanti e sedative (adrenalina, veronal, morfina e soprattutto caffeina) che predisposero il suo organismo a soccombere ad una banale bronchite evoluta in polmonite. Ma la malattia (scoppiata in tutta la sua drammaticità fin dai nove anni di età) costituì anche per Proust un'arma formidabile per piegare alla sua volontà tutti i familiari e gli amici, attraverso una rigida imposizione di orari, riti, capricci e fobie. Fu attraverso la ostentazione continua del suo stato di "malato" e della conseguente sofferenza, che a Proust fu permesso di porsi al di fuori di ogni condizionamento sociale. Sono note a tutti le sue visite notturne, non annunciate ad amici e conoscenti, i suoi abbigliamenti eccentrici (sovrapposizione maniacale di abiti e sciarpe con lo scopo di ripararsi dal freddo, suo nemico mortale). 
Cinquant'anni di frequentazioni intermittenti, in sostanza più colpevolmente rivolte alla umana figura dell'autore che non alla sua opera, mi hanno rivelato una persona complessa, insopportabilmente nevrotica. La scena che viene riportata in una lettera (Kolb, corrispondenza , Tomo II, pag 96) a Laure Hayman in occasione della morte dello zio Louis Weil, non può non impressionare il lettore odierno. "Quando il ciclista ebbe raggiunto con la vostra corona, la sepoltura senza fiori come dalle volontà del defunto,, quando ho saputo che erano da parte vostra, sono scoppiato in singhiozzi, meno per il dolore che per l'ammirazione. Avrei sperato tanto voi foste al cimitero per cadere nelle vostre braccia...". Già. Che la bella Laure fosse la demi-mondaine (la mantenuta) del caro defunto è un particolare secondario: l'ipocrisia proustina va considerata nel periodo storico in cui si espresse. Si potrebbero citare tante altre debolezze del buon Marcel, come la gelosia corrosiva, patologica che riuscì a sviluppare per Reynaldo Hahn fino alla fine del loro rapporto, quando all'orizzzonte si profilava già il più malleabile Lucien Daudet. Con questi Marcel condivideva  l'esaperata sensibilità che poteva sfociare in pianti isterici come in ridondanti esternazioni di amorevole partecipazione.  Insomma umanamente Proust era, secondo i nostri odierni giudizi, persona di insopportabile umanità. Considerazione e giudizio purtroppo inevitabile per chi come me, in modo talora eccessivo (e morboso) ha voluto scavare nell'immenso materiale biografico che nei decenni, è stato pubblicato, amalizzato e commentato su di un autore che voleva invece essere solo giudicato per ciò che aveva scritto.
La singolarità di questo autore risiede nel fatto che se da un canto ha scritto un'opera non certo facilmente fruibile nella sua monumentale complessità, dall'altro in un tempo relativamente breve essa è diventata una dei testi più importanti della letteratura mondiale. Se l'Italia ha un Dante, la Germania un Goethe, l'Inghilterra uno Shakespeare allora la Francia può annoverare un Proust senza tema di smentite. Basterebbe per suffragare l'affermazione andare a spulciare la sterminata bibliografia su Proust che supera di gran lunga quella per esempio su Napoleone.
Ma ciò che più colpisce l'osservatore attento è come Proust abbia in sostanza cambiato il nostro modo di percepire la realtà e di vedere il mondo sensibile che ci circonda. Impossibile ormai dissociare da questo autore i concetti di Tempo, Ricordo, Gelosia o Amore in generale. Pochi altri titani della letteratura mondiale sono riusciti ad entrare così profondamente nelle nostre sensazioni da mutare nelle fibre più intime il nostro sentire.
(continua)

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